Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance

I dubbi del cinghiale sul senso della vita

di Rossano Astremo

Uno tra i romanzi più strani, complessi, geniali e inclassificabili apparso in Italia negli ultimi lustri, “Il cinghiale che uccise Liberty Valance”(minimum fax), scritto da Giordano Meacci, e’ stato presentato sabato 3 dicembre alle 20 alle Officine Cantelmo nell’ultima edizione di “La Poesia nei Jukebox. Tra i cinque finalisti dellultima edizione del  Premio Strega, vinta da La scuola cattolica di Edoardo Albinati, il romanzo di Meacci racconta la quotidianità di un gruppo variegato di abitanti dell’immaginario paese di Corsignano, tra Toscana e Umbria. Qui c’è gente che lavora, donne che tradiscono i propri uomini e uomini che perdono una fortuna a carte. C’è una vecchia che ricorda il giorno in cui fu abbandonata sull’altare, un avvocato canaglia, due bellissime sorelle che eccellono nell’arte della prostituzione e una bambina che rischia la morte. E c’è una comunità di cinghiali che scorrazza nei boschi circostanti. Se non fosse che uno di questi cinghiali acquista misteriosamente facoltà che trascendono la sua natura. Non solo diventa capace di elaborare pensieri degni di un essere umano, ma, esattamente come noi, diventa consapevole anche della morte. A Lecce per la seconda volta, dopo la presentazione del suo libro di racconti Tutto quello che posso nel 2005, facciamo qualche domanda per Nuovo Quotidiano di Puglia a questo scrittore del tutto particolare.

Perché hai deciso di ambientare il romanzo a Corsignano, un borgo di provincia prodotto della tua finzione?

Corsignano è l’inizio vero di tutto. Per anni sono stato a scrivere pagine e pagine su questo borgo toscano (al confine con l’Umbria); due romanzi fiume ancora non-finiti. Finché Corsignano stessa non è precipitata – Corsignano è, per me, femminile – con tutte le sue mura e i suoi abitanti in questo universo di lettori. Accompagnata dal passo goffo di un cinghiale. E trasformata in romanzo compiuto proprio dal fatto che Apperbohr (questo, il nome del cinghiale) all’improvviso comprende – senza sapere perché – la lingua e i pensieri di quelli lui che chiama gli Alti sulle Zampe. Corsignano in realtà (con tutte le voci e le storie che la àbitano) sono io. E al tempo stesso è la somma di tutti i paesi tra la Toscana e l’Umbria (memoria e làscito famigliare) che ho amato durante la mia infanzia di piombo a Roma. Anche il nome è in qualche modo – citando Attilio Bertolucci – “inventato dal vero”. È il nome antico di Pienza. Quello che – in un universo diffratto – Pienza magari avrebbe potuto essere. Senza l’intervento di un papa che la rende Pienza, appunto. Alla fine, è sempre un gioco di incastri tra universi.

Tutte le vicende narrate si svolgono tra il 1999 e il 2000. C’è un significato simbolico in questa scelta narrativa?

All’inizio nasce tutto dal legame con gli altri romanzi su Corsignano mai finiti. Perché se vivi in un paese inventato – etimologicamente inventato – per quindici anni: alla fine quel tempo e quel luogo che racconti diventa sempre uno dei tuoi tempi (e luoghi) quotidiani. Poi, pensandoci, mi ha anche affascinato quest’errore planetario – festeggiare l’ultimo anno del secolo e del millennio come fosse l’inizio del secolo e del millennio nuovi – che è un po’ anche l’emblema di quanto siano umani – e quindi fragili, raffazzonati, imprecisi, impresentabili – gli esseri umani. Siamo un pianeta che sbaglia i calcoli del compleanno che s’è inventato per sé.

Perché l’idea di includere tra i protagonisti un cinghiale, Apperbhor? Cos’ha di speciale questo animale che altri non hanno?

Semplicemente: all’improvviso Apperbohr scopre un universo che non prevedeva attraverso le lingue (e i linguaggi) di quello stesso universo nuovo: quello degli abitanti di Corsignano. Non sa perché – non si sa perché: ma chi di noi sa realmente perché alcune cose fondamentali accadono? – e però si accorge, immediatamente, di non poter essere più né cinghiale tra i cinghiali né umano tra gli umani. Questa doppia dimensione sradicata mi ha affascinato da sùbito. E ora da qui, dalla distanza affettiva di parecchi mesi, mi trovo nellincertezza stupita e frastornata di chi si trovi a guardare con tenerezza un parto della sua immaginazione. Una tenerezza che non posso frenare, nonostante l’imbarazzo che questo comporta.

Il tuo è un romanzo linguisticamente complesso, di non facile accesso, specialmente in tempi come i nostri, dove il romanzo si fa intrattenimento e non strumento di conoscenza. Eppure è stato letto da migliaia di persone. Come ti spieghi questo successo? 

Questa è una di quelle domande (una delle tante della mia vita) a cui davvero non so dare una risposta. L’unica cosa che posso fare è limitarmi a ringraziare i lettori (e Apperbohr). Magari con la voce di uno dei miei miti assoluti, Andy Kaufman. ThankYouVeddyMuch!

Un romazo zeppo di citazioni, molte delle quali cinematografice, a partire dal titolo. Sei anche co-sceneggiatore di uno dei film di culto della scorsa stagione cinematografica, “Non essere cattivo”, del compianto Claudio Caligari. Il tuo lavoro proseguirà seguendo il doppio binario romanziere & sceneggiatore?

Sì. Credo che quello che mi appassiona di più nella scrittura sia proprio la scrittura. Possono cambiare le tecniche (la dimensione corale del cinema, quella singolare del romanzo): ma sempre – sempre – se una qualche storia m’incuriosisce e mi costringe a seguirla; ecco: non posso evitare di farlo. “Un poco come la vita, soprattutto come l’amore”, ha scritto Parise.  Per quanto riguarda le scritture in corso, posso solo dire che stiamo lavorando con la mia sorella extra-anagrafica Francesca Serafini (co-sceneggiatrice di Non essere cattivo); e che sono nella fase in cui le storie per un romanzo cominciano a girellare sempre meno sfocate nella testa. Almeno apparentemente. Solo: avrei bisogno di chiedere consiglio agli abitanti di Corsignano. Vediamo se avranno tempo per me.

Articolo apparso oggi sul Nuovo Quotidiano di Puglia

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