Intervista a Francesco Dezio


FRANCESCO DEZIO SI RACCONTA
di Rossano Astremo

Francesco Dezio è nato ad Altamura nel 1970 e ha esordito nel 1998 con un racconto pubblicato nell’antologia Sporco al sole. Narratori del sud estremo (Besa). Nel 2004 ha pubblicato con Feltrinelli il romanzo “Nicola Rubino è entrato in fabbrica”, opera che inaugura la stagione della cosiddetta ‘letteratura precaria’. A dieci anni di distanza dal suo importante esordio, è uscita con la casa editrice pugliese Stilo la raccolta di racconti “Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta”. L’autore si racconta su Vertigine.
Quando e perché hai iniziato a scrivere?
Nel ’97 iniziai a collaborare (ovviamente trattavasi di volontariato) per un giornale locale, recensivo i concerti a cui mi capitava di assistere, inoltre tenevo una specie di rubrica in cui vomitavo fiele sulla provincia, con uno pseudonimo. Era l’epoca dei cosiddetti cannibali. Ricordo che in quel periodo sulla breccia c’era pure l’Irvine Welsh di Trainspotting… e i Cannibali come movimento letterario, in Italia. Anni prima avevo avuto un altro assaggio, devastante, di quel che si poteva fare e dire con la letteratura: l’American Psycho di Bret Easton Ellis, uscito per Bompiani nei primi anni ‘90. Fino ad allora ero \stato uno che leggeva moltissimi Stephen King e nel tempo libero fondamentalmente dipingeva (con alle spalle un diploma da tecnico delle industrie meccaniche, qualifica che avrebbe dovuto offrirmi, rapidamente, degli “sbocchi nella vita”)… Per un paio di anni finii a fare il manutentore del gas tra Locorotondo, Alberobello e Martina Franca, dove mi ero nel frattempo trasferito. Tra un turno e l’altro di reperibilità non pagata (non figurava mai in busta paga, ricordo), dipingevo, approfittando del sabato o della domenica mattina, perché soltanto di mattina potevo sfruttare la luce giusta, poi di sera si ripiegava: era la luce del neon nel monolocale a pianterreno a farla da padrona – a siffatte condizioni, persi del tutto la voglia di continuare… quanto alle tele le accatastavo una sull’altra, non ne vendevo manco una e non sapevo più dove metterle. Al contempo, adoravo rifugiarmi nella lettura sempre più (passatempo decisamente più “portabile”, dal momento che ero spesso in giro). Scrissi qualche racconto, imitando lo stile dei cannibali, niente di che. Mi attirava l’idea di misurarmi con la materia immonda, ricordare a me stesso quanto immonda fosse la gente che mi circondava e quanto immonda, inutile (di riflesso) fosse pure la mia vita. Scrivere era molto più vantaggioso e non ci si sporcava (almeno così mi parve, da neofita), era sufficiente accendere il computer, aprire word e immaginare, tuttalpiù stampare per bearmi della cagata che avevo scritto, tutto nero su bianco. Poi, un giorno andai a trovare l’amico nel suo studio di grafico (il quartier generale del giornale locale); notai che mi mise in mano una cartolina, faceva riferimento ad una casa editrice pugliese di cui non avevo mai sentito parlare, Besa Editore. Mi disse, questo concorso secondo me fa al caso tuo, perché non partecipi? La girai dall’altra parte e lessi pure quel che c’era scritto sul retro: Ma ci siete o no, narratori del Sud Estremo? Sembra proprio di no. Non ci siete. Eppure voi nati nel sud estremo dopo il ’70 ne avete viste di cose che loro umani non potrebbero immaginarsi. Perciò Book Brothers vi sfida. Scrivete ora. O tacete per sempre. Beh, come resistere a quella provocazione?; inviai loro tre racconti tra i meno indecenti della collezione e il bello è che mi scelsero, assieme ad altri sette. A curare l’edizione dell’antologia (“Sporco al Sole”), c’era Gaetano Cappelli, Michele Trecca ed Enzo Verrengia. Così è iniziata la mia carriera di scrittore, se così la vogliamo chiamare.
Hai un metodo rigido da rispettare o attendi nel caos della vita l’ispirazione?
Non essendo un “impiegato” della scrittura, né avendo obblighi contrattuali da rispettare, non adotto nessunissimo metodo: attendo che siano gli eventi che accadono intorno a me a parlarmi, a cercarmi. Quando ho il sentore che una storia (che per me deve avere sempre una fondata base reale) meriti di essere raccontata provo ad approcciarla, parto da dei giri di frase, da dei dialoghi, li gonfio, taglio quello che dopo qualche ora o giorno mi fa cagare, riscrivo e così via; se il risultato “tiene”, vado avanti, sennò metto da parte, cerco di comprendere se posso riutilizzarlo o devo eliminarlo del tutto dalla narrazione. Ci torno nuovamente quando ho voglia, tempo dopo. Se mi convince ancora, torno a Riscrivere, a Riscrivere ancora e così via, finché non giungo ad un risultato che mi può apparire convincente o mi rendo invece conto che a forza di rimaneggiarla l’ho sfasciata completamente ed è da buttare.
Di cosa non puoi fare a meno mentre ti accingi alla scrittura? Hai qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?
Non posso fare a meno di circondarmi dei libri che mi piacciono. Li impilo sulla scrivania, che già è di per sé stretta, ed è disordinatissima. Ad esempio, ora è possibile trovare: varie tipologie di volantini e brochure, una valanga di monetine da uno, due e cinque centesimi (utili almeno per quando vado a fare metano), righelli che le ditte danno in omaggio ai clienti, uno stecco in legno dei gelati Magnum, appunti presi su ogni tipo di foglietto che mi capita a tiro, fazzolettini. La pila intanto cresce, magari perché sono riuscito ad acquistare nuovi titoli che mi piacciono, mi è già sufficiente sapere che sono lì per sentir fluire in me lo stimolo alla scrittura. Altre volte (ma non sempre) è la musica ad acuire i sensi e l’ispirazione (che tento di far durare fino a che non chiudo tutto, per riprendere quando ho nuovamente tempo e voglia, insomma, la musica non mi deconcentra ed è varia, possibilmente non italiana).
Scrivere ha migliorato o peggiorato il tuo percorso di vita? In altre parole, credi che la letteratura ti abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i tuoi desideri?
Scrivere mi ha riscattato dall’essere un semplice operaio, un semplice impiegato, un semplice numero qualsiasi; aver pubblicato per un grande editore mi ha offerto la possibilità di arrivare ad un grande pubblico (con l’editore Feltrinelli più che la promozione, la stampa, per quella che è l’impressione mia, poté la distribuzione, la diffusione sul territorio) il che mi ha dato la conferma che non si trattava solo di velleità e che avevo qualcosa di forte e necessario da esprimere, degno di esser letto anche da altri – questa è la mia più grande gioia; per il resto, scrivere non ha dato alcuna svolta al mio vivere concreto, non è stata (e non è) una buona fonte di guadagno (meno che mai ai giorni nostri)… son dovuto tornare a fare altro per sopravvivere. Questo “fare altro” (per conto dei privati), al contempo, non mi ha consentito di risolvermi sul piano esistenziale (soddisfazioni prossime allo zero) e di sussistenza materiale (lo stesso), mi ha anche parecchio limitato sul piano creativo, direi che da quel punto di vista è andata proprio a cazzo. Mi sono reso conto di aver inanellato una serie di fallimenti, tutti incentrati su quest’utopistica idea o illusione vana di sussistenza legata al privato (farsi pagare con una certa continuità e per periodi relativamente brevi, da uno a tre mesi massimo, da un soggettone tenutario di “un’impresa” che agisce a scopo di lucro), e sentivo forte il bisogno di tornare a darmi un senso, esclusivamente per amor proprio e che potevo trovarlo ancora attraverso la scrittura, di qui il tentativo di tornare a farmi sentire attraverso dei racconti, riscritti per l’occasione, messaggio che è stato colto da Stilo Editrice che ha voluto pubblicarmeli.
In che modo costruisci i tuoi romanzi? Quali passi segue per arrivare alla stesura finale?
Beh, a dire il vero, ufficialmente, di romanzo ne ho scritto uno solo, meglio, uno solo ho portato a termine. Quella era una vera ossessione che non mi faceva dormire la notte, non riuscivo a sottrarmi, dovevo scrivere a tutti i costi per raccontare in quale inferno ero capitato, che cos’era la fabbrica, che cos’erano diventata la classe operaia oggetto di precarizzazione… nulla di preordinato. In genere funziona così, raccolgo del materiale, sfrutto moltissimo le storie che mi vengono raccontate oralmente, le assumo nella narrazione, provo a trovare nessi e collegamenti e a dare (se ci riesco) uno sviluppo compiuto a tutti questi eventi, giustapposti uno all’altro, in sequenza. Cerco di limare il più possibile le frasi, di rendere vivide le conversazioni e le descrizioni ma evitando di strafare: voglio che il lettore abbia l’impressione che il racconto scaturisca con naturalezza. Sarà anche un classico, ma per me funziona così, cerco di metterci tutto quello che viene da una realtà che conosco, con cui ho a che fare.
Quali sono i libri che ti hanno dato la spinta necessaria per affrontare il mondo della letteratura da scrittore?

Sono stato influenzato (e lo sarò sempre) dalla scrittura di Louis Ferdinand Celine (“Viaggio al Termine della Notte”), dai libri di Bret Easton Ellis (“American Psycho”), dalle “Particelle Elementari” di Houellebecq, dal “Vogliamo Tutto” di Nanni Balestrini, dalla “Vita Agra” di Luciano Bianciardi…
Domandone: il libro che ami di più? E quello che non sei riuscito a finire?
A costo di ripetermi, il “Viaggio” di Celine è il libro in assoluto a cui sono più affezionato. Non sono riuscito a finire Infinite Jest: devo averne letto ¼ del totale e mi sono arenato nella lettura – troppe note, alla fine il gioco mi ha stufato. Me ne spiaccio, vorrei riprovarci, solo non devo essere tentato da altre letture… pure coi “Canti del Caos” di Antonio Moresco ho un conto in sospeso… mi manca tutta la terza parte, che non ho ancora letto! (per farlo dovrei rileggerlo tutto dall’inizio alla fine, cosa che conto sempre di fare).
Cosa ti piace e cosa non ti piace dell’editoria italiana?

Piccola grande media? La prospettiva cambia un bel po’, saltabeccando dall’una all’altra. Più che altro cosa non mi piace… mi diverte di più raccontarti questo. Per l’idea che mi sono fatto, noto che è poco interessata a dar spazio e voce a chi può raccontare (dal vero, nel vero) il popolo italiano. Di come se la passano i borghesi, più o meno, un’idea ce la siamo fatta. Non deficiterebbero gli scrittori a la fosterwallace, italiani, scrittori alla franzen, italiani, alla roth, italiani, il fraseggio a tutti i costi involuto per non apparire banali, tutto al posto giusto, capitoli su capitoli che scorrono l’uno dopo l’altro con interessantissime digressioni di questi campioni di impegno pasoliniano (e pure antipasoliniano, che forse va più di moda, adesso) ed erudizione, di questi tuttologi, esibizionisti della parola: sta di fatto che non mi incantano. Stanno facendo i fighi, mi comunicano questo, leggendoli. Forse anche un sentore di paraculaggine è nell’aria, da tizio a cui è andato tutto liscio nella vita e non può che scrivere, deve scrivere, lo pagano per quello. Ce n’è fin troppi di compitini ineccepibili. Opere spesso ambiziose. Epocali. Che sbaraglieranno la concorrenza (da quei maledetti, insulsi, pigolanti scrittorucoli minimalisti). E non ce ne sarà più per nessuno. Romanzi “mondo” (il loro), rappresentativi di una generazione (la loro). Storie di film-maker, di coppie-bene (radical e pure chic, si diceva una volta) che si aggirano per salotti romani, di scrittori in crisi di ispirazione che scopano su salotti romani. Tali autori li vedo coinvolti in un meccanismo per me scopertamente autoreferenziale: l’élite culturale di questo paese racconta l’élite culturale di questo paese ed è l’unica (o quasi) che ha accesso alla Grande Macchina della Produzione Culturale e ha diritto di cittadinanza alla pubblicazione. Non mi risulta che in Italia ci sia l’equivalente di un Bukowski, di un Irvine Welsh (il primo) o un Bianciardi, per rimanere in Italia (e se ci sono, per favore, fatemelo sapere). A me pare che ci siano poche storie che descrivano, dal di dentro, quella feccia che chiamiamo gente. Vorrei imbattermi in qualcosa di meno perfetto (se perfetta è l’abulia delle parole, la rimasticazione in salsa italica del portato fosterwallaceiano e pure franzeniano nonché rothiano o tottigolliano) ma di più autentico, dove c’è carne e sangue e se quella stessa editoria (la grande, come la media) sia in grado di intercettarlo (o non voglia, per troppa miopia o perché non vuole perdere tempo: vero è che non è facile districarsi, nel mare magnum degli esordienti, di quanti sono in cerca di visibilità televisiva che solo un Xfactor degli scrittori può garantire, non c’è Andrea De Carlo che tenga).
Altro fenomeno piuttosto antipatico (capitato anche a me) è che gli editori (quelli grandi, in particolar modo) non ti danno il tempo di crescere, che già ti hanno dimenticato. Di fatto, essendo stato fermo dieci anni io non ho più un interlocutore… eppure ho pubblicato un romanzo importante, caposaldo della narrativa “precaria” (per quel che vale l’etichetta!), m’hanno antologizzato (e non da morto!), sono pure finito sulla Treccani… vaglielo poi a dire a tutto ‘sto fior fiore di critici e studiosi che mi hanno incensato (a torto o a ragione) che l’Editore Feltrinelli “Nicola Rubino” lo ha spedito al macero, e da un pezzo, pure! Che strana questa condizione, di autore emerso (lo hanno deciso loro, eh!) ed antologizzato (sic!), eppure fantasma. Cazzo, ma non dovrebbe far curriculum l’aver lasciato una qualche traccia nella letteratura italiana (nella vita lavorativa funziona così!)? Dovessi ripropormi ancora “sulla scena”, posto che troverei qualcuno disposto a ricevermi e a darmi udienza, mi toccherebbe bussare a tutte le porte come uno sconosciuto, da esordiente qualsiasi. Con la media (editoria) non ho ancora avuto a che fare e quanto alla piccola [che punta sulla qualità del testo e che non pubblica chiunque (paghi)], per quanto turbolento e difficile sia il momento, deve anche investire (se può, se no è meglio cambiar mestiere) sugli autori in cui crede (se crede), impegnandosi un po’ di più sul piano della distribuzione, caratterizzando in modo più artigianale o artistico (o sperimentale, se vogliamo) le pubblicazioni, per differenziarle dallo stile proprio dei grandi apparati editoriali e far sì che la morte di tutti quegli alberi segati per l’occasione abbia avuto un senso.
Gli e-book ormai stanno diventando una realtà importante nel mondo dei libri. Qual è il tuo rapporto con i libri digitali?
Ne scarico fin troppi. Mi prende sempre un brivido di esaltazione che mi passa presto, dopo averlo caricato sul reader, apro il file, prendo a leggere (non vado oltre le prime pagine, virtuali) senza terminarne uno, salvo testi brevi. Che dire? Sono lì, sono una risorsa, mi mancassero i soldi (perché ne ho davvero pochi) posso sempre affidarmi a quel genere di formato, ma preferisco il cartaceo. Come d’altro canto, non mi entusiasma per niente l’idea di pubblicare in digitale, eviterei.
Il prossimo libro su cui stai pensando o lavorando?
Ho solo degli appunti. Tentativi di narrazione ma vanno raccordati a farne un romanzo o anche una narrazione breve. Se al romanzo non riesco ad arrivare vado avanti coi racconti – modo dignitosissimo di pubblicare, non ne sminuisco l’importanza; meglio dire poche cose ma bene e sempre in modo sentito. Mi taccio, potrei anche non “produrre” più nulla, per quanto la vedrei come una sconfitta personale, perché incompiuto sarebbe il messaggio, quello che vorrei dire ancora, che io so di poter dire.

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