Rossano Astremo, Marta: racconto

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Rossano Astremo
Marta

venerdì 24 maggio 1997, sera
Grottaglie

Oggi Marta, dopo la scuola, è venuta a casa mia a fare i compiti. Come molte altre volte, quest’anno. Abbiamo risolto assieme alcuni complicati esercizi di trigonometria e poi abbiamo ripetuto alcune pagine di Letteratura Inglese, perché domani quel rincoglionito del prof ha detto che interroga a tappeto, visto che mancano pochi giorni alla fine dell’anno e gli servono dei voti per i suoi “giudizi finali”. Sì, ma è di Marta che voglio parlarti. Sai quanto ci tengo a lei, sai quanto vorrei dirle che quello che provo per lei non è più un sentimento di amicizia ecc., te l’ho scritto in più di una occasione, e sai anche che non trovo le parole giuste per dirlo, che ho una fottuta paura che lei mi rida in faccia e che per la delusione io possa rinchiudermi nella mia camera senza uscire per un annetto, ascoltando a terremoto Disintegration dei Cure. Ecco, oggi per la prima volta ho avuto la sensazione che anche lei nutra nei miei riguardi un interesse “diverso”. Forse non sono solo il suo compagno di banco, l’amico con il quale scambia libri e musica, l’amico a cui confida i suoi litigi con i genitori, i suoi dolori dopo – ad esempio – la sua prima storia importante finita male qualche mese fa con quel coglioncello sfigato del batterista degli Zeman. Dico forse, perché non nutro molta fiducia in me stesso, dovresti saperlo, però oggi, dopo aver finito i compiti, mentre sorseggiavamo un tè caldo, seduti al tavolo della cucina, lei ha avvicinato la sua mano destra alla mia mano sinistra, ha preso il mio indice e il mio medio e li ha accarezzati lentamente e mi ha detto, fissandomi con quei suoi due occhi azzurri: “Arturo, è bello trovarmi con te qui, ora”. Poi ha continuato a tenere le mie dita tra le sue, ha abbassato lo sguardo e i suoi splendidi occhi hanno lasciato spazio al comparire della sua lunga chioma bionda e spettinata. Credo che sia giunto il momento di provarci. Metto da parte questa stronza insicurezza e mi tuffo. Non posso vivere tutta la vita con il rimorso di non averlo fatto. Tu che ne dici?

sabato 22 giugno 1997, notte
Grottaglie

Quello che ti sto per raccontare è davvero terribile. Apri bene le orecchie perché non c’è davvero limite al peggio in questo mondo di merda. Che schifo! Sono ore che mi danno tra le lenzuola del mio letto, provando a porre freno alla mia agitazione, ma non riesco ad addormentarmi. Eccomi qui, quindi, a dirti qual è la ragione di questa mia rabbia. Sai che Marta, come ogni anno, passa le vacanze estive nella sua casa a mare di Pulsano. Allora, dieci giorni fa, prima della sua partenza, mi ha detto che avrebbe tanto voluto che quest’anno l’andassi a trovare spesso, per trascorrere alcuni pomeriggi assieme in spiaggia, perché non voleva stare lontana da me tutti quei giorni. Non puoi capire quale gioia ho provato mentre l’ascoltavo. Ovviamente le ho detto che l’avrei raggunta quanto prima, che mi faceva un enorme piacere passare del tempo con lei, anche perché in effetti non ho in programma nessuna alternativa quest’estate (ma quest’ultimo è un pensiero che ho tenuto per me). Ecco il momento giusto, ho pensato dopo il nostro congedo, tra qualche giorno la raggiungerò e, approfittando del contesto spiaggia-mare-tramonto, le dirò tutto quello che davvero provo per lei. È la volta buona. Lo sento. Questo pensavo, povero coglione. Allora stamattina ho preso lo zaino, ho messo dentro un telo e i due regali che avrei voluto darle, il romanzo Diario di un millennio che fugge di Marco Lodoli e una cassetta assemblata dal sottoscritto con tutta la musica che sto ascoltando in questi giorni, Sonic Youth, Melvins, Siouxie, Pixies, roba del genere, ho fatto una chiamata sul fisso della sua casa al mare, ha risposto Sofia, la sorella gemella, mi ha passato Marta che mi ha detto che era supercontenta di vedermi. Ci siamo dati appuntamento al bar di Lido Silvana per le tre del pomeriggio. E io alle tre del pomeriggio ero al bar, puntuale, dopo aver preso un autobus, da Grottaglie, che in meno di un’ora mi ha portato al mare. Ho aspettato una decina di minuti, sorseggiando una birra Raffo gelata e poi l’ho vista apparire da lontano, già invidiabilmente abbronzata, con addosso un bikini verde fosforescente che donava luce alle sue lunghe gambe e al suo seno perfetto. Mi ha abbracciato e mi ha dato un bacio sulla guancia. Poi mi ha detto di seguirla. E così ho fatto. Lei avanti, a passi solerti, io a cinque metri da lei, con jeans, maglietta, sandali, sulle spalle lo zaino contenente i suoi regali , e nella mano la bottiglia con mezza birra da ingollare. Siamo giunti a pochi metri dalla battigia, laddove su qualche telo posto l’uno accanto all’altro, erano sdraiati tre ragazzi e due ragazze. Uno dei tre ragazzi, non appena ci siamo avvicinati, si è alzato di scatto e si è avvicinato a Marta sorridendole: “Marco, questo è Arturo, un mio compagno di classe. Arturo, questo è Marco, il mio nuovo fidanzato”. Caro diario, c’è bisogno che aggiunga altro?

lunedì 16 settembre 1997, sera
Grottaglie

Il primo giorno del mio ultimo anno di liceo è andato meravigliosamente. Ho deciso di occupare lo stesso posto dello scorso anno. Penultima fila, primo banco a sinistra. Affianco a me, per la prima volta, dopo quattro anni non c’è Marta. In classe sanno del nostro scazzo estivo e quindi ho chiesto a Dario di sedersi al suo posto. Lei ora è in ultima fila, vicino a Livio. Ha sempre bisogno di uno bravo in matematica vicino, altrimenti come fa a copiare, la stronza! E comunque ho deciso di non parlarle per tutto il resto dell’anno. Lei ha provato a chiedermi in tutti i modi le ragioni del mio silenzio, il perché della mia reazione, dopo quel momento fottutamente terribile della presentazione del suo fidanzatino tutto muscoli e zero cervello in spiaggia, con il sottoscritto, immenso coglione, con uno zaino pieno di doni per lei e con mille parole che mi rimbombavano nel petto che avrei voluto dirle. È bello essere con te qui ora, vediamoci questa estate, bla bla bla e poi dopo dieci giorni si fa scortare da un rozzo tarantino del quartiere Tamburi che aveva un costume bianco attillato di una volgarità sconcertante. Andasse affanculo, la stronza, e lei lo sa le ragioni per cui non le parlo e credo si senta in colpa, ma la rabbia è troppa e fa male e quindi quest’anno non voglio che mi si avvicini. Lontana da me! Che accarezzi le mani e tutto quello che vuole a quel troglodita di merda! O no? Cazzo!

lunedì 30 novembre 1998, pomeriggio
Lecce

Sono le prime ore del pomeriggio. Sono qui nella mia camera della Casa dello Studente, seduto sul mio letto. Sulle mie gambe una lettera che mi è stata consegnata un’oretta fa dal portiere. Dovrei studiare le dispense di Glottologia che ha consegnato oggi il professore a lezione. Non riesco a concentrarmi, però. Penso alla lettera, diario. È di Marta. Lei è a Milano. Non sapevo nulla della sua partenza al Nord. Non riesco a capire neanche come abbia fatto ad avere l’indirizzo a cui spedire la lettera. Avrà chiesto a mia madre? A qualche nostro compagno di classe? A Milano, quindi. Si è iscritta a Scienze Politiche. Per tutto lo scorso anno non ci siamo parlati, come sai. Fedele al mio intento non le ho rivolto parole, sguardi, gesti. Nulla di nulla. Sapevo che le cose con Marco procedevano, perché a volte, durante i minuti di ricreazione, sentivo che alcune compagne di classe le chiedevano dettagli sulla loro storia, sui loro sabato sera passati in discoteca o sulle loro domenica pomeriggio passate al centro di Taranto a mangiare gelati e pomiciare sulle panchine di Villa Peripato. Ascoltare quelle parole, seppur per sbaglio, mi faceva male e acuiva, a maggior ragione, la mia voglia di silenzio. Il giorno in cui uscirono i voti degli esami di Maturità la rabbia per il mio 58 venne presto messa in secondo piano dalla notizia che Marta aveva preso 48. Ecco, pensai, se avesse studiato assieme a me, invece di leccare gelati sulle panchine di Taranto! Cos’era la mia? Dopo un anno poteva chiamarsi ancora rabbia? Delusione? Gelosia? Eppure, diario, posso dirti che la lettura di queste parole inaspettate mi ha scosso. È una Marta triste quella che emerge dalla lettera. Dice che odia Milano, odia il tempo grigio, la continua pioggia, la gente fredda e indisponente, dice che ha nostalgia del mare, del caldo, dell’umanità delle persone. Frequenta poco i corsi universitari e passa molto tempo in camera a sottolineare con evidenziatori colorati le fotocopie delle dispense per sostenere i primi esami. No, non è più fidanzata con Marco da fine luglio. Sono stati assieme poco più di un anno. Un’amica in comune le ha confessato che Marco le inviava messaggi poco equivocabili sul telefonino. Marta non ci ha creduto. Ha voluto la prova. Ha voluto leggerli. Gli ha letti. E avrebbe voluto non farlo. Marta è triste perché ha dedicato un anno della sua vita ad un ragazzo che non solo mandava messaggi sconci alle sue amiche, ma che – questo lo ha scoperto dopo – flirtava con altre ragazze di Taranto, mentre lei era a Grottaglie a studiare. Marta è triste perché ha perso la verginità con lui. Pensava fosse quello giusto. Marta è triste e mi chiede scusa, non dice perché, ma dice: “Scusami, Arturo. Non riesco a pensare di vivere la mia vita senza più sentirti. Ho bisogno di parlarti. In questo momento così buio e confuso della mia vita, mi mancano le tue parole. Quindi, ti prego, ti chiedo di scrivermi e di ricominciare da zero. Non buttiamo per sempre quello che abbiamo costruito. Aspetto una tua lettera. Raccontami di te. Ricuciamo ciò che quest’ultimo anno ha strappato. Un bacio. Marta”. Ecco, diario, io non so cosa fare, non so cosa intende lei con ricominciare da zero, costruire, ricucire, so solo che queste parole mi confondono e per le prossime ore col cazzo che avrò la forza di studiare Glottologia.

giovedì 23 dicembre 1999, notte
Grottaglie

E’ accaduto.
Quello che avrei voluto accadesse qualche anno fa, si è concretizzato oggi, in questa fredda serata prenatalizia. Andiamo con ordine, però. Dopo un anno di lettere, di sms, di telefonate ed e-mail, questa sera io e Marta ci siamo visti. Era dal giorno in cui ci incrociammo di sfuggita dinanzi ai risultati degli esami di Maturità che i nostri corpi non occupavano lo stesso spazio. L’ultimo ricordo che avevo era una Marta piangente sulle spalle di Marilena per il voto conseguito. Anche questa sera ha pianto. Questa volta sulle mie spalle. Ci siamo visti, ci siamo salutati, con poco trasporto, poi abbiamo preso delle birre e le abbiamo bevute sui gradini della Chiesa Madre. Mi ha raccontato gli ultimi mesi della sua vita. Di molti dettagli ero a conoscenza, di altri meno. Ci ha tenuto a raccontarmi per filo e per segno la scansione delle sue giornate. Ci ha tenuto a precisare che la sua è una vita triste, che odia Milano, odia Scienze Politiche, odia i suoi coinquilini e odia anche se stessa. E poi ha iniziato a piangere. E a bere. E a dirmi quanto fosse importante la mia presenza nella sua vita, che mai avrebbe dovuto fidanzarsi con Marco e che avevo fatto bene a non parlarle per oltre un anno, che ora era tutto finito e io c’ero per fortuna, e ha iniziato a stringermi a sé, forte, fortissimo, in maniera asfissiante, tant’è che davvero stavo per perdere il respiro, con la mia bocca e il mio naso attaccati alla sua spalla, un tutt’uno che impediva d’ossigenarmi,e allora le ho detto spostiamoci, andiamo al Bar Commercio, ti offro una grappa, e così ci siamo allontanati e di grappe ne abbiamo bevute tre a testa e lei ha iniziato ad alternare alle lacrime delle strane risate, risate scomposte e rumorose nel bel mezzo del bar, e quindi l’ho presa e messa in macchina per evitar figure di merda a ripetizione e ho fatto un lungo giro attorno al paese oramai deserto vista l’ora e lei ha smesso di piangere e ridere e ha deciso che fosse giunto il momento di farmi un pompino, così, mentre guidavo per stradine contorte del Quartiere delle Ceramiche, ed è divenuta d’improvviso silenziosa e l’ho lasciata fare, ma poi, quando sotto di me la situazione iniziava ad essere interessante, ho deciso di fermarmi nei pressi del Campo Sportivo, ho ribaltato i sedili della Punto grigia di mia madre e ho pensato: “Ok, diamo un senso a questa serata!”. E, diario mio, scopare con Marta è stato stupendo. Ecco, come sai, in questi ultimi anni sono stato a letto con altre ragazze e anche in questo periodo ho i miei impicci con una bella mora di Copertino che studia Biologia, ma nel sesso fatto con Marta c’è stato qualcosa di nuovo. Se dovessi dare un nome a questa nuova cosa, direi disperazione. Marta nel sesso fatto per oltre un’ora in quell’auto era disperata. In quell’incontro di corpi feroce che ci ha visto protagonisti Marta ha dato forma e sostanza alla sua disperazione. Non saprei spiegarlo meglio, eppure rileggendomi so di essere stato nebuloso. Non volermene.

giovedì 10 agosto 2000, sera
Malaga

Sono passati alcuni mesi dalla notte di sesso in auto con Marta. Da allora, come sai, sono nuovamente sparito. Lei ha provato a contattarmi in tutti i modi, lettere, e-mail, chiamate, sms. Ho centinaia di sms pieni di insulti e decine di lettere che alternano immense dichiarazioni d’amore a feroci parole che mi accusano d’ogni malefatta. Marta sta male. Ha bisogno di cure. Mi pare evidente. Sono a Malaga, in vacanza, con Luisa, la mia ragazza. Le ho parlato di Marta. Le ho detto che c’è questa mia compagna di scuola che è impazzita e che io sono una delle sue ossessioni. Luisa è un po’ preoccupata. Le ho detto di stare tranquilla. Mi ha chiesto: “Cosa le hai fatto?”. Le ho risposto: “Nulla che lei non abbia fatto a me”. Quello che mi piace di questa storia con Marta è l’idea di poter esercitare del potere su un’altra persona. Marta sta male e io sto contribuendo al suo dolore. Spero di averle restituito parte del male che ha inflitto a me. Il suo ultimo sms è giunto oggi pomeriggio alle quattro. Ero con Luisa in un Chiringuito sulla spiaggia a sorseggiare un bicchiere di Sangria: QUESTA E’ L’ULTIMA VOLTA CHE TI SCRIVO. SAPPI CHE UN GIORNO CI RIVEDREMO E QUEL GIORNO SARANNO CAZZI TUOI, BASTARDO.

sabato 3 marzo 2007, notte
Roma

Questa sera al Circolo degli Artisti ho incontrato Marta. Sapevo che anche lei, dopo la laurea, si era trasferita a Roma. Gli amici in comune sono tanti e la voce gira. Non la vedevo da quasi sette anni. L’ultima sua comparsa era un sms in cui mi giurava vendetta. Invece non è andata così. Io ero con Cristiano, il mio coinquilino, anche lui originario di Grottaglie. Lei era con sua sorella Sofia. Ci siamo incontrati al bar. Cristiano le ha salutate, io ho accennato un ciao e poi ho ordinato da bere, disinteressandomi della conversazione. Con l’età la sua bellezza non accenna a diminuire. Anzi. Se negli anni del mio innamoramento era una bellissima ragazza, ora è una bellissima donna. Una volta lontani da loro, Cristiano mi aggiorna sui dettagli che è riuscito a captare. Vivono in un appartamento all’Eur. Lavorano entrambe all’Aeroporto di Fiumicino. Marta si occupa di Risorse Umane. Sofia fa la segretaria non ricordo di chi. Sono entrambe single. Anche noi siamo single, dice Cristiano, mi fa l’occhiolino e mi mostra un foglio con i numeri di telefono delle sorelle. So che ha un debole per Sofia da anni. Gli dico che ho già dato, ma che lui è libero di muoversi come meglio crede, e cambio velocemente discorso. Bene, spero solo che sia serena. Per un attimo ho temuto che m’avrebbe tirato un calcio nei coglioni. Non è andata così. Ora vado a dormire. Sono le quattro. Ah, il concerto di Moltheni è stato fantastico!

domenica 6 febbraio 2010, pomeriggio
Roma

Oggi Matilde compie 4 mesi. I giorni passano e tra lavoro, allattamento, pannolini, notti insonni, la vita mia e di Elsa sta divenendo sempre più affannosa. È giusto che sia così ed ogni momento vissuto con la piccola ci ripaga degli sforzi che stiamo facendo. Ti scrivo anche per dirti che oggi su Facebook mi ha chiesto l’amicizia Marta. E poi mi ha scritto un messaggio. Dice che Ginevra, una nostra comune amica di Grottaglie, le ha fatto sapere che sono diventato papà e che voleva farmi gli auguri. Ha detto di essere contenta per me e per la mia moglie/compagna. Ha aggiunto anche che lei ora ha incontrato un uomo fantastico, si chiama Filippo. Ha concluso dicendo di mandarle una foto della bambina, perché è tanto curiosa di vederla. Io le ho risposto che sono felice di sapere che ha incontrato una persona fantastica, che non sono sposato, che la mia compagna si chiama Elsa e ci amiamo tanto, che, sì, le spedirò volentieri una foto della piccola Matilde. Ho spedito il messaggio e ho accettato la sua richiesta d’amicizia. Penso che questa dimensione “adulta” del nostro rapporto non possa nuocere a nessuno. Quantomeno lo spero.

domenica 1 febbraio 2014, sera
Roma

E’ ricomparsa Marta, così, all’improvviso. Dopo alcuni anni in cui ci siamo osservati con distacco sulle rispettive bacheche di Facebook, mi scrive un messaggio alle ore 7:01 del mattino: “Arturo, ci prendiamo un caffè oggi? Ho bisogno di un amico!”. Ho capito che qualcosa era successo. Le ho detto di sì e ci siamo dati appuntamento a un bar in Piazza Zama. Vedendo le sue foto e i suoi status di Facebook mi sembrava una vita serena la sua, ricca di viaggi in posti esotici, luoghi di montagna, bacini con Filippo, sorrisi, yoga, citazione di Herman Hesse e Gabriel Garcia Marquez, cibi biologici e buon gusto nel vestire. A quanto pare Facebook inganna. Nessuna tra i miei quasi 5000 contatti del social network, ad esempio, è a conoscenza di quello che è accorso alla mia vita negli ultimi sei mesi. Ho perso il lavoro in casa editrice, Elsa mi ha sbattuto fuori dalla nostra casa, ho dormito una settimana in stazione fino a quando un mio amico ha tolto un po’ di vecchie cose dal suo sgabuzzino, ci ha messo una brandina e mi ha detto: “Puoi star qui tutto il tempo che ti occorre”. Ora, come sai, diario, ho trovato un nuovo lavoro in una scuola, vedo Matilde due volte a settimana e, ok, con Elsa le cose vanno di male in peggio e non credo torneremo insieme, ma la questione è che dello schifo che si è impossessato della mia vita negli ultimi mesi su Facebook non c’è traccia. Ci sono io che posto foto sorridenti di Matilde, io che posto link alle recensioni di libri che faccio sul mio blog, io che cito DeLillo, Wallace, Siti e Mari. Ecco, quindi perché sorprendermi quando, alle quattro del pomeriggio, Marta è comparsa splendida come sempre e con gli occhi lucidi a dirmi che con Filippo le cose vanno uno schifo, lei è pronta ad andare via da casa perché lui non vuole avere un figlio. Ha 40 anni, ma non se la sente. Vuole vivere tutta la vita come un ragazzino, ma loro si amano e quindi lei non si spiega perché non vuole un figlio. E poi c’è anche il fatto che lei è biologicamente e mentalmente pronta e non è che le restano molti anni per concepire una creatura tutta loro. “Perché Arturo? Perché Filippo non vuole un bambino da me? Non mi ama? Tu che sei un uomo, ti prego, dimmi cosa vi passa per la testa?”. Ecco, cosa mi passava per la testa in quei minuti passati ad ascoltare silente le parole di Marta? Trascorrono gli anni, ma il suo posto nel mondo è sempre così instabile, rincorre un equilibro che le sfugge dannatamente di mano, è alla costante ricerca di conferme che gli altri non possono darle, se prima non le trova in stessa. Le ho detto che trovavo il ragionamento di Filippo corretto. Un uomo non può decidere di divenire padre se non è pronto. Non può farlo solo perché lo chiede la donna che ama. Quello che a Marta non va giù è il fatto che lui possa amarla anche senza l’idea di volere un figlio da lei. È una cosa che la manda in bestia. E quindi o si decide a metterla incinta o è pronta a cambiare aria. Questo è quanto. Dopo un paio d’ore di conversazione, che meglio sarebbe definire monologo, mi ha chiesto: “Come state? E la bimba? Come mai mi siete trasferiti a San Giovanni? Non vi trovavate bene a Monteverde?”. Io non le ho detto la verità, poi, pochi minuti fa, prima di cominciare a scrivere questa pagina, le ho mandato un messaggio su WhatsApp: “Ti ho mentito. Vivo in uno sgabuzzino in via Britannia. Io ed Elsa non stiamo più insieme. Vedo Matilde nel week end. Gli ultimi mesi della mia vita sono stati terribili. Buona notte”. Marta ha visualizzato subito il messaggio, ma non mi ha ancora risposto. Come darle torto.

venerdì 14 marzo 2014, sera
Roma

Oggi pomeriggio mi ha chiamato Marta. Avevo da poco finito i colloqui con i genitori a scuola e stavo bevendo una Ipa al Beer Shop di Daniele, in Piazza Epiro. Aveva una voce gioiosa. Mi ha chiesto se avessi un minuto poiché voleva aggiornarmi sul suo “caso”. Così lo ha chiamato. Mi ha detto che ha iniziato un percorso di terapia con una psicologa bravissima che si chiama Emma e ha 75 anni. La sta aiutando tantissimo a tirar fuori parti di sé che non riusciva a vedere. Mi ha detto che noi abbiamo bisogno di colmare i vuoti. Ha aggiunto anche che se siamo infelici diventiamo compulsivi. Sì, compulsivi. Emma le dà fiducia e questo sta aiutando, di conseguenza, il suo rapporto con Filippo. Hanno ripreso a uscire la sera, ad andare ai cinema, agli aperitivi. fanno tantissimo l’amore, come non capitava da anni. Inoltre, ha detto velocissimamente, dando alle parole lo stesso tono di tutte le altre, non prende più la pillola da un mese quindi se la matematica non è un’opinione tra poco sarebbe giunta la lieta notizia. E questo pensiero le dà un’energia sorprendente. Le ho chiesto: “Filippo lo sa che non prendi la pillola da un mese?”. Mi ha risposto che ovvio che non lo sa, ma è sicura che lui è pazzamente innamorato di lei e una volta incinta s’abituerà all’idea. Si, ha detto proprio così: s’abituerà all’idea. Ah, prima della chiusura della telefonata mi ha chiesto: “Come sta la bambina?”

venerdì 25 aprile 2014, notte
Roma

Anche questa notte non riesco a dormire. Lo so, dovrei continuare a prendere le gocce di Lexotan, ma le ho terminate e ho dimenticato di riprenderle oggi. Sai perché ti sto scrivendo? Indovina chi ho trovato ad aspettarmi all’uscita da scuola? Sì, cazzo, proprio lei: Marta. Era totalmente fuori di sé oggi, non è che le ultime volte abbia dato segni di equilibrio, ma oggi ha toccato vette altissime di nonsense. Ricordi che ti ho scritto che ha smesso di prendere la pillola senza dire niente a Filippo? Son passati quasi tre mesi in cui fanno l’amore almeno 5 volte a settimana e niente, tutto regolare, nessuna bella notizia da urlare al mondo. Quindi lei inizia a sospettare che ci possano essere dei problemi di infertilità da parte di lui. Lei è rimasta incinta a 23 anni, nel periodo in cui non ci sentivamo – mi ha confessato che in quegli anni ha scopato con almeno una cinquantina di ragazzi – , e ha abortito, quindi è sicura che qualora ci siano problemi di infertilità le cause siano legate a Filippo. Quindi ha continuato, mentre dalla scuola ci recavamo al bar più vicino per un caffè: “Questo è la mia settimana fertile, Arturo, e ti prego di considerare quello che ti sto per dire. Forse Filippo non può avere figli, ma tu puoi avere figli perché tu hai una figlia, Arturo, quindi ti prego, pensaci, sono disposta a pagarti, ma scopami e mettimi incinta”. Le ho chiesto di abbassare la voce. Il bar era pieno. Io ero allibito. Settimana fertile. Scopami. Incinta. Cazzo, un po’ di contegno. Ha ripreso il discorso: “Vediamoci domani sera all’Hotel Caravel sulla Cristoforo Colombo. Ho prenotato una stanza per cinque notti. Ci vediamo, scopiamo e andiamo via. Ognuno a casa sua. Ripeto, posso pagarti. Pensaci stanotte e domattina mi dici”. Le uniche parole che ho detto sono state: “Marta, tu sei pazza. Totalmente”. Lei ha risposto: “Quindi ci stai?”. “No, Marta, mi pare una follia”. Mi ha dato un bacio sulla fronte e mi ha detto di pensarci con calma. Doveva scappare poiché aveva la lezione di yoga e non voleva arrivare in ritardo. Aveva bisogno di tutta quell’energia positiva, ha chiosato. È volata via lasciandomi con un caffè freddo e mille pensieri contorti e contradditori. Sono tornato a casa a piedi perché ho pensato che una lunga passeggiata potesse schiarirmi le idee. Mi son detto che forse dovrei bloccarla su Facebook e anche su WhatsApp. Forse dovrei addirittura cambiare numero di telefono. Quale beneficio può darmi la sua presenza nella mia disastrata vita? Diciamocelo chiaramente. Sempre fottutamente concentrata sulla sua esistenza, sulle sue mancanze, sui suoi problemi. E di me si è mai preoccupata? Eppure, nonostante la consapevolezza di ciò che ho appena scritto, caro diario, provo tenerezza per questa donna fragile. C’è qualcosa che ci lega, oggi come vent’anni fa. E questo qualcosa mi spaventa, ma non posso negare che esista. E quindi, ti starai chiedendo? E quindi ora ti lascio perché controllo su Tripadvisor i commenti dei clienti sull’Hotel Caravel, perché io di scopare in un posto di merda non ci penso proprio. Sia chiaro. Buona notte!

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