Veterane e promesse in una domenica d’agosto a Montreal

Veterane e promesse in una domenica d’agosto a Montreal

di Rossano Astremo

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Domenica 5 agosto 2018. Presso l’IGA Stadium di Montreal, immerso nel verde di Parc Jarry, si gioca l’ultima giornata delle qualificazioni della Rogers Cup, torneo di tennis femminile tra i più prestigiosi dell’anno, buon banco di prova per le giocatrici a poche settimane dall’inizio dell’ultimo torneo del Grande Slam, quello degli US Open a Flushing Meadows.  Il tabellone principale vede sfilare tutte le migliori giocatrici al mondo, dalla testa di serie numero 1, Simona Halep, a Caroline Wozniacki, da Sloane Stephens ad Angelique Kerber (vincitrice dell’ultima edizione di Wimbledon ai danni di Serena Williams che ha dato forfait al torneo canadese all’ultimo momento, gettando nello sconforto gli organizzatori e palesando una condizione di forma fisica e mentale ancora precaria; devastante deve essere stata per lei pochi giorni la sconfitta per 6-1 6-0 al primo turno del torneo di San Josè contro la britannica Johanna Konta), da Elina Svitolina, vincitrice della scorsa edizione del torneo, a Maria Sharapova, non compresa tra le prime sedici teste di serie, con una stagione alle spalle non degna della sua storia (un risultato su tutti: la sconfitta al primo turno  a Wimbledon) ma tra le più amate dai fan canadesi. Appena varcata la soglia dell’IGA Stadium, vengo attratto da un vociare iterato e altisonante di un gruppo di persone nei pressi del Campo 4. Scopro quindi, facendomi strada tra la folla, che ha da poco terminato di allenarsi proprio la Sharapova, attuale numero 22 al mondo. Mentre è possibile assistere agli allenamenti delle altre giocatrici inserite nel tabellone principale l’accesso al Campo 4 è sbarrato da transenne e monitorato da addetti alla sicurezza. I fan assiepati attendono che la giocatrice russa possa avvicinarsi a loro per un saluto, un selfie e un autografo su una pallina o sul manifesto ufficiale del torneo che reca impressa la sua immagine. Ed è proprio questo che accade. Non avendo piena visibilità dinanzi a me, è lo stridio improvviso della gente, in gran parte composto da bambini, a farmi comprendere che la vincitrice di cinque tornei del Grande Slam è giunta lì, vicino a loro, pochi secondi, qualche stretta di mano, lo svolazzare di smartphone a catturare l’attimo, e poi subito catapultata su una macchinetta dell’organizzazione per tornare negli spogliatoi per una doccia rigenerante. Riuscirà a tornare tra le grandi Maria? Riuscirà a trovare le motivazioni per combattere contro le nuove leve in ascesa del tennis mondiale. È una domenica non solo di allenamenti, però, questa. C’è da completare il tabellone principale e sono 12 i match previsti per il singolare femminile sui vari campi della struttura. Il primo match che attira la mia attenzione è quello tra Lucie Safarova e Jennifer Brady, che si gioca sul campo centrale. Mi fa assai strano vedere la ceca Safarova, ex numero 5 al mondo, finalista al Roland Garros del 2015, impelagata in un match di qualificazione, ma nel tennis professionistico contemporaneo restare al topo per molti anni di seguito è cosa sempre più rara. Nel primo set la Safarova è molto fallosa, mentre la sua avversaria, una Jennifer Brady in costante crescita, dotata di un tennis regolare ma non particolarmente pungente, ne approfitta portando a casa il primo set. All’inizio del secondo set la Safarova cambia marcia, dà maggiore profondità ai suoi colpi e serve una buona percentuale di prime palle. Più colpi vincenti uguale più punti. Si aggiudica il secondo set con facilità e, nei pochi minuti in cui mi assento dal campo centrale per andare a rifornirmi di acqua ghiacciata (la Perrier, uno degli sponsor ufficiali del torneo ha un ampio stand nel quale distribuisce acqua al numeroso pubblico della giornata) chiude la partita con il punteggio di 4-6 6-2 6-2. Sul campo 9 decido di assistere al match tra  la belga Kirsten Flipkens e un’altra ceca, la Sestini Halavachkova. Ho visto perdere in malo modo molte volte in televisione la belga, giocatrice che comunque ha sempre suscitato in me una certa ammirazione, non solo perché ho un debole per i perdenti (nel 2013 è anche arrivata in semifinale a Wimbledon dopo aver sconfitto la Kvitova ai quarti, quindi prendete la mia definizione di perdente in senso non letterale), ma soprattutto perché è una delle poche giocatrici sopravvissute nel circuito a giocare un rovescio in back ad una mano di buona fattura e a tirare fuori dal cilindro ottimi colpi di volo (non a caso è anche un’ottima doppista). Il Campo 9 è semideserto e piccolo. Questo mi consente di assistere al match, entrando durante un cambio di campo, e sedendomi a pochi centimetri dalle due giocatrici. La Flipkens ha perso il primo set nettamente. La sua avversaria è la classica giocatrice dell’Est, regolare, con ottimi e potenti colpi da fondocampo, ma con poco estro e fantasia. Assisto ad un match divertente, con la giocatrice belga che reagisce con vigore, strappando in più di un’occasione il servizio all’avversaria, variando il suo gioco e servendo magistralmente. Punteggio finale 1-6 6-1 6-2. Vedere in campo la Flipkens ha su di me lo stesso effetto della madeleine di proustiana memoria, apre squarci di ricordi per un tempo assai recente in cui c’era una giocatrice italiana che toccava la palla con grazia e armonia, vincendo partite su partite sia in doppio che in singolare. Parlo di Roberta Vinci, che proprio quest’anno a Roma ha appeso la racchetta al chiodo, dopo una carriera straordinaria. Ora, stando alle foto che pubblica su Instagram, la Vinci può dedicarsi a tutto ciò che ha sacrificato immergendosi anima e corpo nel tennis professionistico. Mi fa tenerezza vedere le sue stories sul social in cui gioisce come una bambina durante il concerto di Ed Sheeran. A quanti concerti avrà dovuto rinunciare per scendere in campo ed allenarsi ogni giorno che Dio comanda? È desolante dover ammettere che il ritiro di Roberta Vinci chiude definitivamente una stagione aurea per il tennis femminile italiano. Ricordate la vittoria al Roland Garros di Francesca Schiavone? Le quattro Fed Cup vinte? La finale, sempre al torneo parigino, di Sara Errani? Le vittorie in cinque tornei del Grande Slam in doppio di Errani e Vinci? La storica finale italiana agli Us Open tra Vinci e Pennetta, con vittoria e ritiro tutto in un’unica soluzione di quest’ultima? E se la Vinci è da poco libera di tornare ad una vita regolare, la Schiavone, a 38 anni suonati, continua a calcare i campi di mezzo mondo, con una classifica attuale da brividi (numero 396), Flavia Pennetta fa la mamma a tempo pieno e tiene a freno quel cavallo pazzo di suo marito Fognini, la Errani vive il suo dramma doping (e anche la sua carriera sembra al capolinea). Questo senso di nostalgia, a pochi minuti dalla vittoria di Kirsten Flipkens, è acuito anche da fatto che qui a Montreal non sono presenti giocatrici italiane, né nelle qualificazioni né nel torneo principale. Dietro l’unica italiana tra le top 100, Camila Giorgi, attualmente numero 40 al mondo, giocatrice di grande talento, ma assai scostante nel rendimento, c’è il vuoto. È del tutto assente un ricambio generazionale. Cosa che invece sta accadendo in ambito maschile. Questo stesso senso di nostalgia passa poco dopo in secondo piano, perché dal Campo 6 il boato del pubblico mi incuriosisce. In campo ci sono la britannica Katie Boulter, numero 114 al mondo, e una giocatrice di casa, la quindicenne di Montreal Leylah Annie Fernandez, numero 730 del mondo. Il frastuono del pubblico è frutto del primo set sorprendente della Fernandez, che se lo aggiudica col punteggio di 6-2. Nei due set successivi, quelli ai quali ho assistito, la Boulter fa valere la sua maggiore esperienza, portando a casa la partita con il punteggio di 2-6 6-3 6-3. La Fernandez è una giocatrice minuta dalla grande grinta. Il suo tennis ha margini di ampio miglioramento, ma il sostegno del pubblico di casa le ha fatto sfiorare la grande impresa, entrare nel tabellone principale di uno dei tornei più prestigiosi del circuito WTA. Mentre mi allontano dal Campo 6, con l’obiettivo di sorseggiare un bicchiere di vino rosato prodotto in zona (altro sponsor del torneo), mentre sul Campo 4 continuano ad alternarsi, dopo quello della Sharapova, gli allenamenti delle grandi star del tennis mondiale (Halep, Kerber, Kvitova, Stephens), non visibili al pubblico osannante che si accontenta di un selfie da pubblicare su Facebook et similia, negli altri campi si scontrano per un posto nel tennis che conta tenniste che hanno assaporato la gloria del successo e che, dopo sconfitte e cadute, provano a rialzare la china, a riacciuffare il treno perduto della gloria, e tenniste che dopo aver esultato davanti alla tv per le vittorie delle proprie beniamine, ora cercano di sfidarle per batterle e prendere il loro posto, dando senso ai sacrifici, agli allenamenti, agli spostamenti costanti, alle rinunce abissali in un’età che non tornerà più. Penso che tra la Safarova, professionista dal 2002, e la Fernandez, nata proprio nel 2002, tra una veterana con oltre 700 match alle spalle nel circuito professionistico e un’adolescente che gioca il primo torneo di qualificazione in un torneo WTA, non ci sia questa abissale differenza di desideri, una volta immerse nel rettangolo di gioco. Differenti, di certo, saranno i loro stati d’animo. La mente ti dice che quello che desideri è fare più punti dell’avversario. È necessario che il corpo segua i desideri della mente. Quando questo non accade, la palla termina in rete o oltre le linee che delimitano il campo, e spesso si finisce con il consegnare la partita all’avversario. La Safarova ha portato a casa la partita, mentre la Fernandez ha perso la sua. La differenza non sta nei loro comuni desideri, ma nel modo in cui hanno trasformato questi desideri in atto. Penso a questo, mentre nel tardo pomeriggio, dopo aver buttato il bicchiere in plastica (sì, lo so bere del vino in un bicchiere di plastica è un sacrilegio, ne sono consapevole, ma non avevo alternative) che conteneva il buon rosato bevuto nell’apposito cestino della differenziata, abbandono Parc Jarry per prendere la metropolitana. E penso anche ad una frase di Gabriella Sabatini, grande giocatrice argentina degli anni ’80 e ’90: “Il tennis ti tiene nella sua bolla. Volevo sperimentare la vita al suo esterno: di solito mi svegliavo, facevo colazione e mi esercitavo per due ore, pranzavo, riposavo un po’ e mi allenavo per un’altra ora. All’inizio era molto divertente, ma dopo qualche anno era diventato un lavoro come andare in ufficio. Non si può dire “Oggi non me la sento di giocare”, non puoi permetterti di farlo”. Chissà se come la Fernandez, ci sono giovani giocatrici in Italia, in questa fase critica per il movimento femminile, disposte a farsi avvolgere dalla bolla del tennis, ad allenarsi per ore ed ore ogni giorno colpendo migliaia di palline, a considerare questo sport non solo una passione, ma un’ossessione morbosa che ti accompagna ogni minuto della tua giornata, distruggendo tutto il resto. È questa la strada da seguire se si vuole varcare la soglia del tennis che conta. Non ci sono scorciatoie.

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