Rossano Astremo, Poesie da un taccuino ritrovato

Poesie da un taccuino ritrovato

di Rossano Astremo

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Non ci sono spettri in questa stanza,

ma voci che dicono terrore

s’adagiano tra le mie vene.

C’è persino la carta da parati,

una fantasia così complessa

che frana la parola al volgere del verbo.

Non c’è freddo in questa stanza,

l’aria è sepolta tra tepori artificiali,

eppure nell’intimo batte il ghiaccio,

che il corpo vorrebbe urlare incendio.

Non ci sono rose in questa stanza,

ma anfore di liquori su mensole d’argento:

un’ombra passa per la mente

e canta solitaria la civetta che ricrea l’inverno.

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Ovunque io vada

sono certo che il suo occhio mi scruti,

e, se la vista pecca per distanza, il sasso

si frantuma sul fondo della coscienza.

Faccio il lavoro della vita

ma la vita lavora per darmi un pane che non voglio.

Le molliche si raccolgono e non sputo se c’è da sputare,

ma ingoio in attesa che il bolo si trasformi in mare.

Un germoglio del cervello è questo,

eppure non c’è passo che compia

senza sentirmi specchio,

o porcellana di massaia che, al minimo contatto,

si disintegra per chiusura di palpebre.

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