Raffaele Nigro, “L’energia creativa di Antonio Verri”: un articolo del 30 settembre 2013

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L’energia creativa di Antonio Verri

di Raffaele Nigro

A mezzanotte dell’8 maggio 1993, Antonio Verri tornava a casa, a Caprarica di Lecce, dal capoluogo dove era stato per un convegno di economia, a bordo della sua fiat 126. Sulla Cavallino-Caprarica un’auto di grossa cilindrata gli piombò addosso e lo scagliò contro un ulivo. Per Antonio non ci fu nulla da fare. Questo tragico evento me lo ricorda un libro fatto con molta cura e molto cuore da Rossano Astremo per Manni editore, Con gli occhi al cielo aspetto la neve.

Era giovane Antonio, era nato nel febbraio del ’49, era stato un vulcano e un amico grandissimo di molti che attraverso la poesia, la narrativa, soprattutto quelle sperimentali, volevano provare a dire la propria sui tempi correnti e sulle formule inventive di un’arte che è diventata una ricerca continua di comunione, da quando sono spariti i confessionali dalle chiese e da quando la società del formicaio ci schiaccia e ci costringe all’indifferenza. Molti di costoro io li rincontrai a Caprarica, il giorno del funerale, in un sole già rovente e in un vuoto improvviso e immane.

Avevo incontrato Antonio almeno quindici anni prima, al tempo in cui a Bari avevamo fondato un «gruppo alternativo d’avanguardia» letteraria con Giancane e Zaffarano. Chiamati a Lecce da Francesco Saverio Dodaro avevamo condiviso le nostre esperienze, la sua idea della divisione che la nascita porta tra madre/natura/terra e figlio e della ricerca infinita della congiunzione, idee che si coagulavano nel periodico «Ghen-art». Allora conobbi Antonio, insieme a Carlo Augieri, Ilderosa Laudisa, Antonio Massari. I leccesi scoprii erano molto più avanti di noi. Sperimentali e anticonvenzionali, si aggettavano sulla strada impervia della ricerca formale, mentre noi eravamo fermi ai contenuti. Non che i temi non fossero importanti, ma se si scrive è anche perché bisogna raccontare e poetare in modi innovativi e cercare di cogliere le difficoltà che gli uomini incontrano di fronte ai mutamenti. Penso che quegli incontri, pochi per la verità perché eravamo squattrinati e impediti a viaggiare, facessero da propulsivi per ciò che Verri sarebbe diventato poi, un editore, organizzatore culturale e narratore sperimentale. Nel 1979 infatti cominciò a pubblicare la rivista «Caffè Greco», che visse per un paio di anni e raccolse le esperienze letterarie di giovani, di inascoltati. Dare voce a chi non aveva pubblico e polemizzare contro l’establishment editoriale del nord e contro quello di servizio all’accademia. Questo manifesto poetico continuava con una mostra mercato di libri di poesia che Antonio chiamava «Al banco di Caffè Greco» e nel 1982 con un foglio in formato tabloid, Il pensionante dei Saraceni che si apriva con un manifesto poetico: «Fate fogli di poesia, poeti». La fissa di Antonio, stimolare la creatività, ma con attenzione alle produzioni internazionali, ai grandi esempi letterari, ai maestri. Ricordo che nei primi numeri apparvero le firme di Piero Manni e Anna Grazia D’Oria, quella di Salvatore Toma, un poeta che solo dopo la morte prematura, nel ’99, fu edito con Einaudi a cura di Maria Corti.oltre adriaticoVerri apriva ai poeti albanesi, Kadarè, Agolli, Migjeni, al sudamericano Astalos, stringeva rapporti col Sindacato Scrittori rimproverando il fatto che quel sodalizio era un rifugio per tanti non-scrittori. Intanto pubblicava versi suoi e altrui, da Il pane sotto la neve a La Betissa, ma non aveva un lavoro, se non sporadiche collaborazioni al Quotidiano di Lecce, per il quale aveva intrapreso un «Viaggio nella poesia pugliese e nelle tradizioni popolari locali». Gli suggerii di scrivere qualcosa per la Rai e creò un radiodramma sul Galateo, Il fabbricante di armonia. Ma il denaro lo gettava subito in una qualche operazione editoriale.Era una strana creatura, uno che viveva solo di poesia e per la poesia. Si erano intensificati intanto i nostri rapporti, veniva a trovarmi, trascorrevamo lunghi pomeriggi a Bari, dove aveva una parente, fumava stralunando gli occhi e mi parlava di progetti, realizzare un Quotidiano di poesia, pubblicare dei romanzi condensati in una cartolina, cartelle riproducenti documenti letterari rarissimi, le Abitudini – Cartelle d’Autore. Era un vulcano di idee, una reincarnazione di Gutenberg ma con la passione onirica di un mondo governato dalla poesia. Intanto stringeva i rapporti con Dodaro, altro tossicodipendente della sperimentazione grafico-poetica, dipingeva, avendo per amico e maestro il naif Ezechiele Leandro o i concettuali Gelli, Massaro, Balsebre, leggeva Joyce e Queneau, che con Grass erano anche le mie letture di allora, si provava a scrivere con accumuli di lemmi, inventava strutture narrative assolutamente non commerciali, come avvertisse il rimprovero lontano della Neoavanguardia. Nacquero su questi input i romanzi I trofei della città di Guisnes, , il postumo Bucherer l’orologiaio, un inedito Declaro. Attorno a lui orbitavano molti intellettuali, da Nocera a Errico a Brancher e Tolledi che lo avrebbero aiutato a dare corpo all’ambizioso progetto del Quotidiano dei poeti e al periodico Titivillus.

«C’era in lui un’energia creativa fuori dall’ordinario» scrive Astremo e una generosità che lo distoglievano dallo scrivere i propri libri. Nei quali campeggia il funambolismo linguistico, alla Gadda, una irrazionalità che denuncia il fallimento di senso del mondo quale è stato per noi progettato e costituito.

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