Gioia Perrone, Provo a scrivere una poesia


GIOIA PERRONE
PROVO A SCRIVERE QUESTA POESIA

Provo a scrivere questa poesia, anche se già dopo questo primo fottuto rigo, mio figlio mi chiama dall’altra stanza.
Provo ad andare da mio figlio abbracciarlo dargli da bere un bicchiere d’acqua mentre questa poesia mi chiama, da qualche mese.
Provo a sedermi sulla sedia a tenere gli occhi fissi sul respiro e sento che si gonfia
provo a tenere ancora teso questo filo a sto attenta che il vento non strappi il telo
Allora mio figlio conta fino a dieci, e poi, e poi vuole che mi corichi accanto a lui per prendere il sonno, perché il sonno lo prenda e che ci prenda entrambi, un sonno profumato, santo, un sonno giusto di chi ha lavorato.
Mi alzo dal letto per resistere al sonno anzi per provare. E provo a scrivere questa poesia perché mi prenda, profumata, santa, una nausea del giusto.
Questa è la poesia ideale, la poesia tentata dico, il tentativo, lo sforzo di chi aspetta e gongola in questa situazione nauseabonda, sa che dopo andrà a letto, che il corpo avrà aiutato l’unità dello spirito, emettendo e respingendo, sa che è giusto, la poesia è un ancella etica dell’esofago.

Provo a scrivere questa poesia in fretta, perché ho aspettato troppo
ho aspettato troppo pensando che le parole della poesia potessero esistere senza essere pronunciate
non perché bastino le poesie degli altri ma perché vedo poesie ovunque, che camminano
vedo poesie col bastone, con le stampelle, con i pannolini, con i cappelli e i vestiti cuciti dai cinesi, e con le panze, panze grandi, e col bicchiere tutto pieno e traboccante, poesie di chi si fa le fotografie poesie di chi cerca la luce migliore, di chi educa i figli, di chi ha paura di essere superficiale come i padri.
E come al solito vedo la poesia nella poesia di chi scrive solo per nascondere, per sotterrare un osso, o molte ossa, molte molte ossa.

Provo a usare senza molte carezze un’accortezza,
sto facendo questa prova, provo a resistere sulle parole, provo a non chiudere questi occhi.

Ho aspettato troppo questa tenerezza, tutta questa tenerezza
questa accortezza di dire una parola di conforto anche al millepiedi, anche al vecchio cieco, alla gonfia sfatta senza una lira bucata, anche al porco al drogato alla vergine maria delle Pulizie,
a tutti a tutti questa accortezza io dono a tutti
che qualcuno mi sia testimone io provo
a scrivere questa poesia che mi testimoni,
dono a tutti due parole, le peso bene, anzi no, non le peso proprio, io le so scegliere a occhio, c’ho l’intuito sono guagliona spierta, sono piena come un uovo sodo di intuito per le parole, so i suoni che fanno sul legno della pelle, so guarire. So guarire con queste parole lisce, esatte, io so guarire tutti.
Eppure devo fare in fretta, devo provare in fretta, devo fare una valigia di parole in fretta devo vestire una parola da becchino e una parola da operaio, devo vestire una parola da becchino e un altra da marionetta, da operaio, da astronauta, da becchino, da poeta.
Non posso più perdere nemmeno un secondo, non deve passare nemmeno più un altro secondo, perché Tu sei rimasto senza le mie parole lisce, un uovo sodo come me di parole salutiste, salutari, non è riuscito a indirizzarti in tempo nemmeno un saluto.
Una formula di saluto semplice, un emoticon, una smorfia, che è sempre un’emoticon solo un po’ più vivo. Una formula di vita, una formula magica, una formula poetica, una formula matematica, niente, non c’erano parole Non ti sentivano eri già morto, eravamo morti o forse sicuri, se non siamo morti siamo sicuri, se scriviamo una poesia siamo sicuri di avere vissuto, di avere sentito, di avere provato, infatti sto provando, masticando questa poesia come si mastica una liquirizia, uno spazio lisergico per mandare indietro secondo dopo secondo, per mandare indietro le parole, per sgusciare l’uovo per violentare il tuorlo, per tagliare a pezzetti il guscio per fertilizzare la terra nera, per far crescere una patata, per far crescere un’insalata, per farti rinascere dal buco, per partorirti come se fossi tua madre impazzita, tua madre liscia, tua madre esatta, per non resistere più a questo sonno per non resistere più a questa poesia.

One thought on “Gioia Perrone, Provo a scrivere una poesia

  1. e proprio di una poesia come questa io oggi sentivo il bisogno. cioè ho saputo che ne avevo bisogno proprio quando ho cominciato a leggerla. così nuda e cruda e fatta di sonno e di un bambino e di molte molte altre cose. di tutte quelle cose di cui abbiamo così bisogno. e grazie. davvero.

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