Due interviste ritrovate del 2010 ad Alessandro Leogrande

(Negli anni, mi è capitato in più di un’occasione di intervistare Alessandro Leogrande per il Nuovo Quotidiano di Puglia. Ho ritrovato nel mio archivio due interviste del 2010, apparse poi sul quotidiano in versione ridotta. Qui ne pubblico la versione integrale)

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Il calcio secondo Alessandro Leogrande

 di Rossano Astremo

 In “Ogni maledetta domenica” Andrea Cisi, Tommaso Giagni, Carlo Carabba, Francesco Pacifico, Luca Mastrantonio, Osvaldo Capraro, Vittorio Giacopini, Stefano Scacchi si addentrano nei chiaroscuri del calcio, nostro sport nazionale. Il curatore è il tarantino Alessandro Leogrande, amante del calcio e attento esaminatore delle dinamiche sociali de nostro Paese. Lo abbiamo intervistato per parlare dell’antologia, ma anche dei suoi progetti futuri.

Dopo “Il pallone è tondo”, antologia da te curata nel 2005 per L’Ancora del Mediterraneo, sei tornato a lavorare ad un progetto editoriale sul tema del calcio. Perché questa scelta?

Credo che il calcio continui a essere uno specchio della società italiana, uno specchio che estremizza i suoi vizi (parecchi) e le sue virtù (un po’ meno), le sue disfunzioni e i suoi paradossi. Pertanto, quando lo analizziamo al di fuori dei soliti cliché sportivi, capita sempre di cogliere qualcosa di più profondo, che riguarda il carattere degli italiani. Quando è uscito “Il pallone è tondo”, Calciopoli non era ancora esplosa, ma in qualche modo quel libro aveva previsto che le basi marce del sistema stavano per cedere. Dopo le prime rivelazioni c’è stato un putiferio, ma non un crollo rigeneratore. Tutto è tornato come prima, con le solite ipocrisie.

Detto questo, nel calcio continuano a esserci ancora degli spazi liberi, delle storie o dei singoli individui che si sottraggono al solito tran tran. Il calcio continua a essere, come già avevano notato Soldati o Pasolini o Carmelo Bene a loro tempo, un territorio in cui si rinnova l’epica, in cui alle volte improvvisamente si compie il miracolo di un gesto artistico che rompe la cappa ordinaria del gioco. Questo avviene ancora oggi, in epoca post-moderna, con fuoriclasse come Messi, ed è importante saperlo cogliere.

Otto gli autori selezionati. Alcuni affermati, altri meno. Come ti sei organizzato per reclutare gli scrittori?

Ho scelto otto autori diversissimi tra loro, per età, provenienza geografica, approccio alla scrittura, stile. L’ho fatto affinché venissero fuori storie molto diverse tra loro. Il calcio, come tutti i sistemi che coinvolgono direttamente e indirettamente milioni di persone, non può essere colto nella sua totalità. È possibile però soffermarsi su alcuni dettagli rivelatori, come la morte di Sandri o il razzismo contro Balotelli o il rapporto tra il Milan e Berlusconi, che possono squarciare, almeno parzialmente, il velo che avvolge il tutto e rivelarne la sua essenza. Le otto storie, partendo tutte da punti di vista molto personali, provano a fare questo.

Perché la decisione di addentrarvi nel terreno della non fiction per raccontare il calcio del nostro tempo?

Credo che la non fiction sia un territorio letterario dalle enormi potenzialità. E il calcio è uno di quegli oggetti che può essere sviscerato dalla non fiction meglio che dalla fiction. Il calcio è un calderone di storie umane, indizi sociologici, personaggi da romanzo in cui la realtà supera spesso la fantasia. Per cui più che inventare qualcosa di nuovo e ambientarlo nel mondo del calcio, credo sia più utile fare un percorso differente: usare i mezzi letterari, e una scrittura letteraria, per riportare alla luce alcuni pezzi di questo calderone. O per raccontare storie dimenticate, come fa Capraro nel suo racconto pugliese, in cui ricorda la vicenda tragica di un vigile urbano di Monopoli colpito da un oggetto lanciato da alcuni ultras a bordo di un treno in corsa e rimasto afasico e semiparalizzato.

Se avessi dovuto tu scrivere un racconto per quest’antologia quale storia avresti scelto di narrare?

Mi sarebbe piaciuto fare un ritratto di Prandelli, l’allenatore della Fiorentina: una persona perbene, riservata, che ha piena consapevolezza della degenerazione del gioco del calcio e che pure, ogni domenica, fa onestamente il suo lavoro, facendo giocare bene la sua squadra. Prandelli è un artigiano dello spogliatoio, come quelli di una volta, un po’ insegnante e un po’ prete. Ogni volta che lo vedo ho la sensazione che sia un uomo che ha sofferto molto nella vita. Eppure ha trovato la forza di andare avanti.

09/02/2010

 

“Un reportage sulla Scu? Perché no?”

di Rossano Astremo

 

 

Alessandro Leogrande oltre ad essere il vicedirettore di “Lo Straniero”, lo storico mensile diretto da Goffredo Fofi, è uno degli scrittori che più d’ogni altro, grazie ai suoi reportage narrativi documentati e acuti, sa raccontare l’Italia e, in particolare, la Puglia d’oggi e le sue derive criminali. Lo abbiamo intervistato per parlare dei suoi progetti futuri e non solo.

Dopo la ricostruzione della storia del grande business delle sigarette di contrabbando in “Le male vite”, ripubblicato quest’anno da Fandango, e l’analisi dello sfruttamento degli immigrati dell’est nella raccolta dei pomodori in “Uomini e caporali”, libro edito da Mondadori nel 2008, su cosa stai lavorando? È ancora la Puglia materia privilegiata dei tuoi reportage narrativi?

Sto lavorando a un altro reportage narrativo, e la Puglia è ancora nei miei interessi. Questa volta intendo raccontare la vicenda dell’affondamento della Kater I Rades nel Canale d’Otranto nel marzo del 1997. Un’epoca che sembra lontanissima e che invece è strettamente intrecciata con l’attuale, non solo per quanto riguarda il “controllo” dei flussi migratori. L’affondamento della Kater, speronata da una corvetta della Marina Italiana (la Sibilla), produsse 84 morti. Non solo si trattò di una strage, ma fu il primo tentativo (tragico) di respingimento in alto mare di una carretta stracarica di uomini, donne e soprattutto bambini che fuggivano da una guerra civile, con la messa in atto operazioni di disturbo. Quello che mi interessa è soprattutto recuperare l’aspetto umano: il dramma di chi è morto, il dramma di chi è rimasto e non si è mai ripreso dal trauma, il dramma dei famigliari che hanno perso i propri cari e che ancora non si danno pace. Tra l’altro, proprio in questi mesi si sta celebrando presso la Corte d’Appello di Lecce il processo di secondo grado.

Sarebbe interessato a lavorare su un progetto editoriale volto a mettere in luce le nuove dinamiche del crimine organizzato in Puglia? È di pochi giorni la notizia dell’arresto di 22 esponenti della Scu nel brindisino: un fenomeno tutt’altro che passato quello della Sacra Corona Unita in Puglia.

Sì, perché la mafia pugliese (e in particolare quella brindisina) non è scomparsa, è solo mutata, spesso mimetizzandosi. L’Operazione primavera ha stroncato il contrabbando di sigarette a bordo degli scafi, ci sono stati importanti processi, e un’utile lavoro di ricostruzione del fenomeno, ma la zona grigia dei cosiddetti “colletti bianchi” della malavita non è stata intaccata, né sul piano giudiziario né sul piano della critica culturale. Per questo c’è ancora molta strada da fare, e ci sono ancora molte vicende da raccontare.

I suoi libri sono reportage narrativi. Se dovessi indicare un maestro del genere che in qualche modo ha influenzato la tua scrittura, chi indicheresti?

Tre nomi: Carlo Levi, Corrado Stajano, Ryszard Kapuscinski.

Un’altra sua grande passione è il calcio. Ha curato due antologie su questo sport. Cosa ti affascina del mondo del pallone e della sua narrazione?

Mi affascinano due aspetti. Il calcio rappresenta l’ultimo luogo contemporaneo in cui viene elaborata un’epica, in cui si elaborano segmenti di racconto epico che tramandano le gesta dei suoi eroi o il ricordo di partite memorabili. D’altra parte, il calcio è uno straordinario spaccato della società italiana (e più in generale della società globale). Dilata, ingigantisce, estremizza tratti culturali, tic linguistici, disfunzioni che altrove rimangono sottotraccia. Nel bene e nel male, le vicende che riguardano Mourinho, Cassano o Balotelli ci rivelano tantissimo del mondo in cui viviamo.

 

29/12/2010

 

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