La miserabile vita di Leo Monsanto raccontata dagli altri: un capitolo

Arturo Bombelli, il suo maestro di tennis

di Rossano Astremo

Leo, Leo Monsanto. Che insulsa testa di cazzo! Un ragazzino di 15 anni che faceva a fette tutti gli avversari su un campo da tennis, un talento naturale, uno con un servizio devastante e un dritto incontenibile, che, sul più bello, proprio quando era giunto il momento di fare il salto di qualità e di iniziare a giocare i tornei under 16 nazionali e internazionali mi disse, con una naturalezza disarmante: Maestro, non ho più intenzione di giocare a tennis. Leo Monsanto, il mio più grande fallimento professionale! Lo vidi giocare per caso un pomeriggio del 1994 al Circolo Tennis Monteverde di Grottaglie, dove insegno da più di trent’anni oramai. Giocava su un campo in terra rossa con mio allievo, Francesco Brandelli, che poi ho scoperto essere un suo compagno di classe, al Liceo Scientifico Moscati. Mi fermai un attimo per vedere se Francesco, in una partita amichevole, stesse applicando le modifiche al suo gioco, consigliatele dal sottoscritto il giorno precedente in allenamento. Francesco era tra i migliori allievi in quel periodo. Leo era al servizio e in pochi secondi compresi che mi trovavo dinanzi a qualcosa di esaltante. Il suo servizio era tecnicamente disastroso, lanciava la palla in aria, poi si librava in aria scattante come un canguro e la colpiva con una violenza inaudita, come se stesse bastonando un orso bruno pochi secondi prima di venire divorato. La palla, una volta uscita dal piatto della sua racchetta, schizzava ad una velocità impensabile per un quindicenne  nel rettangolo opposto a quello di battuta e Francesco non poteva far altro che vederla scivolare ben oltre le sue spalle. E poi cosa dire del suo dritto? Quando era Francesco in battuta e magari non metteva in campo una prima palla, sulla seconda più debole Leo si spostava per colpire con il suo dritto, una sventagliata ad uscire quasi sempre imprendibile per l’avversario. Era robusto Leo. Di certo c’era da lavorare molto sia sull’aspetto tecnico che fisico. Assistetti all’incontro. Giocarono tre set in un’ora. Francesco portò a casa tre miseri game.  Alla fine dell’incontro, aspettai che Francesco lo salutasse per andare negli spogliatoi per fare una doccia, e, una volta soli, gli chiesi se potevo parlargli. Accettò. Lo portai al bar, gli offrii una Coca Cola e guardandolo negli occhi gli confidai che quello che avevo visto in campo poco prima era davvero interessante. Mi proposi di essere il suo allenatore e gli dissi che se avesse seguito i miei consigli in pochi anni sarebbe diventato un giocatore professionista. Chiesi inoltre se potevo parlare con i suoi genitori. Alle mie parole Leo non sembrava dare il giusto peso. Sorseggiava la sua bevanda ed annuiva. Segnò su un foglio l’indirizzo in cui viveva con i suoi genitori e disse:  Mio padre il pomeriggio è sempre a casa. Lo ringraziai e, prima di vederlo allontanare in sella alla sua bicicletta, aggiunsi:   Chi ti ha insegnato a giocare così a tennis? Rispose: Nessuno. Ho imparato da solo. A casa mia c’è un muro molto alto che ci separa dai vicini. Ho imparato lanciando pallate contro quel muro. E andò via. Quello che accadde tra il settembre del 1994 e l’agosto del 1995 cercherò di riassumerlo in breve. Leo veniva ad allenarsi al circolo tre volte a settimana per due ore. In poco tempo divenne il nostro giocatore più forte, la speranza per il nostro circolo. L’elemento più sorprendente di questo ragazzino autodidatta era la naturalezza con cui scagliava la palla dall’altra parte del campo senza mai mandarla in rete od oltre le linee laterali e di fondo. Aveva un controllo dei colpi fuori dal comune e una volte che sistemò anche le sue condizioni fisiche, perdendo quale chilo e aumentando la resistenza allo sforzo fisico, divenne “ingiocabile” per i suoi coetanei. Era un ragazzo silenzioso, ma che lavorava sodo. I suoi genitori erano persone semplici. Il padre era un bracciante agricolo e la madre una pasticcera. Aveva due fratelli più grandi che gestivano un piccolo bar nel centro del paese. Si fidavano di me. Sapevano che io avrei agito nel bene del ragazzo. Speravano anche che, attraverso questo prezioso talento di Leo, le loro condizioni economiche sarebbero migliorate. Iniziò a vincere tornei in giro per la Puglia. Lo iscrissi a quanti più tornei possibili e in pochi mesi il suo nome iniziava a circolare tra tutti i circoli regionali. La nuova promessa del tennis pugliese. Apparvero anche i primi articoli dei giornali. A me non bastava. Volevo che primeggiasse in Italia. Non solo tra gli juniores, ma anche tra i professionisti. Ci congedammo per due settimane di vacanza agli inizi di agosto del 1995. Lui aveva vinto il decimo torneo dell’anno a Molfetta, senza perdere nemmeno un set. Io sarei andato in Spagna con mia moglie e i miei due figli. Lui mi disse che sarebbe rimasto a casa. Al massimo sarebbe andato qualche giorno al mare con i suoi amici. Al ritorno dalla Spagna, al primo allenamento fissato non si presentò. Vista la sua consueta puntualità e correttezza, mi allarmai e, dopo aver terminato gli allenamenti con gli altri ragazzi, passai dalla sua casa. Lo trovai seduto in giardino che leggeva un libro. Con il padre che innaffiava immensi vasi contenenti  piante di garofani di colori differenti. Gli dissi: Leo, hai dimenticato l’allenamento di oggi? Lui mi rispose, con lo stesso tono con cui mi ha sempre parlato in quei mesi: Maestro, scusi per l’assenza, ma ho chiuso con il tennis. Non ho più intenzione di giocare. Credo che quello è stato uno dei momenti più schifosi della mia vita. Ho davvero rischiato l’infarto. Nei giorni seguenti ho provato in tutti i modi a convincere i genitori che Leo non poteva mollare, non a quel punto,era un talento raro, come pochi ne nascono in Italia, da lì a qualche anno li avrebbe riempiti di soldi e sarebbero andati via da quella casetta di campagna sgangherata e magari avrebbero anche potuto lasciare i loro miseri lavori e permettersi tutto quello che la loro vita fino ad allora non gli aveva concesso. I genitori mi risposero: Se Leo ha deciso che non vuole più giocare a tennis, noi non possiamo fargli cambiare idea. È una sia decisione. Va rispettata. Ecco il più grande fallimento della mia vita. Quindi non mi sorprende che ora non ci siano più tracce di lui, che non si sappia che fine abbia fatto, che lo stiano cercando in Italia e non solo, ma non ci sono elementi che aiutino a risolvere il mistero della sua scomparsa. Io sapevo che Leo Monsanto era un tipo strano. E, a quanto pare, con gli anni le sue stranezze si sono acuite. Che terribile testa di cazzo, Monsanto! Dilapidare un talento così cristallino! Non mi ci fate pensare, per Dio!

 

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