Luigi Malerba, Il sogno di Epicuro (Manni, 2008)

incipit di Il sogno di Epicuro

di Luigi Malerba

Un orto ben coltivato, circondato da un muro. Addossato al muro un basso padiglione nel quale si intravedono alcune panche e un tavolo di legno grezzo.
Il filosofo Epicuro, un cinquantenne con una folta barba grigia, cammina fra i solchetti dell’orto, coltivato a rape, cavoli, lattuga, crescione, ravanelli, sedano, cipolle e altre verdure. Lo seguono cinque allievi fra cui una ragazza. Epicuro parla e intanto annaffia le verdure con una brocca piena d’acqua. Quando l’acqua è finita uno degli allievi gli porge un’altra brocca piena e va a riempire quella vuota a una fontanella addossata al muro dell’orto. Intanto Epicuro continua la sua lezione.
«…I piaceri si dividono dunque in “naturali e necessari”, come cibarsi; in “naturali e non necessari”, come cibarsi con alimenti raffinati; e infine vengono i piaceri che non sono “né naturali né necessari”, come arricchirsi.»
Un allievo con una faccetta simpatica e spiritosa si avvicina al filosofo.
«Maestro Epicuro, posso esprimere un concetto?»
«Sentiamo.»
«Io considero i ravanelli crudi un cibo molto raffinato. Il mio amico Sidonio li considera invece un cibo degno delle capre.»
«Il tuo amico Sidonio farà bene a lasciare i ravanelli per te o per le capre dal momento che non gli piacciono. Il piacere comunque non è unico e assoluto per tutti, non esiste “il piacere in sé” come dice Platone, ma vari generi di piacere in rapporto alle persone, agli oggetti, alle condizioni delle persone, all’occasione.»
Mentre parla, Epicuro distrattamente continua il gesto di innaffiare le verdure, ma la brocca è vuota. Un secondo allievo glielo fa notare. «Maestro Epicuro, stai innaffiando con la brocca vuota.»
Epicuro si rende conto della distrazione. «Se veramente continuassi a innaffiare, il fatto che la brocca è vuota non sarebbe rilevante. In realtà non sto innaffiando come tu hai detto, ma sto facendo soltanto il gesto di innaffiare. Insomma sto facendo un innaffiamento “platonico”. Con questo genere di innaffiamento le verdure non crescerebbero e noi finiremmo per morire di fame. Esiste una migliore dimostrazione che la filosofia deve essere tutta tesa ad aiutare gli uomini a vivere meglio, possibilmente a raggiungere la felicità, e che è inutile e perciò dannosa quella filosofia che propone soltanto idee astratte?»
«Come Platone» dice la Ragazza.
Epicuro sorride soddisfatto alla Ragazza, poi prende la brocca piena d’acqua che gli porge uno degli allievi e nell’altra mano tiene la brocca vuota. Le mostra tutte e due agli allievi, una vicina all’altra.
Epicuro alza in alto la brocca vuota. «Questa è la filosofia di Platone.» Poi mostra la brocca piena. «E questa è la filosofia di Epicuro.»
Poi dà la brocca vuota all’altro allievo perché vada a riempirla, e con quella piena riprende a innaffiare le verdure. Dopo qualche istante si ferma e gira lo sguardo intorno.
«Ravanelli, cavoli, rape, lattuga, barbabietole, sedano, cipolle, cetrioli… lo chiamano “il giardino di delizie”, e io sono d’accordo nel dire che queste verdure sono autentiche delizie, ma preferisco che questo luogo venga chiamato “l’Orto di Epicuro” perché di un orto si tratta e non di un giardino.»
Il Primo Allievo fa uno sbadiglio. «Posso esprimere un altro concetto?»
«Dimmi.»
Il Primo Allievo è incerto. «Il sole sta tramontando, maestro Epicuro…»
«La notizia è interessante, ma generica.»
«Con il tramonto del sole i tuoi allievi sentono la necessità di soddisfare un loro desiderio “naturale e necessario”.»
«Se è della cena che intendi parlare, gli ortaggi sono già stati raccolti e lavati. Possiamo dunque entrare nel padiglione.»
Epicuro depone la brocca dell’acqua e si avvia verso il padiglione seguito dagli allievi. Posato su un tavolo c’è un grande cesto con molti ortaggi. Gli allievi siedono intorno al tavolo insieme al maestro e prendono una ciotola ciascuno. Sul tavolo c’è anche una brocca piena di vino e delle coppe di metallo.
Gli allievi attendono rispettosamente, ma con impazienza, che Epicuro incominci a mangiare per primo. Il filosofo guarda il cibo, poi guarda gli allievi in attesa, evidentemente affamati.
Sorride malizioso.
«L’attesa aumenta il piacere.»
Il Primo Allievo mostra segni di nervosismo.
«Posso esprimere un concetto?»
«Certo.»
«Ho fame: l’attesa prolungata e i morsi della fame che l’accompagnano procurano dolore.»
Epicuro risponde allegramente.
«Abbandoniamoci dunque a quest’orgia di piacere!»
Epicuro prende un ravanello e lo addenta.
Gli allievi incominciano a loro volta a mangiare con voracità.
«Quando i nostri nemici ci accusano di essere dei gaudenti dediti ai più sfrenati piaceri dei sensi, in fondo non hanno torto.»

Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia: incipit

 

incipit di Kafka sulla spiaggia

di Haruki Murakami

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Il ragazzo chiamato Corvo

– E così il denaro sei riuscito a trovarlo ? – chiede il ragazzo chiamato Corvo. Il modo di parlare è il solito, un po’ strascicato. Come di uno che si è appena svegliato dopo una lunga dormita e ha i muscoli della bocca ancora intorpiditi. Ma il suo è solo un atteggiamento: in realtà è perfettamente sveglio. Come sempre.
Io annuisco.
– Quanto ?
Rifaccio un’altra volta il calcolo a mente, quindi rispondo: – Circa quattrocentomila yen in contanti. Poi c’è ancora qualcosa che posso prelevare con la carta. Naturalmente non credo che basti, ma almeno per ora dovrei farcela.
– Non è male, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – Almeno per ora.
Io annuisco.
– Però questi soldi non li hai certo ricevuti da Babbo Natale, o sbaglio? – dice.
– No, – rispondo.
Il ragazzo chiamato Corvo si guarda intorno, storcendo leggermente le labbra in una smorfia ironica.
– Non sarà che provengono dal cassetto di qualcuno, qualcuno molto vicino?
Non rispondo. Lui sa benissimo di chi è quel denaro, è ovvio. Non sta cercando di strapparmi una confessione. Mi sta semplicemente prendendo in giro.
– Beh, pazienza, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – Quei soldi ti servono. Ti servono davvero. Devi averli. Qualsiasi mezzo è lecito: chiederli, prenderli in prestito di nascosto, rubarli… In ogni caso sono soldi di tuo padre. Con quelli, almeno per ora, ce la farai. Ma quando avrai finito quei quattrocentomila yen, come hai intenzione di muoverti? I soldi non crescono spontaneamente nel portafogli come funghi di montagna. Avrai bisogno di mangiare, e di un posto per dormire. A un certo punto i soldi finiranno.
– Ci penserò quando sarà il momento, – dico.
Ci penserò quando sarà il momento, – ripete il ragazzo, come soppesando le mie parole sul palmo della mano.
Io annuisco.
– Vuoi dire che cercherai un lavoro o qualcosa del genere?
– Forse, – dico.
Il ragazzo chiamato Corvo scuote la testa. – Ma quando imparerai qualcosa sulla vita? Come pensi che un ragazzo di quindici anni, in un posto lontano e sconosciuto, possa trovare un lavoro? Se non hai neanche finito la scuola! Chi ti darebbe un impiego?
Arrossisco leggermente. Sono uno che arrossisce subito.
– Mah, lasciamo perdere, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – Non è il caso di fare un elenco dei problemi, prima ancora di cominciare. Ormai hai fatto la tua scelta. Adesso si tratta solo di metterla in pratica. E comunque sia, è la tua vita. Alla fine, sei solo tu a dover decidere.
Sì, comunque sia, questa è la mia vita.
– Ma d’ora in avanti, se non diventi più tosto non ce la farai.
– Faccio del mio meglio, – dico.
– Certo, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – In questi ultimi anni ti sei rafforzato molto, non si può negare. Annuisco. Il ragazzo chiamato Corvo continua:
– Resta però il fatto che hai solo quindici anni. La tua vita è appena cominciata. Il mondo è pieno di cose di cui non sai niente. Cose che tu nemmeno ti immagini.
Siamo seduti come al solito l’uno accanto all’altro sul vecchio divano di pelle nello studio di mio padre. Al ragazzo chiamato Corvo questa stanza piace. Gli piacciono molto tutti i piccoli oggetti che ci sono. Adesso gioca con un fermacarte di vetro a forma di ape che ha tra le mani. Naturalmente, quando mio padre è in casa si tiene alla larga.
– Però, qualsiasi cosa succeda, – dico, – devo andarmene di qui. Su questo non si discute.
– Lo credo anch’io, – conviene il ragazzo chiamato Corvo. Posa il fermacarte sul tavolo, e incrocia le mani sulla nuca. – Però non pensare che questo risolverà tutto. Non per raffreddare il tuo entusiasmo, ma anche se vai più lontano che puoi, non è detto che riuscirai davvero a fuggire da qui. Secondo me è meglio non fare troppo affidamento sulla lontananza.
Ci rifletto per qualche istante. Il ragazzo chiamato Corvo tira un sospiro, chiude gli occhi e si preme le palpebre con le dita.

Philippe Forest, Sarinagara (Alet, 2008): incipit

 

incipit di Sarinagara

di Philippe Forest

Tutti i ricordi alla fine si cancellano. E poi restano i sogni. A quel punto, ormai soli, è a essi che affidi il fardello della tua vita. Presto non ricorderò più niente, niente a parte quella storia che tornava tutte le sere appena mi addormentavo. È diventata il mio ricordo più nitido e remoto. Risale forse all’epoca dei miei quattro o cinque anni. Scesa la notte, il buio s’infittiva nella stanza; chiudevo gli occhi e tutto ricominciava. Ero un bambino molto piccolo e uscivo di casa. Prendevo la via che portava alla scuola o fino ai giardini. Tutto era deserto. Una grande calma meravigliosa si era posata sul mondo. Nella luce di un giorno che stava finendo, camminavo a lungo ma senza fatica. Godevo della mia straordinaria leggerezza e della facilità con cui passavo tra le cose. Attraversavo la città: le facciate grigie degli edifici davano l’impressione di perdersi nel cielo, grandi scale giravano nel vuoto come appese al miraggio di splendidi palazzi. Canali color acciaio si stagliavano all’infinito alimentati silenziosamente da vasche e da fontane sulla cui profondità si protendevano ponti dagli archi giganteschi. Il sole brillava ancora ma senza fare ombra o calore. Stavo attento a non uscire dai confini del mio quartiere, che si era stranamente dilatato al punto da contenere nella sua nuova immensità tutto lo spazio impensabile del mondo. Non c’era anima viva. Non riconoscevo nulla intorno a me. Mi addentravo sempre più in una fantasmagoria silenziosa e senza fine. Tutte le prospettive nuove che scoprivo facevano più grande la mia perplessità. Ero incapace di indicare la direzione di casa mia. Capivo di essere arrivato all’estremità del mondo e che al di là non c’era niente. Non avrei mai più trovato la strada del ritorno. Ero del tutto perso. Nel sogno sapevo che in quel momento avrebbe dovuto piombarmi addosso una tristezza totale, una disperazione senza fondo. Misuravo tutta la miseria della mia condizione di bambino smarrito, ma un’impressione di grande tranquillità era dentro di me. Mi sentivo libero di una libertà triste, era per me come una vertigine alla quale non volevo rinunciare e alla cui grazia mi abbandonavo con gratitudine e fiducia, con gioia.
Tutto il sogno era immerso in un unico colore, ma lo strano è che quel colore non l’avevo mai visto da nessuna parte. Direi che assomigliava a un certo tipo di “giallo”. Eppure sarei stato assolutamente incapace di dargli un nome preciso e ancor meno di descriverlo. D’altra parte, se ci penso, la parola stessa “colore” non era del tutto adatta. Si trattava piuttosto di un tipo quasi impercettibile (di grana? di pigmentazione?) che contagiava indistintamente tutte le sfumature del verde, del grigio, del blu, del rosso; non le alterava veramente – il verde rimaneva verde, il blu rimaneva blu, ecc. – ma dava loro la stessa aria di vaga irrealtà. Forse più che un colore era una qualità particolare di chiarore, una strana proprietà del baluginio, come una fosforescenza discreta di quell’universo di sogno che avvolgeva il mondo nella sua trasparenza sottomarina e silenziosa.
Tutta la luce della scena sembrava falsa. Ne risultava quel colore che non era veramente un colore, visto che si sommava a tutti gli altri – senza però alterarli veramente – e che mi indicava che tutto quello che vivevo era parte di un sogno. Era quel colore a dirmi che la città in cui mi trovavo non era in realtà la mia, che non ero del tutto smarrito, che presto mi sarei svegliato, che il prossimo angolo di strada al quale avrei svoltato mi avrebbe semplicemente ricondotto nel buio desueto della notte che conoscevo, nella mia camera, nel mio letto, a casa mia. E, bambino, non sapevo che cosa pensare di quella promessa di ritorno. Ero incapace di decidere se davvero mi rassicurava o se al contrario mi precipitava in una malinconia ancora più profonda.
A volte il mio sogno di bambino continuava così. Certe notti il racconto non terminava nel vuoto. Non rimaneva sospeso. C’era un seguito. Dopo aver camminato a lungo nella città sconosciuta, dopo aver costeggiato ogni sorta di edifici di proporzioni smisurate e dalle strane facciate, il bambino che sognava si fermava all’angolo di una via e bruscamente si accorgeva che il suo vagabondare lo aveva riportato proprio davanti a casa. Spingeva il cancello del palazzo, saliva nel buio i gradini di una scala scura, si fermava al piano più alto, di fronte all’entrata dell’appartamento sotto i tetti. La sua manina bussava alla porta e il toc toc sul legno rimbombava in stanze vuote. L’eco era così prolungata, così profonda da far pensare che dall’altra parte ci fosse tutto un mondo sconosciuto e deserto. Poi il bambino aspettava a lungo, con il cuore in gola. Certe volte gli apriva una sconosciuta e, dietro alla sagoma di lei, egli scorgeva la prospettiva rettilinea del corridoio, poi del salone, della camera e in fondo alla camera, attraverso la finestra da cui entrava la luce gialla del pallido sole, il cielo e, in basso, la città. Ma tutto era cambiato, il bambino non riconosceva niente, quella casa non era più la sua. Altre volte erano i suoi genitori ad aprirgli. Guardavano il bambino con una specie di stupefazione crudele, increduli di fronte alla realtà del suo ritorno: il bambino che gli stava davanti non era il loro, quel bambino era scomparso da così tanto tempo che avevano dimenticato persino i tratti del suo volto, il suono della sua voce, il suo nome, la sua stessa esistenza. E, qualunque sviluppo proponesse la notte, il bambino restava immobile davanti alla porta aperta, consapevole che nel mondo dove un tempo aveva vissuto d’ora in poi non c’era più posto per lui; era diventato una specie di minuscolo e patetico fantasma errante nel nulla variopinto di una vita dalla quale era stato escluso una volta per tutte: triste, trasparente e per sempre in balia del giallo senza sostanza della sera.

Raffaele La Capria, Amori (Manni, 2008): incipit

 

INCIPIT di Amori

La prima volta

di Raffaele La Capria 

«Eccoti qua», dissi con un sorriso di circostanza.
Era infatti là, inquadrata nel vano della porta. Ma questo appunto cambiava tutto, inesplicabilmente. Perché lei portava con sé quel di più che non avevo immaginato e ci voleva un po’ di tempo per ridimensionarla.
Entrò nel salotto, si guardò intorno un po’ contrariata, fece qualche passo nel suo modo pigro e ondulante – quel vestito di lanina verde bordato di rosso non glielo avevo mai visto addosso, lo aveva messo per me? – e poi voltandosi dalla mia parte disse:
«Nel corridoio ho avuto paura. Potevi almeno venirmi incontro. E tu: “Eccoti qua”, non sai dire altro. Bell’accoglienza. Di’ un po’, eri tanto sicuro che sarei venuta?»
«Ci voleva poco a indovinarlo. Mi trovavo da Enrico stamattina quando lo hai chiamato al telefono.»
«Ah, eri là?» scoppiò a ridere.
«Bei metodi…»
«Non li approvi?»
«No.»
«Allora me ne vado?»
«Ormai è fatta.»
Con una leggera spinta la feci cadere sul divano. Sorrise.
«Non preoccuparti, non me ne vado.»
Attirandomi mi sfiorò con un bacio.
Avrei dovuto prendere qualche iniziativa, come richiesto dalle circostanze, farmi precedere dai miei gesti e verificare solo dopo dove approdavano. Per ora niente da segnalare, c’era in me, nel mio corpo, una calma che non prometteva niente di buono. Nemmeno la più piccola pulsione nel sangue, e di laggiù, da quel luogo remoto dove pareva confinato il mio sesso, nessun preannuncio mi arrivava. Eppure quel bacio dato di sfuggita era pur sempre il primo tra noi!
Tirò fuori un fazzolettino:
«Avvicinati.»
Avvicinai il mio viso al suo, sentii la punta della lingua insinuarsi tra le mie labbra e rapida ritrarsi.
«Questo rossetto è un disastro. Stinge.»
Mi pulì col fazzolettino e se lo strofinò anche lei sulla bocca.
«Guarda un po’ se è andato via. Va bene così?»
Be’, andava meglio, qualche vibrazione laggiù l’avevo avvertita, qualcosa che rassomigliava a un desiderio si stava ridestando. La bocca con ancora tracce di rossetto vista così da vicino era più grande del naturale, era diventata una cosa a sé, rosea, staccata da lei e dotata di uno strano potere di attrazione. Forse conveniva insistere, con un tantino di partecipazione.
Ma lei si tirò indietro. Frugò nella borsa, prese una sigaretta e mi fece cenno che voleva accendere. Dov’erano finiti i fiammiferi? Li cercai di qua, di là, li trovai finalmente in cucina. Quando rientrai e la vidi sul divano con le gambe accavallate in mostra, l’aria tranquilla di chi prevede già come si svolgeranno le cose, mi parve di non aver capito ancora quanto stava accadendo. Mi sedetti accanto a lei, le feci accendere la sigaretta, forse era il caso di tentare un primo approccio, cingerle le spalle, ma vi rinunciai. Era bastata la breve interruzione, il tempo di andare in cucina e tornare, per distrarmi, per riportarmi allo stato d’indifferenza iniziale.
Mi spostai nell’angolo in ombra del divano. Be’, che c’era in lei di così particolare? L’osservai con un certo distacco ma anche con curiosità, come per trovare una giustificazione alla mia indifferenza o non so quale rivalsa da opporle. Una vena appena svelata correva dalla tempia e si diramava sfumando nel pallore linfatico del viso. Non l’avevo mai vista così bene. Quasi ad assecondare le mie intenzioni Mira si mosse e la luce del lume l’investì cruda. Le puntai addosso uno sguardo meticoloso, esigente, e scoprii le palpebre, i pori del naso, le sparse efelidi sugli zigomi alti, la bocca infantile con quell’impercettibile sorriso fermo negli angoli arricciati, gli occhi larghi d’un azzurro sbiadito che parevano a tratti ciechi come quelli delle statue – era solo un po’ di miopia, lo sapevo – e lì, sotto il labbro inferiore, un piccolo eczema scuro, una crosticina appena coperta da un velo di cipria… È proprio brutta pensai.

Jean-Dominique Bauby, Lo scafandro e la farfalla: incipit

tratto da Lo scafandro e la farfalla

di Jean – Dominique Bauby 

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Dietro le tende di tela tarmata un chiarore latteo annuncia l’avvicinarsi del mattino. Ho male ai calcagni, la testa come un’incudine e una sorta di scafandro racchiude tutto il mio corpo. La mia camera esce dolcemente dalla penombra. Guardo in ogni particolare le foto di coloro che mi sono cari, i disegni dei bambini, i manifesti, il piccolo ciclista di latta che mi ha mandato un amico la vigilia della Parigi-Roubaix e la forca che sovrasta il letto dove sono incrostato come un paguro bernardo nella sua conchiglia.
Non ho bisogno di molto tempo per sapere dove sono e per ricordarmi che la mia vita si è capovolta quel venerdì 8 dicembre dell’anno scorso.
Fino ad allora non avevo mai sentito parlare del tronco cerebrale. Quel giorno invece ho scoperto tutta in una volta questa parte maestra del nostro computer di bordo, passaggio obbligato tra il cervello e le terminazioni nervose, nel momento in cui un incidente vascolare ha messo fuori uso il suddetto tronco. Un tempo si chiamava “congestione cerebrale” e molto più semplicemente se ne moriva. Il progresso delle tecniche di rianimazione ha reso più sofisticata la punizione. Se ne scampa ma accompagnati da quella che la medicina anglosassone ha giustamente battezzato locked-in syndrome: paralizzato dalla testa ai piedi, il paziente è bloccato all’interno di se stesso, con la mente intatta e i battiti della palpebra sinistra come unico mezzo di comunicazione.
Ovviamente, il principale interessato è l’ultimo a essere messo al corrente di queste gratifiche. Da parte mia, ho avuto diritto a 20 giorni di coma e a qualche settimana di nebbia prima di rendermi veramente conto dell’entità dei danni. Ne sono emerso solo alla fine di gennaio nella camera numero 119 dell’ospedale marittimo di Berck, dove penetrano ora le prime luci dell’alba.
È una mattina come tutte le altre. Alle sette la campana della cappella ricomincia a segnare il fuggire del tempo, quarto d’ora dopo quarto d’ora. Dopo la tregua della notte, i miei bronchi intasati si rimettono a brontolare rumorosamente.
Contratte sul lenzuolo giallo, le mani mi fanno soffrire senza che io arrivi a capire se sono bollenti o gelate. Per lottare contro l’anchilosi faccio scattare un movimento riflesso di stiramento che fa muovere braccia e gambe di qualche millimetro. Talvolta basta a dare sollievo a un arto indolenzito.
Lo scafandro si fa meno opprimente, e il pensiero può vagabondare come una farfalla. C’è tanto da fare. Si può volare nello spazio e nel tempo, partire per la Terra del Fuoco o per la corte di re Mida.

Giuseppe Genna, Hitler: incipit

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Incipit di Hitler
Lambach (Austria), marzo 1897

Confrontatevi con lui. Considerate se questo è un uomo.È scatenato nei cieli, immenso, invisibile, entra nel tempo e ne riesce, digrigna i denti giallastri, immensi, i suoi occhi di brace illuminano tutte le notti future.
È il lupo della Fine, si chiama Fenrir.
Gli antichi nordici sapevano che un giorno avrebbe rotto il vincolo. Fu allevato nella terra dei giganti, fu fatto rinchiudere da Odino e serrati i suoi arti con una catena che i maghi prepararono con rumore del passo del gatto, barba di donna, radici di montagna, tendini d’orso, respiro di pesce, saliva di uccello – alla vista e al tatto sembrava un nastro di seta, ma in realtà nessuno avrebbe potuto spezzare quella catena. E in attesa della fine, il lupo Fenrir è rimasto recluso, a ululare, a sbavare, a tentare di spezzare il vincolo.
E ora è riuscito.
Da fuori del tempo cala nel tempo e nello spazio, percorre ciclopico i vasti cieli europei, annusa i confini e marca il territorio, urina piogge acide sulle frontiere della Germania, ulula e stride, stalattiti di ghiaccio pendono dal suo ventre unto, le zampe cavalcano l’etere, velocissimo, non sa nulla, ispeziona con le narici dilatate, è il mostro dell’avvenire, il portatore dell’apocalisse.
Apocalisse significa: rivelazione. Rivelerà a chi?
Gira a vortice, a spirale, sull’Europa pronta al disfacimento. Sulle case borghesi. Sui patriarchi che tengono alla propria onorabilità. Sulle mogli accantonate. Sui molti bambini cresciuti a bacchettate. Sulla natura iridescente del pianeta che si prepara al degrado.
Di tutto ciò, il lupo Fenrir non vede nulla: sono forme che ai suoi occhi accesi evaporano. Il tempo è una breve distrazione tutta umana.
Ed ecco che l’olfatto capta.
Intercetta l’odore ricercato. Ecco la traccia. Avverte la presenza della non-persona. A lui si legherà, perché entrambi sono niente, e cresceranno insieme, e il lupo Fenrir apprenderà dal non-umano, si riempirà, si gonfierà di liquami e tradimenti e orrori non suoi, scaturiti da quello zero che non è una persona, e l’odore di quella annusa nell’aria e dunque precipita. Verso l’Austria, a capofitto, lasciandosi cadere attraverso i gradi multicolori dell’arcobaleno, perforando l’aurora, l’alba, le fasi del tempo umano, le ore trascorse.
È qui.

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Patrick McGrath, Trauma: incipit

 

Incipit di “Trauma”

di Patrick McGrath 

La prima crisi depressiva di mia madre si verificò quando avevo sette anni, e io sentii che era colpa mia. Sentii che avrei dovuto prevenirla. Questo accadde circa un anno prima che mio padre ci lasciasse. Si chiamava Fred Weir. A quel tempo sapeva essere generoso, divertente, espansivo – mio fratello Walt assume lo stesso atteggiamento, a volte. Quando si avvicinava una crisi c’erano dei sintomi evidenti, almeno per me – non so per gli altri. Poi, ecco l’improvvisa perdita di controllo, la fuga precipitosa dalla stanza, la porta sbattuta in fondo al corridoio e, infine, il silenzio stupefatto. Io, però, ero in grado di evitare tutto questo. Facevo lo sciocco, o il bambino piccolo, e distraevo mio padre dall’ondata crescente di noia e frustrazione che probabilmente avvertiva, trovandosi intrappolato nella soffocante atmosfera domestica che la mamma amava creare. Più tardi, quando lei incominciò a scrivere, non creò più nessuna atmosfera: solo un vago squallore, molto alcol e tristezza. Ma mio padre se n’era già andato da un bel po’.
A quel tempo vivevamo in un grande appartamento, brutto e scomodo, sull’Ottantasettesima Strada Ovest, dove oggi abita mio fratello Walter con la sua famiglia. Non ho mai messo in discussione il diritto di Walt ad averlo dopo la morte della mamma, e ho accettato il fatto che a me non abbia lasciato niente. In realtà, mi diverte che mi abbia sbattuto in faccia quest’ultimo insulto quando era già nella tomba. Era giusto che mio fratello avesse l’appartamento, date le dimensioni della sua famiglia e la circostanza che io vivevo da solo, anche se lui non aveva propriamente bisogno di quella casa. Walt è un uomo ricco – il pittore Walter Weir! Ma non provo risentimento per questo: di certo, se avessi sentito uno dei miei pazienti affermare una simile cosa, avrei subito colto la rabbia celata nelle sue parole. Con consumata abilità, allora avrei tirato fuori la verità, l’avrei portata in superficie, dove entrambi avremmo potuto affrontarla senza reticenze: Lei odiava sua madre! La odia ancora!
Come ormai avrete compreso, sono uno psichiatra. Per mestiere, faccio ciò che voi fate spontaneamente per le persone che amate, il cui benessere vi è stato affidato. Per molti anni, ho avuto lo studio in Park Avenue, cosa meno grandiosa di quel che sembra. L’affitto era basso, al pari delle mie parcelle. Lavoravo perlopiù con le vittime di traumi, che fra tutte le persone mentalmente disturbate della città di New York sentono con particolare intensità di essersi meritate le loro sofferenze. Ciò le rende lente nel recupero. Ho scelto questa professione a causa di mia madre, e non sono l’unico. Sono le madri che hanno spinto la maggior parte di noi verso la psichiatria: di solito, perché le abbiamo deluse.