Girolamo Grammatico, La letteratura non conta niente (Breve distopia social del Salone del Libro 2017)

Girolamo Grammatico

LA LETTERATURA NON CONTA NIENTE

Breve distopia social del Salone del Libro 2017

È la prima volta che vado al salone del libro di Torino. Mi occupo di editoria da venti anni e sono sempre stato del parere che non ti cambiasse la vita andarci o meno. E ne sono convinto anche adesso che mi trovo in treno con il mio socio. Del resto tutti gli altri editori che puntualmente si sbattono per fiere di ogni tipo stanno messi uguali a noi. Anzi peggio. Almeno tutto lo sbattimento pre, durante e post fiera noi ce lo evitiamo. Fossero posti in cui si scopa, sarebbero pure un po’ interessanti. Invece neanche quello, almeno dai racconti che mi arrivano. Stavolta ci vado, ma è più una vacanza che in viaggio di lavoro. Per stare sereno mi sono portato due biglietti da visita con l’idea di darne solo uno. Che poi neanche ‘sti cazzo di biglietti da visita servono. Spero che Google realizzi un algoritmo che mandi il flyer dei tuoi dati in base alle ricerche che fanno i lettori o gli addetti ai lavori. Così ci risparmiamo pure ‘sta mezza cacata di decidere la grafica per una cosa che poi non ci serve. L’ultimo biglietto da visita che ho dato è stato al mio nuovo barbiere perché non aveva come segnarsi il numero.

– Tu ce l’hai i biglietti da visita? –

chiedo al mio socio che mi guarda disgustato.

– Quei cosi di carta che i giovani usano per fare i filtri delle canne? Ce li hai presente? –

– Ma che cazzo dici? –

– Lascia stare. –

La nostra casa editrice si occupa di libri che non ti cambiano la vita. La gente è stanca dei libri che ti cambiano la vita. La gente è stanca.

Anche di ipotizzare di leggere un libro che possa cambiarti la vita. Noi pubblichiamo libri che non ti chiedono di uscire dalla tua zona di confort. Che poi ‘sta storia di uscire dalla zona di confort non è che l’ho mai capita. Sembra più l’idea di un editore che un modello psicologico. Comunque, noi facciamo libri dichiaratamente inutili per chi ama leggere. Vendiamo bene. Abbastanza da permetterci una redazione di 4 persone e 2 uscite al mese di media. L’idea di base è proprio quella di una letteratura inutile. Spesso la gente non ci crede e pensa che sia solo storytelling. Molti si avvicinano a noi per questo motivo. Ma poi al terzo libro si accorgono che è così. Troppo tardi, ormai sono fidelizzati. La cosa buffa sono i libri usciti su di noi. Libri assurdi pieni di riflessioni psicosociologiche su come la letteratura inutile sia utile o di come abbia reso inutile quella dichiaratamente utile. Perché diciamocelo: ma davvero uno solo di voi può alzare la mano è dichiarare “quel tal libro mi ha cambiato la vita in tal modo”?. Ma smettiamola. Basta con la narrazione come redenzione, cambiamento, ridefinizione, possibilità. Catarsi…

Se così fosse non vivremmo in questo mondo di merda e non esisterebbero le fiere sui libri, ma le fiere sulla lettura.

– Quando arriviamo? – chiedo al mio socio.

Mi guarda disgustato e non risponde.

– Non mi va di prendere il biglietto. –

A volte mi chiedo se sia vivo. Se non sia un organismo unicellulare immerso in liquido alcolico.

– Alle 12. –

– Senti – gli dico – perché non scriviamo un reportage per il sito? Due editori in fiera da lettori. Eh? –

– Perché? –

A volte le sue domande banali mi disarmano. I perché sono infiniti. Per tenere vivo il sito, per avere uno scopo, per farci due risate. Per essere vivi. Ma ci sono altrettanti motivi per non farlo. Perché tanto non lo leggerebbe nessuno. Perché ci sono più tag della fiera che biglietti staccati. Perché sembra interessante, ma è totalmente inutile.

– Perché è inutile. – gli rispondo.

– Bravo, scrivilo. –

E mentre penso che il mio socio è una testa di cazzo alcolizzata mi appisolo sognando un mondo dove gli ebook costano più dei libri cartacei e io ho un laboratorio di pasticceria ambulante.

 

Il mio russare mi sveglia. Vedo il mio socio fissarmi. Siamo quasi arrivati. Ho le gambe indolenzite. Ho fame. Forse devo pure pisciare. E aver dormito seduto con la bocca aperta mi ha irritato la gola.

Torino mi piace. Non la conosco bene. Però è una città che credo mi piacerebbe. Un po’ come i vestiti in vetrina. Pensi che potrebbero starti bene anche se poi alla fine indossi semrpe le stesse cose. Dalla redazione di chiedono un selfie. Ho il terrore a proporlo al mio socio.

– Hai letto il messaggio? –

– Dai, facciamo sta cosa da ricchioni e non pensiamoci più. – risponde sbrigativo.

Il selfie viene benissimo. Sembriamo felici. Il sorriso del mio socio poi è così luminoso da darmi sui nervi.

– Che filtro metto? – mi va di stuzzicarlo un po’.

– Metti sto cazzo. C’È? –

– C’È, ma devo scegliere un altro. Non si nota la differenza con l’originale. –

Prima di andare in fiera dobbiamo passare in albergo per lasciare il piccolo bagagli e per darci una mezza lavata. Scendendo dal treno notiamo una carovana di scrittori, editor, giornalisti e paraumani dell’industria della cultura. Qualcuno alza il mento nella nostra direzione a mo di saluto. Ricambio come posso. Non mi ricordo neanche un nome. Il mio socio ha già indossato gli occhiali da sole ed è in modalità Ray Charles.

La cosa inquietante è notare che siamo sempre gli stessi. Fiere, reading, presentazioni, aperitivi, festival e sagre della cultura. Sempre gli stessi. Geolocalizzati a pochi metri gli uni dagli altri. Ma sempre tutti qua. A volte mi sembra che sia il paesaggio a spostarsi e noi qui fermi in un ultimo guizzo di entropia narrativa.

– Ma perché non apriamo un servizio navetta per tutti quelli che vanno agli eventi letterari? Sai i soldi? –

– Perché tu guidi dimmerda. –

– In effetti. –

Fiacchi e lenti andiamo in albergo e ci rechiamo a lingotto.

Prima però è necessaria l’ennesima sosta al bar. Mi verrà una cacarella incredibile.

Al bancone mi sento soffocare e mentre aspetto che il mio socio ingoi il caffè corretto mi si avvicina una stragnocca di 20 anni circa. Mi sorride e mi porge una chiavetta USB firmata Chanel.

– Qui c’è il mio libro, secondo me potrebbe interessarvi. I miei dati sono nell’altro file. – e si allontana mostrando una gonna non abbastanza sottile da lasciare intravedere il perizoma.

Il mio socio prende la penna USB dalla mie mani e la infila nella tasca della giacca.

– È una famosa YouTuber. Se il libro è come lei, noi siamo gli editori perfetti. –

– Ma l’ha data a me? –

– Tu sei sposato. – e si avvia verso l’uscita del bar inforcando di nuovo gli occhiali.

Sulla porta mi scontro con la donna più bella del mondo.

La cosa è di una banalità riprorevole. Nemmeno nei nostri libri più scontati sarebbe accaduta una scena del genere. La mia ex di 15 anni fa che mi viene addosso con il suo profumo di sandalo e la shopper della sua casa editrice.

Lei che voleva scrivere ora produce libri impegnati che farebbero venire sonno pure a un grizzly appena uscito dal letargo.

– Oh, mi scusi. –

– Ciao. – le dico.

– Ma che coincidenza! – esulta come una fan di Gigi D’Alessio.

– Ma che ci fai qui? Quanto tempo è passato? Dieci anni? Dodici? E i bimbi, ha 2 bimbi vero? Stanno bene?

Vorrei ricordarle che anche io sono un editore, che sono passati 15 anni e che i bimbi sono solo uno e che sì, sta bene, nonostante me.

– Ti è caduta la carretta. – le dice.

– La carretta? – è crucciata.

– Ops, scusa, colpa del correttore. Volevo dire la cartelletta. –

– Oh grazie, mi perdo tutto. La fretta. Devo scappare alla presentazione del nostro ultimo libro. Non so se ne hai sentito parlare. È un istant book sulla questione dei migranti e del ONG. Secondo noi il governo vuole militarizzato il Mediterraneo. Vogliono rendere reato la solidarietà, ma ti pare normale? Salvare vite umane sarà reato. Per noi è importante tenere un faro sulla questione. L’anno scorso ci sono stati in tutto il mondo 65 milioni di persone fra rifugiati e sfollati, fra questi 500.000 sono arrivati in Europa e tra loro solo 180.000 sono arrivati in Italia. Dov’è l’invasione? Stiamo parlando dello 0,3% della popolazione italiana, ti pare un’invasione? –

– Interessante. –

– E tu? –

– Noi presentiamo un phamplet sul maschilismo letterario partendo dalla distinzione tra “Salone del libro” e “Fiera del libro”. –

– Wow, sembra una cosa figa. –

– Fighissima. –

Adesso è il momento dell’imbarazzo. Del “ti va un caffè” “no grazie” al “scusa devo andare” “anche io”, “ci si vede in fiera” “eh no, salone”, sorrisino, occhiolino ciao ciao.

Raggiungo il mio socio che sembra regredire sempre di più verso lo stadio di rettile. È in giacca e cravatta, sotto il sole, c’è un caldo tremendo e lui non suda: immobile davanti una fila immensa a lingotto.

– Abbiamo accrediti? Pass? Permessi per una fila prime? –

– No. – rispondo

– Conosci un ingresso laterale? Un muro da scavalcare? Un cazzo di modo per saltare la fila? –

– No. – rispondo.

– Bene. – dice lui.

– No. – dico io.

 

Lo so che volete sapere del fattaccio. Lo so che siete stanchi di leggere tutte ste stronzate sul viaggio verso Torino, la letteratura inutile e il mio socio alcolizzato. A voi interessa solo il sangue, la disperazione, i corpi delle vittime, la tragedia.

Ma io non voglio che il mio cinismo si ecciti con il vostro. Voglio finirmi questa birra tranquillo e dire le cose come stanno. Secondo me, almeno.

Alla fiera il casino di gente è tale che che la mia misoginia standard si trasformata in orrore per il genere umano tout court. Per fare un passo devi aspettare minuti. Ogni tre metri minimo qualcuno ti dà una spallata. E non c’è un posto dove sedersi neanche se ti fingi sciatico.

La fiera del libro è l’antitesi della lettura fiera. Nella prima il delirio policromatico delle copertine cozza con il desiderio di privacy della seconda. Se leggere è un’attività intima e solitaria, la fiera è la promiscuità dell’information overloading.

– Avremmo dovuto farlo lo stand. – dice il mio socio.

E ha ragione. Editori come noi qui vendono un casino. Libri sul niente in un posto dove c’è tutto.

Aspettiamo che ci spillino la birra da almeno un quarto d’ora quando accade. Il boato è così forte che sembra finto. Un effetto sonoro studiato a tavolino da uno scrittore che leggendo di merda punta su un reading eccessivamente musicale. Invece le vibrazioni, il fischio alle orecchie e le urla ci dicono che è accaduto qualcosa di grave. Molto grave.

La gente inizia a correre, ma senza un verso, nessuna direzione. Io non mi muovo e neanche il mio socio. Sappiamo che la birra, a questo punto non arriverà. Ma correre ci sembra irreale, più del boato di prima. Mi guardo intorno e vedo lo stand di Einstein & Compton con Pierangelo Avanzoni immobile tra spocchiose colonne di libri. Al suo fianco il manifesto dell’ultima pubblicazione “Survivor, tecniche estreme per situazioni estreme” e penso che quel matto potrebbe davvero aver piazzato una bomba alla fiera solo per vendere un cazzo di libro. La rabbia mi sale in un secondo. Se non fossi brillo lo raggiungerei e gli fracasserei la testa sui libri da 80 milioni di copie che vanta su ogni fascetta di ogni libro. Ma il mio socio mi afferra un braccio e mi tira a sé.

– Sembrava venire dal padiglione 3. Andiamo. –

– Andiamo? – chiedo pensando che lui sia più pazzo di Pierangelo Avanzoni.

– Qualcuno potrebbe aver bisogno di aiuto. – mi dice e sembra sincero.

– Se ha bisogno di aiuto allora noi non dobbiamo intervenire per non peggiorare le cose. – ansimo mentre cerco di stargli dietro.

La gente sembra impazzita, urla e corre in modo sconnesso. E i libri cadono a terra. Svenuti. Tramortiti dal correre dei lettori spaventati.

I libri non ci salvano, penso mentre il cuore mi scoppia in petto per aver corso 20 metri appena.

E nell’attimo in cui vado a sbattere contro il mio socio che si è fermato di botto, vedo il luogo dell’esplosione e per la prima volta nella mia vita rimango attonito.

Non sembra esserci alcun ferito, solo pagine svolazzanti. Al centro l’organizzatrice della fiera Nicole Lajoie è in ginocchio con il vestitino strappato e il suo migliore amico, l’intellettuale più stimato della nazione, il giornalista più apprezzato d’Europa, l’editor delle case editrici più importanti e lo scrittore più amato dalla critica le gira in torno con una camicia unta è una pistola in mano.

Tristan Traimo urla frasi sconnesse e agita la pistola.

Il padiglione è quasi vuoto e gli ultimi fogli strappati dalla deflagazione si accasciano a terra autunnali.

Mentre penso a dove nascondermi da dietro lo stand dell’Albatrum esce un tipo con la t-shirt gialla di UFO Robot. Ulula qualcosa di incomprensibile. Tristano gli punta subito la pistola contro, deciso.

– Tristano, fermo. Ascoltami ti prego, posa quell’arma. Ascoltami! –

– Ciccio ti avevo detto di non intrometterti cazzo. Vattene. Vattene subito! –

Ciccio Chedici è uno scrittore famoso un po’ matto. Un misto tra Antonio Rezza e Ascanio Celestini. Va in giro per l’Italia a fare spettacoli teatrali fuori dai teatri. Anni fa pubblicò un libro sui Robbottoni Giapponesi. Una storia d’amore tra un adolescente e un robot. Da allora non se l’è più tolta quella maglietta allucinogena.

– Ti ricordi il cammino di Santiago che abbiamo fatto insieme? Te lo ricordi? Quando avevi tutti i piedi pieni di papole ed eri felice di usare il dolore come spinta motivazionale? Te lo ricordi?

– Ciccio vattene, ti prego. –

– Ti ricordi che abbiamo parlato tutto il tempo, ripeto, tutto il tempo, dell’amicizia uomo donna? Potevamo parlare di figa o di calcio, a te piace il calcio. Anche la figa ti piace, ma no, abbiamo parlato dell’amicizia uomo donna. Un mese, tutti i giorni: papole e amiciziauomodonna. Per un mese.

– Ciccio non farmelo ripetere: VA TTE NE! –

– Tristano ascolta: avevamo raggiunto un accordo. Fai uno sforzo. Ricorda. Avevamo capito che dipende da noi se può esistere o meno l’amicizia tra uomo e donna. Siamo noi a decidere. –

Ciccio fa un passo in avanti, ma Tristano dopo un sospiro di esasperazione gli spara. Così. Come si scarica dopo una pisciata. Come si spegne la luce prima di andare a letto. Come se Ciccio fosse la pagina di un libro da chiudere.

Mi manca il terreno sotto i piedi e mi detto d’istinto dietro il bancone dello stand della Pastiglie Edizioni. Sono così terrorizzato di prendermi una pallottola in pieno petto che non mi accorgo di essere finito addosso a Nando Stanzetta, storico ufficio stampa di non so quante case editrici e praticante di Aikido Power Combat.

– Nando cazzo, ma che ci fai qui sotto? – gli sussurro.

– Zitto, non farti scoprire. Tristano è impazzito. Ci farà fuori tutti. –

– Ma cazzo, esci e disarmalo. Hai rotto la minchia per anni co sto Aikido Mortal Combat…-

– Power Combat. – Mi corregge.

– Power Ranger – gli dico imbruttendolo.

– Ho una tendinite tremenda alla mano destra. Non riesco nemmeno ad abbottonarmi la camicia. –

– E mettiti una t-shirt. – gli rispondo sardonico e disgustato. Gli hanno pure fatto mettere uno stand di arti marziali a sto deficiente cacasotto.

Mentre penso all’inutilità di Nando, così simile a quella del mio catalogo di libri, mi ricordo del mio socio.

– Cazzo il mio socio. –

– Chi? Quell’incosciente che che sta facendo il giro del padiglione acquattato tra gli stand? – Nando indica con il mento una figura corpulenta dall’altra parte.

Guardo verso il mio socio tirando fuori la testa quel poco che basta a farmi prendere una pallottola in fronte e lo vedo. Oltre Tristano, Nicole e Ciccio steso a terra immobile c’era lui. Spero sia abbastanza ubriaco da non avere esitazioni o è la fine.

– Hai visto Nicole, mi hai fatto ammazzare Ciccio, sei contenta? –

Tristano ha ripreso a delirare.

– Ti rendi conto di quello che hai fatto? –

Nicole è muta, in ginocchio. Credo stia piangendo, ma non ci giurerei. I capelli le scendono sul volto. La donna più importante del salone è in ginocchio ai piedi del suo amico psicotico. Se sopravvivo ci scrivo un libro, ma lo pubblico con un editore vero, uno di quelli che ti distribuisce in tutti gli autogrill d’Italia.

– Non parli, eh? – Tristano è un fiume in piena, di parole e sudore.

– Noi eravamo amici. Amici, capisci? Eravamo fuori dai cliché. Vivevamo in quella zona al limite, tra la possibilità e l’impossibilità di essere qualcosa di diverso da ciò che eravamo. Eravamo la purezza smielata di un condizione quasi letteraria. Amici. Un uomo e una donna amici. Nessuna ambiguità, nessuna incertezza, niente rischi di genere. Non un amicizia giovane, ma un antico rapporto invidiato e invidiabile. Eravamo superiori. Un libro senza refusi. Con la copertina di Munari, non di Bizio Cecchetto.

Poi è arrivato sta merda di Salone e ha rovinato tutto! – Urlando Tristano spara al tetto due colpi. – E il tuo amore per la cultura ha messo da parte la nostra amicizia. – Tristano spara un colpo verso l’uccello dell’Albatrum. Mi sembra sanguini.

– Ti sembra cultura questa? Hai pure messo uno stand di arti marziali per quel coglione di Nando. –

Guardo Nando come per dire “lo vedi” e lui mi mostra il medio con acredine.

– Ti sembra che questa cultura serva a qualcosa? E a cosa, di grazia? A cosa portano tutte queste storie? Te lo sei chiesta? – Tristano schiuma dalla rabbia e io ho paura.

– ME LO HAI CHIESTO? –

Penso che adesso ucciderà Nicole e poi noi che sembriamo nascosti, ma in realtà siamo solo seminacosti.

– No, non mi hai chiesto nulla. “Scusa Tristano” mi hai scritto “possiamo sentirci dopo?” e sono passati 3 giorni. È cultura questa? È amicizia? –

Mi affaccio per vedere dove si trovi mio socio e lo vedo alle spalle di Tristano. Hanno la stessa panza, penso. Sono così allibito che non mi accorgo di Tristano che mi fissa. Dal mio sguardo si accorge che c’è qualcosa alle sue spalle e si volta di scatto sparando due colpi centrando in pieno il mio socio. Metto le mani tra i capelli. È colpa mia. Ho ucciso il mio amico. Invece quella botte di whisky ambulante molla un ceffone a Tristano facendogli volare gli occhiali. Guardo Nando che però è nascosto sotto al bancone e quindi non vede la scena. Il mio socio, in piedi al centro di un ring di libri prende a schiaffi il più grande intellettuale italiano mentre dal petto gli cola del sangue.

Tristano si accascia a terra piangendo. Il mio socio lo prende a calci, ma senza enfasi, quasi per gioco.

Mi alzo traballante e lo raggiungo.

– Che cazzo…-

– Ma non ti sei accorto che la pistola è a salve? – sorride il super socio.

– …-

– Guarda l’uccello dell’Albatrum. Come fa a sanguinare, mica è la Madonna di Civitavecchia? –

Indico Ciccio Chedici. Sono sempre più confuso.

– Quello è matto. – risponde il mio supersocio e da un calcetto alla testa di Ciccio che subito emette un “Ahio!”.

Finalmente arriva la polizia che stava al padiglione due. Ma saranno dovuti uscire a prendere le armi. Ci circondano e ci prendono in consegna.

Nicole si avvicina al mio socio e lo ringrazia con un tenero abbraccio. Anche lui l’abbraccia. Con tenerezza. E sorride, cazzo.

– Come posso contattarti. – chiede Nicole.

Il mio socio mi guarda e dice – Dalle un biglietto da visita.-

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