“Pensiero Madre” (Neo Edizioni): intervista a Federica De Paolis

La consapevolezza della maternità

di Rossano Astremo

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“Pensiero Madre” (Neo Edizioni) raccoglie racconti di 17 autrici che si confrontano con il tema della maternità, attraverso la narrazione di storie vere o inventate tra paure, disincanto, forza, ironia. Un viaggio attraverso il mondo femminile scandito da quell’orologio biologico identico per tutte ma per tutte in qualche modo differente: nel modo di viverlo, sentirlo, immaginarlo. Le scrittrici coinvolte sono Simona Baldanzi, Chiara Barzini, Ilaria Bernardini, Cinzia Bomoll, Caterina Bonvicini, Gaja Cenciarelli, Silvia Cossu, Camilla Costanzo, Carla D’Alessio, Gaia Manzini, Kamin Mohammadi, Melissa Panarello, Gilda Policastro, Veronica Raimo, Taiye Selasi, Simona Sparaco e Chiara Valerio.

L’autrice Federica De Paolis, romana con il Salento nel cuore. Da qualche anno, infatti, trascorre alcuni mesi estivi nella sua casa di Specchia, dove sta ultimando il suo nuovo romanzo.

Quando e come è nata l’idea e l’esigenza di raccontare il “pensiero madre”?

Dalla mia prima gravidanza, mi sono voltata è ho cominciato a chiedermi cosa accadeva alle altre donne. Prima ero assolutamente inconsapevole. Ero convinta che il mondo si dividesse tra chi voleva figli e chi no, invece l’approccio alla maternità è una sfumatura, una storia, una somma. Qual’è quelle delle altre? me lo sono domandata improvvisamente.  

Secondo quali criteri è avvenuta la selezione delle autrici?

Innanzitutto l’età: non troppo giovani, non troppo mature, il tema le doveva riguardare fisiologicamente. Non volevo autrici esordienti e m’interessava un coro di voci dissimili, caratteri antitetici: l’argomento è universale, il peso della loro scrittura doveva angolarlo. E poi vengono quasi tutte da regioni diverse.

Nella lettura dei racconti, ciò che emerge è un’idea di maternità conflittuale. Non si racconta quasi mai la gioia del “pensiero madre”, ma la crisi di molte donne dinanzi all’idea di maternità. Da curatrice, come hai interpretato questo dato?

Come una sorta di consapevolezza della maternità. Vissuta come un impegno enorme in un mondo in cui la parità dei diritti è ormai un assunto certo.

A ciò si aggiunge – e il tema è inevitabilmente legato a quanto espresso in precedenza – una discreta assenza di amore nei racconti, non trovi?

C’è un cambio generazionale molto profondo. Siamo nell’era del fai da te, banche dello sperma, uteri in affitto, la maternità (ma anche la paternità) assume un angolazione diversa. Sento dire, vorrei avere un figlio a quarantanni, a trenta… conosco più donne che hanno congelato gli ovuli: si pensa alla genitorialità a prescindere dall’altra metà, non c’entra più l’amore, sembra che si tratti di una realizzazione individuale. La possibilità di scardinare la natura è una rivoluzione epocale, siamo all’inizio, c’è una confusione abissale.

Nell’antologia sono presenti anche due autrici non italiane, Taye Selasi e Kamin Mohammadi. Entrambe non madri, sostituiscono l’assenza dei figli con la nascita dei loro libri. I loro figli sono fatti di carta. Come ti spieghi questa comunanza?Puramente casuale?

Le due autrici in questione sono le uniche straniere, entrambe hanno vissuto in Italia, sono scrittrici internazionali: raccontano che la realizzazione del loro successo ha coinciso con il ticchettio dell’orologio biologico. I racconti hanno una caratura autobiografica – la più smarcata. In questi giorni ho letto che Marina Abramovic’ ha dichiarato di aver abortito tre volte, impaurita dall’idea che una maternità avrebbe depotenziato la sua forza artistica: è un pensiero antico che va da Virginia Woolf a Simone de Beauvoir. Paradossalmente questo libro avrebbero dovuto scriverlo non delle scrittrici ma delle donne senza ambizioni artistiche. E’ un pensiero ingombrante che un figlio ti succhierà via linfa. E non è un fatto di tempi e silenzi, secondo me, riguarda l’assunto creativo. Anche per questo nel libro il pensiero madre non ha una desinenza positiva, perché molte donne trovano una realizzazione nella maternità, la stessa che una scrittrice trae dal suo mestiere, quindi è comprensibile – a mio avviso – che le due cose non possano convivere.

Una casa a Specchia, un romanzo ambientato in questa terra. Da scrittrice, cosa ti affascina del Salento e perché?

Le contraddizioni. Che abitano l’intero paese, sia chiaro. Ma la provincia ha qualcosa di magico e magnetico, una forza e una debolezza indicibili. Il Salento è emblematico, i cuori dei paesi di un abbacinante bellezza, le arterie orribili. Convivono la contemporaneità e un tempo morto, arcaico, che però conferisce al luogo la sua maestosa immanenza.  Ad ogni modo, i protagonisti di questo libro, non sono solo salentini, c’è una ragazza polacca, una nigeriana, una famiglia milanese e una romanza, la terra diventa il proscenio di un razzismo coatto che sento fortissimo: è una storia quasi grottesca che esplode tra il rosso della terra e i filari di ulivi.

articolo apparso oggi sul Nuovo Quotidiano di Puglia

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