Rossano Astremo: 1994 (da L’Italia in polaroid)

1994

Corpo di donna, bianche colline, cosce bianche,
tu rassomigli al mondo nel tuo atteggiamento d’abbandono.
Il mio corpo di contadino selvaggio ti scava
e fa saltare il figlio dal fondo della terra.
Pablo Neruda

“Perché le hai tagliato la testa?”
“Con un corpo così, cosa vuoi che me ne faccia della testa, Rossano”.
“Fammi dare un’altra occhiata!”.
“Promettimi che nel tuo libro non t’azzarderai a pronunciare il mio nome!”
“Secondo te potrei mai farti una cosa del genere?”.
Spiccico queste parole e strizzo l’occhio all’uomo seduto dinanzi a me. Il suo nome è D******. È un mio caro amico. È un docente universitario. Quando ha saputo che ero alla ricerca di polaroid per la scrittura del mio nuovo libro, mi ha chiamato al cellulare dicendomi: “Ho più di una foto che può fare al caso tuo. Vediamoci al Paranà domani sera”.
Eccoci, qui, quindi, l’uno di fronte all’altro. Lui, ora, che fissa un punto indecifrato del soffitto del locale, io che poso di nuovo lo sguardo sulla foto che mi ha portato.
C’è una ragazza di vent’anni in movimento, con addosso un morbido vestitono rosso ed una giacca azzurra a coprirle le spalle. Sullo sfondo una distesa azzurra di cielo che inonda l’intero suo corpo.
“Lei si chiamava Ludovica. Aveva 22 anni. Era il 1994. Io ne avevo 39. Lei era la figlia di una mia collega d’Università. Questa foto è stata scattata all’alba del 23 febbraio di quell’anno”.
“Che ci facevi con lei all’alba del 23 febbraio del 1994?”
“Quando conobbi Ludovica capii subito che avrei speso tutte le mie energie di seduttore pur di portarmela a letto. L’incontro avvenne ad una cena, a casa dalla madre. C’era anche mia moglie e mia figlia Claudia. Da lì a poco sarebbe nato anche Francesco. Ludovica mi fissò per tutta la cena, senza dire una parola. Qui nella foto si vede poco, ma aveva degli occhi grandi e neri con i quali avrebbe potuto stravolgere la vita d’ogni uomo”.
“Compresa la tua?”
D****** non risponde. Accenna un sorriso, sorseggia la sua bevanda e continua il suo racconto.
“Pochi giorni dopo la ritrovo seduta fuori dal mio ufficio, in Università, vestita così come la vedi nella foto. La sera del 22 febbraio uscimmo assieme. Mia moglie era con la piccola da sua madre in Campania per qualche giorno. Ludovica mi disse che avrebbe tanto desiderato che io la portassi a vedere un concerto. Era l’unica data romana di un gruppo che lei adorava. Il concerto si svolgeva al Palaghiaccio. Suonavano i Nirvana. Io conoscevo il nome del gruppo, avevo ascoltato anche qualche pezzo in radio e visto qualche loro video, ma mai e poi mai mi sarebbe venuto in mente di andare a vedere un loro concerto”.
“E quindi hai visto i Nirvana dal vivo?”
“Direi di sì. Considera che ci sono andato in giacca e cravatta”.
“Tu indossi giacca e cravatta anche quando giochi a tennis!”
“Non puoi capire quanti ragazzini mi hanno preso per culo quella sera!”
“E Ludovica?”
“Lei era contenta. Io ero un po’ teso. Mi ha tenuto la mano tutta la sera, poi ogni tanto mi lasciava e andava a ballare freneticamente e pensavo che il suo corpo non sarebbe mai più riemerso vivo da quella bolgia di arti in movimento”.
“Come ti è sembrato Cobain? Lo sai che quello è stato uno dei suoi ultimi concerti prima del suicidio?”
“Rossà, che ti devo dire. A me sembrava uno che strillava e basta! Sarà che sono di un’altra generazione!”.
Sorseggia le ultime gocce di alcol del suo bicchiere, attira l’attenzione del barista e chiede un nuovo campari gin. Per lui e per me.
“E poi, dopo il concerto, mi pare di capire che avete fatto l’alba”.
“Sembri un poliziotto. Mi fai paura”.
“Devo scrivere qualcosa su questa foto, o no?”
“Al termine del concerto eravamo andati a Marino, in un locale, a mangiare qualcosa e abbiamo bevuto del vino rosso dei Castelli. E come dicono i russi: “Vino su birra, cielo in terra!”. Eravamo ubriachi. Ci siamo appartati con l’auto in una stradina di campagna e solo in quel momento, dopo aver spento l’auto e dopo che un silenzio irreale aveva sostituito il rumore infernale della musica dei Nirvana, io le chiesi: cosa vuoi da me? E la sua risposta fu, in effetti, disarmante. Mi disse: voglio che quelle tue mani tocchino ogni centimetro del mio corpo. Punto. E così feci. E, detto tra noi, nonostante l’ebbrezza del vino, ricordo quella notte in ogni suo dettaglio. Ludovica era tutto quello che un uomo di quasi quarant’anni, sposato e con figli, può desiderare”.
“Sembra che stia ballando nella foto”.
“In effetti qui lei ballava e sussurrava una canzone dei Nirvana sottovoce. Dopo aver scopato nella mia auto, uscimmo per vedere l’alba. C’era uno stupendo panorama e decisi di farle qualche scatto, per ricordare quella notte che mi ero concesso. In quel periodo ero fissato con le polaroid. Portavo la mia macchinetta ovunque. A casa conservo album interi con scatti che raccontano viaggi, riunioni familiari, momenti di vita quotidiana, oggetti”.
“E scopate con le figlie delle tue colleghe!”
“Non c’è più stato niente tra di noi. Ci siamo incrociati poche altre volte, negli anni successivi, senza mai salutarci. Era giusto così. Per me e per lei”.
“Però hai conservato la foto. Spero non con le altre”.
Io finisco il mio campari gin. D****** lo ha già terminato da un po’.
“La tengo in un cassetto della mia scrivania, chiusa all’interno di un libro con tutte le poesie di Pablo Neruda. Alcune volte tiro fuori il libro dal cassetto, guardo la foto e ripenso a quella notte e a quella ragazza di 22 anni che per un’ultima volta nella mia vita ha fatto scorrere nelle mie vene il sangue vivido della giovinezza”.
Si alza, mi abbraccia e mi si congeda dicendomi:
“Il conto lo pago io, ma ricordati di mandarmi una copia del libro!”

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