Merritt Tierce, Carne Viva (Sur, 2015)


Carne viva e crudele
di Rossano Astremo

Crudele è l’aggettivo che mi viene in mente pensando a “Carne viva”, il romanzo d’esordio della scrittrice americana Merritt Tierce pubblicato in Italia da Sur, nella nuova collana BigSur, con traduzione di Martina Testa.
Crudele è leggere la storia di una ragazza che poco più che diciassettenne diventa mamma di una piccola creatura indifesa per la quale prova sì amore, ma un amore sdentato, centrifugo e caotico, un amore che non è sufficiente a fare da collante all’esile nascente famiglia.
Marie, questo il nome della protagonista, incapace di oltrepassare gli ostacoli che questo nuovo ruolo di moglie e madre le comporta, sguscia via dal vortice della quotidianità e, complice il suo lavoro di cameriera che la mette costantemente in contatto con uomini, inizia a tradire il marito.
Crudele è leggere la storia di una ragazza che decide di abbandonare il marito e la figlia, di trasferirsi lontana da loro per ricominciare una nuova vita. Eppure Marie continua a svolgere lo stesso lavoro. Fare la cameriera sembra essere l’unico lavoro in grado di assecondare la sua mente alla deriva: “Non è che all’epoca mi piacesse tanto servire ai tavoli; ma almeno avevo un posto dove stare. Una funzione nella vita. Non capivo come si faceva a essere una moglie e una madre. Ma per essere una cameriera c’erano regole ben precise. La principale era non fare cazzate”.
Crudele è addentrarsi nel racconto in prima persona di questa protagonista dolente, che succhia cazzi e si lascia scopare senza sosta, come se quel rito reiterato del sesso, quell’essere posseduta da corpi diversi, possa seppur minimamente riempire quel vuoto che le martella il cervello.
Crudele è leggere la caduta di questa ragazza, troppo presto costretta a divenire donna senza averne la forza.
Il ritorno della “coppia” Cassini-Testa, dopo la fine della loro luminosa esperienza targata minimum fax, avviene con la pubblicazione di questa storia che non presenta pirotecnie stilistiche, ma che affascina per la capacità che ha di farsi testimonianza diretta, infuocata e concisa del dolore che molto spesso nutre l’esistenza di noi essere umani.

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