Giordano Meacci, “The ®Heaven”: racconto uscito sul sesto numero dell’edizione cartacea di Vertigine – settembre 2005

GIORDANO MEACCI

“The ®Heaven”

 

 

 

«[…] non sono i koala ad assomigliare a orsi di stoffa, bensì gli orsetti di stoffa che somigliano ai koala […] proprio perché il primo orso di stoffa fu confezionato ad imitazione di un koala impagliato. L’artigiano che costruì il primo di questi che sono i giocattoli più diffusi del mondo, e colui che per primo scoperse i koala, hanno avuto lo stesso destino: sono entrambi ignoti».

Da Willy Ley, Dall’Unicorno al Mostro di Loch Ness – Un’escursione nella zoologia romantica, [The Lungfish, The Dodo, and The Unicorn, traduzione dall’inglese di Bruno M. Oddera], Bompiani, 1951, p. 471

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Tutti. Arrivati dai luoghi più lontani del pianeta con le loro sante carabattole stipate in valige di coccodrillo, sacche di cuoio piene di amuleti, zaini a tenuta stagna ricolmi di cibi cucinati secondo riti millenari; avvolti da pelli di capra – o finta-capra – firmate Armani o Kenzo, alcuni insaccati nelle loro tuniche, disposti a mostrare più di quanto per altre morali sia umanamente dignitoso mostrare: dita dei piedi – unghie curatissime, colori sgargianti dipinti sul calcare, smalti naturali, fibre preziose e profumate; tutti pronti a lasciarsi guardare, con i lineamenti tesi per lo sforzo di non rivelarsi minimamente accondiscendenti alla volontà di piacere. Abiti immacolati, broccati pesanti, gessati blu siglati da cravatte fantasia su viso rubizzo e capillari, sparsi sul naso come torrenti su una carta topografica a colori: un cosmo variegato di stoffe in movimento e di pelle, gocce di sudore, rughe che si scavano da sé alveoli casuali sulle fronti, capelli svolazzanti nei mulinelli invisibili tra le correnti d’aria. Cuori di palma, ostie consacrate, noci di cocco: solo alcune delle scorte che vengono mentalmente fatte brillare in bisacce pressurizzate, contenitori in lega plastica sperimentale appositamente preparati per «l’occasione».

Pieni di carichi e zavorre, tutti si trovano nel gran piazzale alberato in attesa di un annuncio dalla collana di altoparlanti: la voce dall’alto, il coretto in fiamme in grado di segnare l’inizio della loro reclusione spontanea. Sua Santità Benedetto XVI, il figlio migliore di Marktl am Inn, sicuro di non essere visto, tira fuori da una tasca segreta della veste – un pertugio cucito appena al di sotto della manica talare – un pacchetto di Pall Mall e un accendino. La telecamera 229, mossa dalla regia per le prove tecniche senza nastro, inquadra in primissimo piano una schermaglia di chiavi su cui campeggia, in parallelo alla linea liquida del gas, la scritta dorata in hoc signo vinces.

 

«Il muso del koala sembra improntato a un’eterna espressione di dolce stupore, che si alterna talora a espressioni fuggitive di dignità offesa o di cogitabonda meditazione».

Ivi, p. 474

 

L’idea era venuta a Bernard Gindre, l’imprenditore francese che nel 2005 aveva reso tangibile (e redditizio), in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù Cattolica a Colonia, il suo sogno di evangelizzazione telefonica: un servizio di sms a richiesta per ricevere, quotidianamente, versetti del vangelo, massime papali, precetti morali e preghiere direttamente sul display dei propri telefonini. Un’iniziativa che gli aveva poi permesso, negli anni successivi, di creare una società di telecomunicazioni in proprio: la Vox Christi Telecom (con sede sociale in Via della Conciliazione e Rete satellitare privata). Ed era proprio nel corso del consiglio di amministrazione del febbraio 2008 che era saltata fuori la possibilità di espandere gli interessi della VCT “in direzione televisiva”. Un canale satellitare a pagamento il cui atto ufficiale di apertura programmi sarebbe stato salutato dal «Primo Reality Interreligioso a Eliminazione Diretta Telefonica». Gindre, gli occhi spiritati dei santi e degli eretici meno avveduti, le sopracciglia aggrottate betlemmescamente come se al di sopra della traccia desertica e incerta dell’attaccatura dei capelli volteggiasse una stella cometa di cartone e lustrini, aveva rivelato le sue intenzioni a un ristretto gruppo di accoliti entusiasti. Contattare i leader massimi di tutte le religioni del mondo e proporgli una partecipazione “attiva e in diretta” alla discussione necessaria su “quale fosse la religione più vicina alla Verità”: la squadra che, nella finale del Giorno di Giudizio, avrebbe assistito alla Parata dalla Tribuna d’Onore, in prima fila, godendosi l’assolo di tromba con la certezza piena della propria salvezza di serie a. “The ®Heaven”: questo il nome trovato da una stagista dopo nove ore di strenua tempesta cerebrale: il giusto internazionalismo, assonanze letterarie esorcizzate: la possibilità di mettere un sigillo finale – legalmente registrato – sul Vero Paradiso Venturo. Bernard Gindre, colmo di ringraziamenti, l’aveva baciata in fronte sentendosi insieme felice ed esausto.

Il luogo deputato venne identificato con l’Australia sudorientale, ai margini del Gran Deserto Vittoria: un immenso studio televisivo a cielo aperto in grado di accogliere e “bonariamente isolare” le anime più sante del globo. Renzo Piano, assoldato dalla VCT, si fece scenografo per un giorno, immaginando uno spazio circolare circondato da bungalow – tempietti di paglia e legno pregiato (tek, ebano intarsiato) – in cui le sacre teste pensanti avrebbero potuto trovare un adeguato accomodamento. All’interno del circolo (un immenso pavimento in plexiglass su cui disegnare ecumeniche riproduzioni delle carte geografiche di Ibn Battuta, “come traccia di storicismo sincretico”), il palco per le disquisizioni mirate, un maxischermo per i collegamenti esterni, decine di sfere trasparenti di “sospensione” – vere e proprie bolle d’isolamento per i concorrenti a rischio di eliminazione, dopo il voto del pubblico; celle sferiche tenute da gru come palle di un albero di Natale sdraiato. Il tutto disseminato ad arte nel cerchio, piccoli mondi ricreati secondo le esigenze di format.

La primavera del 2008 era poi servita per colloqui riservati, contatti discreti, proposte ventilate a mezzabocca e progetti schematici di contratti in esclusiva e liberatorie “a offerta libera”.

I primi e più entusiasti partecipanti furono Kim Simmons della Bible Church (fiero di mostrare a un pubblico planetario la propria collezione di cravatte verde ramarro e il diploma conferitogli dal Dallas Theological Seminary); e il reverendo Sun Myung Moon (a patto che Gindre gli garantisse una diaria di 200.000 dollari al giorno e, forzando le proprie conoscenze italiane, il rinnovo del contratto con la fiat per la produzione del modello «Siena» in Corea del Nord). Jacques Videvànt, da poco nominato portavoce delle istanze raeliane dallo stesso Claude Vorilhon (spossato dai sempre più frequenti viaggi psichici nel pianeta degli elohim, ormai organizzati a cadenza settimanale), si dichiarò dispostissimo ad accettare l’invito, “purché i soldi offerti alla Chiesa di Rael non fossero meno di quelli dati a Scientology”. Il Dalai Lama, Sua Santità Tenzin Gyatso, trovò molto buffo il progetto e si dichiarò “onorato di accettare, anche a nome di tutte le sue precedenti incarnazioni”. Per il pope di Mosca Alessio II si trattò solo di verificare la possibilità di un numero sufficiente di armadi per i propri, ineludibili, paramenti sacri e una quota-bagaglio superiore al consueto. Dapprincipio nicchiante e poi definitivamente persuaso, l’ayatollah Mesbah Yadzi vide nel programma un modo come un altro per “combattere il Grande Satana dall’interno”; proponendo tra le righe, in sostanza, il primo caso di Possessione Omeopatica a ritroso nella storia delle religioni monoteistiche. Insomma tutti, chi più chi meno, si sentirono addosso le dita puntate della divinità: ognuno di loro si propose a sé stesso come il campione prescelto, quasi quelle stesse dita nel cielo stessero semplicemente crocchiando per poi trovarsi più dinamiche, al momento giusto, nella scelta telecomandata del canale.

Unica defezione – e però di assoluto rilievo – fu quella del rabbino capo d’Israele Yona Metzger, inconciliabilmente refrattario a qualsiasi “messa in scena della fede”. “Forte tra l’altro come sono”, rispose sorridendo allo stesso Gindre che gli aveva telefonato di persona, dopo il terzo rifiuto, “della convinzione di non avere bisogno di raggiungere Adonai e i suoi figli via etere. Visto che, comunque, Lui abita a Gerusalemme. Poco lontano da casa mia”.

Ultimo contrattista SS Benedetto, che aveva aspettato le decisioni degli altri concorrenti, prima di un sì definitivo. dogmatico e infallibile che arrivò, alla fine, a pochi giorni dall’inizio della trasmissione, confortato dalla rinuncia preliminare dei fratelli maggiori.

Dalla Sua Sacra Stanza frontelago di Castel Gandolfo, l’anima ghignante del vecchio cardinale imbiancato annunciò la sua scelta al fratello, monsignor Georg Ratzinger: l’immancabile famiglia portatile del pontefice. Dalla poltrona papale, il gatto persiano accarezzato con pochi gesti studiati, l’espressione di Adolfo Celi in Thunderball, Sua Santità espirò una lunga nube grigia di cubano, meticolosamente trascelto dalla scorta-regalo offerta al suo predecessore: una fumata risolutrice che mise a dura prova le coronarie stanche di suo fratello Georg. “Accipio Onus”, disse Benedetto, già rivolgendosi a una platea intercontinentale. Frase al tempo stesso storica e privata cui monsignor Ratzinger replicò con un cianotico guttgutt d’intesa.

 

«Taluni esperti hanno prospettato l’ipotesi che la parola koala possa voler dire ‘che non beve’, e, anche se l’interpretazione è inesatta, resta il fatto che l’animale, in effetti, non beve. Il koala non beve letteralmente mai; se si decide a farlo, l’allevatore sa di possedere un animale moribondo. Ogni volta che si è visto un koala bere dell’acqua, lo si è trovato morto dopo qualche giorno».

Ivi, p. 473

 

Alla fine della prima settimana c’era stata un’eliminazione in massa di cinquanta differenti credi religiosi. Ventidue soltanto tra quelli indiani, incagliatisi in una lotta fratricida tra culti che aveva visto trionfare dalla riva ipocrita dell’attesa le altre religioni. “Escluso di lusso a sorpresa”, s’era lasciato scappare il presentatore: Edward Luttwak, ben lieto di accollarsi la responsabilità del programma in séguito alla richiesta esplicita di Gendre – e però comunque endemicamente incapace di garantire una pur minima imparzialità di facciata. “Escluso di lusso a sorpresa”, aveva mormorato a cinque continenti e a oltre tre miliardi e mezzo di contatti il volto contrito di Luttwak, “il reverendo Simmons della Bible Church”. Simmons era rimasto vittima di uno scontro infrasettimanale con Mesbah Yadzi. Fiero sostenitore di Bush e convinto che l’imam iraniano (suo vicino di bungalow per improvvida decisione autoriale) avrebbe di lì a poco attentato alla sua vita di fronte a due terzi del pianeta, il reverendo texano si era nottetempo dedicato all’inchiodatura della porta dell’imam, in modo da escluderlo – a sua detta – dalle “attività dialogiche del mattino dopo” e costringerlo al ritiro per “inadempienza contrattuale”. Immediatamente scovato dalle telecamere 765 e 437, il reverendo Simmons aveva giustificato il suo operato come “tattica dialogica preventiva”, replicando alle rimostranze della produzione: “non è espressamente scritto nel regolamento del programma che uno dei leader non possa inchiodare dall’esterno la porta di un bungalow”. Così, la decisione era stata demandata al pubblico, che aveva giustiziato il reverendo Simmons con un invio schiacciante di sms dall’Iran e dall’Arabia Saudita. Tanto che, dopo un breve periodo di “congelamento riflessivo” nella sua personale sfera trasparente sospesa, Simmons era stato allontanato definitivamente da “The ®Heaven”.

Per tutta la settimana il tempo dei santi leader era stato battuto dal ritmo incessante del verbo televisivo; con l’eccezione del contrattempo simmonsiano e di due episodi “piuttosto incresciosi”. Nel corso della terza giornata, il reverendo Moon era riuscito in un solo colpo nell’eliminazione imprevista di Videvànt e di Henriette Bourdon, la portavoce di Scientology. Accortosi immediatamente della scintilla scoccata tra i due, li aveva convinti a sposarsi in diretta secondo il proprio rito; con conseguente abbandono delle due rispettive filosofie e lo sfogo in diretta di Videvànt, che ammise pubblicamente di non avere mai creduto “davvero che i peli corporei fossero antenne interplanetarie per comunicare con gli elhoim”. E il quinto giorno: quando – rispondendo a una domanda degli spettatori “estratta a sorte” dal computer tra tutte quelle arrivate per posta elettronica – si consumarono le fughe volontarie dal programma di Alce Rissoso, capo spirituale sioux, e del pope Alessio II. «Perché così tanti tra voi portano ridicoli cappelli?», era la domanda di Ikiru Shozu, Kyoto, Giappone. Immediatamente tradotta in varie lingue attraverso l’elaboratissima rete di microfoni-auricolari di cui i leader erano forniti, la domanda di Ikiru Shozu trovò una prima risposta per bocca di Alce Rissoso. “Lo facciamo per essere degni di Wakan-Tanka”. Subito rimbalzato in lingua russa, il nome di Wakan-Tanka aveva fatto sbuffare di riso Alessio II, irritando oltremodo il capo sioux, che venne frenato prima del gesto inconsulto che stava per compiere dal corpo in caduta di Luttwak. Con inevitabile lancio rituale del microfono e abbandono disgustato. Non pensando all’inevitabilità della traduzione, Sua Santità Benedetto XVI s’era lasciato sfuggire, in latino, “proprio tu ti permetti di ridere, con quel catafalco in testa”: innescando così una reazione nervosa di Alessio II: grida, insulti, rinnovo e ratifica orale dell’antico scisma, dimissioni dal programma: sue e di tutto il suo guardaroba. Episodi incresciosi, davvero: ma nulla che la produzione non fosse in grado di sanare. Gli abbandoni violenti erano previsti sin dall’inizio: ed erano tutti al servizio degli indici d’ascolto, come da preventivo illuminato. Ascolti che definire solo record era, davvero, una bestemmia.

 

«Un’altra cosa che il koala non fa mai è quella di sudare. […] Poiché non suda, il koala dà sempre l’impressione di una pulizia straordinaria; non manda quel particolare odore che hanno i cani bagnati, ma ha invece un dolce profumo, anche se talora assai intenso, di olio d’eucalipto».

Ivi, p. 473

 

Il 6 luglio 2008, però, a dieci giorni dall’inizio di “The ®Heaven”, una notizia scosse prima l’Australia poi il mondo intero, costringendo il popolo globalizzato dei telespettatori a un brusco cambio di canale. Quel giorno di luglio cominciò – o, perlomeno: da quel momento ci si rese conto di quello che stava accadendo – la Grande migrazione di massa dei Koala. Come fossero stati attratti da un richiamo speciale e inequivocabile, Koala del Nord e Koala del Sud si raccolsero prima in due gruppi distinti (uno nel Territorio Settentrionale, presso Halls Creek; l’altro nel Nuovo Galles del Sud, nei dintorni di Cunnamulla) e poi cominciarono insieme il loro esodo magico e – all’apparenza – inspiegabile: puntando, da direzioni più o meno opposte, verso lo stesso obiettivo finale: il vertice di un triangolo rovesciato approssimativamente indicabile nella Grande Baia Australiana. Il set di “The ®Heaven” era esattamente in linea con il cammino intrapreso dal gruppo meridionale.

Gli zoologi di tutto il mondo cominciarono le loro analisi del fenomeno sbraitando contro l’inquinamento, il riscaldamento dovuto all’effetto serra, “il progressivo disinteresse per le piante di eucalipto” – unico cibo dei koala. Ci si concentrò su mappature della flora vecchie di decenni, per studiare la distribuzione dei boschi di eucalipto e confrontarla con i rilevamenti fotografici satellitari più recenti. E mentre gli scienziati discutevano, le televisioni del pianeta accelerarono i trasferimenti in loco di troupe, reporter agguerriti, anchormen increduli: tutto per documentare quell’inverosimile marcia forzata di centinaia di migliaia di koala. Un doppio corteo che da sud-sudest e da nord-nordovest si dirigeva a tappe forzate – venne calcolata una velocità inverosimile di spostamento, per dei koala – verso l’ultimo mare meridionale d’Australia.

La disposizione dei koala era identica in tutte e due le sfilate: un doppio cordone di esemplari maschi adulti non permetteva l’avvicinamento di nessuno, da una parte e dall’altra del corteo: e se cameramen o aborigeni dubbiosi si accostavano troppo, nugoli sparsi di servizio d’ordine passavano da uno stato di apparente maratona distratta a repentini – e corali – versi singhiozzanti di avviso; enormi nasi neri puntati e, a quattro a quattro, le unghie delle zampe anteriori mostrate agli invasori con identici gesti stizziti d’avvertimento. Al centro del corteo, le femmine con i cuccioli avvinghiati sulla schiena, i maschi giovani, gruppi di adulti con – incredibile a dirsi, inspiegabile per gli stessi zoologi – minuscole fascine di rami di eucalipto trasportate tra i denti come fossero rose di ballerini di tango. Perché (e fu questo, anche, a intrigare gli spettatori di tutto il mondo) si capì che, di là da qualsiasi plausibilità preconcetta, i koala stavano migrando portandosi scorte di cibo con sé. Per giorni, nonostante gli elicotteri vorticanti lungo il percorso, i cortei di appoggio dei turisti e degli inviati – a debita distanza – da una parte e dall’altra dei camminatori, il mondo intero si limitò a osservare, incantato, l’inaspettata meraviglia di questo prodigio, mentre centinaia di migliaia di koala passavano attraverso piste polverose, tratti di deserto, mainstreet di villaggi di lamiera e fango: un piccolo popolo peloso in marcia che lasciava dietro di sé una scia profumata di eucalipto.

Nell’Occidente dei media, vi fu chi paragonò questa lunga marcia alla pista luminosa dei fantasmi, in Ghostbusters, costretta all’adunanza sulla terrazza di Zull. Alcuni editorialisti cercarono assonanze metaforiche tra i koala e Gandhi; o Mao; vi fu chi scomodò Pirenne e l’ingresso dei barbari nel sud Europa. Ma di là da qualsiasi tentativo di razionalizzazione, ciò che costrinse miliardi di persone a seguire le immagini in diretta gestite dallo zoo land channel fu quel rigore triste e assorto che si coglieva nel viaggio instancabile dei koala: quella determinazione inesausta che stregò il pianeta e lo convinse a trattenere il fiato, in attesa.

La produzione di “The ®Heaven” capì, già dai primi giorni, che i koala sarebbero passati attraverso il set – mantenendo inalterato quel passo di marcia – entro due settimane. E che gli ascolti del programma erano precipitati verso il basso con l’evidenza fumosa e inarrestabile di un grattacielo che crolla. Il Reality era praticamente concluso, e Bernard Gindre pensò esclusivamente a come arginare la catastrofe da abbandono. Oltre alla Vera Fede, per la vct c’era il problema del rapporto tra costi di produzione e contratti di “cessione diritti” non ancora stipulati. La vox christi rischiava una raucedine permanente, se non si fosse corsi ai ripari per tempo. E così il neo-tychoon francese decretò un accanimento terapeutico fino all’arrivo del corteo; e poi l’eutanasia di un’evacuazione forzata, in diretta: il cui record di ascolti gli venne garantito da un patto stipulato con lo zoo land channel, che – previo accordo di fusione con la neonata vct-tv – accettò di cedere 24 ore di esclusiva al fedelissimo Gindre. Il mondo avrebbe assistito al passaggio dei koala attraverso “The ®Heaven” ormai evacuato. Il popolo peloso a quattro zampe sulle carte di Ibn Battuta.

 

«Poiché il koala si nutre unicamente di foglie di eucaliptus e talora di corteccia giovane, il suo apparato intestinale è assai sviluppato e la natura ha ritenuto, a quanto sembra,che un intestino di lunghezza normale non avrebbe potuto eseguire il difficile compito di estrarre dalle foglie nutrimento a sufficienza. Per questa ragione il koala è munito della più lunga appendice intestinale del regno animale […]».

Ivi, p. 474

 

Sono andati via in elicottero, in jeep, in pullman attrezzatissimi e condizionati. Ognuno con la propria sporta indispensabile “d’emergenza”: perché, per dare un’impressione di catastrofismo morbido, l’evacuazione dei leader religiosi dal set è stata rappresentata come “improvvisa” e “dovuta a motivi di sicurezza preventiva”. Nel vedere Sua Santità Benedetto aspirare la sua Pall Mall in primo piano, salendo sulla papamobile, il rabbino Yona Metzger ha sorriso. Dallo scranno moscovita del suo salotto, Alessio II si è passato le mani sulla barba con una carezza di rivalsa. All’espressione indignata di Mesbah Yadzi, Kim Simmons ha risposto dal Texas con un accenno mugugnato di godblessammèrica. Stanno arrivando. Le telecamere fisse inquadrano la pianura e rendono ottusamente conto del corteo che supera la linea di confine tra l’Australia e “The ®Heaven”. Ogni tanto lo sguardo di alcuni koala si sposta sul set intorno, colpito da qualche particolare incatalogabile: ma sempre con la stesso stupore interrogativo con cui, durante la marcia, si sono rivolti ai nasi camusi di aborigeni sull’attenti, a qualche lamiera ondulata che brillava al sole, al movimento confuso e leggero dei rotolacampo; non c’è un fremito aggiunto, nella loro meraviglia indagatrice: tutto continua a essere solo mondo che si muove. La telecamera 131 indugia sul primissimo piano di un cucciolo di koala, proprio mentre quel punto del corteo passa davanti alla prima linea di gru con le bolle sospese. Ed è ora che una bestemmia in inglese avvolge il silenzio ovattato della cabina di regia, a Perth. Le sfere trasparenti sono state poggiate delicatamente a terra attraverso un comando generale di abbassamento-gru, prima dell’evacuazione. Ma, incredibilmente, ci si è dimenticati di avvisare Sua Santità Tensin Gyatso; che infatti – la telecamera 132 lo inquadra, mentre l’onda d’urto dello stupore produce un’ola sonora di oooh in tre miliardi e mezzo di spettatori – sta seraficamente meditando, a occhi chiusi, seduto, all’interno della sua bolla privata. Dal corteo che sfila si stacca un giovane koala, passa attraverso il cordone degli adulti e si avvicina alla sfera del quattordicesimo Dalai Lama. Mentre a Perth uomini maledicono uomini per la decisione di gestire la regia via satellite, il koala ticchetta con le unghie della zampa sulla parete trasparente. Tensin Gyatso non se ne accorge, e continua il suo cammino interiore verso trascendenze insindacabili. Ma ecco che – deviazione dal noto verso l’ignoto etologico dei marsupiali – il koala struscia, delicatamente, il proprio enorme naso sulla parete della sfera. Ed è per quel fruscio, probabilmente, che Sua Santità apre gli occhi, si distrae dalla meditazione; e si trova davanti il muso ewokiano e inconfondibile del koala. Tende la mano, sorridendo, in direzione del naso nero che gli si muove davanti, oscillando. Il koala ripete lo stesso gesto; e poggia la sua zampa sul plexiglass, in corrispondenza del palmo schiacciato di Sua Santità. Dall’impianto di aerazione interno alla bolla trasparente, a Tensin Gyatso arriva un profumo di eucalipto che, per un istante, un secondo eterno e velocissimo, gli ricorda l’infanzia della sua terra perduta. Ma neanche lui saprebbe spiegarsi perché.

 

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