Dizionario affettivo della lingua italiana: recensione

Dizionario affettivo della lingua italiana

Tutti abbiamo una parola del cuore

di Rossano Astremo

Ecco a voi un dizionario sui generis. È stato appena pubblicato da Fandango ed il titolo è “Dizionario affettivo della lingua italiana”, libro curato da Matteo B. Bianchi, con la collaborazione di Giorgio Vasta. Nata come gioco, lo scorso anno pubblicato in formato molto ridotto in Rete, sulla rivista ‘tina, curata dallo stesso Bianchi, l’idea si è trasformata in un libro vero e proprio. Bianchi ha chiesto a 330 scrittori italiani di scegliere la loro parola preferita e di spiegarne il perché. Ogni autore ha selezionato, quindi, la sua parola del cuore. Sono 315 le parole presenti nel volume, divise, come ogni dizionario che si rispetti, in perfetto ordine cronologico. Il “Dizionario affettivo della lingua italiana” parla, quindi, del rapporto privato che ogni autore sviluppo con la propria lingua. Il numero degli autori è superiore a quello delle parole per il semplice fatto che alcuni autori hanno selezionato la stessa parola. Ed è paradossale che la parola più presente nel volume sia “silenzio”. Ovviamente un’operazione del genere, con un numero così vasto di scrittori coinvolti, può essere considerato un vero e proprio censimento dei narratori italiani presenti oggi in Italia. Perché Bianchi, visto l’operazione colossale che andava ad intraprendere, ha preferito chiedere la partecipazione dei soli narratori, evitando giornalisti, registi, sceneggiatori e quant’altri. E ci sono davvero tutti, Andrea Camilleri, Edoardo Sanguineti, Erri De Luca, Giorgio Faletti, Tiziano Scarpa, Paolo Nori, Domenico Starnone, e l’elenco sarebbe davvero infinito. Le definizioni oscillano dalla lunghezza di una riga sino a quella di 4000 battute. Cito qui alcuni estratti di particolare bellezza. Romolo Bulgaro ha scelto la parola “cielo”: “Non occorre veleggiare al largo delle isole australi. Basta e avanza qualsiasi città italiana, purché sia aprile e gli alberi abbiano le foglie nuove e la luce sia giusta, per esempio il riverbero striato del tramonto che trascolora nel blu cobalto della sera. Il cielo contiene ogni cosa. Quando ce ne andremo, sarà lì”. Marosia Castaldi ha scelto la parola “mani”: “Quando penso alle mani, rivedo le mani di mia madre chiuse nel grembo di una donna stanca di guerra. E rivedo le mani di mio padre consumate dal lavoro. Avevano toccato stoffe e denaro per una vita intera. E vedo le mie mani intente nel tormento della tastiera di un computer. Le mani sono cuore e cervello di un’intera vita”. Roberto Pazzi sceglie la parola “avversario”, e la sua definizione è stringata e lucente: “Colui che eternamente siamo tentati di baciare”. Più che citare è necessario sfogliare questo piccolo dizionario del cuore, in cui l’idioletto di ciascun autore può ravvivare, nella condivisione d’immaginario, zone morbide della nostra mente.

(Articolo apparso sul “Nuovo Quotidiano di Puglia” il 29 settembre)

Dizionario affettivo della lingua italiana (Fandango, 2008): un assaggio

da DIZIONARIO AFFETTIVO DELLA LINGUA ITALIANA

A CURA DI MATTEO B. BIANCHI E GIORGIO VASTA

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AURORA, di Raul Montanari
Henry James diceva che nella lingua inglese non c’è espressione più bella di summer morning, mattino d’estate; per me, in quella italiana, niente batte la dolce parola aurora. Ha un suono sensuale e austero al tempo stesso: la bocca indugia socchiusa nel pronunciarla, le labbra sporgono; la lingua, i denti, il palato lasciano passare l’aria senza sfiorarsi. È una parola latina, ma i latini stessi si sbagliavano sul suo significato. Pensavano venisse da aurum, oro, e volesse dire che è l’ora del giorno in cui il cielo prende il colore dell’oro. Più preciso e poetico, Omero la chiamava aurora dalle dita di rosa.

L’aurora non è l’alba: è il presentimento dell’alba. Il momento in cui il sole, ancora invisibile sotto l’orizzonte, colora di rosa una notte che già non è più notte, senza che il giorno sia ancora giorno.

GOMMAPANE, di Giampiero Rigosi
Sarà che quando mi viene chiesto di pensare a una parola a cui sono emotivamente legato è dicembre, periodo di passaggio tra un anno e l’altro, momento di ricordi e nostalgie, ma quella che mi viene in mente per prima è una parola che probabilmente non uso da decenni: gommapane. Che già fa bene allo spirito per il suono e la composizione: due parole buone, morbide, profumate – il pane e la gomma – un po’ come burrocacao.

Pensando alla gommapane, riaffiorano ricordi lontani: dita che rigirano sotto il banco una pallottolina bianca e profumata, che piano piano perde l’odore e diventa grigia ma resta comunque morbida, piacevole da toccare, da premere, da modellare. Una specie di mantra, di soffice rosario che favorisce la concentrazione ma anche il rilassamento, la pulizia del pensiero. Di cosa è fatta la gommapane, e a cosa serviva veramente? Forse a cancellare i tratti a matita. Ma per quello non bastava una normale gomma da cancellare? (ce n’erano di bellissime, morbide e profumate, che si scioglievano sul foglio, mentre quelle a due colori, per matita e biro, erano troppo dure e avevano un sentore chimico, sgradevole). Ma se per cancellare c’erano le gomme, per giocare c’era il pongo e per modellare c’era il Dash, come riuscivo a convincere i miei genitori, quando mi accompagnavano in cartoleria (luogo meraviglioso per me, da bambino e anche ora, come la libreria e la pasticceria), a comprarmi una confezione di gommapane? Ricordo ancora il brivido nello strappare il rivestimento di cellophane e nel violare per la prima volta la compattezza candida e ancora geometricamente perfetta della gommapane appena comprata.

È un gesto così intimo, così profondamente legato all’infanzia – polpastrelli che distrattamente, ma allo stesso tempo con grande perizia, rigirano e impastano materia morbida: il lobo di un orecchio, un minuscolo gomitolo di tessuto, una caccola estratta da una narice. Spesso mi capita ancora – per esempio a tavola, durante certe interminabili discussioni da dopo cena – di cercare qualcosa con cui giocherellare. Gommapane non ne ho (ne ho rinvenuto un avanzo sul fondo di un’astuccio, tempo fa, ma era secca e indurita), quindi le mie dita s’impadriniscono di quel che trovano: il lembo strappato di un tovagliolo di carta, un pezzetto di sughero, una pallina di mollica. E ancora si riavvia, automaticamente, quel gesto che viene da lontano, e che per un periodo della mia vita ha avuto come complice ideale quella materia misteriosa e affascinante: la gommapane.

OSTIA, di Alda Teodorani
Ostia è il corpo di Cristo dopo la transustanziazione, uno dei maggiori dogmi della Chiesa cattolica: il corpo di Cristo fatto pane (la sacralità diventa carne). L’ostia che i fedeli ricevono durante la comunione è quindi il simbolo del pane, alimento essenziale e sacro, alimento più importante di quel che solitamente si crede, poiché per farlo sono stati necessari i quattro elementi: Aria, Acqua, Terra, Fuoco. Quanto mi porta lontano la parola Ostia: dal romanzo che ho finito da poco di scrivere, ispirato ai simbolismi religiosi, al silenzio carico di incenso e fiamme di candele d’una chiesa, a uno dei più bei posti visitati nella mia vita (Ostia antica), all’esclamazione che indica stupore, su qualcosa di grande e talmente immenso che per definirlo ci vuole una parola corta corta ma di enorme significato.