Dieci buone ragioni per leggere “La straniera” (La nave di Teseo) di Claudia Durastanti

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Dieci buone ragioni per leggere “La straniera” (La nave di Teseo) di Claudia Durastanti

di Rossano Astremo

  1. Perché racconta una storia personale, assai dolorosa, ma lo fa senza mai lasciarsi andare ad eccedenze emotive o piagnistei pietistici. Il suo libro si apre non a caso con un esergo di Emily Dickinson: “Dopo un grande dolore, / viene un sentimento formale”. Questi versi che ben si allineano con la voce assunta dall’io narrante. Il suo racconto è gelido e controllato, anche nel dramma: “A volte cerca di descrivermi il terrore che si prova nel suo essere sordastra e afflitta da mal di testa perenni: è come se vivesse con qualcuno alle spalle che cerca di spaventarla in continuazione (…). La possibilità di un agguato le ha trasformato il corpo in maniera irreversibile; le ha incurvato la schiena e l’ha resa incapace di guardare davvero negli occhi le persone”.
  2. Perché questo memoir è scritto in uno stato di grazia. La lingua che usa è chirurgica – mai esondante – ma al contempo perdutamente evocativa: “I miei genitori si sono incontrati per i riverberi simili a quelli di una foresta prima di un incendio, non perché era scritto; il loro futuro non era impresso nella filigrana di una Bibbia o di un vecchio oroscopo, era solo una vibrazione particolare nell’aria, un allarme invisibile che invitava alla sopravvivenza.
  3. Perché ci consegna un racconto della disabilità atipico e frastornante: “Poi un giorno, mentre stava per mettere alla prova le sue capacità di nuoto in un fiume inquinato e rivoltante, una ragazza lo aveva preso tra le braccia e lui aveva scoperto che per tutta la vita era andato alla ricerca di un suo simile. Una persona che non voleva affrontare la disabilità con coraggio o dignità, ma con incoscienza”.
  4. Perché, attraverso questa narrazione misurata eppur vorticosa, riesce a trasformare i suoi genitori in due dei personaggi letterari più riusciti e indimenticabili degli ultimi anni: “Nella stanza in cui viveva mia madre si alternavano anemia, sonno interrotto e terrore. Un giorno era rientrata a casa e aveva trovato tutte le serrande abbassate, i mobili rovesciati e le bottiglie aperte; mio padre era seduto in cucina con un coltello in mano e le aveva detto che avevano quarantotto ore per scappare in Olanda”.
  5. Perché è perfetta testimonianza del fatto che quello che siamo nella vita adulta è proiezione di certo non lineare ma comunque pregnante delle relazioni con la nostra famiglia d’origine: “Mio nonno fu il secondo a contrarre una malattia letale: il fegato cedette per una cirrosi. Gli era sempre piaciuto bere e, a differenza di quasi tutti gli uomini che ho conosciuto, non ha mai avuto una sbronza triste. È una resistenza che si è riverberata in me; quando mi trovo al cospetto di un uomo che dopo aver bevuto inizia ad avere cedimenti nostalgici, smetto di avere rispetto per lui, qualcosa dentro di me si fa freddi e implacabile”.
  6. Perché è anche una storia che manifesta la forza salvifica che può avere la letteratura nella vita di una persona: “Ma ormai – come scrive Vladimir Nabokov nelle sue lezioni universitarie – avevo scoperto cosa fosse la letteratura, e non potevo tornare indietro”.
  7. Perché il racconto del trasferimento della protagonista a Londra rende il testo anche una valida testimonianza delle sensazioni e degli stati d’animo di molti expat italiani degli ultimi anni: “Non c’è nulla del mio quartiere o delle zone limitrofe che mi sia sconosciuto ormai, eppure la mia insicurezza resta quella del giorno in cui sono arrivata”; “Più vivo a Londra più aumenta la mia sindrome di impostura”.
  8. Perché alle sequenze narrative si succedono, andando avanti nella narrazione, molte sequenze riflessive. Una di queste chiarisce inequivocabilmente il significato del titolo del libro: “Possiamo fallire una storia d’amore, il rapporto con una madre. Ma quando una città ci respinge, quando non riusciamo a entrare nei suoi meccanismi più profondi e siamo sempre dall’altra parte del vetro, subentra una sensazine frustrata di merito, che può farsi malattia: Straniero è una parola bellissima, se nessuno ti costringe ad esserlo; il resto del tempo, è solo il sinonimo di una mutilazione, e un colpo di pistola che ci siamo sparati da soli”.
  9. Perché come diceva un certo Holden: “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. Ecco, questo potrebbe capitarvi, al termine della lettura del romanzo di Claudia Durastanti. Certo, chiamarla al telefono tutte le volte che vi gira direi che non è cosa buona e giusta, ma ascoltarla dal vivo durante la presentazione di questo suo libro di certo è esperienza che vi consiglio.
  10. Perché nulla è lasciato al caso. “La straniera” ha una copertina meravigliosa, un’immagine dei fotografi turchi Ulaş Kesebir & Merve Türkan, il rosso intenso dominante una donna dal caschetto nero che posa la sua testa su una parete. Perfetta sintesi del mondo interiore che l’io narrante racconta in queste pagine.

 

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