Un anno senza Alessandro Leogrande

“Chissà cosa ne penserebbe Leogrande…”

di Rossano Astremo

Nel 1896, avvicinandosi l’occasione celebrativa del primo centenario dalla nascita di Leopardi del 1898, Giosuè Carducci, parlava del poeta di Recanati, fingendo che questi potesse rivolgersi alle nuove generazioni dei suoi lettori e li ammonisse alla ricerca del vero: “Voi godete, e siate liberi, se potete; ma per essere tali odiate e scuotete da voi la falsità, la vanità, la vigliaccheria dell’educazione e del pensiero, che fu la tabe dei vostri vecchi. – Così io credo che parlerebbe Giacomo Leopardi agli italiani, se i morti si curassero di dir parole ai mal vivi”. Parto da questo riferimento al passato, perché, in molte occasioni, nell’ultimo anno appena trascorso, mi è capitato di ripensare ad Alessandro Leogrande,  il giornalista e scrittore tarantino scomparso all’età di 40 anni lo scorso 26 novembre, a causa di un improvviso e folgorante infarto. Molto spesso, quindi, durante la lettura di un articolo, l’ascolto di un radiogiornale o la visione di un dibattito televisivo, si è formulata nitida nella mia mente la domanda: “Se fosse ancora qui con noi, cosa scriverebbe Leogrande al riguardo? Cosa ne penserebbe?”.  E invece no, ai morti non è data la possibilità di comunicare con chi è ancora in terra. Eppure mai come in questo periodo storico ci sarebbe bisogno della penna di Leogrande, autore tra l’altro dei seguenti libri “Un mare nascosto”, “Le male vite: storie di contrabbando e di multinazionali”, “Nel paese dei viceré: l’Italia tra pace e guerra”, “Uomini e caporali: viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud”, “Il naufragio: morte nel Mediterraneo”, con il quale si è aggiudicato  il premio Volponi e Kapuściński, “Fumo sulla città” e “La frontiera”, quest’ultimo premio Pozzale Luigi Russo e finalista al Premio Terzani.  Alessandro Leogrande è stato un intellettuale che ha sempre fatto molta attenzione ai modi di interazione con la realtà perché è stato uno scrittore di non-fiction. Nei libri che ha pubblicato nel corso della sua vita, partendo da elementi di realtà quali inchieste sul campo, dati storici, carte giudiziarie, ha sempre sviluppato, in una dimensione sostanzialmente giornalistica, dei tessuti narrativi in grado di condurre il reportage a divenire altro da sé, approdando, senza alcun ombra di dubbio ad esiti letterari. Questa indubbia qualità letteraria della sua produzione giornalistica dialoga incessante l’ossessione mai domata per il racconto degli ultimi, per il sostegno dei più deboli, per lo svelamento delle trame malate del potere che pur di assecondare il proprio tornaconto non guarda in faccia a nessuno. Sì, Leogrande, come pochissimi in Italia in questi ultimi anni bui, ha dato voce a chi voce non ha mai avuto per poter esprimere il suo malessere. Qualche giorno fa ero alla presentazione di un romanzo di una nota scrittrice romana, che per l’occasione era presentata da uno scrittore e sceneggiatore, amico di Leogrande. Durante l’incontro, quest’ultimo ha confessato che spesso mentre si siede davanti al suo computer per lavorare alle sue storie di finzione, pensando al lavoro di Leogrande, prova un pizzico di vergogna. Una confessione che può essere letta come testimonianza di stima assoluta per il lavoro dello scrittore tarantino. Quello che ha fatto Leogrande, attraverso i suoi articoli, i suoi reportage, i suoi lavori radiofonici è stato necessario e importante e la grandezza di ciò che ha fatto si manifesta ancora di più oggi che non c’è più. E quindi, sì, capita di pensare chissà cosa scriverebbe di questo governo giallo-verde, dell’autoritarismo a colpi di video e post del Ministro dell’Interno, del divieto di accesso al Mediterraneo centrale alle Ong prima e della chiusura dei porti poi. Però c’è un modo per ovviare a questo malessere e lo dimostrano i molti incontri che sono stati organizzati non solo in Puglia, nella sua Taranto, a Lecce, a Bari, ma anche in altri posti d’Italia. Il modo che abbiamo è continuare a parlare del suo lavoro e a diffondere i suoi libri attraverso pubbliche letture e incontri nelle scuole. Perché, come è giusto che sia per i grandi scrittori che restano, le sue opere continuano a significare e non subiscono la perdita di senso dovuta al passare degli anni.

 

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