Michele Mari, Cento poesie d’amore a Ladyhawke

L’amore: un crollo

di Rossano Astremo

Da un narratore sopraffine come Michele Mari c’era da aspettarselo:esordire con un libro di versi, Cento poesie d’amore a Ladyhawke, edito recentemente da Einaudi, e lasciare il segno. Parla d’amore Michele Mari, s’addentra in uno dei temi più usati e abusati della letteratura, ma riesce a farlo con intelligenza e grazia, ironia e struggimento, usando un numero spropositato di citazioni messe tutte al servizio della propria autobiografia. Mari racconta di un amore nato tra i banchi di scuola, durato per più di trent’anni, custodito segretamente, poi esternato, tacitamente vissuto, mai consumato, poi svanito. Come i grandi libri di poesia, quelli che attraversano indenni il passare dei lustri, il libro di Mari si legge, ma soprattutto si rilegge, si assapora lentamente, come boccone delicato che dalla lingua sprigiona il suo gusto unico, toccando il cervello e rendendolo schiavo. “Tu non ricordi / ma in un tempo / così lontano che non sembra stato / ci siamo dondolati / su un’altalena sola // Che non finisse mai quel dondolio / fu l’unica preghiera in senso stretto / che in tutta la mia vita / io abbia levato al cielo”. Ecco i ricordi del passato che annegano la memoria del poeta. Ricordi dai quali non riesce a liberarsi. Ricordi che hanno ricadute inevitabili sul suo presente: “Come un serial killer / faccio pagare alle altre donne / la colpa / di non essere te”. Poi l’incontro, dopo tanti anni di lontananza: “Mi dai del gentiluomo / e me ne vanto / poi mi rammento / dei versi di Rimbaud / par délicatesse / j’ai perdue ma vie / e come Petrolini / me ne pento”. Nasce nel poeta l’illusione di poter realizzare il sogno di un amore per troppi anni idealizzato. La mente viaggia: “Immagina / quanto male mi faccia / pensare a un figlio in cui congiunti / fossero i nostri occhi”. La realtà è più dura d’ogni dorata immaginazione, perché la donna amata dal poeta è sposata. Lo spettro del marito s’incarna inevitabilmente: “Puntavo sulla paglia o sul legname / ma dei tre porcellini / tuo marito / doveva essere quello in salopette con la cazzuola / perché ho soffiato e soffiato / ma la tua casa/ non è venuta giù”. Ancora la metafora del mondo delle fiabe per spiegare il tragico movimento del loro amore: “Tutti i nostri incontri / si sono svolti nel segno affannoso / della Zucca / perché anche alle sei del pomeriggio / o alle undici e un quarto di mattina / mancava sempre un minuto a mezzanotte”. Lei, però, dopo i primi tentennamenti, non cede, cerca di preservare la stabilità della sua vita, cerca di non farsi travolgere da questa nuova possibile passione: “Mi concedi un posto nel tuo cuore / ma non nella tua vita // Allora ti avverto che là dentro / farò un tale casino / che il cuore rivelatore di Poe / sarà al confronto / un cuore silenzioso”. Tutto si avvia verso il più negativo degli epiloghi. Restano solo i condizionali ad alimentare artificiose costruzioni di una vita non vissuta. E l’inevitabile addio: “Avendomi chiesto che fossi io a sparire / mi resta la memoria della mano / che ho lungamente lambito con la lingua / prima di rinselvarmi / nella foresta dove è sempre notte”. La separazione è avvenuta, ma con quali danni: “Fedeli al duro accordo / non ci cerchiamo più // Così i bambini giocano / a non ridere per primi / guardandosi negli occhi / e alcuni sono così bravi / che diventano tristi per la vita intera”. Inutile aggiungere che ho trovato il libro stupendo. L’ho letto, l’ho riletto e ancora aleggia nello spazio della mia stanza riservato alle letture future.