Schifano in Polaroid: di Rossano Astremo

schifano polaroid

Schifano in Polaroid

(Questo è un estratto di un mio vecchio progetto editoriale mai concretizzatosi – “Italia in polaroid” – relativo ad un libro che raccontasse l’Italia attraverso le polaroid che tutte o quasi le famiglie italiane conservano nei propri album fotografici o altrove. Qui ai parla, tra l’altro, di Mario Schifano)

di Rossano Astremo

Robert Frank, Helmut Newton, Robert Rauschenberg, Andy Warhol, Robert Mapplethorpe, sono solo alcuni tra gli artisti che nel secolo scorso hanno utilizzato la Polaroid come mezzo d’espressione. Tra gli italiani, l’artista che più d’ogni altro ha amato le polaroid è stato Mario Schifano. Per Schifano, a differenza degli altri mezzi tecnologici, una polaroid conservava, come l’opera d’arte, il suo carattere di unicum. Schifano privilegiava la Polaroid per la sua istantaneità, che è l’essenza di questo mezzo. In questo mia viaggio alla ricerca di scatti in grado di raccontare il Paese per istanti, avere un’immagine realizzata da Schifano, riuscire a scovarla tra gli album dei suoi amici più intimi, era tra i miei obiettivi. E , devo dire, anche se con fatica, d’esserci riuscito, rivolgendomi ad una donna che aveva incontrato negli ultimi anni della sua vita il pittore romano.
“Ho conosciuto Mario Schifano agli inizi del 1989. Ci ha presentati Franco Piperno”. Siamo nella sede di Rifondazione Comunista, in viale del Policlinico. A parlare è A. , che qui lavora. La conosco da qualche anno. Ci lega la passione per la scrittura e la comune l’origine. Anche lei come me è pugliese. Anche lei, come me, è fuggita dal sud senza più fare ritorno.
“Io allora cercavo un lavoro. Avevo un figlio piccolo. Avevo lasciato Milano e mi ero trasferita a Roma, da poco. Mario mi ha detto che avrebbe potuto darmi una mano. Per più di un anno stetti nella sua casa in via delle Mantellate. Era un loft grande e luminoso. Lui stava tutto il giorno su un soppalco piccolissimo rispetto alla casa. Io lo aiutavo perché stava lavorando alla realizzazione di un archivio delle sue opere. Mario era disordinato e distratto. Abbiamo provato a dare vita a questo sua archivio, mettendo in ordine la mole scomposta di tutti i suoi lavori. Solo che tutte le volte se c’era troppo da pensare, o da ragionare lui si agitava e così tutti i giorni dicevamo che avremmo cominciato il giorno dopo”.
“E quindi di cosa ti occupavi in quella casa?”
“In realtà, aprivo la porta quando suonava il campanello, portavo i caffè, rispondevo al telefono. Se non gli andava di prendere la cornetta gridava da lontano e parlavo per lui, riferendo quello che lui voleva o avrebbe voluto dalle persone. In casa sua ho visto un sacco di gente. Gli piaceva vedere le persone una, massimo due per volte, perché era interessato ad ascoltare cosa avevano da dirgli”.
“Avrai conosciuto tanta gente famosa, immagino”.
“Mi ricordo Fulvio Abbate, Enrico Ghezzi, Achille Bonito Oliva e Ottaviano Del Turco e qualche volta sua moglie Monica”.
Mi piace il modo che A. ha di raccontarsi. È così a suo agio nel ricordare la storia del suo “incontro” con Mario Schifano che mi sembra quasi superfluo il mio “ruolo” di intervistatore. Anche se, di rado, intervengo, per ricondurla sulla dritta via, senza farla deragliare in infiniti rivoli di parole che ci porterebbero a fare notte.
“Scattava molte polaroid all’epoca?”
“Mario aveva sempre il televisore acceso sulla scrivania, alla sua sinistra. Sempre acceso. Ogni tanto, se qualcosa lo colpiva scattava. Una, due, tre. Quanto gli andava. E poi, spesso, disegnava direttamente sopra qualcosa. Un altro modo in cui lo usava era per fotografare suo figlio Marco. Quando il suo bambino era per casa, lo fotografava in continuazione. Lo chiamava, perché lui era raro che si alzasse, e quando Marco si girava a guardarlo gli si avvicinava per fotografarlo. A volte anche da lontano, senza che il bambino lo vedesse. E poi usava la Polaroid per fotografare le persone che andavano a trovarlo. Dopo lo scatto, quando aspettava per lo strappo, faceva ballare la gamba, quel gesto di chi sta aspettando qualcosa. intanto magari si finiva una canna, una sigaretta,era alle prese con un discorso o faceva altro. Si capiva, però, che molta della sua attenzione stava lì, nel risultato della foto. Attenzione che, magari, moriva quando vedeva il risultato. Allora se non gli piaceva, buttava la foto sul tavolo, e se ne dimenticava. quelle che gli piacevano le metteva da una parte, e magari se le riguardava. le faceva vedere anche agli amici che andavano a trovarlo”.
“E questa foto che ho tra le mani?”
“Questo è un autoscatto. È una di quelle foto che ritenne dimenticabile. A me piaceva. Mi piaceva il dettaglio del suo viso ruotato per 45 gradi, con lo sguardo perso e il suo fascinoso neo in primo piano. La presi pochi giorni prima di abbandonare quella casa e dire addio a quella parentesi indimenticabile della mia vita”.
Mi piace immaginarlo, mentre scatta questa foto, seduto al suo tavolo di lavoro, sempre ricolmo di giornali, pennelli, macchine fotografiche e forbici, che scarabocchia, tratteggia, dona e toglie bellezza al suo mondo.
“Io ho smesso di lavorare per lui nel luglio del 1990. Mario non stava bene. Io neanche. Ricordo che quella sera, quando gli dissi che non sarei più tornata perché sia io che lui sapevamo che quella storia dell’archivio non sarebbe mai iniziata, guardava in televisione la semifinale del mondiali di calcio Italia-Argentina”.
“E lui cosa ti disse?”
“Mi disse: ‘E ti sembra questo il momento di rompere il cazzo con questa storia?’ Andai ad abbracciarlo e concluse: ‘Passa a trovarmi ogni tanto. E ora vai via. Fammi guardare sti rigori in pace!’”.

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