Maria Carrano, La Malatrama – Storia di un’amicizia: incipit

Progetto-senza-titolo-1

Qui pubblichiamo l’incipit del romanzo d’esordio di Maria Carrano, “La Malatrama – Storia di un’amicizia”, preordinabile su Bookabook (interessante start up che mi occupa di scouting, promozione e pubblicazione di libri) qui

Quando morì mio nonno nessuno se ne accorse.

Lo trovarono dopo più di sei ore che pendeva violaceo dalla ringhiera della scala, quella stessa scala che avrò percorso centinaia di volte per andare al piano inferiore a rubare le merendine di cui eravamo entrambi golosi.

Era in canottiera e maglietta, la cintura grigia che gli avevamo regalato per Natale infilata nei pantaloni. Le imposte erano chiuse, come a proteggersi dal sole estivo, e dentro riluceva pallido il neon del lampadario con la frutta stampata sopra. Si era arrampicato su una sedia della cucina e aveva avuto l’accortezza di mettere un foglio di giornale sul cuscinetto, facendo attenzione a non lasciare impronte con le suole delle sue ciabatte.

Intorno era tutto pulito, in ordine, come quando si lascia casa per andare in vacanza.

Da quando ho scoperto che mio nonno si è suicidato ho sempre considerato quella serie di azioni come qualcosa di rassicurante: un uomo turbato non rassetta casa prima di uccidersi. Per questo quando penso a lui, lo immagino freddo e razionale, semplicemente stanco della propria vita, che spazza e lava il pavimento per non lasciare sporco, visto che è in procinto d’andar via.

Mio nonno non ha lasciato un biglietto, un testamento, una parola scritta, né ha mai fatto riferimento alla sua intenzione di togliersi la vita. L’unica cosa che ci è rimasta, a monito oscuro del suo gesto, è una scatola di fiammiferi, una grossa scatola di cerini in legno quasi piena. Sopra, con una calligrafia incerta, aveva scritto accendere. Poi l’aveva lasciata lì, sul tavolo con il centro che la nonna aveva ricamato quando si erano appena sposati, più di quarant’anni prima, a nemmeno due metri dal suo corpo quando lo ritrovarono.

A tirarlo giù fu proprio mio padre. Un bel giorno lo chiamò un cugino di mio nonno. Un uomo basso e tarchiato che tutti chiamavano Cecè. Aveva passato la vita ad accumular soldi da commerciante ma non aveva mai perso quell’odore contadino della bassa Calabria, quell’odore di sudore misto a terra arsa. Era andato a fargli visita come faceva spesso allora, ma mio nonno quel pomeriggio non rispose. Lo trovò a dondolare attaccato alla ringhiera nella penombra bianca di una luce artificiale.

Nella mia mente ho ricostruito quel momento diverse volte, ma mai sono stata in grado di trovare nel vocabolario italiano una parola in grado di descrivere quell’attimo; ogni aggettivo, dal più blando a quello più efferato, mi suona stucchevole non appena me le rigiro tra le pieghe dei ricordi per due o tre volte. Perciò non so immaginare e descrivere cosa sia passato per la mente di Cecè né ciò a cui mio padre ha pensato nel breve tragitto che da casa sua lo portava al palazzetto nobiliare con l’ampia scalinata in marmo adorna di ogni genere di ninnoli in terracotta e piante grasse che aveva fatto da cornice alla sua temeraria infanzia.

Mio padre, a detta di tutti, è un uomo estremamente riservato sui sentimenti, perciò il lato intimo di questa storia è avviluppato nel più fitto dei misteri. Quello che si sa per certo è che fu lui a pagare una discreta tangente al medico affinché dichiarasse che era sopraggiunto un arresto cardio-circolatorio per evitare la procedura legale in caso di suicidio e poter procedere subito con le esequie.

Naturalmente io tutto questo non lo sapevo quando 3 giorni dopo stavo in piedi vicino agli scalini della porta d’ingresso, mentre dentro la sala da pranzo di mio nonno il tavolo era stato sostituito con il catafalco che reggeva il suo corpo. Imbellettato, vestito di tutto punto e con delle scarpe nuove di zecca che mia madre aveva comprato perché le altre non gli andavano dato il gonfiore dovuto al penzolamento, non sembrava proprio che avesse trascorso gli ultimi istanti della sua vita con un cappio stretto al collo, pareva piuttosto una bella statua in cera assai simile a quelle che ho visto parecchio tempo dopo in quel famoso museo di Londra in cui star vive e morte vengono immortalate con dubbio gusto ma grande acclamazione dei turisti.

La camera ardente.

Così si chiamava ora il salotto della casa del nonno. Mi ritrovavo a pensare a quell’appellativo solenne attribuito ad una stanza che invece era per me tanto familiare. Su quel divano vedevamo la tv insieme, sul tavolo che avevano spostato per far posto alla sua bara mangiavo beatamente da quando ero nata e quello scrittoio in fondo l’avevamo comprato insieme da un ebanista suo amico che lavorava a San Giorgio, un paesino di non più di 200 anime arroccato su un’aspra collinetta.

La camera ardente suona come il preludio al Giudizio Universale: l’unico luogo in cui qualcosa che non ha vita divampa e riluce senza sosta. Ardente è qualcosa che accade e continuerà ad accadere, forse è per quello che chiamavano così il salotto di mio nonno, allo scopo di considerare la sua morte come un evento auto-rigenerativo.

Da alcune ore ormai mi ritrovavo immersa in quel fiume di persone in abiti scuri che, veletto d’avanti agli occhi, sciamava silenziosamente per la grande scala in marmo. Io in piedi vicino ai gradini , a ondate sparse, cioè tra un pianto a dirotto e l’altro, mi sentivo anche bene. Era il Luglio del 1989 e io avevo 10 anni.

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...