Gaia Manzini, Mostri: racconto apparso sul numero gennaio-marzo 2010 di Nuovi Argomenti

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MOSTRI

di Gaia Manzini

Il divano dei nonni è un orizzonte collinare: tutto gobbe e avvallamenti. 
Dentro c’è un puzzo rappreso che l’estate spinge fuori pesante. Ci avvolge. 
Io e Augusto non riusciamo a muoverci per tutto il giorno. Guardiamo e riguardiamo il dvd de I Goonies.

Il lago se ne sta in fondo al prato oltre la staccionata, so che è là, lo sento anche se sono in casa e non lo vedo. È una piccola bocca, aperta verso il cielo. C’è un salice che fa colare i rami dentro le sue fauci, piano, e ogni mattina mi sveglio pensando che quell’albero non ci sia più, immaginando che durante la notte il lago se lo sia finalmente inghiottito. 
Non possiamo uscire, così ha detto il nonno. 
Il giorno che nostra madre ci ha lasciato qui, nella casa di campagna dei nonni, sospirava alla finestra della sua infanzia. “Non ho mai visto posto più bello!” diceva.
Mamma è una donna strana, piena di lacrime, soprattutto quando guarda Augusto (a volte penso che dentro di lei ci sia solo acqua, e forse è per questo che non ha mai sete), ma davanti a quell’affermazione non me la sono sentita di offenderla. 
Di dirle che il lago minuscolo è una bocca piena di saliva, sullo sfondo sgranato d’un film di paura.

Augusto, mio fratello maggiore, non riesce a dire il suo nome. A essere sinceri, non riesce a fare un sacco di cose. Ha braccia e gambe d’un burattino, l’andatura d’una mantide. Ha dieci anni e le sillabe inciampano dentro la sua bocca, non trovano via d’uscita.  

Augusto è anche il nome del nonno. Lui però riesce a pronunciarlo bene, per quanto la “s” gli fischi nella dentiera. 
‘Sto, dice mio fratello. Come ti chiami? ‘Sto, risponde. 
A quelli che non capiscono: ‘Sto, ‘Sto, ‘Sto! 
È un rap: batte la terra, con un senso del ritmo di cui non lo credevo capace.

Il Mostro del Lago. Hulk. L’Uomo Lucertola. Mangiapietre. Il Grande Slimer. Lo Squalo. Li ho visti al laghetto. Ci sono andato da solo perché Augusto aveva paura. Anch’io ho paura, ma è quello il bello. Andiamo là di nascosto, gli ho detto, e lui a scosso la testa così forte che pensavo riuscisse a torcersela di centottanta gradi. 
Si è rimesso a guardare I Goonies, ancora, anche se so che tra un po’ prenderà a buttare il capoccione indietro, contro il muro, a ripetizione, come il batacchio di una campana, e non smetterà fino al mio ritorno.

La piccola riva è una cicatrice melmosa e marrone. 
Gli altri bambini giocano con i loro mostri, si tendono agguati usando una specie di dosso terroso che c’è oltre il salice. Lì è rimasta una pozzanghera sudicia e brulicante di insetti, piena di erbacce, fradice come banchi di alghe.
Loro neanche mi vedono, non si presentano. È come se non esistessi. 
E’ in atto uno scontro all’ultimo sangue tra mostri di alto livello. Lascio il lago proprio quando l’Uomo Lucertola prende l’abbrivio dal dosso terroso e spicca un salto incredibile, famelico.

Dico ad Augusto: “Sloth…, c’hai presente Sloth?” 
Serra la bocca, la fa piccola come una camera ad aria. 
’Sto, mi risponde con la fronte corrucciata. 
No, Sloth. 
‘Sto, ‘Sto, ‘Sto … 
Ok, va bene, ‘Sto.

La faccia dell’Uomo Lucertola è come una merenda schiacciata. 
Lo Squalo urla. Hulk è a bocca aperta. Mangiapietre batte le mani. Tutti battono le mani. ANCORA! 
Mio fratello Augusto ha capito alla perfezione.
Si erge dal dosso terroso come un gigante di fango. In contro luce è fatto di pece, le alghe sembrano suoi naturali prolungamenti, è una macchia nera, mostruosa, sul punto di liquefarsi. Squassa le braccia all’aria come ha visto a fare a Sloth dei Goonies.
‘Sto! Grida. 
D’un tratto sono fiero di mio fratello.
‘Sto! È sicuro come un imperatore. Non c’è lettera che incespichi goffamente nella sua bocca.

Improvvisamente, là in mezzo agli altri, mi è sembrato come un dio.

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