Edoardo De Candia e Francesco Saverio Dodaro: da 101 storie sulla Puglia che non ti hanno mai raccontato (Newton Compton, 2010)

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De Candia e Dodaro: il falò simbolico del 1954
di Rossano Astremo

Questa è una storia che si svolge nell’estate del 1954 in un Salento che, dopo gli anni difficili del secondo dopoguerra, dal punto di vista culturale sembra vivere un interessante fermento. Dal punto di vista letterario da qualche anno è già attiva l’esperienza poetica della rivista L’Albero, diretta dal barone di Lucugnano Girolamo Comi. A ciò si aggiunge un’altra rivista d’estremo interesse, L’esperienza poetica di Vittorio Bodini, alla quale collaborano grandi scrittori quali Alfonso Gatto, Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sinisgalli, solo per citare qualcuno. A ciò s’aggiunge il lavoro certosino di attenzione rivolta alla scrittura poetica manifestata nella rivista Il Critone, guidata da uno delle voci più interessanti ed incomprese della letteratura pugliese del secolo scorso, Vittorio Pagano. Parlare dell’interessante vita letteraria in una storia che ha come tema centrale l’atto estremo due giovani pittore è significativo nella misura in cui l’abbondanza di riviste è sempre sintomo dello stato di grazia di una cultura. La conferma è determinata dalla presenza di molti pittori di grande spessore: Lino Suppressa, con i suoi spaccati di vita salentina, espressione di un realismo denso di connotazioni sociali, Geremia Re, pittore di vecchio corso, maestro per molte giovani leve, Vincenzo Ciardo e il suo amore per la luce ed il colore, Aldo Calò, con il suo progressivo spostarsi dal formale a rappresentazioni astratte, e poi i giovani, turbinio di forze in divenire, con due nomi su tutti, protagonisti di questa storia, Edoardo De Candia e Francesco Saverio Dodaro.
Edoardo De Candia nasce a Lecce nel 1933. sin da giovane manifesta il suo amore per la creatività. Dopo un’esperienza come garzone presso un maestro che lavora la cartapesta, si dedica alla sua grande passione, la pittura. I primi lavori risentono molto della temperie artistica dell’epoca. Elemento dominante è un impressionismo lirico che, seppur legato alla tradizione, mostra già elementi di forte novità e pura energia.
Attorno ai suo vent’anni incontra Francesco Saverio Dodaro, artista d’origine barese, il quale, dopo un soggiorno a Parigi, meta privilegiata di tutti gli artisti bohemien dell’epoca, si trasferisce a Lecce e, una spanna avanti rispetto ai suoi coetanei, già produce quadri informali.
Ad inizio di questa storia abbiamo parlato dell’estate del 1954, perché proprio in una notte di quell’estate De Candia e Dodaro, la cui medesima energia creativa presto ha portato alla nascita di una solida amicizia, si trovano su una spiaggia situato a pochi chilometri da Lecce, con un buon numero di tele, legno e faesite e decidono di appiccare il fuoco per bruciare i loro lavori. Ottime, per sintetizzare questo momento di purificazione, appigliarsi alle parole dello scrittore Antonio Verri che in un articolo del 1988 su Edoardo De Candia apparsa sulla rivista Sudpuglia così scrive: “Pensateli, ancora per un attimo, intorno al fuoco, con sul volto tutta quella luce, con gli occhi spalancati, i movimenti rapidi, pensate al fragore del fuoco, pensate al silenzio improvviso che scende sui due giovani artisti, pensate anche alle loro grida improvvise, a loro che forse vorrebbero esplodere… I due sono là per celebrare qualcosa: dalle ceneri, da quel fuoco una loro totale rinascita. Dal falò in poi sarebbero vissuti e avrebbero operato – come poi in effetti è stato – come purissimi cavalieri, morbidi, buffi, curiosi, rigorosi”. Un fuoco catartico che per entrambi i giovani pittori vorrà dire aprirsi a nuovi percorsi creativi. Da un lato Dodaro abbandona le sue tele informali per abbracciare con sempre più metodica convinzione la letteratura ed il suo mondo di rappresentarsi al di fuori dei suoi consueti codici formali. Dall’altro lato la liberazione di De Candia è non solo artistica, ma anche esistenziale. C’è un’intervista rilasciata dalla madre di De Candia alla Gazzetta del Mezzogiorno nel 1979 in cui dice: “Fu sui vent’anni che incominciò a cambiare, prima era normalissimo, poi ebbe una crisi, non abbiamo capito perché bruciò tutti i suoi quadri”. De Candia presto abbandona Lecce e comincia a viaggiare. Si reca a Roma, poi a Londra, poi a Milano, qui incontra artisti che tanto apprezzano la sua opera. Uno su tutti: Lucio Fontana. Torna poi a Lecce e qui, in un contesto provinciale che non ama la diversità ed
eccentricità, Edoardo subisce l’inferno del manicomio. Per anni entra ed esce dal manicomio di Lecce. A ciò s’aggiunge la sua dipendenza dall’alcol che presto mina il suo fisico ed il suo animo. Questa deriva esistenziale, però, mai lo allontana dal suo amore per la pittura. Edoardo abbandona l’impressionismo degli esordi per lasciarsi andare alle sue tele in cui quello che da molti critici viene definito il novello Matisse dà vita ai suoi mari, i suoi cieli, i suoi alberi, i suoi corpi di donna dal tratto ammaliante, energico, inconfondibile. De Candia muore nel 1992, a soli 59 anni, a causa dell’alcol. Il suo percorso creativo resta tra i più estremi e lucenti del Novecento pugliese. Il tutto ha inizio in quella notte d’estate, con l’atto simbolico di quel falò consumato su una buia spiaggia salentina.

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