Thomas Pynchon, L’arcobaleno della gravità: Incipit più The Thomas Pynchon Fake Book

Solo per cultori di Thomas Pynchon: The Thomas Pynchon Fake Book, alcuni dei testi delle canzoni presenti in “L’arcobaleno della gravità” sono stati “musicati”. Ecco il risultato: http://thomaspynchonfakebook.org/
Qui di seguito un pezzo del progetto e l’incipit dell’immenso romanzo:

Incipit
L’arcobaleno della gravità
Thomas Pynchon

Un grido s’avvicina, attraversando il cielo. È già successo prima, però niente di paragonabile ad adesso. Ormai è troppo tardi. L’Evacuazione prosegue, ma è tutta scena. Le luci dei vagoni sono spente. Sono spente anche fuori. In alto, sopra la sua testa, si ergono le travi oblique, vecchie quanto la regina di ferro, e più in alto ancora una vetrata in grado di lasciar filtrare la luce del giorno. Sennonché è notte. La vetrata cadrà giù – presto – sarà un crollo temibile, spettacolare, il crollo di un palazzo di cristallo. Però avverrà nel buio più totale, senza neppure un barlume di luce a rischiararlo, un grande schianto invisibile e nient’altro.

L’uomo se ne sta seduto nell’oscurità vellutata di quella carrozza a più piani senza niente da fumare, avverte il fremito del metallo, vicino e lontano, che sfrega e si aggancia, gli sbuffi di vapore, una vibrazione che si propaga lungo il telaio della carrozza, un senso di sospensione, di disagio; gli altri passeggeri schiacciati attorno a lui, i deboli, le pecore secondarie, i quali hanno esaurito la loro scorta di tempo e di fortuna: ubriachi, vecchi reduci di guerra ancora sotto shock vent’anni dopo per un fuoco d’artiglieria, lestofanti in abito borghese, derelitti, donne sfinite in possesso di una quantità disumana di marmocchi, ammassati in mezzo alle altre masserizie da mettere in salvo. Solo le facce a lui più vicine sono in qualche modo visibili, e per giunta somigliano alle immagini semiargentate che si vedono nel mirino di una macchina fotografica, alle facce dei VIP intraviste dietro i finestrini verdi delle auto blindate che sfrecciano per la città…

Hanno cominciato a muoversi. I vagoni sfilano via lenti, lasciano la stazione principale, il centro, e si spingono nei sobborghi più vecchi e più desolati della città. L’uscita è veramente di qua? I passeggeri si voltano per guardar fuori dai finestrini, nessuno però ha il coraggio di fare domande, per lo meno non ad alta voce. Piove. No, di qua non si va da nessuna parte, non ci si libera, anzi, ci si aggroviglia sempre più – si infilano sotto i passaggi a volta, entrate segrete di cemento armato putrefatto, sembrano passanti ferroviari, ma in realtà non lo sono… sopra il loro capo passano alcuni tralicci di legno annerito, nell’aria ora si sente l’odore di carbone dei tempi lontani, degli inverni che sapevano di nafta, delle domeniche senza traffico, delle concrezioní coralline, misteriosamente vitali, cresciute lungo le curve cieche, sopra i raccordi solitari, un odore acre nato nell’assenza di materiale rotabile, l’odore della ruggine che avanza, che matura in quei giorni di svuotamento totale, luminosi e profondi, soprattutto all’alba, quando le ombre blu sigillano il suo passaggio, nel tentativo di riportare gli eventi allo Zero Assoluto… più si addentrano nei sobborghi più lo scenario si fa desolato… sono le città dei poveri, posti segreti, in sfacelo, dal nome a lui sconosciuto… i muri si sgretolano, i tetti si fanno sempre più scarsi, così come le loro probabilità di rivedere la luce. La strada, invece di allargarsi come ci si sarebbe aspettato, si restringe sempre più, si fa sempre più tortuosa, le curve si fanno sempre più strette finché all’improvviso, decisamente troppo presto, il convoglio si infila sotto l’ultimo arco: i freni scattano, bloccandosi con un rumore tremendo. È una sentenza senza appello.

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