Nicola Lagioia, La ferocia (Einaudi, 2014): recensione

1964967_10152729434628363_2503158727034857753_n

La ferocia, tutto ciò che ci resta
di Rossano Astremo

Lagioia è tornato. Ogni volta, per il sempre più nutrito gruppo di suoi lettori, il suo ritorno è evento ben accolto. Sono passati quasi tre lustri dal suo esordio. Era il 2001 e con quello che poi sarebbe divenuto il suo datore di lavoro, la casa editrice minimum fax, pubblicò “Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi)”. “Occidente per principianti” nel 2004, “Riportando tutto a casa” nel 2009, e ora, da poco più di due settimane nelle librerie, “La ferocia” – edito, come i precedenti due da Einaudi – sono i successivi tre romanzi firmati dallo scrittore di Bari. Cosa è cambiato dall’incipit del suo esordio (“Il termine barbaro, fatto discendere dal latino barbarus, quindi dal greco barbaro, utilizzato per indicare gli stranieri, gli oltre confine, e in particolare frigi, parti, persiani, avrebbe in realtà un’origine più antica”) all’excipit del suo ultimo libro (“L’uomo chiuse gli occhi. Era talmente certo della sua fetta di fortuna che scivolò nel sonno e nell’equivoco senza rendersene conto”)? Quattro libri, 1104 pagine, 13 anni. Molto è cambiato, nella sua vita e, come è naturale che sia, nella sua visione del mondo e, infine, come è ancora più naturale che sia, nella creazione dei sui mondi possibili – composti da parole disposte in ordine militaresco all’interno di una rigida gabbia grafica. Nell’esordio c’è la classica storia d’amore tra un ragazzo e una ragazza, con l’unico elemento insolito rappresentato dal fatto che il confidente del protagonista, fra partite a scacchi e tazze di caffè al bar, è Lev Tolstoj. È un Lagioia in questo esordio che, pur agendo all’interno di una fabula canonica, smonta e sovverte i piani narrativi, con l’obiettivo consapevole di distruggere l’affiorare di cliché letterari. La sperimentazione, in questo suo primo esile testo, era di natura contenutistica. Prendo una storia classica e la smonto e la rimonto come più desidero. La infarcisco di citazioni. Faccio il “postmoderno europeo” e in effetti ci riesco. Uno smontaggio e rimontaggio metatestuale di una storia d’amore. Gli anni passano e Nicola cresce. Non solo, cresce la sua consapevolezza di avere tra le mani una materia prima divina, che potrebbe trasformare i suoi trabiccoli di carta in costruzioni solide. Questa materia prima è la lingua italiana. Quello che voglio dire è che, attraverso un costante, meticoloso e mai domo lavoro quotidiano sulla sua scrittura in “La ferocia” Lagioia mostra quanto ancora oggi sia necessario per scrivere un grande romanzo affidarsi alla bellezza, varietà, complessità, della nostra lingua. Dal pluristilismo di Dante alle pirotecnie di Busi, la nostra letteratura ci ha regalato opere che sfruttano pienamente il nostro patrimonio linguistico. Nel racconto dell’ordigno che esplode ineluttabile nella famiglia Salvemini, la morte in circostanze sospette di Clara, secondogenita del ricco palazzinaro Vittorio, ciò che presto, sin dalla prima pagina, sorprende è come la materia delle vicende esistenziali di una famiglia alla deriva sia plasmata attraverso l’utilizzo di scelte lessicali e sintattiche pregevoli, che risultano ancora più altisonanti a causa del fetido abbassamento della qualità media dei titoli italiani che popolano le nostre librerie. Nei 13 anni passati dall’esordio, Lagioia, con sempre maggiore e progressiva consapevolezza, come dimostrato dalle già ottime prove del frenetico “Occidente per principianti” e del pluripremiato “Riportando tutto a casa”, ha compreso che un romanzo per restare nel tempo ha bisogno di una lingua che lo sorregga. Clara sarebbe stata una troia e cocainomane come tante altre, Michele un pazzo e depresso con velleità giornalistiche come molti e Vittorio un palazzinaro che dà il culo ai poteri forti per sotterrare le sue magagne. Clara, Michele, Vittorio e altri personaggi che si muoveranno avanti e indietro nel tempo e nello spazio per fare luce sulle vicende di questa storia sono molto altro, molto meno maschere, molto più prolungamento dei demoni che accompagnano la vita di ciascuno di noi. Sì, come tutti i grandi romanzi – e “La ferocia” è un grande romanzo – questo libro ci riguarda da vicino, parla di noi, racconta le nostre debolezze e le nostre idisiosincrasie, ma per arrivare a tanto, per aver avuto la sfrontatezza di entrare nelle nostre case e dirci quanto le nostre vite non siano monodmensionali, Lagioia ha passato 4 anni a scrivere e scrivere e scrivere e scrivere, fino a quando non ha trovato per ogni frase l’inquadratura perfetta – fatta di grafemi, sillabe, parole, frasi – attraverso cui guardare questo suo (e anche – ora – un po’ nostro) nuovo mondo.

One thought on “Nicola Lagioia, La ferocia (Einaudi, 2014): recensione

Lascia un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...