Karl Ove Knausgård, La pioggia deve cadere (Feltrinelli 2017)

“La pioggia deve cadere”: il tormentato apprendistato letterario di Karl Ove Knausgård

di Rossano Astremo

Uscirà a breve per Feltrinelli “La pioggia deve cadere”, quinto volume di “La mia battaglia”, l’autobiografia letteraria di oltre 3500 pagine dello scrittore quarantottenne norvegese Karl Ove Knausgård. Del sesto e ultimo volume è prevista l’uscita per il mercato editoriale anglofono nell’autunno 2018, mentre ancora non è stata fissata una data d’uscita in Italia.
Dopo il racconto della morte del padre nel primo volume, del suo trasferimento a Stoccolma, del suo innamoramento per Linda, del matrimonio e dei quattro figli avuti con lei nel secondo volume, dopo aver scavato nei ricordi più spigolosi e reconditi della sua infanzia nel terzo volume e aver raccontato il suo anno di insegnamento in un paesino sperduto della Norvegia settentrionale e i suoi problemi di approccio con le ragazze nel quarto volume, “La pioggia deve cadere” è il libro nel quale Karl Ove passa in rassegna, come sempre con minuzia di dettagli che rasentano l’ossessione, gli anni del suo apprendistato letterario, nel periodo vissuto a Bergen dal 1988 al 2002.
L’occasione del suo trasferimento, dopo l’esperienza conclusasi di insegnamento nel Nord della Norvegia, è data dalla necessità di frequentare l’Accademia di Scrittura di Bergen. Qui ha come insegnante, tra gli altri, Jon Fosse, descritto come timido, riservato e poco loquace fuori dalla scuola, ma assai severo e rigoroso durante le lezioni. Qui, ancora più importante, Karl Ove, il più giovane tra gli studenti dell’Accademia, riceve le prime delusioni da scrittore, i primi pareri negativi sulle sue qualità di narratore e poeta che lo conducono ad entrare in una profonda crisi e a lasciarsi andare, passando molti delle sue notti a bere fino a perdere i sensi.
Punto di riferimento in questi anni di Bergen per Karl Ove è il fratello Yngve, poco più grande di lui, con il quale vive momenti di tensione, come quando scopre la sua storia con una ragazza da lui tanto desiderata, cosa che spinge il nostro protagonista a non voler rivolgergli più la parola. Ma Yngve è il centro pulsante del suo mondo di affetti privati e presto il loro rapporto torna ad essere più forte di prima.
Bergen rappresenta per Karl Ove la risoluzione dei suo problemi con le ragazze. L’eiaculazione precoce, uno dei temi dominanti di “Ballando al buio”, lascia spazio ad un Karl Ove certo del suo fascino, voglioso di scoprire l’altro sesso senza inibizioni.
Dopo l’esperienza dell’Accademia, Karl Ove si iscrive alla facoltà di Lettere, luogo in cui conosce ragazzi che considerano come lui la lettura e la scrittura la loro unica ragione di vita. A ciò si aggiunge la prima relazione importante con una ragazza, Gunvar. I suoi anni trascorrono tra tentativi sempre falliti di scrivere il primo romanzo, scritture di saggi letterari per completare il suo corso di studi, lavori saltuari per riuscire a pagare l’affitto e i suoi vizi (libri e alcol), ore passate a suonare la batteria nel gruppo creato assieme al fratello e altri due musicisti, giornate passate in casa con le sue fidanzate (dopo Gunvar, nella sua vita entrerà Tonje).
Nel frattempo la madre conduce una vita appartata, dedita al lavoro e alla cura dei genitori anziani. Il padre è sempre più in preda alla sua dipendenza dall’alcol. I suoi amici Espen e Tore pubblicano il loro primo libro e Karl Ove continua ad essere uno scrittore non pubblicato e riempie il suo computer con file di romanzi abortiti, mentre i primi lutti cominciano a fare la comparsa nella sua vita: muoiono a breve distanza i genitori materni. Karl Ove sposa Tonje e il padre rifiuta di recarsi al suo matrimonio.
Il suo amico Tore lo mette in contatto con editore che ama un racconto che Karl Ove ha pubblicato su una rivista. Lo spinge a scrivere qualcosa di lungo. Karl Ove si rinchiude in isolamento per sedici mesi. Questo suo annullarsi nella scrittura mina il suo rapporto con la moglie. Il padre muore. Il romanzo d’esordio “Out of the World” (ancora inedito in Italia) viene pubblicato poco dopo la sua morte. Viene recensito ovunque.  Passano altri anni, Karl Ove precipita in una nuova spirale di depressione, d’assenza di scrittura, di necessità di altro. Sì, ma di cosa?
Un libro questo che cronologicamente si situa dopo “Ballando al buio” (quarto volume) e prima di “Un uomo innamorato” (secondo volume). Un libro che conferma l’indubbia qualità letteraria del suo autore. Knausgård non è un autore complesso come Proust (al quale spesso viene paragonato per la ricostruzione memorialistica del sua esistenza) o come David Foster Wallace (al quale viene paragonato per la mole della sua opera e per alcuni elementi extraletterari: un certo maledettismo esistenziale da grunge generation). Tutti possono comprendere ciò che scrive e, paradossalmente, questa sua aperta e immediata confessione, questa maniacale descrizione di molti momenti della sua quotidianità, questa che potremmo definire a tutti gli effetti un’autobiografia epica, con un eroe fragile che si mette a nudo senza remore e vergogne, questo suo egoriferirsi costante rendono la sua vita un contenitore molosso da cui attingere e in cui ciascuno di noi si riconosce.

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