La critica italiana e la letteratura beat

Rossano Astremo
La critica italiana e la letteratura beat

Fernanda Pivano è considerata la critica italiana di maggior spessore per quanto riguarda lo studio e la riflessione sulla letteratura americana. Dopo essersi laureata con una tesi sul romanzo Moby Dick di Melville, la sua attenzione venne a concentrarsi sugli autori della Lost Generation, Hemingway, Fitzgerald e Faulkener, sino ad arrivare, alla fine degli anni cinquanta, alla conoscenza degli scrittori beat. Nel 1957, a Parigi, presso la libreria La Hune, la Pivano trovò nella vetrina le novità americane, e in particolar modo soffermò la sua attenzione sul secondo numero della ‘Evergreen Review’, dedicato alla scena di San Francisco, con scritti di Henry Miller, Kenneth Rexroth, Robert Duncan, Lawrence Ferlinghetti, con un racconto di Jack Kerouac e il poema Urlo di Allen Ginsberg incompleto. Alcuni mesi dopo Hannah Josephson, bibliotecaria dell’Accademia americana di Arti e Lettere, spedì alla Pivano Sulla Strada, pubblicato dalla Viking Press di Malcolm Cowley. Il 16 settembre del 1957 la Pivano scrisse per la Mondadori il giudizio editoriale : “Forse è davvero il libro della nuova generazione, certo c’è qualcosa che non si è ancora visto in altri libri nuovi. (…)Può darsi che questo scrittore trentacinquenne diventi il simbolo della nuova generazione (F.PIVANO, C’era una volta un Beat, Roma, Arcana Editrice, 1976, p.9)”. Naturalmente il giudizio editoriale per la Mondadori non mise in evidenza l’emozione della scoperta, la vibrazione della nuova scrittura che la Pivano provò nella lettura del romanzo di Kerouac. Ecco le annotazioni e le sensazioni della Pivano, dopo la lettura di Sulla Strada: “ il nomadismo, l’avventura, l’energia vitale, l’America di Camino Real costeggiate da basse case di mattoni rossi e di grattacieli spogliati di orgoglio nella tenera luce dorata del tramonto, Nuovo Stile di Vita, diseredati senza rivendicazioni e poveri per libera scelta, cafeterias e coffee shops, diners e negozi di vino a buon prezzo, hot dogs e Tokai, giovani pazzi di vivere e inconsapevoli suicidi di una vita troppo stellante e troppo spietata, troppo repressa e troppo ribelle, troppo irrequieta e troppo drammatica, libertà e spazi aperti, irresponsabilità e gioia di vivere, giovinezza vicina e morte lontana; indicazione di vita, descrizione di uomini liberati o che tentano di liberarsi, non più eroi hemingwayani e sfida alla morte combattendo tori o Austriaci o pesci spada, ma gente qualunque che cercava la possibilità di vivere, di capire e di comunicare, cercava che Dio le mostrasse il suo volto: senza definizioni, soltanto con colloqui in una nuova società di comunicazione, di ricerca, di fragili dimensioni non monumentali (F.PIVANO, C’era una volta un Beat cit. , pp. 9-10)”. La Pivano voleva dimostrare come i giovani erano divenuti protagonisti di una nuova scena letteraria: Kerouac rispondeva a un nuovo tipo di libertà, come aveva fatto Hemingway a suo tempo. La nuova libertà era il decondizionamento globale fino all’irresponsabilità: la vita del desiderio sprigionata in un annullamento totale di Super Io o di qualsiasi vincolo o controllo, unica legge l’energia vitale, unico stimolo l’amore della vita, unica realtà l’ansia di sopravvivenza, senza posto per la scalata al potere, per la competizione economica, per la preoccupazione per il futuro. Fu in questo periodo che Fernanda Pivano cominciò a lavorare duramente per far accettare alla cultura conservatrice italiana le opere dei principali esponenti della Beat Generation. Nel 1958 ci furono i primi tentativi di far pubblicare Sulla strada dalla Mondadori, dopo il suo giudizio editoriale pronunciato più di un anno prima. Successivamente scrisse un saggio sugli scrittori beat, affidato a Enzo Paci per la rivista ‘Aut Aut’, uscito nel gennaio 1959 e inviò un articolo alla ‘Stampa’, respinto perché considerato non interessante per i lettori. Il 12 novembre 1959 si tenne una conferenza all’USIS di Roma, dove la Pivano si propose di diffondere l’idea del Nuovo Stile di Vita agli intellettuali italiani. La conferenza venne ripetuta all’USIS di Milano, il 22 gennaio 1960, e anche in questa occasione l’Establishment si dimostrò silenzioso e ostile. Prima di questa conferenza, il 2 gennaio 1960, la Pivano consigliò al suo editore, Mondadori, la pubblicazione di Urlo di Allen Ginsberg, bloccato da un’opzione della Feltrinelli, e, in questa occasione, la scrittrice ebbe l’incarico verbale di tradurlo. Il 26 febbraio 1960 la Pivano ebbe l’incarico di scrivere la prefazione a I sotterranei di Kerouac, la cui traduzione fu effettuata da Luciano Bianciardi, da lui voluta anonima, per le troppe manomissioni editoriali, ritenute inaccettabili. L’edizione italiana del romanzo di Kerouac, I sotterranei, uscì nello stesso anno, per la casa editrice Feltrinelli, con l’introduzione scritta da Henry Miller e la prefazione, come previsto, di Fernanda Pivano. Il 12 marzo 1960 la Pivano inviò una lettera all’editore Monadori, perché bloccasse il Pasto Nudo di Burroughs. L’opzione venne chiesta e Burroughs inviò una lettera alla scrittrice il 19 aprile dello stesso anno, nella quale chiedeva che fosse lei a curare la traduzione del testo, cosa che poi non avvenne, per le solite complicazioni editoriali. Fu sempre per gli stessi problemi di ordine editoriale che l’Antologia proposta il 25 luglio 1960 alla Feltrinelli, chiamata Poesia degli Ultimi Americani, ottenne il via libera solo nel marzo 1964. Nello stesso anno, 1960, ci fu il primo incontro della Pivano con Gregory Corso, invitato dalla rivista ‘Successo’. Ha scritto la Pivano in proposito: “E il marzo 8 AM Gregory Corso sulla porta della mia casa ‘borghese’, a suo perfettissimo agio, ( ‘sono abituato a essere un ospite’), mia ingenuità, nell’offrirgli un breakfast come mi aveva insegnato Dos Passos 1956 nella placida tenuta di Westmoreland, Virginia, con Elizabeth che lavorava tre ore a prepararlo : niente, soltanto un po’ di caffè, e l’unica cosa che voleva io non l’avevo. Ahimè, gli offrii perfino una vasca da bagno perché aveva viaggiato tutta la notte, impossibile fare una gaffe più imperdonabile, e cominciò l’avventura, le giornate fuori del tempo e dello spazio, le cene con Gregory e Chet, le tende sempre tirate per evitare il fastidio della luce del giorno, pranzi alle tre di notte e cene alle quattro di pomeriggio, camerieri sbalorditi a sentir chiedere pastasciutta alle sette del mattino, pianoforte picchiato a tutte le ore, caro vecchissimo Pleyel abituato al Bach della mia infanzia e alla mia musica a modo, devastato per sempre, accordatore sorpreso, ma che cosa ha fatto a questo pianoforte? (F.PIVANO, C’era una volta un Beat, cit., p. 18)”. Dopo la permanenza a Milano, il poeta Corso si spostò a Firenze, presso il pittore Robert Chapman, e successivamente a Venezia, presso il poeta Alan Ansen, dove la Pivano lo raggiunse per avere una mano nella traduzione del suo poema Bomba. Ecco cosa ha scritto la Pivano, dopo la partenza di Corso dalla sua casa di Milano : “Eravamo abituati a intellettuali borghesi che arrivavano con più o meno bei vestiti e cravatte e si sedevano sui divani chiacchierando più o meno facilmente, più o meno presuntuosi, più o meno intelligenti, più o meno colti, ma non erano poi tanto diversi l’uno dall’altro e comunque loro stavano sempre di là e noi stavamo sempre di qua. Ma quando arrivò Gregory Corso fu diverso perché le sue parole, i suoi sguardi, il suo modo di fare ci coinvolgevano in maniera globale e non si riusciva più a restare di qua : o si andava di là, con le parole, con gli orari, coi vestiti, coi cibi, con le pause, coi riposi, con le musiche, insomma con tutto, oppure non c’era maniera di comunicare e neanche di sopravvivere (F.PIVANO, C’era una volta un beat, cit., pag.20)”. Nel 1961, mentre la Pivano usciva da casa di Alice Toklas, compagna di Gertrude Stein, a Parigi, incontrò, per la prima volta Allen Ginsberg, in che passava da rue Mazarin con Gregory Corso e Peter Orlovski. Ginsberg fu molto gentile con la Pivano, che in quel momento stava preparando per la Feltrinelli l’antologia che si sarebbe chiamata Poesia degli Ultimi Americani e per Mondadori la raccolta dello scrittore di Paterson chiamata, su suggerimento dello stesso, Jukebox all’idrogeno. Ginsberg ebbe un ruolo molto importante nelle traduzioni su cui la Pivano stava lavorando, fornendole precise indicazioni sul senso delle sue poesie e annotando su piccoli quaderni spiegazioni e definizioni che risultarono fondamentali per il compimento del lavoro della scrittrice. Ha scritto la Pivano, in riferimento a quel periodo passato insieme : “La sera andavamo per lo più nei caffè, ai Deux Magots se c’era posto o al Flore o dove capitava. Ginsberg era infaticabile. Parlava per lo più di prosodia, o di altri poeti, o dei rapporti tra la sua poesia e quella di altri. Non parlava mai della vita privata sua e dei suoi amici. Una volta gli dissi: ‘Ormai state diventando troppo famosi, bisogna che si sappia come sono andate veramente le cose’ ; e lui mi rispose : bevendo tè in un ristorante arabo : ‘Questo è proprio il momento di inventare tutto’ (F.PIVANO, C’era una volta un Beat cit. , p. 32). Fu lo stesso Ginsberg che fece incontrare alla Pivano Maurice Girodias, l’editore di William Burroughs e di autori considerati dalla critica ufficiale ‘pornografici’, che venivano pubblicati dalla Olympia Press. A quei tempi questi libri parevano soltanto libri pornografici, ma era chiaro che se un editore pubblicava questo tipo di storie così leggibili, così letterarie e così liberatorie, stava facendo a proposito del sesso un’operazione che oggi si direbbe ideologica: stava cercando di rompere con l’accerchiamento sociale della repressione sessuale. Nel 1962 la Pivano si recò all’ospedale di Palo Alto, nei pressi di San Francisco, dove si ricoverò suo marito, il fotografo Ettore Sottsass. Il 10 giugno 1962 la scrittrice si recò a San Francisco, presso la libreria City Lights, dove conobbe lo scrittore e editore di Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti. Il 14 luglio la Pivano venne invitata a cena da Ferlinghetti, dove conobbe altri scrittori che gravitavano attorno l’ambiente della Beat Generation, quali Micheal McClure, il saccente Philip Whalen, che tenne una lettura delle sue poesie, Shig Murao, il commesso della libreria di Ferlinghetti, che venne arrestato in occasione del sequestro di Urlo di Ginsberg, nel 1956. Il 20 luglio, a casa del poeta Whalen, la Pivano conobbe Neal Cassady, il protagonista di Sulla strada. Fu in questa occasione che la scrittrice riuscì ad ottenere da Philip Whalen l’unico manoscritto composto dallo stesso Cassady, che il poeta teneva nascosto in una scatola di cartone della sua casa utilizzata come libreria. Fu proprio grazie all’interesse della Pivano che il manoscritto di Cassady venne pubblicato dalla casa editrice di Ferlinghetti, con il titolo The First Third, e successivamente, grazie ad una sua traduzione, con il titolo di I Vagabondi, dalla Mondadori. Quando la Mondadori smise di servirsi della consulenza della Pivano, decise di passare a lavorare per un’altra casa editrice, la Rizzoli. Consigliò alla casa editrice Junkie di Burroughs, che venne pubblicato con il titolo La scimmia sulla schiena . In quell’occasione Burroughs le mandò un saggio inedito sull’uso dell’apomorfina, che in America non avevano voluto pubblicare, ed inoltre allegò una lettera, nella quale diceva dove fargli avere il compenso per il saggio. Ecco la traduzione della lettera : “Spero di vedere l’edizione italiana di Junkie con la tua introduzione. Quanto al pagamento del saggio sull’apomorfina ti sarei grato se me lo mandassero a Cargo T. Cook, Londra, dove sarò tra breve, possibilmente in sterline o dollari. Sono stato in contatto con Mondadori e dicono che la pubblicazione del Naked Lunch è decisa per la primavera. Quanto alla Soft Machine non so a che punto sono i diritti. Girodias ha agito come mio agente e direi che Rizzoli potrebbe mettersi in contatto con lui. Molte grazie per il tuo interesse al mio lavoro e ai tuoi sforzi molto riusciti di continuare le pubblicazioni in Italia. L’articolo sull’apomorfina, che ho cercato di pubblicare più di un anno fa in America, uscirà per la prima volta in italiano. Coi migliori auguri (F.PIVANO, C’era una volta un Beat cit. , p. 39)”. Mentre la scrittrice era in giro per il mondo, in Italia, il 13 giugno 1961, venne ordinato il sequestro del romanzo di Kerouac, I sotterranei, per oscenità. In occasione del processo, successivo al sequestro del libro, la Pivano, dietro richiesta dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, scrisse a Kerouac per chiedergli una dichiarazione da consegnare al giudice per invocarne la clemenza. Il 5 maggio 1962 Kerouac le rispose : “Cara Nanda, ho mostrato la tua lettera a Barney Rosset editore della Grove Press di cui ho firmato le varie petizioni in difesa di Henry Miller e di Burroughs secondo il Primo Emendamento della Costituzione USA, il diritto di ‘vedere, leggere, e udire’. Ho chiesto a Rosset di scrivere lui quella lettera al giudice italiano che potrai anche usare come nuova prefazione a un’eventuale nuova edizione de I sotterranei. Rosset è molto versato in tutti gli aspetti legali della censura letteraria. Quanto a me sono orgoglioso di essere stato messo al bando finalmente in modo ufficiale perché per tutti questi anni i Comitati di Signore qui in America hanno tolto in silenzio i miei libri dagli scaffali delle biblioteche e perfino dai negozi dei villaggi, non ufficialmente, senza la pubblicità avuta da Miller. E in modo molto più sinistro, direi. Comunque, non ti preoccupare. Non c’è assolutamente pornografia ne I sotterranei, in nessun punto qualcuno stropiccia le mani sulla schiena di qualcuno come accade in milioni di libretti economici in questo momento nelle edicole d’angolo di Milano, come sai. Ciao (F.PIVANO, C’era una volta un Beat cit. , p. 50)”. Infatti il 17 ottobre 1963 il Tribunale di Varese assolse Feltrinelli nel processo di oscenità intentato contro I sotterranei, e il 24 settembre 1964 la Corte d’Appello di Milano confermò la sentenza assolutoria dell’anno precedente. Il 4 marzo 1964 ci fu la consegna dell’antologia Poesia degli Ultimi Americani alla casa editrice, poi presentata il 28 novembre nella libreria Feltrinelli a Milano da Gian Maria Volonté e Anna Nogaro. Prima della presentazione dell’antologia, la Pivano lavorò duramente anche per la correzione delle bozze di Urlo, fortemente richieste dalla Mondadori per la pubblicazione di Jukebox all’idrogeno. Ecco come la Pivano riassume questo periodo, per lei, di intenso lavoro : “Le seconde bozze di Howl mi arrivarono nell’agosto 1964 con la richiesta di consegnarle prima di settembre; le corressi nei pochi giorni di riposo che potevo permettermi al mare, inseguendo Ginsberg attraverso tutti i Paesi del Pianeta con lettere con cui chiedevo decisioni definitive. Arrivai in tempo per la consegna; ma ricominciò il silenzio. Poi nacque improvvisamente, come se le poesie fossero state lette per la prima volta allora, il problema della censura. Vittorini me lo prospettò il 16 dicembre 1964, annunciandomi che mi avrebbe mandato le proposte delle omissioni e dei ‘puntini’. Da allora cominciò una bizzarra corrispondenza a base di figa, cazzo, pompini, inculato, fottere, chiavare, ‘b.d.c.’, al posto di buco del culo e simili, dove gli elenchi di queste ‘espressioni vernacolari’erano preceduti da un solenne ‘Gentile Signora’ e concluse da un formale ‘Molti cari saluti’ (F.PIVANO, C’era una volta un Beat cit. , p. 56)”.La Pivano ottenne da Ginsberg il permesso a qualche ‘puntino’, ma su alcune omissioni fu irremovibile. L’ultima azione di Ginsberg fu una serie di lettere autografe in bella calligrafia, una all’agente letterario Eric Linder del 5 agosto, una a Giuseppe Ungaretti del 6 agosto, per sollecitare un intervento di solidarietà, e una a Mondadori, sempre nell’agosto del 1965. Ecco la traduzione della lettera a Mondadori : “Caro Mr.Mondadori, grazie della sua lettera del 15 Marzo 1965.Ho viaggiato in Messico Havana Praga Mosca Varsavia Cracovia Praga Londra Parigi New York dal principio dell’anno e ho ricevuto e letto la Sua lettera soltanto la settimana scorsa. Mi scuso di non averle risposto prima. Sono stato molto spiacente per le omissioni e i cambiamenti suggeriti alla Signora Pivano dai curatori della Mondadori non soltanto perché ne sarebbero riuscite eliminate senza alcuna traccia alcune parole colloquiali o sarebbero state latinizzate in modo da turbare la forza rozza della dizione moderna, ma anche perché sarebbe stato eliminato un testo-paragrafo cruciale di Kaddish. Ho lasciato la decisione nelle mani di Nanda Pivano perché ha lavorato così a lungo, così intensamente, con tanto amore e tanta attenzione alla traduzione del testo. Desidero lasciare la decisione definitiva nelle sue mani perché dopo tutto questo libro è forse più suo che mio o Suo. La signora Pivano e io siamo stati in corrispondenza. Abbiamo elaborato una formula che forse soddisferà tutti. Nei casi di parole la cui pubblicazione in Italia causerebbe la censura di tutto il libro sarebbe un compromesso saggio stampare la prima lettera italiana col resto delle lettere indicate da un numero appropriato di puntini. Il testo inglese resterà come Lei dice completo. Lei non parla di tagli di alcun paragrafo di Kaddish e ne desumo, come ho già detto, che non è necessario farli. Comunque non potrei accettarli perché distruggerebbero un momento cruciale della lunga poesia. Voglio dire creerebbero una grossa mancanza. Se il compromesso suddetto ( cioè per esempio: c….) è accettabile e i Suoi curatori e la Signora Pivano riescono a giungere a una lista ragionevole e non eccessiva di parole da trattare in questo modo, non hanno da esserci ulteriori indugi per la pubblicazione del libro. Sarei molto lieto se tutto il nostro lavoro finisse e le poesie diventassero accessibili ai lettori italiani (F.PIVANO, C’era una volta un Beat cit. , p. 58)”.L’avventura della raccolta di poesie di Allen Ginsberg, Jukebox all’idrogeno, iniziata il 2 gennaio 1960, si concluse il 4 gennaio 1966, quando la Pivano dedicò una copia del libro a Elio Vittorini, che in quegli anni era uno dei principali collaboratori della Mondadori e che con forza si oppose alla prosodia oscena di alcune poesie dello scrittore americano. Intanto il libro iniziò a essere venduto e a raccogliere i primi assensi tra gli esponenti della cultura italiana. Nel gennaio 1966 la Pivano ricevette una lettera da Angelo Pezzana, il quale le scrisse che aveva molto amato Jukebox all’idrogeno e gli aveva dedicato parte della vetrina della sua Libreria Hellas a Torino. Lentamente la libreria si specializzò nell’underground americano e, infatti, fu lì che la Pivano andò a presentare Jukebox all’idrogeno, davanti a una folla di ragazzi, e fu lì che l’anno successivo Allen Ginsberg tenne il suo reading di poesie. Nel febbraio dello stesso anno ci fu la presentazione del libro a Napoli, nella libreria di Mario Guida, diretta da Pellegrino Sarno, con la presenza, oltre che di Fernanda Pivano, anche del poeta Giuseppe Ungaretti. Ha scritto, ricordando questo incontro, la Pivano : “Il 12 febbraio 1966 Giuseppe Ungaretti con la generosità e la pazienza che gli erano caratteristiche venne apposta da Roma a Napoli per aiutarmi a introdurre al pubblico italiano la poesia di Allen Ginsberg. Lesse qualche poesia con quella sua voce trivellante, incalzante, appassionata, appassionante dalla quale siamo stati conquistati in molti. Non era giovane nella biologia del suo corpo ma era più giovane di noi nella freschezza del suo spirito. Passò alcune ore con la calma della saggezza a rispondere a giovani poeti seduti per terra intorno alla sua poltrona e mostrò di sapere più cose di Ginsberg, lui che si accostava al poeta per la prima volta, di quanto ostentavano di sapere i tenutari della critica ufficiale. Non dimenticherò mai la grazia con cui questo vecchio poeta acclamato rese omaggio senza risentimenti e senza paure a un giovane poeta in via di affermazione (F.PIVANO, C’era una volta un Beat cit. , p. 73)”. Nel luglio del 1966 cominciarono presso la casa milanese della Pivano le visite dei ragazzi che avevano letto Kerouac, Ginsberg e l’Antologia. Il 26 luglio 1966 ci fu l’incontro con Poppi Ranchetti, che curava una rivista di poesie intitolata I lunghi piedi dell’uomo, e Antonio Mariani, che nello stesso periodo, aveva fondato il Beatnik Clan. Antonio Mariani, un giovane operaio, faceva il pittore. Si divertiva a fare magliette e sciarpe dove scriveva i pensieri che voleva trasmettere a tutti, senza la necessità di parlare. Una delle sue magliette preferite aveva la scritta sulla schiena : ‘Io porto la zazzera per protesta contro il conformismo che opprime l’attuale società perciò viva i beats’ ; e sul davanti aveva la scritta verticale ‘beatnik’, affiancata dai nomi Kerouac, Dylan, Burroughs, Ginsberg, Pivano, Baez. I primi giovani ‘compagni’ che arrivarono a casa della Pivano, con la quale tenevano discussioni infinite sulla nuova letteratura, avevano per gli autori letti e per quelle idee e proposte di vita una specie di venerazione fanatica, come altri giovani hanno una specie di venerazione fanatica per cantanti o motociclisti o in generale eroi. La differenza era che le idee questa volta le potevano provare e sperimentare su se stessi e soprattutto le potevano provare fisicamente e psichicamente ogni giorno, ogni minuto, nel confronto della società che li circondava : dalla famiglia allo stato, dal camionista di passaggio alla polizia armata. Il 28 settembre 1966 Jack Kerouac venne a Milano, invitato dalla Mondadori, che gli diede mille dollari per il lancio di Big Sur, scelto a celebrare la collana della Medusa. Kerouac arrivò stanco, affranto e venne accolto in casa della Pivano. Portò con sé ansia e disperazione, indomita volontà di non lasciarsi sconfiggere e amore irresistibile per la vita, ribellione a qualsiasi sforzo condizionante e nostalgia per la giovinezza insidiata dagli anni. Come avvenne con Gregory Corso, fece calare la casa ‘borghese’ della scrittrice italiana in un magma fuori del tempo e dello spazio. Dove c’era lui non c’era posto per l’Establishment. L’Establishment confusamente lo capiva o inconsciamente lo intuiva e reagiva emarginandolo, senza sapere che in realtà era Kerouac che lo emarginava. Ecco come la Pivano ricorda l’incontro con Kerouac: “Aveva un vestito di stoffa grossa, forse tweed, certamente comprato fatto, forse comprato da sua madre senza che lui neanche lo misurasse, e anche la camicia era da proletario americano, e anche le scarpe che non c’entravano niente, tonde lucide, che sembravano di plastica. Era un proletario americano, con grosse mani, la testa semplice e dura, il corpo largo; di tutti quelli che vennero nell’antica casa di via Cappuccio lui forse rimase il più sbagliato, il più fuori posto: un uomo americano che faceva il frenatore nelle ferrovie della sua America e che della sua America conosceva veramente e soprattutto un contatto instabile, forte, ansioso delle strade e della gente sulla strada. Gli facevo dei trucchi, con quel bicchiere che aveva sempre in mano: fingevo di riempirglielo e invece gli versavo soltanto poche gocce di veleno che lo stavo uccidendo. Non se ne accorgeva neanche. L’idea era di avere in mano il bicchiere (F.PIVANO, C’era una volta un Beat cit. , p. 80)”. Luciano Budigna, uno dei responabili della Rai, diede l’incarico alla Pivano di fare un’intervista a Kerouac. Ecco come la scrittrice ricorda tale esperienza : “Alla televisione, dove Luciano Budigna mi chiamò a intervistarlo, ricominciò a recitare il suo personaggio. Cercavo di costringerlo a rispondermi, perché quell’intervista si doveva pur fare; ero sempre più imbarazzata perché le sue risposte erano sempre più slegate dalle mie domande e il personaggio pubblico prendeva sempre di più il sopravvento. Il suo personaggio pubblico, insolente e arrogante, era infinitamente meno vero, e dunque meno gradevole del suo personaggio privato, incerto e disperato. Lavorai due giorni e due notti in televisione con l’aiuto di un tecnico gentilissimo di cui purtroppo non ricordo il nome e che non ringrazierò mai abbastanza: senza di lui non avrei mai potuto presentare a Budigna un’intervista completamente ricucita con frasi coerenti e un discorso che sembrava seguire un filo logico (F.PIVANO, C’era una volta un Beat cit. , p. 82)”. Il 3 ottobre 1966 la Pivano ottenne dalla Feltrinelli l’incarico di curare la parte italiana di Don’t count on me, raccolta di interviste nei vari paesi del mondo per mostrare che i giovani ‘non ne volevano più sapere’. La prima intervista fu effettuata il giorno successivo, 4 ottobre, a Poppi Ranchetti e ai suoi amici, poi il 13 a Vittorio Russo, che aveva appena strappato il passaporto per fare il cittadino del mondo e il 15 a Maurizio Orioli, che dormiva nelle caverne del Castello Sforzesco, senza neanche il sacco a pelo, fragile adolescente rinunciatario, orfano di un architetto di Salsomaggiore. Il lavoro della Pivano rimase inutilizzato, perché il progetto fu accantonato da Feltrinelli. Ecco le riflessioni amare della scrittrice : “Ahimè, accoglienze mai abbastanza stellanti e comunque sempre sbagliate, fiumi di manoscritti da allora, montagne di accoglienze sempre più monolitiche, quante pagine, quanti foglietti magari strappati da quaderni di scuola (quasi sempre scritti a mano con le calligrafie nuove) passarono davanti ai miei occhiali, tutti con l’attesa sicura (mia crescente incertezza) di venir pubblicate da un ‘grande’ editore? Impensabile che l’editore non fosse grande, difficile spiegare il senso della stampa underground, di poesie pubblicate a ciclostile, di volantini anarchici, di racconti trasmessi da smilzi fascicoli come da noi si trasmettevano gli opuscoli partitici, underground americano irripetibile in Italia dove c’erano partiti di Sinistra (legati a testi monumentali e a metodologie storiche) e dunque meglio boicottare un clandestinato politicamente creativo; e comunque le frange minoritarie del sottoproletariato italiano erano troppo esigue e forse non abbastanza creative, forse terrorizzate dalla monumentalità dei testi , dalla storicità delle metodologie : o forse la creatività (anche quella politica) è rara, costa molto coraggio e molta forza e moltissimo isolamento, a parte il fatto che in Italia le frange minoritarie erano di sottocultura e non di sottoproletariato, non erano di gente che si sottraeva alla scuola, rinunciava volontariamente ai privilegi borghesi, ma erano di sottoproletari ansiosi di impadronirsi di quei privilegi, quali che fossero (F.PIVANO, C’era una volta un Beat cit. , p. 83)”. Il primo esempio di stampa underground in Italia fu rappresentato dalla rivista ‘Mondo Beat’, il cui primo numero uscì nel novembre 1966. Quel primo numero fu scritto, quasi tutto, da Renzo Freschi, uno studente che sarebbe diventato una Guardia Rossa, in attesa di organizzare un fiorente commercio di oggetti orientali in un negozio di Milano : la collaborazione intensa a ‘Mondo Beat’ lo portò a prendere parte ad alcuni processi per oltraggio. ‘Mondo Beat’ era diretto da Vittorio di Russo, eroe dell’underground milanese. La stampa dell’Establishment lo definiva pittoresco; era aggressivo, straripante, ma un galantuomo onesto e schietto, che, finita la ‘vague’ dell’underground, riprese la sua attività di pittore e, quando si sposò ed ebbe un figlio, si adattò a fare l’imbianchino. Per il primo numero di ‘Mondo Beat’ la Pivano venne invitata a scrivere l’articolo di fondo che non venne accettato ancora prima che lei l’avesse fatto, nell’insopportabile ipotesi che lo facesse ‘paternalistico’ e non in linea con la loro ‘ideologia’. In realtà, scrive la Pivano : “La mia vita con questo tipo di sottocultura (che in verità era sottoproletariato) d’Italia non fu certo facile e non si dovrebbe fare molta fatica a capire perché non fosse facile; non credo neanche il caso di cercare giustificazioni o analisi più o meno sociologiche o sofisticate, dato che io non venivo dal sottoproletariato, non appartenevo alla sottocultura e soprattutto non ho mai cercato di travestirmi da sottoproletaria o da proletaria o da sottocolta. In fondo anche i miei entusiasmi o quelli che furono chiamati i miei fanatismi non erano né per le persone che stavano davanti a me né per quello che mi poteva succedere intorno ma per quello che persone ed eventi, parole e canzoni, costumi e fallimenti potevano significare nel presente e nel futuro, culturalmente (voglio dire politicamente e sociologicamente) oltre che esistenzialmente. E il mio lavoro non consisteva nel dar manate sulle spalle, neanche nel far fumate di hashish o scopate in tenda, ma consisteva nel capire e trasmettere (quando ne ero capace) i significati politici e sociologici, le speranze e anche le delusioni e i disastri esistenziali delle energie generazionali che mi circondavano. Ma lo scarto tra hardware e software, che oggi si chiamerebbe tra prassi e teoria, non c’è dubbio, è sempre stato molto faticoso, pericoloso, e difficile da riempire. Continua ad esserlo ancora adesso e mi tocca vivere in questo scarto cercando in permanenza equilibri molto sottili, relazioni molto sotterranee, comunicazioni molto esoteriche. Il mio hardware, la mia immagine di intellettuale borghese, riusciva quasi insopportabile ai ragazzi che pagavano così caro per averne una ‘liberata’; ma il mio software, la mia speranza e la mia fiducia in un mondo liberato, era così incalzante che alla fine ci ritrovammo tutti abbracciati contro ‘gli altri’, quelli che non avevano dicotomie tra software e hardware nella loro solida esistenza, quelli che le dicotomie le avevano annullate nell’accettazione di tutte le condizioni imposte dai grandi giochi dell’Establishment (F.PIVANO, C’era una volta un Beat cit. , p. 98)”. Il 1967 cominciò per la Pivano con una grossa festa nella sua casa milanese in via Manzoni, in compagnia di molti ragazzi, ansiosi di leggere le loro poesie. Il 21 gennaio 1967 la Pivano partecipò ad un reading di poesie a Lissone, nella falegnameria di Renzo Brugola, con ragazzi venuti da tutte le parti, con polizia senza uniforme onnipresente. Tutto andò bene fino a quando Maurizio Orioli aggredì il leader di Onda Verde e il reading terminò e quella fu una nuova conferma del fatto che la Pivano aveva perso gran parte del suo entusiasmo, che per gli scrittori del nostro underground gli ego-trips erano più importanti della poesia e l’ideologia partitica stava diventando più importante della politica libertaria. Nonostante questa sfiducia nei confronti degli scrittori emergenti dell’underground italiano, la Pivano presentò il 6 febbraio dello stesso anno, alla Feltrinelli, il piano delle Edizioni di Libreria dei manoscritti a lei pervenuti dall’ottobre 1966 al febbraio 1967. In questa collana dovevano uscire volumetti di poesie da vendere a bassissimo prezzo, reso possibile dal fatto che sarebbero stati venduti soltanto nelle Librerie Feltrinelli, evitando in questo modo le spese di distribuzione. Di quelle edizioni uscirono soltanto i primi due volumi, I denti cariati e la patria di Antonio Infantino, e l’Antologia del Beatnick’s Clan di Monza. Mentre rimasero impubblicati i piccoli volumi di Poppi Ranchetti, Sui cessi rotti della guerra, di Carlo Silvestro, Poesie quasi d’amore, di Pier Franco Mercenaro, I giardini di asfalto, e di tanti altri giovani poeti, determinando l’ennesima disillusione di una donna che tanto ha creduto nella possibilità di percezione e diffusione di una nuova letteratura decondizionata, espressione del nuovo ‘sentire libero’. Dopo un suo viaggio in Oriente, la Pivano, tornata in Italia, incontrò il poeta Allen Ginsberg. Allen Ginsberg arrivò a Roma alle 11 di mattina del 5 luglio 1967. Il 6 luglio partecipò a Spoleto al reading di Giuseppe Ungaretti, per il quale provava stima e amicizia. Si erano incontrati a New York, dove Ungaretti aveva partecipato a una festa, durante la quale si raccolsero oggetti personali per una vendita di beneficenza destinata a un gruppo di poveri poeti. Ungaretti, con lo spirito da ragazzo, che lo accompagnò fino alla fine, offrì un pelo del suo pube. Ginsberg celebrò il gesto di Ungaretti con un verso che chiese alla Pivano di aggiungere in Jukebox all’idrogeno. Il verso è presente nella poesia Sulla tomba di Apollinaire: “Huidobro dimenticato nell’oceano ossuto Ungaretti / memore del bianco pelo pubico (A.GINSBERG, Jukebox all’Idrogeno. Parma, Guanda, p. 297)”. Huidobro, poeta e amico di Apollinaire, morì giovanissimo e Ginsberg per contrasto gli accosta il vecchio poeta italiano, vissuto così a lungo da poter offrire peli bianchi. L’8 luglio Ginsberg, sempre a Spoleto, tenne il suo reading. Durante il reading erano disposte su un tavolo nella sala d’ingresso del teatro le copie ciclostilate delle traduzioni italiane delle poesie che venivano lette in lingua originale. Le poesie, per la maggior parte pubblicate nella raccolta Planet News, uscita in Italia nel volume Mantra del Re di Maggio erano : Messaggio 2°, Una caffetteria in Varsavia, Kral Majales, Con chi essere gentile, Portland Colosseum, Primo party da Ken Kesey con gli Angeli dell’Inferno, Uptown N.Y., Al corpo. Un appuntato dei Carabinieri per alleviare la noia del servizio, nell’atrio del teatro, sfogliò il fascicolo ciclostilato e si soffermò su questo brano : “Un sogno! Non voglio star solo! / Voglio sapere d’essere amato! / Voglio l’orgia della nostra carne, orgia / di tutti gli occhi contenti, orgia dell’anima / che bacia e benedice il suo corpo / cresciuto mortale, / orgia di tenerezza sotto il collo, orgia di / gentilezza alla coscia e alla vagina / desideri a mani piene / all’uccello, piacere preso in / bocca e in culo, piacere ricambiato / fino all’ultimo respiro (F.PIVANO, C’era una volta un Beat cit. , p. 113)”. L’appuntato si insospettì, telefonò ai suoi superiori, mentre Ginsberg leggeva in un teatro straripante di pubblico e salmodiava i suoi mantra facendosi accompagnare all’armonium dalla Pivano, e alla fine del reading arrestò il poeta. Il 9 luglio, dopo una serata e mezza nottata, passata in Commissariato con la Pivano Ginsberg fu rilasciato e offrì un mazzetto di fiori all’appuntato che lo aveva denunciato all’Autorità di Spoleto. Ginsberg voleva vedere tutto e, durante il viaggio in Italia, con energia instancabile, si cacciava in ogni luogo, andando alla ricerca di chiese, musei, campanili, e rivisitando o precisando cose già viste o memorie di libri sfogliati nelle biblioteche di New York o della California. Il 20 settembre 1967 Ginsberg andò a leggere le sue poesie alla Libreria Hellas di Torino. Angelo Pezzana, proprietario con la sorella Carla della Libreria, ospitò il poeta nella sua villa in collina. Il pubblico di quella sera fu un pubblico da Beatles o da Rolling Stones: la piazza era gremita e le camionette della polizia, per la verità non chiamate da nessuno, si muovevano con molta fatica. L’editore italiano non collaborò alle spese e fu Angelo Pezzana stesso a mettere di sua iniziativa l’annuncio dell’avvenimento sui quotidiani cittadini. Il 23 ci fu l’incontro a Rapallo tra Ginsberg e Ezra Pound, che ascoltò esterefatto la salmodia dei mantra con accompagnamento di armonium del giovane poeta. La Pivano, con il marito Sottsass, portò i due poeti a Portofino, dove Pound rispondeva a tutte le domande che gli venivano poste con un secco ‘no’, tranne quando gli venne chiesto se voleva ritornare a casa. Poi ci fu il ritorno a Milano, nella casa milanese della scrittrice, dove Ginsberg incontrò alti esponenti della nostra cultura: il 26 settembre Quasimodo, il 27 Eco e Filippini, il 29 Antonioni. Il 30 ci fu la partenza per Napoli per il reading alla Villa Pignatelli, organizzata dalla Libreria di Mario Guida, con i ragazzi arrampicati sulle statue, sotto gli occhi del direttore terrorizzato, l’automobile sollevata da terra come una volta si portavano a mano le carrozze. Ginsberg dovette improvvisamente ritornare in America, dove si stava organizzando la Marcia della Pace su Whashington, proprio nello stesso periodo in cui la Pivano era in ospedale perché operata per una colica epatica. La Pivano considerò la partenza di Ginsberg come la fine di una stagione della sua vita. La fine di questa stagione coincise anche con la pubblicazione di una rivista ‘Pianeta Fresco’, alla quale lo stesso Allen Ginsberg, durante la sua permanenza in Italia lavorò duramente. L’idea di questa rivista venne alla Pivano quando, nella primavera del 1967, giunse tra le sue mani un numero del ‘San Francisco Oracle’, con la fotografia di copertina che conteneva Timothy Leary, il padre delle droghe chimiche, Allen Ginsberg, Alan Watts e Gary Snyder, dei quali venne pubblicato il ‘Dialogo di Sausolito’, dove si chiarivano le posizioni ideologiche e esistenziali dei quattro personaggi emblematici in un momento cruciale della storia generazionale del costume americano. L’aspetto più rivoluzionario di questa rivista fu la grafica, catalizzatrice e stimolatrice di creatività latenti, ma ansiosi di prendere forma. La grafica della rivista ‘San Francisco Oracle’, come sarebbe stata quella di ‘Pianeta Fresco’, si rifaceva a immagini eclettiche di civiltà figurative antiche e recenti, legate ad avventure dello spirito (come quella indiana) o del preraffaelitismo o della magia o della favola o del sogno o della metafisica. Tuttavia ‘Pianeta Fresco’ era diverso dal ‘San Francisco Oracle’, perché anche nella grafica le origini Mitteleuropee e la discendenza dei movimenti dell’Avanguardia storica moderna non si riuscivano a rinnegare totalmente. Non fosse altro perché il materiale iconografico a disposizione era certamente molto diverso da quello a disposizione in California nelle biblioteche e dagli antiquari, che avevano alle spalle un’archeologia anglosassone e di fronte, al di là dell’oceano, memorie giapponesi e indiane. Ma, come ha precisato la Piavano : “La rivista era uno shock grafico ma anche il contenuto non scherzava. C’era la poesia Con chi essere gentile di Ginsberg, una delle sue più belle e allora ancora inedita, c’era il Prajna Paramita Sutra, in edizione trilingue (giapponese, inglese, italiana) alla quale lavorammo con Ginsberg quasi un mese, c’erano alcune pagine felici di Giordano Falzoni, alcune pagine profetiche dell’Archizoom, una serie di slogans illustrati e c’era il ‘Dialogo di Sausolito’ tra Alan Watts, Timothy Leary, Allen Ginsberg e Gary Snyder, ricavato dal n.7 del ‘San Francisco Oracle’, uscito nel febbraio, proprio il numero che ci aveva fato ‘capire’ molte cose. Il dialogo lunghissimo, che venne pubblicato in due puntate, era illustrato da composizioni e collages del Capo dei Giardini Ettore Sottsass, al quale si deve, al quale devo, la felicità di questi due numeri di ‘Pianeta Fresco’(F.PIVANO, C’era una volta un Beat cit. , p. 121)”. La penultima pagina del n.1 della rivista ‘Pianeta Fresco’ conteneva l’annuncio degli autofunerali degli Hippies, avvenuto a San Francisco l’8 ottobre 1967. Ecco riportato una parte del testo : “Un gruppo di circa 100 persone si è alzato all’alba per partecipare alla cerimonia funebre. Non appena il sole si è alzato sopra il parco, una buccina medievale ha introdotto le grida: ‘Man, it knows we’re here’, ‘Natural LSD’, e ‘Hey, We’re reborn’. Candele tremolanti erano protese verso il sole mentre un tintinnio di campanelli sottolineava il mormorio della folla che pronunciava un prolungato ‘ommmmm’, l’amen Buddista per la creazione dell’universo. Poi sono stati gettati nel fuoco, acceso sopra l’altura di un parco locale, i simboli del movimento hippie: barbe tagliate, collane e una scatola di marijuana. È stata poi introdotta una bara di legno di pino destinata ad essere il ricettacolo degli ultimi resti dell’hippie, ‘figlio devoto dei mass media’. Nella bara cosparsa di fiori, che è stata orgogliosamente portata nelle strade di hippieland, sono state introdotte camicie psichedeliche, collane, manifesti e altri simboli del movimento, compreso un paio di cartoline precetto. La processione, dopo essersi inginocchiata brevemente al crocicchio di Haight e Ashbury Streets, il centro di hippieland, si è diretta ai resti del Negozio Psichedelico, la mecca del movimento, che ora ha chiuso definitivamente i suoi battenti. La cosa nuova, dicono i partecipanti al funerale, è di essere liberi, in particolare, dalla designazione hippie. Barbe e collane non sono più di moda. Perfino la marijuana non è più di moda. ‘Non occorre drogarsi per essere liberi, occorre soltanto essere se stessi’, ha detto uno dei partecipanti al funerale (F.PIVANO, C’era una volta un Beat cit. , p. 122)”. Non a caso Fernanda Pivano considera chiusa una stagione della sua vita con la pubblicazione della rivista ‘Pianeta Fresco, non a caso il primo numero di questa stessa termina con la celebrazione dei funerali dei ‘Figli dei Fiori’: il clima culturale, nato grazie alla diffusione della letteratura di Kerouac, Ginsberg e Corso, dominato dalla profonda ansia di decondizionamento e di totalizzante libertà, si era trasformato, sul finire degli anni ’60, in nuova sottomissione alle mode e ai costumi, alle droghe, e, come più volte la scrittrice ha sottolineato, nell’affrontare la ricezione italiana del ‘pensiero beat’, alle monolitiche e statiche ideologie politiche. Se C’era una volta un Beat, pubblicato dall’Arcana Editrice nel 1976, rappresenta una sorta di raccolta di pagine di diario, in cui la critica si sofferma sulle difficoltà incontrate presso il mondo dell’editoria per la pubblicazione dei romanzi e delle poesie beat, L’altra America negli anni sessanta , pubblicato dall’Officina Edizioni, in due volumi, tra il 1972 e il 1973, è fondamentale per la diffusione di testi, non appartenenti alla produzione creativa degli scrittori beat (poesie, romanzi) ed essenziali per la ricostruzione della vita e del pensiero degli autori. In questa antologia di testi, sino ad allora inediti presso il pubblico italiano, troviamo un’intervista di Allen Ginsberg e Gregory Corso a William Burroughs, comparsa in America nel ‘Journal for the protection of All Beings’, n.1 del 1961, troviamo un passo tratto dal testo autobiografico The first third di Neal Cassady, uscito sulla rivista ‘City Lights Journal’, n.2 del 1964. Particolare spazio è dedicato all’allargamento dei ‘confini della consapevolezza’ e, in particolar modo, agli esperimenti chimici di Timothy Leary, padre dell’LSD, del quale sono stati tradotti alcuni brani del suo testo Psychedelic Prayers. Il primo volume, dopo l’attenzione riservata agli scrittori della Beat Generation e all’utilizzo delle nuove droghe sintetiche, conclude la sua serie di passi antologici con brani che pongono in risalto la crescita del movimento del ‘Flower Power’. Celebre rimane il testo di Ginsberg, comparso per la prima volta sul ‘The Berkley Barb’, tradotto dalla Pivano per la rivista da lei diretta ‘Pianeta Fresco’, in cui il poeta di Paterson, considerato padre spirituale dei ‘Figli dei Fiori’, espone le sue proposte per la marcia pacifista del 20 novembre 1965, contro la strage dei soldati americani in Vietnam, e in cui si sofferma sulla necessaria abolizione della logica della violenza e sostituzione di gesti, suoni e parole creative. Tutto il secondo volume di L’altra America negli anni sessanta è dedicato alla degenerazioni violenti e politiche di un movimento nato pacifico e apolitico. L’hippie viene politicizzato dando vita alla nascita dell’ Yippie,Youth International Party, fondata da Jerry Rubin e caratterizzata da una ribellione continua e quotidiana contro le strutture restrittive e totalitarie del sistema capitalistico americano. La parte conclusiva del secondo volume del testo è dedicata alla presentazione di testi programmatici del Black Panther Party, nato come tentativo della comunità nera di svincolarsi dalla logica di sottomissione al mondo burocratico e dominatore dei bianchi, attraverso una politica repressiva e violenta, dissacrante e distruttiva. Nello stesso anno, 1972, accanto all’antologia di testi L’altra America negli anni sessanta, curata con la sua solita perizia e attenzione, Fernanda Pivano pubblicò, per l’Arcana Editrice, Beat Hippy Yippie, testo all’interno del quale analizza alcune delle figure più importanti e rappresentative della ‘scena underground americana’. Nel capitolo ‘ È morto Neal Cassady, il protagonista della beat generation’, la scrittrice rievoca con nostalgia il primo incontro con il protagonista di Sulla Strada : “Quando lo incontrai, nel 1962, stava scontando nove mesi di libertà vigilata a Los Gatos, una cittadina a una cinquantine di chilometri da San Francisco dalla quale teoricamente Neal non avrebbe mai dovuto allontanarsi e nella quale aveva ripreso a fare il suo antico mestiere di parcheggiatore. Mi ero messa in testa di ritrovare il manoscritto del suo romanzo. Il Primo Terzo di cui tutti gli amici mi avevano molto parlato e che Ginsberg mi aveva citato nella sua dedica a Urlo; e a forza di rompere le scatole a tutti c’ero riuscita e il manoscritto era saltato fuori da una vecchia scatola di detersivo dove Philip Whalen aveva tenuto alla rinfusa i suoi inediti per i molti anni in cui non ebbe abbastanza denaro per pagarsi l’affitto di una camera, e io portai con me questo manoscritto a Palo Alto e Lawrence Ferlinghetti venne da San Francisco a prenderlo per portarlo con sé a Big Sur e poi lo fece copiare a macchina e ora, sei anni dopo, probabilmente finirà per pubblicarlo. Neal lo aveva chiamato Il primo terzo perché descriveva il primo terzo della sua vita, ma nessuno, e lui meno di tutti, avrebbe mai sospettato che la sua vita sarebbe stata così breve (F.PIVANO, Beat Hippie Yippie, Roma, Arcana Editrice, 1972)”. Questo brano, scritto subito dopo la morte di Cassady, l’8 febbraio 1968, è dominato da toni di tristezza e nostalgia, per un periodo di grande creatività che stava volgendo al termine, portandosi con sé lentamente i suoi protagonisti. Di particolare interesse sono i brani dedicati dalla scrittrice al cantante rock Bob Dylan, incontrato nel dicembre 1965 : “Gli amici mi parlarono di Dylan sul Camper Volkswagen di Ginsberg, mentre andavamo a raggiungere il poeta-cantanta, che quella sera era già a San Francisco, per il concerto dell’indomani. Ogni volta che si suonava Mr. Tambourine Man tutti i ragazzi nel locale lo cantavano in coro, più o meno come i ragazzi del 1957 recitavano in coro i versi di Urlo. Il ritornello dice: ‘Ehi! Mr Tambourine Man / suona una canzone per me / non ho sonno e / non sto andando in nessun posto. / Ehi, Mr Tambourine Man, suona una canzone per me / nella mattina / ti verrò dietro’; e i versi delle strofe, qua e là, dicono: ‘La mia stanchezza mi stupisce / sono inchiodato sui piedi / non ho nessuno da incontrare / e le antiche strade vuote / troppo morte per sognare’, oppure: ‘Ho i sensi denudati / le mani senza presa / i piedi intorpiditi / aspettano solo i tacchi degli stivali / per andare / sono pronto ad andare dovunque , sono pronto a svanire nella mia parata’…I ragazzi ripetevano i versi e Ginsberg mi diceva che quella era la nuova generazione, quello era il nuovo poeta; e mi chiedeva se mi rendevo conto di quale mezzo di diffusione disponesse adesso il ‘messaggio’ grazie a Dylan. Ora, mi diceva, attraverso quei dischi non censurabili, attraverso i jukeboxes e la radio, milioni di persone avrebbero ascoltato la protesta che l’Establishment aveva soffocato fino allora col pretesto della moralità e della censura (F.PIVANO, Beat Hippie Yippie cit. , p. 72)”. La letteratura beat, che ha avuto nella musica jazz nera uno dei suoi motivi ispiratori, è stata, a sua volta, nuova linfa per un gran numero di cantanti rock bianchi, che vedevano nel messaggio dell’ansia di vivere e della suprema ricerca della folle libertà beat un mezzo attraverso il quale raggiungere il ‘miglior mondo possibile’. La seconda parte di Beat Hippy Yippie, dopo l’analisi delle principali figure della cultura beat, si sofferma sulla scena dell’underground europeo, delineando la storia di riviste quali ‘Oz’ e ‘UFO’ e le difficoltà di diffusione legate alla censura limitante e repressiva. Nella terza parte la Pivano si sofferma sul teatro underground, nato dalle stesse esigenze di libera espressione beat, e in particolar modo sull’esperienza del ‘Living Theatre’ di Julian Beck e Judith Malina. Le ultime due parti del testo ritornano su questioni che esulano da esperienze propriamente letterarie per soffermarsi sulla ‘Nuova Sinistra’ americana e sulla politica del ‘Movimento Nero’ volta all’affermazione dei propri diritti, contro la logica razzista dei bianchi dominatori. La figura di Fernanda Pivano è stata fondamentale nell’ambito della diffusione della letteratura beat, sia attraverso la sua opera di scrupolosa traduzione dei testi giunti tra le sue mani, sia attraverso una strenua lotta contro una logica editoriale ancora non pronta, in Italia, a cogliere un messaggio fortemente innovativo e un linguaggio, in alcune occasioni, triviale. I contributi critici riguardanti il periodo storico letterario della Beat Generation in Italia non sono, però, soltanto limitati al lavoro prezioso, assiduo e continuo di Fernanda Pivano, ma lasciano spazio ad altri critici, che studiarono con prezioso acume intellettuale gli scrittori americani del secondo dopoguerra Vito Amoruso, docente di Letteratura Americana all’Università di Bari, pubblicò, nel 1968, un testo fondamentale per la conoscenza delle opere e del pensiero dei principali esponenti della Beat Generation, La letteratura beat americana, presso la casa editrice barese Laterza. Nell’introduzione al testo scrive : “La letteratura critica sulla beat generation è stata sempre, salvo in due o tre casi, caratterizzata e condizionata dalla natura incerta del fenomeno, che letterario veramente non poté mai definirsi e che anzi ebbe la sua origine più certa in un fenomeno di costume di schietto interesse sociologico: ad interessarsi dei giovani ribelli del dopoguerra, mistici, vagabondi, apolitici, emarginati della vita sociale, furono essenzialmente, non a caso, teologi, sociologi, cronachisti di costume, e infine la cronaca scandalistica dei quotidiani, dei settimanali, della televisione. Secondo una buona prassi di ogni civiltà industriale avanzata, le frange più vistose ed eccentriche del corpo sociale venivano isolate all’attenzione generale dei piccoli, medi borghesi, e perciò stesso trasformate da innocuo elemento di contestazione, da marginale ribellione verso le forme – e mai davvero la sostanza – della società-monstre americana, in elemento di colore, oggetto di sarcasmo, vilipendio e morbosa curiosità, ulteriore e clamoroso réclame della ricca, libera, compiaciuta America del benessere che, a metà fra irritazione e preoccupata condiscendenza, prendeva atto di questi suoi bravi figli degeneri V.AMORUSO, La letteratura beat americana, Bari, Laterza, 1968, p. 8)”. Vito Amoruso ritiene non accettabile una simile interpretazione del movimento beat, cerca di porre in secondo piano qualsiasi interesse di ordine sociologico e afferma che l’unico metro di valutazione possibile per una reale comprensione degli scrittori è quello della letteratura. Lo scrittore beat, dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale e l’inizio dei processi di unificazione anonima e disumana della società di massa, vive un profondo senso di frustrazione, di scoramento, di ripiegamento interiore, di assoluto individualismo che, poi, inevitabilmente, diviene scrittura, si fa letteratura. Amoruso, dopo l’introduzione, che chiarifica il sostrato storico e sociale che fa da terreno fertile per la nascita degli scrittori beat, dopo aver sottolineato più volte e a tinte forti il senso di disagio, di vuoto, di fronte ad una società nella quale non si rispecchiano per nulla e che, anzi, proprio per la loro diversità di pensiero li perseguita duramente, come dimostra la caccia alle streghe di McCarthy, analizza la produzione letteraria dei quattro principali esponenti del gruppo : Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs e Gregory Corso. Nell’analisi del gran numero di romanzi composti da Kerouac Amoruso cerca di individuare un elemento comune : “La caratteristica fondamentale di Kerouac, a volerla riassumere qui provvisoriamente, è la funzione peculiare a cui è ridotta la letteratura e, più in particolare, la parola scritta: questa caratteristica è poi rinvenibile, con sfumature e mediazioni diverse, in quasi tutti gli esponenti della beat generation. La letteratura è, insomma, più che un sostituto, un surrogato della vita: la ricalca immediatamente, freneticamente, è strumentalmente piegata a continuare il ritmo, l’anarchico, caotico, avventuroso procedere delle vicende, dei sentimenti dell’esperienza vissuta. Non si esaurisce in se stessa, e neppure è un mezzo per controllare, giudicare e ordinare prospetticamente quello che la vita è stata o ha rappresentato per l’uomo che ha fatto tutti i classici mestieri tipici del noviziato letterario americano prima di scoprirsi scrittore. Non è il pensiero che elucida, spiega e coordina l’azione, il fluire ininterrotto della realtà, ma è, o vuol essere, azione esso stesso, vorrebbe, di essa, senza diaframmi o mediazione alcuna, darne l’illusione, attraverso una prosa che è un rovescio, un ininterrotto e infinito scorrere di sensazioni, ritmi, pensieri, gesti, accadimenti (V.AMORUSO, La letteratura beat americana cit., pag.41)”. Per Amoruso vi è totale identificazione tra la vita e la letteratura in Kerouac. La vita, fatta di continue avventure, di violenti tentativi di fughe, come è evidente da Sulla strada, I vagabondi del dharma, Big Sur, si fa scrittura. Amoruso è da considerarsi uno dei principali studiosi in Italia della prosa di William Burroughs. Ha analizzato con profonda attenzione non solo un romanzo controverso e certamente difficoltoso nella sua struttura semantica quale Pasto Nudo, ma si è anche soffermato sullo studio dei tre romanzi successivi, La morbida macchina, Il biglietto che è esploso e Nova Express, che rappresentano, grazie all’utilizzo della tecnica del cut-up, alcuni degli esiti più estremi e oscuri della prosa del Novecento. L’incomprensibilità dei romanzi di William Burroughs fornisce un preciso messaggio: alla realtà mimetica di Kerouac Burroughs sostituisce la sua realtà deformata, grottesca, generatrice di incubi e portatrice di orrori; alla scrittura logorroica di Kerouac, sostituisce la sua scrittura che si trasforma e diviene, nel suo estremo ermetismo, silenzio. Si tratta, dice Amoruso, di due scrittori che ricercano, nella loro prosa, una fuga dal reale, ma la raggiungono attraverso mezzi diversi. Proprio all’atto di licenziare per la stampa questo libro di Amoruso, uscì, nel dicembre 1968, il numero 29 della rivista ‘Il Verri’, in parte dedicato a Burroughs. Di particolare rilievo l’articolo di Donatella Manganotti, William Burroughs, fondamentale per una conoscenza extra-letteraria dello scrittore originario di St.Louis. Importante è stato anche il lavoro della Manganotti per quanto riguarda la traduzione dei romanzi di Burroughs, che, ad esclusione di La scimmia sulla schiena, pubblicato dalla Rizzoli, sono usciti per la piccola casa editrice di Carnago, la Sugarco. Altrettanto acume critico si è riscontrato, nello stesso numero de ‘Il Verri’, nell’articolo di Aldo Tagliaferri, Da Pasto Nudo a Nova Express, dove il critico non si allontana molto dall’interpretazione di Amoruso, soffermandosi sul progressivo avvicinamento della prosa di Burroughs al silenzio, come unico tentativo di decondizionamento dallo Stato di Polizia e dalla Tecnologia che ci opprime e distrugge. Nell’analisi dell’opera poetica di Allen Ginsberg Vito Amoruso si sofferma sui due poemi di maggior diffusione, Urlo e Kaddish. La componente che Amoruso pone maggiormente in evidenza è la follia di Ginsberg, che diventa la sua arma tagliante attraverso la quale fuggire dal reale e che, grazie alla sua forza assoluta, diviene elemento mistico e ascetico. Gregory Corso, poeta del quale in Italia è stata tradotta una sola raccolta di poesie integralmente, Benzina, diviene per Vito Amoruso il poeta del magico, del fantastico, della vita che diviene gioco, unico modo attraverso cui esorcizzarla. Vito Amoruso non è stato il solo, all’interno del panorama della critica italiana occupatasi della Beat Generation, ad analizzare le strutture narrative e poetiche del gruppo di scrittori, senza lasciarsi andare in discorsi che si complicano di sfumature socio-politiche. Interessante è un libro di Antonio Filippetti, dal titolo Jack Kerouac, uscito nel 1975, per la casa editrice La Nuova Italia. Il primo capitolo, ‘L’esperienza poetica: tra jazz e ascesi mistica’, si sofferma sull’esperienza marginale di Kerouac poeta: “L’esperienza poetica di Jack Kerouac, più che un momento interlocutorio del proprio itinerario intellettuale, appare come una fase precedente a quella narrativa, nel senso, almeno, che essa propone, pur più brevemente, un determinato schema di sviluppo che l’attività del romanziere non fa altro che confermare e ripetere nell’ambito di una ricerca che allo scrittore, sin dall’epoca di Mexico City Blues, doveva sembrar chiara nelle sue motivazioni interne e nei punti di riferimento o confine, anche se poi sarà ampliata a livello romanzesco con un accanimento che si dimostra ora eccessivo e noioso e ora divertente e persino virtuoso A.FILIPPETTI, Jack Kerouac, Firenze, La Nuova Italia, 1971, p. 7)”. Nell’analisi dei principali componimenti tratti da Mexico City Blues, Filippetti sottolinea la continuità tematica con la produzione romanzesca, volontà di fuga, consapevolezza dell’importanza del gruppo, motivo romantico della futilità e vanità dell’esistenza, ma sembra porre in secondo piano virtuosi assoli verbali di Kerouac, che sembrano trasformare la successione di versi in una improvvisata jam sassion jazz. Nessun contributo critico innovativo sembra fornirci nel momento in cui passa ad analizzare lo studio dei romanzi principali dell’autore di Lowell. Nei due capitoli ‘L’avventura narrativa: la vita sulla strada’ e ‘La vita del dharma’ripropone l’analisi, già compiuta da Vito Amoruso, della scrittura di Kerouac, soffermandosi sulla frattura Io-Mondo, Scrittore-Società, che se in Sulla strada si concretizza attraverso una volontà di fuga fisica, ne I vagabondi del dharma l’esperienza della fuga diviene metafisica, frutto della viva esperienza della mistica zen, in un periodo della sua intensa, seppur breve, esistenza. Il testo si conclude sicuramente con un capitolo ‘L’eredità del new cinema e degli youth films’, che rappresenta il contributo più originale del lavoro di Filippetti : “Il linguaggio spontaneo e spesso non rifinito di Kerouac è come sceneggiatura che attende d’essere completata dal gesto, dall’interpretazione dell’attore. In questo senso non si può certo negare che il modello di Kerouac abbia costituito il riscontro più immediato e plausibile con il quale il ‘new cinema’, gli ‘happenings’ teatrali e in genere le arti visive si sono misurati; ma più d’ogni altra cosa ciò che ha alimentato questi confronti è la struttura cinematografica dei personaggi di questo scrittore: il gusto dell’avventura, il piacere ricavato dal perpetuo girovagare da un capo all’altro del continente, la sua baldanza, la presunta ma sempre ostentata indipendenza dalle limitazioni del ‘sistema’ sono tutte componenti che hanno affascinato la nuova cinematografia. E qui il discorso potrebbe anche allargarsi: quando il ‘new cinema’ infatti cederà il proprio posto o si trasformerà a sua volta nell’avanguardia degli ‘youth films’, il retaggio culturale acquisito dall’opera di Kerouac resterà emblematicamente presente e condizionante. Gli esempi in tal senso sono innumerevoli: i vagabondaggi dei protagonisti di Easy Rider, la ricerca del sensazionale dello Stanley di The Magic Garden of Stanley Sweet Heart, la fuga verso i boschi del Nord-Ovest del Bobby Dupea di Five Easy Pieces non potremmo davvero spiegarceli (ovvero situarli) senza riportarli ad una precisa ‘dipendenza’ nei confronti dell’eroe di Kerouac (A.FILIPPETTI, Jack Kerouac cit. , p. 60)”. Ciò che Filippetti ha ottimamente rilevato è che la presenza dello scrittore, nella valutazione dell’attività artistica e intellettuale del ‘new cinema’, deve essere tenuta bene in mente per non fargli torto di togliergli quello che sicuramente e a buon diritto gli spetta e cioè il ruolo di ispiratore della ‘nouvelle vogue’ cinematografica americana, della produzione del ‘new cinema’, prima e degli ‘youth films’ poi. Prima della pubblicazione di questo studio monografico su Jack Kerouac, Antonio Filippetti ha pubblicato, per la casa editrice ERI, nel 1973, il testo I Figli dei Fiori , in momento in cui il movimento dell’hippismo, teso all’ottenimento di una pace totalizzante e del rispetto dei diritti civili ineliminabili tra gli uomini viveva un periodo di offuscamento. Filippetti denuncia apertamente il monopolio capitalistico incontrastato dell’America e il suo potere tecnocratico, cercando di analizzare le ‘controreazioni culturali’, frutto di questa politica totalitaria. Nel capitolo dedicato agli esponenti della Beat Generation, dal titolo ‘Le anticipazioni beat’, i viaggi di Kerouac, il silenzio della prosa di Burroughs, la folle esperienza mistica e liberatoria di Allen Ginsberg, la realtà magica e dal tenue sapore favolistico rappresentata da Corso sono espressioni del desiderio beat di isolamento, interiore ripiegamento in se stessi, che è risposta ad una condizione di vita non accettabile. L’individualismo ‘beat’ viene visto da Filippetti come punto di riferimento essenziale del successivo movimento comunitario della realtà ‘hippy’. Il modello di vita dei ‘Figli dei Fiori’, la loro risposta non violenta ad un clima politico repressivo, le loro droghe, il loro sesso, la loro musica rock lasciano spazio alle degenerazioni politiche del gruppo appartenente allo Yuoth International Party, al movimento delle Pantere Nere e a tutti quei gruppi che, mossi da ideologie monolitiche e discutibili, fanno della violenza uno strumento attraverso il quale raggiungere i loro obiettivi. Ciò che sembra rilevante, considerando i contributi critici degli studiosi italiani, in particolar modo a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, è il particolare interesse che il movimento degli scrittori beat riveste per le successive destabilizzazioni di ordine politico. Un altro autore che sembra muoversi in questa direzione è Mario Maffi, che nel 1972, per la Laterza fa uscire un testo, La cultura underground , interessante perché analizza tutti quei movimenti, nati per la rivendicazione di diritti civili e politici sacrosanti, che si consideravano tutti figli di Kerouac e Ginsberg. La politicizzazione imperante nel clima culturale italiano degli anni settanta è, certamente, la causa che determina l’assenza di testi volti ad un attento studio della letteratura beat, nei suoi aspetti formali e contenutistici, tralasciando facili e, in alcune occasioni, azzardate interpretazioni deformate di carattere sociologico e politico. Gli anni ottanta non ci lasciano alcun contributo critico rilevante degli autori della Beat Generation: una possibile interpretazione può essere ricercata nel fatto che il consumismo e perbenismo presente in Italia in questi anni, che faceva dell’America il suo inevitabile punto di riferimento, non poteva in ogni modo accostarsi ad uno studio oculato e attento di autori che contro quella stessa logica dell’accumulo ad ogni costo si scagliavano con le loro armi più taglienti, rappresentate da versi di poesie e pagine di romanzi. Negli anni novanta si è avuta una nuova ripresa e un nuovo interesse per la letteratura beat. Emanuele Bevilacqua, che lavora nel mondo dell’editoria e del giornalismo, e cultore del ‘mito beat’, ha pubblicato per la casa editrice Theoria, nel 1994, Guida alla Beat Generation , da considerarsi non tanto per il suo acume critico, quanto soprattutto per la linearità e semplicità attraverso la quale presenta la vita e le opere dei principali esponenti del movimento. Più interessante appare il testo pubblicato per la Einaudi, nel 1996, Battuti e Beati, nel quale il critico cerca di presentarci gli scrittori attraverso alcune pagine dei loro stessi scritti. Interessante è una lettera di Neal Cassady, ‘Lettera a Jack Kerouac’, che racconta la sua serata passata con una ragazza incontrata per caso e che rappresenta un testo fondamentale, perché dalla prosa verbosa e infinita di Cassady Kerouac trarrà ispirazione per le sperimentazioni dei suoi romanzi. Fondamentali sono anche due testi di Kerouac, Fondamenti della Prosa Spontanea, pubblicato sulla ‘Black Mountain Review’ nel 1957 e Dottrina e Tecnica della Prosa Moderna, uscito sulla ‘Evergreen Review’ nel 1959, che restano le testimonianze più importanti sulla sua visione della scrittura creativa. Il lavoro di Bevilacqua è interessante perché va oltre le interpretazioni forzate degli scrittori della beat generation e la loro trasformazione in padri e icone di un Movimento Politico che loro totalmente ignorano e fuggono e lascia parlare la loro letteratura : “Ci è sembrato interessante costruire questo ritratto fatto in casa, perché non esiste un ‘manifesto’ dei Beat, perché i Sotterranei non si sono messi lì a teorizzare e a redigere tesi. Hanno vissuto. Il manifesto della generazione beat è costruito con la vita di ciascuno di loro, le lettere e i gesti molto elettrici di Neal Cassady, l’oscillare di Jack Kerouac fra ragione e passione, il potere della poesia di Ginsberg, le lezioni del ‘cattivo maestro’ Burroughs, la purezza di Gregory Corso (E.BEVILACQUA, Battuti e Beati, Torino Einaudi, 1996, pp.7-8)”. Bevilacqua ha aperto la strada verso un nuovo modo di affrontare lo studio degli scrittori beat, uno studio che abbandona mediazioni e interpretazioni ideologiche, lasciando parlare le loro vite, lasciando parlare l’immediatezza della loro scrittura, l’unico mezzo per riuscire a comprendere puramente la grandezza del loro messaggio.

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