Franco Cordelli, Proprietà perduta (L’orma editore, 2016)

Castelporziano e la fine del Novecento poetico

di Rossano Astremo

Diario? Pamphlet? Romanzo-referto?

Ogni definizione sembra stare stretta a questo indefinibile libro di Franco Cordelli, edito una prima volta da Guanda nel 1983 e ripubblicato di recente da L’Orma, nella collana “Fuori Formato” curata da Andrea Cortellessa. Al centro del testo il Festival Internazionale di Poesia avvenuto sulle spiagge di Castelporziano dal 28 al 30 giugno 1979. Evento cardine di una stagione culturale romana gloriosa, resosi possibile grazie al lavoro dell’assessore alla cultura Renato Nicolini, degli animatori del teatro underground Beat 72, Ulisse Benedetti e Simone Carella, da poco scomparso, e dell’autore di questo libro, Cordelli appunto.

Tre giorni in cui la spiaggia si fa palcoscenico per poeti provenienti da diverse parti del mondo, italiani, russi, francesi e americani: Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso, Diane Di Prima, tra gli altri.

Tre giorni che sono sia apice di un interesse di massa nei confronti della poesia, con pubblico da concerto rock, sia fine di un interesse critico nei confronti della stessa. Il pubblico della poesia in quell’occasione sfonda le barriere che lo tengono separato dal poeta e si fa esso stesso protagonista. Abbandona il ruolo di ascoltatore per impossessarsi del microfono e farsi esso stesso protagonista. Esempio di questa irreversibile mescolanza dei ruoli è la “Ragazza Cioè”, che durante la prima serata del Festival diviene assoluta protagonista della scena. Prendo in prestito le parole di Cortellessa: “Bassa e bruttina, coperta solo da una t-shirt bianca, strategicamente abbarbicata alla sua posizione, con tono petulante e un pesante accento meridionale interveniva di continuo e interrompeva tutti – senza che nessuno osasse toglierle il microfono dalle mani. E, ciò che più conta, senza dire assolutamente nulla (a parte tambureggiare «cioè», appunto, ogni tre o quattro parole) – se non il suo desiderio di esprimere le proprie «vibrazioni». Le sue parole, trascritte, sono la stele di Rosetta di una presenza al tempo stesso perfettamente aliena e, ahinoi, perfettamente a tono: «… cioè, perché non ti interessano le mie vibrazioni? Cioè non penso che non aggio parlato… il tempo che sono stata qui… […] cioè, sul fatto che io stongo qua e per voi vi crea fastidio che io stongo qua in un determinato modo […] … cioè a sto punto penso che c’è comunicazioni mie, vibrazioni mie, tutto quello che sento io sia totalmente eliminato, cioè per che cosa, cioè chi giudice supremo che decisione…»”.

La “Ragazza Cioè” rappresenta la sintesi perfetta di ciò che simbolicamente ha rappresentato Castelporziano per la poesia in Italia. La fine, con un tremendo anticipo ultraventennale, del Novecento, la fine del poeta considerato figura di spicco, intellettuale, conoscitore delle cose del mondo, degli Ungaretti, Bertolucci, Montale, Pasolini, aventi spazio nelle pagine dei più importanti quotidiani italiani. In fondo, l’ultimo tra i citati è sempre sul litorale laziale che è stato tragicamente martoriato pochi anni prima. Il pubblico della poesia abbandona l’ascolto e chiede di essere protagonista, ma il palco a Castelporziano crolla sia realmente che simbolicamente. Il crollo del palco è l’inizio della fine. Tutti a declamare versi, nessuno a riconoscerne più il valore, tutti a fare poesia, nessuna a comprarne, nessuna a leggerla. Il crollo del palco di Castelporziano non consente più di discernere il lavoro di Milo De Angelis da quello di Guido Catalano. Anzi, marginalizza il primo e incorona il secondo. La proprietà perduta del titolo e’ quella della poesia come esperienza in grado di mutare esistenze, scuotere coscienze, mettere in discussione, gioire, dolere. Cordelli, in queste pagine, in questa scrittura febbrile, concitata, colta ed esperienziale, firma il romanzo dei poeti che, attraverso l’evento di Castelporziano, toccano le masse e rinunciano alla matrice intellettuale del loro essere poeticamente gettati nel mondo.

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