Estratto da “Con gli occhi al cielo aspetto la neve” (Manni Editori): Su Antonio Verri

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Rossano Astremo

da “Con gli occhi al cielo aspetto la neve” (Manni Editori, 2013)

 

Quel che accadde dopo la morte

La morte di Antonio Verri segnò la fine di una stagione culturale irripetibile per il Salento. La sua morte fu anche la morte di un’intera generazione che grazie a lui e con lui aveva dato tessuto con costanza infiniti mondi di carta da dare in pasto a potenziali lettori. La notizia di quel tragico incidente, avvenuto nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1993, fece presto il giro del Salento, dell’Italia e giunse, a stretto giro, anche fuori dai confini nazionali. Verri negli anni aveva costruito una ragnatela di rapporti ed amicizie sconfinata. Era a tutti nota non solo la sua perseveranza nel portare a compimento i progetti intrapresi, ma anche la sua bontà d’animo, la sua umanità, il valore assoluto che dava all’amicizia. E di amici tanti ne ebbe che piansero perdutamente per la sua prematura scomparsa. Ai suoi funerali vennero da ogni parte a rendergli omaggio. Gli abitanti di Caprarica di Lecce restarono stupefatti nel vedere tanta attenzione rivolta ad un loro concittadino. Cosa aveva fatto in vita per meritarsi un così sentito ultimo saluto? Ennio Bonea pubblicò l’11 maggio un articolo sul Quotidiano di Lecce dal titolo Oltre il tempo, in cui, tra l’altro scrive: “Se pure avrà avuto un attimo per pensare a se stesso, egli avrà sorriso di quel che avveniva come una soluzione della sua esistenza vissuta nella magia della casualità, del colpo di dadi, non lo avrà neppure sfiorato lo scenario del vuoto tragico che si apriva per noi, i suoi amici che lo avremmo atteso invano negli appuntamenti già fissati per le tante incombenze e le iniziative programmate. Una vita breve ma intensa la sua, fatta di corse mentali, di intuizioni poetiche, di disegni operativi che avvolgevano con una patina di surrealtà la concretezza delle proposte”. Sempre quel giorno, sullo stesso giornale, in un articolo intitolato Salutami chi sai, Antonio Errico scrisse: “Cosa c’importa dello scrittore, adesso. È l’amico che ci manca. Vorrei – vorremmo – solo che non se ne fosse accorto, che fosse stato come un colpo alle spalle, che non abbia sentito dolore, che non abbia potuto pensare. Vorremmo che la notte fosse stata chiara, che ci fosse stata una luna grande da guardare, una luna grande come palla turca. Adesso forse è lì, nella sua città di Guisnes, in uno spazio senza confine e senza fondo, dove le scritture sono tutte ormai compiute, dove tutto è memoria pura, incorruttibile”. Vittore Fiore, sempre l’11 maggio, pubblicò un articolo su La Gazzetta del Mezzogiorno dal titolo Qualcuno volo sul nido del “merlo”in cui, a due giorni dalla sua scomparsa, pose in evidenza una necessità che per anni avrebbe accompagnato i sostenitori della produzione letteraria di Verri: “Gli attenti studiosi della fervorosa cultura salentina, dovranno un giorno non solo formulare sull’opera di Verri un giudizio estetico non frettoloso, ma, come qualcuno ha cominciato a fare, arrivare ad un bilancio storico che renda chiaro il significato e la portata di fratture, negazioni, polemiche assai vivaci fra intellettuali contemporanei di diversa estrazione e con diverse esperienze alle spalle. Cosa ha rappresentato lo sperimentalismo verriano, esteso alle arti figurative (penso a Dòdaro ma anche a Massari), alla poesia (col ricordo di Toma)? Si è discusso su Bodini, su Pagano. Ma il panorama si è allargato. Altre energie sono entrate in campo. Grazie anche ad Antonio Verri”. Anche Aldo Bello, suo direttore a Sudpuglia, nel numero apparso nel giugno del 1993 scrisse un poetico articolo dal titolo essenziale, Per Verri, dove, tra l’altro si legge: “Per questo sapeva volare, lui che era di radici sicure e di grandi mani. E noi ad arrancare a quote basse, per non perderlo di vista, capaci – per questo – anche di piccoli inganni e di risibili insolenze. In realtà, ci metteva a nudo, curli spogliati dalla corda timoniera nei lanci del cerchio vitale volitivo volante. Ammarato, ora, dopo l’ultimo volo, solo suo, in un cielo irto di ulivi. Un grido rosso, e di notte, ci ha trafitto il costato, le parole sono fiotti gutturali che tornano a giorni e luoghi come facce di dadi bianchi, il numero vincente è sogno, si possono scrivere solo lettere per l’altra riva. Maledetti amici suoi: dobbiamo tornare a noi stessi, allo scirocco delle nostre accademie, alle parentesi chiuse. Perché non fermenta più il pane sotto la neve”. Il 9 giugno, in occasione del trigesimo della scomparsa di Verri venne convocato in seduta straordinaria il Consiglio Comunale di Caprarica, per rendere omaggio al suo scrittore. Intervennero i familiari più cari, il madre, il padre, la moglie Licia e il fratello Gino, e i suoi amici Ennio Bonea, Maurizio Nocera, Fernando Bevilacqua, Fabio Tolledi, Mauro Marino e Carlo Alberto Augieri. Bonea in quell’occasione prese la parola, soffermandosi sull’originalità e complessità della figura intellettuale di Verri, insistendo sul concetto secondo cui lui partendo dalla sua Caprarica riuscì a dialogare con scrittori, giornalisti, editori e artisti provenienti da ogni angolo del mondo: “Ad Antonio sono arrivate lettere, arrivano ancora lettere, mi diceva Giuseppe Conte, dalla Romania, dove un poeta e professore universitario chiedeva se le opere di Antonio potessero essere pubblicate insieme a quelle di uomini più noti di Antonio, certamente, come Parini, Prezzolini, Ungaretti, Saba. Ebbene, se dalla Romania vengono questi riconoscimenti, se dall’Argentina e dalla Francia, dalla Svizzera e dall’Albania, perfino, arrivano lettere di cordoglio per la perdita di un uomo di questa levatura, significa che Antonio qualcosa di concreto ha costruito. E se è vero che la morte è giusta di gloria dispensatrice, è vero anche che la memoria di Antonio consente a lui, assente, di essere presente”.

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