Rossano Astremo, La sacra famiglia (romanzo inedito): un estratto

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La rabbia (da “La sacra famiglia”)

 di Rossano Astremo

Ogni sera si respira un’aria malsana attorno alla lunga tavolata che raccoglie la famiglia Lupo. Per tutti quella sera Rosaria ha preparato l’aciteddh, tozzi di pane bagnati in acqua, conditi con sale, olio, pomodori e sedano. Un piatto semplice e abbondante per tutti. Poi, a completare il pasto due mele da dividere tra le tante bocche da sfamare. Rosaria apparecchia assieme alle sue figlie più grandi, mentre i più piccoli mettono in subbuglio ogni spazio della piccola casa giocando a biglie lungo l’esile corridoio che collega le camere da letto alla cucina. S’attende l’arrivo di Paolo che, dopo il lavoro al cimitero, trascorre qualche ora a giocare a tressette al bar di Pinuccio. Il tressette è per Paolo l’unico momento della giornata in cui, lontano dall’incubo dei defunti che incendia per molte ore della giornata la sua testa, può lasciarsi vincere dalla spensieratezza. L’idea di tornare a casa per essere travolto dalla baraonda dei dieci figli lo annichilisce. E la prassi oramai è consolidata. Non è solo il tressette a distrarlo dalla morsa di una vita che forte stringe e non molla, ma è anche e soprattutto il vino a stordirlo e a fargli dimenticare, ogni sera, persino il suo nome. Anche quella sera Paolo ritorna ubriaco marcio. I piedi che varcano la soglia di casa si muovono sbilenchi. Paolo ha un unico obiettivo: mangiare e andare a dormire. Null’altro. Nessuna carezza per i figli, nessuna parola inidirizzata alla moglie. Così è, come sempre. È talmente consueto questo epilogo delle giornate che è un vangelo ben noto non solo per Rosaria, ma anche per lo sciame di figli che ondeggia tra le mura domestiche. Quando il padre rientra tutti s’azzittiscono. Per paura. Paolo si siede a tavola senza proferir parola e Rosaria chiama a raccolta tutti, dai più grandi ai più piccoli, con l’esclusione della piccola Maria che dorme nella sua culla, nella camera da letto dei genitori. È una forma di sottomissione collettiva che Raimondo non sopporta. Mentre mangia silente il suo piatto povero pensa a come sarebbe liberatorio tirarsi su dalla sedia per urlare in faccia al padre quanta rabbia nutre verso di lui per il male che ogni giorno compie contro la donna che ha sposato e contro ognuno dei suoi dieci figli. Sa, però, che poco o nulla, in quello stato, Paolo apprenderebbe. Anzi, interrompere la sua cena con delle vacue parole significherebbe mandarlo su tutte le furie, innescando una miccia di violenza complicata a sedarsi. Anche contro il suo amato Raimondo, Paolo, da ubriaco, agirebbe mostrando la parte animale che vive sotto la sua pellaccia umana. Quella sera, però, la miccia s’innesca comunque. È Titina che, a cena quasi ultimata, durante il rito del taglio della mela, si rifiuta di prendere la sua parte, perchéè stanca, dice, di mangiare sempre e solo mela, a fine pasto. Paolo, dopo aver ascoltato queste parole, sposta gli occhi dal piatto per fissare la figlia che, atterrita, si nasconde sotto il tavolo, come era solita fare quando era più piccola.  Paolo si alza, si avvicina alla sedia lasciata vuota dalla figlia e da quel luogo inizia a tirare calci contro di lei, ora incastrata sotto il tavolo. Al quinto calcio subito Titina sbuca fuori dal tavolo in lacrime e prova a fuggire via, per rinchiudersi nella sua stanza. Paolo la blocca tirandole i capelli e inizia a bestemmiare. Bestemmia e le dice che non solo ora non avrebbe mangiato più mela ma per il prossimo mese non avrebbe mangiato più nulla perché non ha minimamente idea della fatica che lui compie per far mangiare lei e tutti i suoi fratelli. No, Paolo non ama che gli si manchi di rispetto. Urla in faccia a sua figlia queste parole, mentre le vene del collo si gonfiano a dismisura e il suo viso diventa rubizzo più del solito. Titina piange disperata, chiede perdono e prova a divincolarsi dalla solida presa che il padre esercita contro i suoi capelli.  Nella cucina vige il più tetro dei silenzi. Nessuno osa proferir parola, nessuno prova ad intervenire per bloccare l’ira dell’uomo. Titina riesce e a liberarsi e va a rinchiudersi in bagno. Paolo rivolge uno sguardo verso la moglie e le dice: “Questa è l’educazione che stai dando ai tuoi figli?”. Barcollante, dopo queste parole, va via. Raimondo vorrebbe non aver visto ciò che ha visto. Vorrebbe essere lontano anni luce da quella cucina colma di piccole vite succubi di un padre violento. Vorrebbe essere, più d’ogni altra cosa, tra le braccia del suo Giuseppe. Aiuta le sorelle a sparecchiare e pensa a come fuggire dalla quella casa. Nonostante l’amore che nutre per sua madre, le sue sorelle e i suoi fratelli. Passerà tutta la notte a leggere San’Agostino, con in mente la chiara idea di partire l’indomani mattina per Acquaviva delle Fonti, prima del suo ritorno in seminario.

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