Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio (scritta nell’estate 2002)

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Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio
di Rossano Astremo
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Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia il tuo corpo di unghie e di peli,
lascia il tuo sangue caldo e visibile,
lascia la tua anima stretta in un pugno,
la tua anima di benzina e birre medie.
Non ho voglia di risponderti.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia il tuo Big Sur colorato su sette paginette di regole fotocopiate,
lascia il tuo sudore di ascensori di acido di Miller colombiano al cervello,
lascia la cuginetta che hai tanto amato e il profilo greco del naso tanto odiato,
lascia l’impossibile Joyce della destra destra destra,
lascia il Dio Padre e le mezze corone sprecate per godere della tua ubriachezza,
lascia i colpi di cannone, gli amanti sudditi, la morte istantanea di potenti nemici,
lascia il gatto che ama le mitragliatrici montate su cammelli e ristampe popolari,
lascia l’universo infinito, il mito solare, le lotterie reali ungheresi autorizzate,
lascia i tuoi vecchi amori in stanze tappezzate con pelle di giaguaro.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia le gambe in cantina appoggiate a fumare,
lascia la giovane brasiliana che non capisce tanto bene la nostra lingua,
lascia andar via le seghe interiori di trasparenti odori di miele,
lascia la splendente bottiglia di vetro blu cobalto in bagno,
lascia Re Nordici in stanze vuote con amanti nude e sensuali,
lascia la barriera di riquadri tessuti nelle reti giallo smeraldo.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia l’insostenibile supposizione che egli possa essere prostrato,
lascia perdere forme di matrimonio sperimentale con dotati uomini nigeriani,
lasciala tua lambretta verde dove hai assaporato i primi umidi del sesso,
lascia la convinzione di essere astemia,
e vieni con me a bere un whisky in un bar per amanti del brivido,
lascia piede contro piede, ginocchio contro ginocchio,
pancia contro pancia, capezzolo contro petto,
lasciati andare per favore, sono affranto , velato, singhiozzo, faccia a terra.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
ho bevuto troppi amari in un’ora, credo sia bene riposare,
lascia stare il tuo acido contemporaneo
di donna manager e
spogliati senza pudore, danza attorno a ma come odalisca orientale,
svestimi e rivestimi, leccami succhiami,
urla, urla, ancora, credo di non sentire il tuo umore.
Lascia perdere, lascia stare le mie frasi sconnesse,
lascia stare il mio comportamento irritante, la mia barba introversa,
il mio sciroppo per la tosse, i miei amici traballanti trincatori,
il mio verso polveroso e il mio paesaggio marino,
il mio orgasmo finito male, rinchiuso in uno scrigno di mogano.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia le lingue ideali, i piatti d’inchiostro, il secondo boccale,
lascia le corse ad ostacoli, i fili spinati, il camino del crematorio del cimitero,
lascia l’inaugurazione della pesca di beneficenza,
il fedele suddito di sua maestà, il bibliotecario mormorante,
i reverendi vuoti di essenze spirituali,
lascia ancora l’Amleto, il Re Lear, il Riccardo III,
lascia il bestiame sfocato nell’argentea calura,
lascia la mia fortuna, le mie vene, la mia vecchiaia,
la mia scorza salina, il fumo della padella, l’occhio malato,
il burro sfrigolante, i capelli d’oro al vento,
lascia il tuo oceano di yogurt, il tuo ristorante d’imbarazzo,
il tuo forno e il tuo bar di tramezzini, il tuo parlarmi di matrimonio,
i tuoi cosciotti di montone, le tue cento bottiglie di eroine irlandesi,
lascia cadere i tuoi abiti, nuovamente, non ho paura della tua nudità,
so difendermi dalla tua carne nuda e bagnata,
ricoprimi di carezze, di rutti, di pugni, sputi e amplessi,
ricoprimi di gioie, di noie, di cadaveri e suoni,
ricoprimi di bocche, di ritmiche risonanze, di lacrime e sorrisi.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia la tua professione di artista della sopravvivenza,
lascia i tuoi fosforescenti escrementi metallici della città,
lascia la tua stirpe di marciapiedi per la strada,
lascia il bisbiglio di una finestra buia per le vie di Panama,
lascia l’odore di spogliatoi di slip muffosi,
lascia i tuoi coltelli di pane nel cuore e le tue ricette di morfina,
lascia gli anni della peste bovina e le case costruite su palafitte,
lascia le ceneri di sigari che creano spirali e merletti di ortiche lungo le pareti,
lascia i lavori sino al tramonto e gli indiani telepatici,
lascia le cliniche per spine dorsali e i pantaloni aperti a cattivi odori,
lascia le fiche di milioni di ragazze tremanti,
lascia le tue ambizioni di essere Presidente Cattolico,
lascia chiusa la porta a chiave per spiare dalla finestra i bui vicoli,
lascia i poeti ciechi e gli aerei che rombano nell’aria,
lascia gli occhi rossi senza lacrima e i fulmini del cielo,
lascia i poveri fiori morti, gli scheletri spessi del girasole,
lascia perdere il tempo trascorso con te seduta sul letto,
senza nessuno a cui toccare le labbra,
senza nessuno a cui mostrare i dolci pianeti religiosi,
senza nessuno a cui mostrare le tue biblioteche piene di lacrime,
senza nessuno a cui toccare i capelli viola della follia.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia la tua parola di alcol nascosta in mutande strette,
lascia stare la tua voglia di arrampicarti sulle mura del cimitero,
lascia la tua bocca di brutti racconti e i tuoi tamburi stonati,
lascia scorrere le lacrime verdi sotto i tuoi occhiali,
lascia stare il taxista che si soffia le mani per il caldo,
lascia perdere i ragazzi mandrillo e i ristoranti per camionisti,
lascia stare le auto d’ombra e i volti di venti soffiati fino alla fine.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia stare i frammenti delle immagini esplose violentemente nella tua testa,
lascia perdere i pungenti odori di sperma che riempiono l’aria,
lascia perdere le ostie immaginarie della grazia,
lascia i minuscoli nidi d’uccello e il cappello di paglia aderente,
lascia le cisterne di anidride carbonica e le nuvole di fumo sospese,
lascia le fontane piene di petali e i campi colmi di silenzio,
lascia stare la sborra che ti riempie la bocca con botte di getti caldi,
lascia stare i vermi solitari al posto sbagliato e i sonanti flauti del culo,
lascia la salsa piccante di tuorli d’uova marce,
lascia perdere i rivoltosi arabi che ululano e uggiolano,
lascia perdere le circostanze in cui ti sei abbandonata a pratiche omosessuali,
lascia perdere la monotonia della vita dei campi,
lascia perdere la pioggia di canditi tra gli alberi e la follia dei laghi,
lascia il mio corpo libero di vomitare, di restringersi ed esplodere,
lascia perdere i semi caldi sulla terra dell’orgasmo sparso.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
se ne hai la forza, la voglia, le immagini tribali,
se hai ancora le tue sale da ballo, i tuoi tulipani e carciofi,
i tuoi buona notte e terra nativa, i tuoi diamanti che splendono sempre più,
i tuoi influssi della sera, le tue avanguardie perse giocando a carte,
i tuoi neuroni concettuali vinti mangiando sale, i tuoi baci sulla spalla,
i tuoi massaggiatori, vinai, decoratori di chiesa,
grandi maragià e pompieri di cornicioni, i tuoi turaccioli
e i tuoi controllori di assicurazioni, i tuoi gentiluomini
e appaltatori di impianti idraulici.
Ti prego, ti guardo negli occhi, mi chiudo per terra,
mi stringo la gola, mi asciugo il sudore, ne sento il sapore,
ti prego, ho voglia di scrittura automatica per colazione.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia i chi può dirlo nelle mani del silenzio rannuvolato,
lascia i tuoi nastri di raso tra montagne e baci sul collo,
lascia il possesso e i galeotti delle buche di serrature,
lascia per la strada la saliva di registi, giovani o vecchi che siano,
lascia volare le tue scarpe dalla finestra del bagno,
lascia volare le tue calze di spugna bagnata,
lascia volare il tuo rosa di pelle violenta, il tuo pizzo di nero perverso,
il tuo giallo di voglia cattiva, il tuo verde di seme e delirio,
lascia la scrittura di poesie se non hai le palle per leggerle,
lascia la lettura di poesie se non hai la forza di viverle,
lascia il tuo cane libero, la tua vergogna libera, il tuo sesso libero,
la tua angoscia libera, il tuo limite libero, il tuo limite vivilo,
lascia la tua caterva di bambini, il tuo marito malato,
lascia delle monete d’argento sul tuo didietro,
lascia stare le tue intenzioni criminali e le azioni legali,
lascia la tua cinepresa e non osare avvicinarti a me,
lascia perdere la tua concitazione alla guida, la tua perversione in baracche di luce,
lascia oscillare i miei occhi in penombra, su frequenze che mi fanno paura,
lascia vomitare il mio corpo tiepido, morbido, elastico, dolce e giusto,
lasciami vomitare , lasciami vomitare, ancora, ancora,
ho voglia di riempire il tuo volto di succhi gastrici,
ho voglia di odiarti, di farti sentire lo schifo che mangio,
ho voglia di vomitare, ho voglia di vomitare,
di riempire le tue scarpe del mio sonno travolto,
di riempire le tue scarpe della mia schiena urtata, sanguinante,
livida, lastra trasparente di impossibili movimenti.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lasciati andare su questa strada assolata e polverosa,
lascia viaggiare veloce i tuoi piedi sporchi a frammenti,
dai, corri, corri, suda, vola, piangi,
graffia le vene dei tuoi capelli,
graffia le vene dei tuoi calli di sangue,
graffia le vene dei tuoi gomiti buttati,
graffia le vene dei tuoi amanti di vetro,
grafia le vene delle tue telefonate urlate,
graffia le vene dei tuoi sogni di pittrice,
graffia le vene delle tue finestre senza vedute,
graffiati, graffiati, strappa i tuoi abiti,
liberati, denudati, baciati, liberati, denudati, baciati,
non senti lo schifo dell’aria che si appiccica addosso?
Non senti lo schifo di corridoi sghembi e grandi porte?
Non senti lo schifo di lacrime e seggi presidenziali?
Non senti lo schifo di raffreddori estivi e di tristi matrone dal frastuono offensivo?
Non senti lo schifo di bambini avvinghiati al seno materno?
Non senti lo schifo di puttane che nuotano nello sperma della pioggia?
Non senti lo schifo della negazione della gioia che ti dona la masturbazione?
Non senti lo schifo della primavera del 1979 e dei suoi scrittori maledetti?
Non senti lo schifo delle stanze d’albergo e delle lenzuola di solitudine?
Non senti lo schifo della scienza e dei suoi fenomeni tangibili?
Non senti lo schifo di squilli del telefono che interrompono i tuoi pensieri?
Non senti lo schifo di bere due bottiglie di buon vino bianco ogni sera?
Non senti lo schifo per la fine del punk e della new wave?
Non senti lo schifo dell’alleanza di conversazioni socratiche?
Non senti lo schifo dell’assenza di gonne, mutandine e reggiseni tra le tue mani?
Dell’assenza di citofoni che suonano e di valigie chiuse a fatica?
Dell’assenza del mio sguardo sul pavimento di questo cortile?
Ti vedo, non temere, ti vedo correre, guardarti attorno,
vedo le tue mani martoriare le tue dolci membra,
ti vedo mentre ti graffi, ancora, sì, ancora, continua, non aver paura,
continua a sanguinare, strozzati, strozzati, fallo da sola,
dai, lasciati andare, lasciati andare,
non piangere, non adesso, stenditi per terra,
senti l’odore del tuo sangue mischiato all’asfalto bollente?
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia che il tuo corpo possa risollevarsi,
lascia che le tue ginocchia possano pungere rose spinate,
lascia che io scagli l’asta dalla lunga ombra di petali del tuo ventre,
lascia che io ricopra le tue braccia con le frecce del mio furore,
lascia che la carta si imbratti di sperma, che la carta si gonfi di bulbi,
lascia il tuo gatto del Canada e la tua fortuna fottuta dell’altro giorno,
lascia la tua servetta, i tuoi amici israeliani e i guardiani del cantiere comunale,
lascia il commercio di bestiame e la vendita di pascoli,
lascia che io possa stringere tra le braccia mio figlio,
lascia che io possa saziare il mio desiderio di pianto,
lascia il tuo grande coraggio da condottiero dell’esercito,
lascia la tua limpida voce del fuoco, della polvere, del sangue,
lascia volar via i cavalli pieni di ardore,
lascia libera la strada invasa da cadaveri,
lascia la battaglia se sei vile perché da prode devi resistere con forza,
lascia il peggio di te stessa, piangi, temi la tua sorte,
mai vedrai la fine del cielo infinito,
mai vedrai la fine di gemiti e grida di trionfo,
mai vedrai la fine di uccisi e uccisori,
mai vedrai la fine del sangue che scorre sulla terra,
del sangue che scorre sulla terra, del sangue che scorre sulla terra.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia la disgregazione della tua personalità, la rottura delle tue parole comuni,
il tuo linguaggio schizofrenico, la tua realtà psichica frantumata,
lascia il tuo underground e la tua poesia fondata sul suono,
lascia la tua poesia che ha per base il ritmo di ballata popolare,
lascia la tua angoscia per una civiltà dove è reato comunicare,
lascia andare la più adorabile fanciulla del tuo piccolo paese,
lascia l’inaugurazione del tuo locale dove hai indossato giacca e cravatta,
lascia stare la vecchia dolce canzone d’amore,
lascia stare la tua lettera anonima con grafia goffamente contraffatta,
lascia stare il fuoco che porti addosso, il fuoco della tua proposta sconveniente,
lascia stare la femmina dal rossetto di ciliegia e la femmina dal rossetto di fragola,
lascia stare la tua voglia violenta di prenderti una delle solite sbronze storiche,
lascia stare i tuoi occhi bevuti che seguitano a vagare per la sala,
lascia stare la tua voglia di tingerti i capelli di nero,
lascia i tuoi piatti sdegnosi con uova, pomodori e pane fritto,
lascia il tuo sfottimento selvaggio, il tuo scoiattolo libero,
le tue perversioni piccole e innocenti, i tuoi pezzi di plastica imbecilli,
il tuo cielo azzurro e limpido, il tuo cielo singhiozzante e meraviglioso,
le tue vergini dal culo, le tue reputazioni terrificanti,
i tuoi tentativi di rimorchiare, la voce triste di Morrissey,
lascia che la triste voce di Morrissey viaggi lenta nei nostri corpi,
non ho bisogno di altro, ti giuro,
lascia che la voce triste di Morrissey viaggi lenta nelle nostre vene,
non ho bisogno di altro, ti giuro.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
sto piangendo, sto piangendo, sto piangendo,
ti guardo sanguinare, leccarti le ferite, mangiare il tuo dolore,
inghiottire il sapore della sconfitta, il colore della merda
che sale su per il tuo retto non più limpido,
sto piangendo, sono sensibile, non si direbbe,
lasciati andare piccola, lasciati scivolare sul mio corpo di verme invertebrato,
lasciati leccare, ancora una volta, ho voglia del tuo sangue,
ancora una volta, ho voglia della tua saliva, ancora una volta,
ho voglia della tua follia, ancora una volta,
ho voglia dei tuoi seni, ancora una volta,
ho voglia delle tue labbra, sì, delle tue labbra,
sì, delle tue labbra, ti prego le tue labbra.
Lascia il tue eterno processo intentato contro Goethe,
lascia la tua convinzione che Alexander Dumas sia un grande scrittore,
lascia il tuo sorriso amichevole e il tuo avvicinarti al mio tavolo,
lascia la tua imponente chioma grigia e la tua volontà di debolezza,
lascia stare la tua voglia di bere sin dal mattino,
la tua andatura obliqua e il tuo cadere e il tuo rialzarti
e il tuo avere in mano sempre il bicchiere del nettare di whisky,
lascia stare i tuoi non capisco queste frasi sceme,
lascia stare le tue immagini moltiplicate venti volte nello specchio,
lascia stare i sonnambuli avvocati che sospirano sul tuo volto sbigottito,
lascia stare i sonnambuli avvocati che hanno un bisogno disperato di taxi,
lascia stare i sonnambuli avvocati che corrono in casa e distruggono il telefono,
ho voglia delle tue labbra, sì, delle tue labbra,
sì, delle tue labbra, ti prego, le tue labbra.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia il tuo stupido desiderio di possedere tutto l’oro del mondo,
lascia stare le tue solite malinconie e i tuoi tristi presagi,
lascia stare le tue caviglie grosse e le due gambe non troppo dritte,
hai una splendida carnagione, una massa di capelli lucenti,
splendido è il tuo viso, splendidi i tuoi occhi e
mi piace la tua mano quando è nella mia,
ho voglia delle tue labbra, sì, delle tue labbra,
sì, delle tue labbra, ti prego, le tue labbra.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia stare il tuo bisogno di distruggerti,
la voglia di riempire il tuo vuoto e la tua rabbia senza fine,
lascia i tuoi attacchi tremendi di nausea,
la paralisi di ogni tuo minuscolo muscolo,
lascia stare la stanza che comincia a girare,
io cado dalla poltrona e vomito tutto,
cado giù dalla poltrona e vomito tutto.
Il telefono esplode nuovamente.
Apro gli occhi e guardo lo squallore moderno affogato nel sole.
Ho voglia di te, sì, delle tue labbra,
sì, delle tue labbra, ti prego, le tue labbra.
Lascia stare la dozzina di fazzoletti ricamati da tua madre,
lascia stare la tua camicia sull’orlo della branda
alle tre e un quarto di pomeriggio,
lascia stare la vedova solitaria che un giorno
è stata confidente dei tuoi amori perduti,
lascia stare la pentola del latte a bollire, non gonfiare il petto, non sollevare il capo,
senza capire da dove sgorga il liquido ardente che ti brucia tra le cosce.
Ho voglia di scrittura automatica per cena,
mentre ascolto gli Smiths sul mio letto pieno di formiche,
mentre la voce di Morrissey mi riempie gli occhi di lacrime,
mentre ti insaponi i seni appassiti e il ventre macilento,
senza capire da dove sgorga il liquido ardente che ti brucia tra le cosce.
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