Ben Lerner, Le figure di Lichtenberg (Tlon Edizioni, 2017)

Versi fulminanti del poeta in dissidio

di Rossano Astremo

È da pochi giorni disponibile nelle librerie “Le figure di Lichtenberg” (Edizioni Tlon, 2017 – traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan), raccolta poetica d’esordio del 2004 di Ben Lerner, autore noto in Italia soprattutto per i suoi romanzi “Un uomo di passaggio” (Neri Pozza) e “Nel mondo a venire” (Sellerio). Chi conosce il Lerner narratore di certo è a conoscenza della sua dedizione per l’arte poetica. I protagonisti dei suo romanzi sono proiezione autobiografica dell’autore, scrittori per i quali l’atto letterario non è mai scindibile dalla pratica poetica.

“Le figure di Lichteneberg” è una raccolta di 52 sonetti irregolari, ovvero 52 testi poetici composti da 14 versi, numero che replica la struttura del sonetto pur presentandola in una versione aperta.  Perché 52 testi e non meno? E non di più? Forse 52 come le settimane presenti in un anno? Parto da questi riferimenti numerici, perché leggendo il testo di Lerner si sente impetuosa la voglia di derivare,  di eccedere, non solo attraverso l’uso di un verso lungo che a volte si spezza all’inizio del verso o addirittura della strofa successiva, ma anche attraverso la scelta di inserire nei suoi testi materiali eterogenei, riflessioni dell’io poetico in dialogo con esortazioni al lettore, materiale saggistico e metapoetico, e stralci onirici.

Se le figure di Lichtenberg del titolo richiamano le orme dei fulmini, i tracciati leggeri e felciformi che appaiono a volte e per poco sui corpi di chi dai fulmini è colpito, potremmo azzardare un’interpretazione metaforizzando il titolo e definendo figure di Lichtenberg i versi del poeta che si creano nella sua mente e che vanno incisi sul foglio prima della loro sparizione.

Ma questo foglio non può essere imbrattato in maniera irrazionale, non può essere informe materiale di una mente che si fa atto rapido. È per questo che la forma gli viene incontro: 14 versi per ogni testo, 52 testi come le settimane contenute in un anno. In questa scatola formale il mondo del giovane Lerner.

Ma di quale sostanza è fatta il mondo del poeta?

“La mia codardia forse ha, forse no, concrete fondamenta economiche. / Ho picchiato Orlando Duran con un cric finché non gli è uscito il sangue da un occhio. // Mi piace quando togli la crosta del pane dai miei sandwich”.

In questi tre versi il poeta denigra se stesso, riflette sulla sua condizione, fa riferimento ad una figura, Orlando Duran, che apparirà in altri testi della raccolta, un antagonista onirico contro cui proietterà la sua violenza e, d’improvviso abbandona se stesso, il riferimento alla sua codardia, per guardare altrove. Chi è che toglie la crosta del pane dai suoi sandwich?

Questo procedimento è costante nella raccolta di Lerner, in ogni sonetto l’io lirico si guarda dentro, analizza i suoi incubi, osserva la sua vita, la gente che lo circonda, riflette sul suo stato di poeta, esorta i lettori a seguire i suoi consigli, prova ad allontanarsi da se stesso, come se avesse paura di scandagliare il suo io irrisolto, per poi tornare inevitabilmente a farne i conti, in un meccanismo magmatico tenuto a freno solo dalla chiusura della forma rivisitata del sonetto.

Prendiamo come esempio il sesto testo della raccolta, citandone alcuni versi: “Non so più distinguere combattimento e rianimazione”: qui l’io poetico nell’accostamento antitetico tra azione e stasi sottolinea la sua crisi interiore; “Un nemico riempie di soda caustica una pallina di ping pong e me la infila nel serbatoio dell’auto”: chi è questo nemico e, soprattutto, sta facendo riferimento a qualcosa di reale o sognato? Di certo è un’immagine che si pone in continuità con il conflittuale verso precedente, venendo ad arricchire lo stato d’animo negativo del poeta; “Lettore, (…) che qualcuno possa posare le labbra sulle tue, scuoterti piano chiamandoti per nome”: il poeta esce dalla sua condizione individuale rivolgendosi al suo audience, augurandogli un incontro che sia arricchente, e non dissidi e incubi;   “Non so più distinguere tra i modi verbali che denotano fiducia e quelli che esprimono incertezza”: in chiusura di testo il poeta ritorna a raccontare di sé, attraverso una nuova visione antitetica, questa volta linguistica che connota altro, parole che si fanno significato profondo del suo essere gettato nel mondo.

Una raccolta complessa e ricca, un linguaggio mai scontato, un immaginario sorprendente,  un perfetto esempio della condizione di vita di un giovane poeta del XXI secolo, senza centro, senza punti i riferimento, incapace di dare alla sua esistenza un significato univoco, che fa della poesia il suo scudo contro l’entropia del mondo esterno, che fa della poesia l’atto terapeutico con il quale provare ad andare avanti senza crollare, l’esordio già maturo di un autore che poi avrebbe espresso gli stessi temi nei romanzi che lo hanno reso uno tra gli scrittori più interessanti della letteratura americana contemporanea.

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