Dieci buone ragioni per leggere “Lui, io, noi” (Einaudi Stile Libero) di Dori Ghezzi, Giordano Meacci e Francesca Serafini

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Dieci buone ragioni per leggere “Lui, io, noi” (Einaudi Stile Libero) di Dori Ghezzi, Giordano Meacci e Francesca Serafini

di Rossano Astremo

  1. Perché è la prima volta che Dori Ghezzi, all’età di 72 anni, a quasi vent’anni dalla morte del suo grande amore, Fabrizio De André, decide di raccontare i dettagli più intimi, insoliti e indimenticabili dei loro 25 anni di vita insieme.
  2. Perché è un libro dal genere inclassificabile; non è un libro di poesia, ma non è nemmeno un memoriale, né un saggio, né una biografia, né un romanzo, eppure ha qualcosa di ciascuno di esso.
  3. Perché presenta come esergo una delle poesie più bella della letteratura italiana, “Ho sceso dandoti il braccio, almeno un milione di scale” di Eugenio Montale, genovese come De André e come lui cantore sublime di amori assoluti.
  4. Perché sin dalle prime righe si comprende l’inscindibilità dell’esistenza della cantante di “Casatschok” da quella di De André, anche post-mortem: “Ogni giorno, qualcuno mi riconosce e mi chiede di lui. Di come era nel privato, o di quello che avrebbe ancora scritto, se solo avesse avuto tempo”.
  5. Perché ad un certo punto si parla di un cucciolo di tigre che Dori Ghezzi e Fabrizio De André si aggiudicano a una serata di beneficenza. Il cucciolo viene nutrito e coccolato, fino al giorno in cui diventa troppo grande. E le pagine in cui si parla di questo animale non propriamente domestico ci restituiscono un De Andrè docile e inaspettato.
  6. Perchè è un libro che parla anche di amicizia: tra un ricordo e un aneddoto, scorrono le storie di tanti incontri e rapporti solidi e indelebili, da Paolo Villaggio a Marco Ferreri, da Lucio Battisti a Fernanda Pivano.
  7. Perché è un libro che ai toni elegiaci affianca toni più tragici; nella campagna della Gallura, in Sardegna, la sera del 27 agosto 1979 la Ghezzi e De André vennero rapiti dall’anonima sequestri sarda e liberati dopo il pagamento di un riscatto di 550 milioni di lire.
  8. Perché i coautori del libro, Giordano Meacci e Francesca Serafini, sceneggiatori del film biografico “Principe Libero”, andato in onda sulla Rai a febbraio, dopo un’anteprima cinematografica di ottimo riscontro, non sono solo voce neutra che soccorre nella forma i ricordi della Ghezzi, ma raccontano il loro De André e di quando, da studenti universitari, allievi del linguista Luca Serianni, negli anni ‘90 scrissero un libro sui testi musicali della canzone italiana, occupandosi assieme dell’autore de “La canzone di Marinella”, il quale venne simpaticamente “stalkerato”, fino ad ottenerne una prefazione al libro, dettata per telefono.
  9. Perché ci restituisce una Dori Ghezzi fragile, la quale in più di un’occasione insiste sul fatto che non avrebbe avuto mai la forza di scrivere da sola questo libro così viscerale senza l’incontro con Meacci e Serafini, che rappresentano, in sintesi, il sentimento puro e assoluto dell’amore della gente per il lavoro di De André.
  10. Perché nella pagine finali, quando si parla della morte di De André, si leggono parole che possono essere considerate vere e valide per tutti i suoi fan: “Sappiamo tutte le tue canzoni a memoria e ci hai fatto, comunque, trovare impreparati”.

 

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