su Coolclub.it di maggio 2016: Narrativa pugliese nel nuovo millennio

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Fotografie in prosa dal nostro drammatico reale

Breve viaggio nella narrativa pugliese del nuovo millennio

di Rossano Astremo

Era il maggio 2001, le Torri Gemelle erano collassate da poco su se stesse e in Italia venne dato alle stampe un libro edito da Feltrinelli, dal titolo “Scrivere sul fronte occidentale”, che raccoglieva gli atti di un convegno tenutosi a Milano nel novembre 2001 dallo stesso titolo. A quel convegno parteciparono molti scrittori di punta della scena letteraria italiana contemporanea, tra cui Antonio Moresco, Giuseppe Genna, Giulio Mozzi, Christian Raimo, Paolo Nori e Tiziano Scarpa, tra gli altri. Nessun pugliese, tra questi. Eppure, se si vuole avere una seppur parziale idea di ciò che hanno raccontato gli scrittori pugliesi (in questa sede mi limito a parlare di narratori che hanno raccontato storie ambientate in Puglia) in questo inizio di millennio, è proprio da lì che è necessario partire. Il tragico attentato newyorkese ebbe delle ricadute sull’immaginario collettivo globale, italiano incluso, tanto da condurre ad una riflessione collettiva i nostri migliori autori. In particolare, l’elemento comune che sorse da quello scambio di idee fu che, dopo anni di postmodernismo, di sperimentazione di linguaggi, di “gioventù cannibali” e di disimpegno, forse era giunto il momento che gli scrittori si sporcassero le mani intingendole nella merda della realtà. E in questi tre lustri che ci separano da quel momento i nostri autori pugliesi di merda tanta ne hanno portata a galla, raccontando, attraverso gli strumenti della narrativa, le contraddizioni di questa nostra terra così sgradita da doverla amare.

Pensate ancora Francesco Dezio e al suo “Nicola Rubino è entrato in fabbrica” (Feltrinelli, 2004), romanzo in cui l’autore di Altamura racconta la vita alienante di un trentenne operaio, il Nicola del titolo, assunto con un contratto di formazione di sei mesi. Un viaggio tra ritmi di produzione pazzeschi, sotto il ricatto continuo del licenziamento, le vessazioni dei capi, le incomprensioni dei colleghi.

O pensate ai romanzi di Cosimo Argentina, tarantino doc, da oltre vent’anni trapiantato in Lombardia. Pensate, in particolare, a “Maschio adulto solitario” (Manni, 2008), al suo Danilo Colombia, che a 18 anni sa già che la sua vita sarà una discesa agli inferi, una sconfitta sotto ogni punto di vista (famiglia, lavoro, amore), tutto condito da una voragine autodistruttiva che conduce ad una lacerante perdita di sé, in una Taranto che trova nel suo protagonista vinto e dannato  una perfetta rappresentazione del proprio smarrimento: «Mi voltai verso la città e in prospettiva vidi quest’ammasso di cemento e acqua e immondizia e mi venne voglia di scomparire, ma in quello stesso istante mi resi conto che era proprio là che volevo vivere».

O cercate ancora tra le pagine di Omar Di Monopoli e della sua trilogia western pugliese, “Uomini e cani” (Isbn, 2007), “Ferro e fuoco” (Isbn, 2008) e “La legge di Fonzie” (Isbn, 2010), in cui si viene trasportati nell’inferno di un territorio dove domina l’idea fissa che niente cambia, o se cambia peggiora: «Stattene tu, coi tuoi sogni, bellu mia, gli blaterò la donna da dietro, continuando a parlare con tono severo sino a quando il figlio non scomparve tra le mura. Prima ti rassegni a capire ca non ci stanno altri posti che questo, per te, meglio sarà per tutti…».

Disillusione, pessimismo, crisi esistenziali, tormenti interiori, famiglie alla deriva, temi presenti anche nei due romanzi “baresi” di Nicola Lagoia, “Riportando tutto a casa” (Einaudi, 2009) e “La ferocia” (Einaudi, 2014). Che si parli delle dinamiche relazionali della periferia o delle inquietudini esplose in seno ad una facoltosa famiglia, Lagioia zooma con il piglio della sua prosa mai doma sui dettagli di corpi e menti in crisi, perdute, asfissiate.

A voler irrobustire questa parziale lista, meritevole è “La città verticale” (Lupo editore, 2015) di Osvaldo Piliego, un romanzo che racconta una città, Lecce, la sua periferia, un suo condominio, la sua gente. Un testo che ci proietta senza fronzoli nel dramma di vite umane fatte di nulla, esistenze senza futuro che crollano nel centro di un presente ciclico e pressurizzato.

Una lista ristretta, a cui è lecito aggiungere autori come Mario Desiati, Carlo D’Amicis, Alessandro Leogrande, Andrea Piva, Livio Romano, Marco Montanaro, Elisabetta Liguori, Francesca Malerba, che attraverso l’utilizzo del loro estro narrativo – con tecniche e voci differenti – hanno dato corpo a storie ambientate nella nostra terra in cui domina una sorta di darwinismo sociale, un senso di smarrimento dei protagonisti impegnati in una lotta per la sopravvivenza che molto spesso li vede soccombere, una visione pessimistica della condizione esistenziale che fa da controcanto all’immagine spacciataci della “Puglia Migliore” di vendoliana memoria. Se si vuole avere una visione chiara di cosa sia stato negli ultimi anni e cosa sia oggi  vivere in Puglia ancora una volta è alla letteratura che bisogna guardare.

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