Il mestiere dello scrittore: Intervista a Gaia Manzini

Manzini: Scrivere, il lavoro più bello

di Rossano Astremo

 

“Natalia Ginzburg diceva che scrivere non è mai una consolazione, né una compagnia: è un padrone. È vero: esige tantissimo, e spesso si dubita di essere all’altezza delle sue pretese. Quando sono io a scrivere, mi sembra spesso di camminare in territori sconosciuti, eppure a volte m’illudo di riuscire ad addentrarmi in luoghi bui che in altro modo mi sarebbero preclusi, di cogliere un senso che di continuo si sottrae, che è difficile da spiegare in modo razionale”. A parlare e’ Gaia Manzini, autrice dei libri “Nudo di famiglia” (Fandango), “La scomparsa di Lauren Armstrong” (Fandango – libro finalista al Premio Strega 2012), “Diario di una mamma in pappa” (Laterza), a breve in libreria  con il suo nuovo romanzo, “Ultima luce”, che sarà pubblicato da Mondadori. Per “Nuovo Quotidiano di Puglia” ci confida alcuni segreti del suo mestiere.

Quando e perché hai iniziato a scrivere?

“Ho sempre scritto, anche se per molto tempo in modo incostante… Quando avevo dieci anni sognavo di diventare una giallista e leggevo solo Agatha Christie. Durante le vacanze estive avevo ideato una trama piena di colpi di scena: ero molto soddisfatta, anche se in realtà faceva acqua da tutte le parti… Ricordo solo che l’assassino era il panettiere. Passati più di vent’anni da quell’estate, la scrittura è diventata invece una necessità fortissima: in un momento molto difficile della mia vita, si è trasformata in una fuga irrinunciabile. Era qualcosa che andava protetto, un luogo solo mio. Ma, nello stesso tempo, più la proteggevo, più la curavo, e più la mia scrittura chiedeva di essere letta da altri. Altri che non fossero amici o parenti (loro non si sarebbero limitati a un punto di vista letterario, ma avrebbero giudicato la mia persona attraverso ciò che scrivevo).

Qunado è avvenuto che questa necessità  personale avesse anche un suo pubblico?

Quello è stato per me un momento fondamentale: ha in qualche modo cambiato il corso delle cose. E così, certa di non ottenere alcuna attenzione, un giorno ho mandato un racconto a Nuovi Argomenti, la rivista letteraria. Era la prima cosa in assoluto che mi veniva pubblicata. Uscì nel 2008, credo. Il racconto s’intitolava Salmoni.

Segui un metodo rigido nel tuo processo di scrittura?

Per molto tempo ho scritto di sera perché di giorno lavoravo in un ufficio. Tornavo a casa, mi preparavo un piatto di cracker e formaggio, e mi mettevo davanti al computer. Ma non resistevo a lungo. Il momento migliore per la mia capacità di concentrazione è la mattina, dopo la colazione e una doccia. Sono una fan dei metodi rigidi (i metodi sono sempre e solo rigidi) e della dedizione. La dedizione per me è una forma d’amore. Non tutti i giorni, però, si ama allo stesso modo, con la stessa intensità; ma è comunque una pratica quotidiana. Non scrivo sempre, a volte rileggo oppure smonto quello che ho scritto nei giorni precedenti. Durante questa pratica quotidiana capita che si sprigioni un’energia particolare, viene fuori dal lavoro stesso, ma non so se chiamarla ispirazione. Non è una parola che amo.

Scrivere ha migliorato o peggiorato il tuo percorso di vita?

“In generale, la letteratura è un piacere che continua a ridisegnare i suoi confini. Il piacere di comprendere, grazie ai grandi libri, le grandi questioni dell’esistenza umana al di là delle astrazioni. Il piacere di scoprire quanto alcuni libri ci leggano dentro, e riescano a parlare direttamente al nostro cuore… La scrittura invece è una questione più complessa, almeno nel mio caso. … Quindi per rispondere alla domanda, la scrittura e la lettura non so se abbiano migliorato la mia vita, sicuramente l’hanno resa prismatica, piacevolmente complessa e sfaccettata”.

In che modo costruisci i tuoi libri?

“Di solito (nei racconti come nei romanzi) mi piace partire da un personaggio. Magari mi affascina per un dettaglio fisico o caratteriale, per un tratto psicologico, ma non so mai tutto di quel personaggio. Anzi, all’inizio, è importante per me non avere una visione chiara, sentire che il personaggio mi sfugge: devo essere sedotta da quello che vedo, ma soprattutto dalle sue parti in ombra. Incomincio a scrivere per conoscerlo, per metterlo a fuoco. Più lo conosco e più la storia cambia, prende nuove pieghe, chiede di essere riscritta da capo, con un tempo verbale diverso, magari in terza persona invece che in prima. Arrivare alla stesura finale è una specie di esplorazione. A volte l’esplorazione può essere lunga e parecchio disagevole, ma ne vale sempre la pena”.

Quali sono i libri che ti hanno dato la spinta necessaria per affrontare il mondo della letteratura da scrittore?

“I libri che amo di più sono quelli che mi hanno dato la spinta per affrontare la letteratura da scrittrice. O meglio, un grande libro è sempre un libro che riesce a toccarmi profondamente, e spesso riesce anche a mettermi la voglia di fare lo stesso, o almeno di provarci… Ecco perché quando mi si chiede dei libri amati, io in realtà penso subito ai personaggi che ne fanno qualcosa d’indimenticabile”.

Qualche nome?

“Emma Bovary, Felicita “cuore semplice”, Anna Karenina (ma anche Karenin), Levin e Kitty, Pierre Bezuchov, Stavrogin, il console Firmin, Drenka Balich, la signora Ramsay (più della Dalloway), Nick Shay, Riccardo Reis, Jacques Austerlitz, Oscar Amalfitano, papà Goriot, Gatsby, Hans Castorp e Peeperkorn, Quentin Compson, Dell Parsons, Theo Decker, Santiago Zavala, Molly Bloom, James Incandenza … ma anche Lida Mantovani, Zeno Cosini, Renzo Tramaglino, tutte le donne forti e ingenue di Natalia Ginzburg. Ma potrei continuare a lungo… Certo, la letteratura è molto altro, è soprattutto stile e lingua – stile e lingua che non possono essere separati dal contenuto. Un grande libro mette insieme tutto, ma col pensiero torno spesso ai personaggi, all’abilità stilistica e alla sensibilità di quello scrittore che ha saputo rendere la complessità del loro animo, le loro contraddizioni. Ha saputo farli uguali a me che li leggo, seppur diversissimi”.

In questa non proprio facile del mercato librario italiano, cosa ti piace e cosa non ti piace dell’editoria italiana?

“È una domanda complessa che richiederebbe una risposta altrettanto complessa… In generale mi piace quando un editore riesce a far arrivare al cuore dei lettori un libro importante. Penso a quello che per esempio ha fatto L’orma con i romanzi di Annie Ernaux, ma anche Feltrinelli con Zeruya Shalev, Rizzoli con Donna Tartt… C’è sempre un momento in cui la dedizione di tanti confluisce verso il lavoro che fino a quel momento è stato di una sola persona, dello scrittore. È sempre un incontro importante, uno scambio di flussi energetici e di idee. È il momento che, dentro di me, chiamo “frizzante”. Certo, ci vuole tempo. È quello a mancare la maggior parte delle volte: il tempo consente di valorizzare il libro, non lo scrittore, il personaggio pubblico, il presenzialista. Mi sembra che spesso capiti il contrario”.

Articolo apparso oggi sulle pagine del “Nuovo Quotidiano di Puglia”

Il mestiere dello scrittore: Intervista a Omar Di Monopoli

I romanzi sono vivi se fatti di ‘visioni’

di Rossano Astremo

 

Negli ultimi anni si è conquistato un posto tra i grandi della letteratura italiana contemporanea. Il suo genere potremmo definirlo: giallo western. Omar Di Monopoli nei suoi romanzi (“Uomini e cani”, “Ferro e fuoco” e “La legge di Fonzi”) mostra l’altra faccia della Puglia, quella dove si consumano storie antiche di vendetta, criminalità, tra sangue e violenza. 

Quando e perché hai iniziato a scrivere?

Ho iniziato come fumettista. Ero un ottimo disegnatore e all’Università cominciai a produrre alcune operette ciclostilate o fotocopiate che diffondevo con amici nell’ateneo bolognese, dove studiavo. Piano piano mi resi conto che mi divertivo di più a scriverle, quelle storie, che a disegnarle. Credevo di aver svoltato. Presto ho però capito che anche la scrittura sa essere estremamente faticosa… questa però è tutta un’altra faccenda.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine. Tu hai un metodo rigido da rispettare o attendi nel caos della vita un’ispirazione?

Non riesco a impormi una disciplina così rigida anche se i manuali di scrittura creativa consigliano di tenersi allenati costantemente, senza tregua. Certo è che per me tutto parte generalmente da una scena o da una suggestione, magari da un’immagine che mi s’impressiona nella mente e che dà il LA a una storia, il resto è però dura fatica al cesello, lavoro sulla sonorità delle parole, ricerca ossessiva del ritmo e persino taccuini affianco al letto per improvvise illuminazioni notturne, perché quando scrivo procedo come una macchina e non mi fermo mai. Ma, ripeto, scrivere può essere un processo estremamente estenuante e personalmente finché non arrivo all’ultimo capitolo sono preda di un’ansia assolutamente insana (non giovano, a questo, le pressanti scadenze che ti impongono gli editori, anche se ovviamente se mi lasciassero più tempo io mi cullerei perché sono tendenzialmente un pigro. Un pigro iperattivo, ecco).

Di cosa non puoi fare a meno mentre ti accingi alla scrittura? Hai qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Quando mi accingo a scrivere un romanzo cerco tutte le volte di fare il professionista serio, tentando da bravo esperto di prepararmi gli schemini, le scalette e gli abbozzi dei personaggi come pare facciano i Grandi della Letteratura, ma poi puntualmente mando tutto a ramengo perché in realtà sono uno scrittore “visivo” e la mia impronta grafico/fumettistica tende a voler visualizzare scena per scena lo svolgersi degli eventi, quindi il risultato deve stupire me stesso: è come se vedessi un film, una pellicola cui posso continuamente mettere mano: se dovessi seguire una scaletta predefinita sarebbe una noia incredibile.

Scrivere ha migliorato o peggiorato il tuo percorso di vita?

Ho smesso da tempo – vivaddio! – di pormi simili quesiti, perché dopo il mio esordio del 2007 scrivere è diventato per me un lavoro, e come tutti i lavori certe volte ti dà splendide gratificazioni e altre volte delusioni terribili. Essere in grado di raccontare delle storie non migliora né peggiora la vita del suo autore, anzi, sono ormai più che certo che chi si ostina a incappare in questo fraintendimento non possa che fare male il proprio lavoro. La faccenda è: vuoi continuare a scrivere? Bene, fallo e cerca di farlo al tuo meglio. I risultati arriveranno e se non arrivano, beh, almeno sai di aver dato tutto te stesso…

Diceva George Orwell che i libri migliori sono proprio quelli che dicono quel che già sappiamo. Sei d’accordo?

Se devo essere sincero Orwell, con tutto il rispetto per la sua inoppugnabile grandezza, non è mai stato tra i miei autori preferiti. Io continuo a trovare nella lettura risposte nuove, spesso a domande che non sapevo nemmeno di dovermi porre. Ma questo credo sia un discorso molto individuale. Ecco, l’importante è continuare a leggere: non credo avrei mai capito di voler raccontare delle storie se non mi fossi innamorato in tenera età della lettura. Ancora oggi aprire un libro intonso, persino un romanzetto “scrauso” di quelli che parlano di amore e vampiri, mi rende felice come un ragazzino.

Domandone: Il libro che ami di più? E quello che non sei riuscito a finire?

Sono un amante di tutti i generi (dal western alla fantascienza) ma guardo con grande trasporto (e mi attengo ad esso anche nella costruzione della mia personale prospettiva poetica) al southern-gothic, il tipico modo di fare letteratura nato e cresciuto nel sud degli stati uniti e reso immortale da gente come Faulkner in primis ma anche Erskine Caldwell, Truman Capote e Flannery O’Connor. Ammetto di non essere mai riuscito a finire la recherche di Proust, né tantomeno L’uomo senza qualità di Musil (che tra l’altro è incompiuto, persino il suo autore non ce l’ha fatta!)

Cosa ti piace e cosa non ti piace dell’editoria italiana?

Personalmente ho scelto deliberatamente di starmene un po’ ai margini (anche fisicamente, non frequentando salotti letterari, reali o digitali che siano: non sono né su twitter né su Facebook) perché quel che conta per me sono le Storie. Credo in questo momento ci siano autori meravigliosi e che finalmente gli italiani stiano uscendo da un certo provincialismo che a lungo ha caratterizzato la produzione nostrana. Il momento però, dal punto di vista del mercato, è quanto meno complicato, quindi è difficile dichiararsi ottimisti.

Gli E-book ormai stanno diventando una realtà importante nel mondo dei libri. Qual è il tuo rapporto con i libri digitali?

Non sono certissimo che siano una parte così importante del panorama editoriale attuale. Mi pare abbiano contaminato il mercato senza però riuscire a penetrarlo o anche solo condizionarlo per davvero, almeno quaggiù in Italia. Stanno là, esistono e in parte funzionano. Ma non penso rappresentino una risorsa risolutiva. Comunque io sono aperto a tutto, quando il mio primo editore decisi di aprirsi al digitale, i miei titoli furono tra i più apprezzati in quella veste, quindi, ben vengano gli ebook!

Il prossimo libro a cui stai pensando o lavorando?

Uscirà presto un nuovo romanzo ambientato nel tarantino, sullo sfondo della malavitosa guerra fratricida che nei tardi Ottanta sconvolse l’entroterra ionico ad opera del clan dei Modeo. Un romanzo “western” molto duro e cruento che credo (e spero) farà rumore. Restate sintonizzati…

Articolo apparso oggi sul ‘Nuovo Quotidiano di Puglia’

Natasha Ceci intervista Christiane F., 35 anni dopo l’uscita di “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”

Christiane-F-oggi
LA SECONDA VITA DI CHRISTIANE F.
Natasha Ceci

Non avremo più alcuna voglia di ritornare su. Con questa frase si chiudeva il libro “Christiane F. Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino” nella descrizione di una cava di calce persa nella campagna di Amburgo, come un piccolo Eden nascosto e limitrofo alle droghe. Eravamo rimasti lì, tra la fuliggine di Bahnhof Zoo, i tacchi e la busta di plastica di Natja Brunckhorst, protagonista della versione cinematografica del 1981, e la mitologia che attraversa una cittá alimentando iconografie e un eterno dibattito pubblico. Tutto quello che è sopravvissuto al di lá del mito è raccontato dalla stessa Christiane F. e dalla giornalista Sonja Vukovic nel libro “Christiane F. Mein zweites Leben” ( La mia seconda vita) edito dalla Deutscher Levante e in uscita prossimamente in Italia.
La struttura del libro non segue una cronologia e ai racconti di Christiane si alternano gli articoli della Vukovic sulle politiche tedesche in merito alle droghe, sui programmi di sostituzione dell´eroina, sui costi sanitari di recupero e sui nuovi stupefacenti.
Quale è stata la genesi del libro?
“Lavoravo per la testata tedesca “Die Welt”, dice Sonja Vukovic, “e durante la ricerca di una storia mi sono imbattuta nel trentennale del film di Uli Edel e ho deciso di rintracciare Christiane. Non é stato facile, nemmeno dopo averla trovata e dopo aver conquistato la sua fiducia. Alla fine il materiale che avevo era così ricco che l´idea di un libro prendeva naturalmente forma”.
Cosa c´era dopo la cava di calce? Tra il 1981 e il 1984 Christiane tenta la carriera musicale assieme al suo compagno Alexander Hacke, componente della band Einstürzende Neubauten, in seguito trascorre un periodo in Svizzera presso la pittrice Anna Keel, moglie dell´editore svizzero Daniel Keel. Nel 1985 é arrestata per detenzione di stupefacenti e dal 1987 al 1993 vive in Grecia con il fidanzato Panadiotis fino a quando viene arrestato per spaccio e Christiane torna a Berlino. Nel 1996 ha un figlio e nel 2007 in un’intervista alla televisione tedesca dichiara di assumere metadone e non piu´eroina ma le sue condizioni di salute sono gravi: é affetta da una forma cronica di epatite. Nel 2008 i media possono leccarsi i baffi alla notizia drammatica secondo cui le autoritá berlinesi le hanno sottratto la custodia del figlio a causa di una ricaduta nella tossicodipendenza. Eppure la seconda vita di Christiane è molto altro.
Perché ha deciso di raccontarla?
“Perché i media hanno pubblicato ovunque storie su di me, risponde Christiane, ma il loro interesse era rivolto solo a capire se fossi ancora una tossicodipendente o no. Io volevo dire: Salve, ho 51 anni, sono una madre, sono ancora viva e non sono piú Christiane F. ma la Sig.ra Felscherinow e ho fatto un ottimo lavoro con mio figlio”.
Che rapporto ha con il mito di “Christiane F.”?
“Sono diventata famosa improvvisamente. Non potevo immaginare che impatto quel libro avrebbe avuto, io avevo solo sedici anni e raccontare era per me un’ottima terapia. I miei genitori non se ne preoccupavano e sono diventata una star e uno stigma allo stesso tempo. Per il pubblico io ero semplicemente la tossicodipendente più famosa.
La sua biografia é anche la biografia di una generazione?
“Mi sono sempre chiesta chi fossero quelle persone che leggevano la mia biografia. Ma non mi sono mai chiesta perché: non ritengo che ci sia qualcosa di speciale in essa. Centinaia di persone hanno avuto e hanno una storia simile alla mia”.
È cambiata “la scena” della droga oggi?
“Non credo che sia cambiata molto, tranne per il fatto che puoi chiamare lo spacciatore tramite un telefono cellulare. Ma non sono più in quel giro oggi, sono diventata madre quando avevo 34 anni e da allora sono in un programma di sostituzione”.
Cosa pensa delle politiche tedesche sulla droga? Nel quartiere berlinese di Kreuzberg si é acceso un dibattito sulla eventuale apertura di un coffee shop..
“Non parlo delle questioni politiche da quando molti giovani consideravano romantico e affascinante tutto ció che leggevano nel libro con una conseguente pubblicazione di articoli su come genitori e insegnanti potevano seguire questi ragazzi ammaliati da quei racconti. Non so dire se sia un bene o no”.
Come immagina la sua terza vita?
“Vorrei una casa in campagna, silenziosa e circondata da animali. Forse vicino a un lago o a un bosco”.
“La storia di Christiane non è solo una storia di tossicodipendenza, ma anche quella di una ragazza che deve badare a se stessa, dall´infanzia trascurata, alla ricerca di una propria identitá, di un equilibrio”, spiega Sonja Vukovic. La ricerca è continua, febbrile, attraversa la storia di una generazione, combatte con uno stigma, quello di essere non Christiane, non Christiane Felscherinow ma Christiane F. per sempre. Ogni capitolo del libro è una chance che la donna non ha saputo, voluto, potuto cogliere, dietro una ribalta che ha divorato la sua adolescenza e che oggi l´addita come una madre tragica. Se lei è cambiata il mondo attorno ha peró la stessa stoffa. La criminalizzazione dell´eroinomane continua a creare corti circuiti con la doppia moralitá di una societá intrisa di tossicodipendenze, nel giro di vite del clubbing, della nuova classe creativa, e di tutti coloro che non necessariamente hanno coscienze da espandere ma solo un desiderio di puro stordimento. La tolleranza, qualora ci fosse, resta apparente, celata come sempre sotto la maschera del controllo sociale. Christiane Felscherinow resta anche un simbolo di una generazione falciata in un luogo specifico, ovvero nella Berlino Ovest degli anni Settanta e Ottanta, perduta tra Est e Ovest, che pulsava decadente sotto la patina glamour e internazionale data da Bowie o Iggy Pop e che cercava di cicatrizzare tutte le sue ferite storiche.

@NatashaCeci
Articolo pubblicato su Alias/Il Manifesto il 4.01.2014

Alessandro Leogrande, “Fumo sulla città” (Fandango, 2013): intervista

eogrande_fumo_sulla_citt_


Un laboratorio chiamato Taranto

di Rossano Astremo

Alessandro Leogrande è tra gli scrittori pugliesi che più ha donato lustro con i suoi libri alla nostra terra in questi ultimi anni. Vicedirettore del mensile Lo Straniero, diretto da Goffredo Fofi, ha pubblicato, tra gli altri, “Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud” (Mondadori 2008), “Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali” (Fandango 2010), “Il naufragio. Morte nel Mediterraneo” (Feltrinelli 2011) e il recente “Fumo sulla città” (Fandango 2013), un importante reportage che mostra come Taranto sia stata il laboratorio di alcuni tra i fenomeni più devastanti della nostra contemporaneità: la politica televisiva, le emergenze rifiuti, la crisi dell’industria.
Alessandro, un ricordo delle tue estati in Puglia da ragazzo?

Ho trascorso buona parte delle estati della mia infanzia nella masseria dei nonni materni a Gioia del Colle. Per me l’estate ha ancora inequivocabilmente quei sapori e quei colori: i muretti a secco, le querce, i muri bianchissimi, il silenzio delle Murge, i cavalli e i cani, la pace assoluta della controra, la cucina di mia nonna: un universo che affonda le sue radici nei ricordi, e forse nei sogni.
Tre titoli che consiglieresti come lettura per questa estate?
Le frontiere del Caucaso di Laura Barile, un grande libro di viaggio tra l’Africa e l’Asia, tra le pieghe di civiltà apparentemente remote. Il costo della vita di Angelo Ferracuti, racconto di una tragedia operaia dimenticata. Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario di Amara Lakhous, divertente commedia sull’Italia multietnica.
Il tuo rapporto con l’e-book? Leggi libri digitali?
Per lavoro leggo tantissimi libri in versione pdf o epub, molti uffici stampa preferiscono ormai questa forma alla vecchia copia cartacea. Non credo però che l’e-book sostituirà definitivamente la carta, è piuttosto una cosa che gli sta affianco. Diverso è il discorso per quegli scritti che escono solo in e-book, e non su carta.
Infatti il tuo racconto Adriatico è uscito solo in formato digitale, vero?
Sì, Adriatico è uscito di recente solo in e-book, per la collana Zoom della Feltrinelli. Credo che per un testo di 30-40 pagine oggi l’e-book sia la dimensione ideale. Allo stesso tempo credo che nelle edizioni digitali si possano recuperare tante gemme del passato, ormai fuori catalogo, che costerebbe troppo ripresentare in versione cartacea.
I tuoi prossimi progetti di scrittura?
Per ora porto in giro il mio libro su Taranto appena pubblicato, Fumo sulla città. Ci sono molte richieste di incontri e dibattiti. Taranto è una di quelle città che ti assorbe totalmente. La discussione intorno alle sue sorti non finirà per molto tempo. O forse, potrebbe dire un personaggio di Italo Calvino, non finirà mai.

Veronica Tomassini, Sangue di cane (Laurana Editore, 2010): intervista

Sangue di cane, la sorpresa del 2010
di Rossano Astremo

Uno dei romanzi italiani più belli dell’anno, a detta di molti addetti ai lavori. Il titolo è “Sangue di cane” (Laurana Editore). L’autrice è la siciliana Veronica Tomassini. Il romanzo racconta la storia dell’amore impossibile tra una ragazza di Siracusa e un uomo che di professione fa il semaforista e che per sopravvivere chiede l’elemosina. È con lui che divide la sua quotidianità: Stawek è un alcolizzato, dorme nelle case occupate o nei vagoni morti. Alle spalle dell’uomo c’è un matrimonio contratto in patria e un passato in cui il suo mestiere è stato quello della violenza, nel futuro invece ci potrebbe essere la costruzione di una nuova famiglia, anche perché dall’unione con questa ragazza siciliana è nato Grzegorz. La storia, però, non concede nessuno spiraglio di consolazione.
Come e quando nasce il suo incontro con la scrittura?
La scrittura è stata la ragione segreta. Voglio dire, ho letto molto, da subito, da bambina, senza filtri, spesso, disordinatamente, mio padre aveva una libreria pazzesca. Lessi il diario di Christiane F. (“Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”) che avevo nove anni. Dammelo adesso quel libro e lo chiudo sconcertata a pagina 20. Lessi Henry Miller (“Tropico del Cancro”) che avevo dieci anni. Lessi Moravia in fase preadolescenziale, ecco quella era la scrittura che interferiva, a mia insaputa. Ad ogni modo, si presentò ufficialmente con i primi sfoghi intimistici nei diari di scuola, è un classico, o con i temini in classe, prendevo buoni voti e capivo che mi piaceva combinare le parole, incastrarle, assecondare un flusso misterioso (da adulta lo chiamerò flusso di coscienza), seguendo una strada intestina, scoprendola salda e enigmatica. Poi dimenticai la scrittura, subentrarono anni bui. Ad un certo punto fu la scrittura a ricordarsi di me. Avevo vent’anni, giù di lì, si ripropose con il lavoro di redazione (collaboro con il quotidiano “La Sicilia” dal 1996). E da lì è ricominciato tutto.
Quali sono gli autori che più hanno contribuito a farle amare il mondo dei libri e perché?
Considero gli scrittori russi i grandi padri della letteratura mondiale; ogni scrittore deve qualcosa al realismo russo. Gorkij, Dostoevskij, Gogol, Tolstoj, Cechov, Puskin. La loro straordinaria capacità di raccontare la miseria umana attraverso un ghigno che ha suono di singhiozzo, un sorriso amaro che seppellisce il lettore nell’amarezza e nella disperazione, mantiene una perenne attualità, assolutamente loro. La distanza dal dramma che lo stigmatizza definitivamente, la laconica certezza dell’irreversibilità della defezione umana, è una grande lezione morale, prima che narrativa, stilistica, letteraria. E’ la grande lezione russa.
Come mai la scelta di pubblicare il suo romanzo con un editore nascente quale Laurana?
La scelta di Laurana è stata l’unica possibile per me: chi mi avrebbe dedicato il primo titolo e una tale attenzione? Laurana di Calogero Garlisi nasce come costola di Melampo, editrice specializzata in saggistica e in testi di letteratura civile; dunque non è che Laurana fosse nata lì per lì, ha già un background di tutto rispetto, con una struttura importante. Dentro c’è il valido sotegno di uno dei maggiori scrittori contemporanei, cioé Giulio Mozzi, e del giovanissimo e ottimo autore Gabriele Dadati, che in Laurana si occupa di editing, della valutazione dei testi e infallibilmente dell’ufficio stampa. Insomma una scelta la mia niente male.
Il suo libro è stato lodato da più parti, da critica e pubblico. C’è stato un complimento che più d’ogni altro l’ha segnata?
Quel che è capitato con la critica per me ha del prodigioso. Da Giovanni Pacchiano del “Sole 24 Ore” a Gian Paolo Serino ne “Il Giornale”, da Antonio Carnevale su “Panorama” a Francesca Frediani su “D Repubblica”, e tutti i blogger, da loro mi sono presa ogni parola, gratificata, le conservo quelle parole, le conservo casomai per i tempi di magra, per quando l’imponderabile dovrà retrocedere e i riflettori si spegneranno. E’ davvero tutto molto bello e intenso adesso.

Articolo per il Nuovo Quotidiano di Puglia

Gordiano Lupi: intervista di Rossano Astremo


Gordiano Lupi e l’invasione degli scrittori inutili
di Rossano Astremo

Non è una novità. Gordiano Lupi, lo scrittore cinquantenne di Piombino, aveva già preso di mira il sistema editoriale italiano in due precedenti libri usciti per Stampa Alternativa, “Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura” (2005) e “Nemici miei” (2007). Torna a rifarlo nel libro appena pubblicato per Historica Edizioni “Velina o calciatore, altro che scrittore!”.
Nel suo libro ha voluto togliersi qualche sassolino dalle scarpe e lo ha fatto sparando a zero sul mondo dell’editoria e facendo nomi e cognomi di parecchi “scrittori italiani inutili” che proliferano nei salotti televisivi. Se le fornissero una bacchetta magica con la quale far scomparire di tra questi scrittori italiani che lei definisce inutili chi sceglierebbe e perché?
Non ce l’ho con gli scrittori italiani ma con il sistema che sforna fenomeni un tanto al chilo. Per esempio adesso è uscito il nuovo libro di Piperno dal suggestivo titolo Persecuzione e lo vediamo sulle prime pagine di ogni quotidiano. Ecco, Piperno è una vera persecuzione con la lettera minuscola in tutti i sensi. Vi raccomando anche i premi Strega alla Tiziano Scarpa – niente a che vedere con la letteratura – ma pure gli scrittori panettone, i brunovespa di natale, i tuttologi alla bevilacqua (la minuscola è voluta)… e che dire dei gialli italiani tutti uguali con il commissario ciccione che mangia, beve e scopre delitti? Non leggo più italiani da almeno tre anni. Ho fatto un’eccezione per Silvia Avallone, incredibilmente brava.
Altra categoria presa di mira è quella degli editor, il quale è sempre meno orientato verso lo scrittore (che meno bravo è meglio è) e sempre più attento allo stile che va di moda e a cosa chiede il pubblico. C’è un editor che lei ritiene essere rappresentativo dell’idea appena espressa?
Non faccio nomi. Non conosco editor e non ambisco a conoscerne. So come lavorano e come creano dal niente gli scrittori del niente. Persino Baglioni diventa uno scrittore, tra le loro sapienti mani. Ma la letteratura è un’altra cosa. Per questo da un po’ di tempo a questa parte mi rifugio in Cabrera Infante, Milan Kundera, Vargas Llosa…
Perché la scelta di utilizzare, nella scrittura del presente libro, uno stile colloquiale, una sorta di toscano parlato dalla gente di strada?
Il toscano è il modo migliore per vomitare bile e sarcasmo. Il libro è satirico, ironico, scomodo, persino cattivo… ma penso vero, o meglio è la mia verità, senza finzioni nè costruzioni. E’ un libro sincero.
Il suo libro è anche un messaggio per i lettori di libri in Italia. Per la serie: aprite gli occhi, nelle librerie non ci sono solo volumi scritti da veline, calciatori, presentatori, tuttologi e quant’altro… C’è un modo, secondo lei, per invertire questa rotta che ha preso il sistema editoriale italiano?
Sì, perchè non parlo solo in negativo. Do consigli in positivo: Luigi Carletti (pubblicato da Baldini e Castoldi come Faletti, ma parecchio più scrittore), Silvia Avallone (mancato Premio Strega, una volta tanto che sarebbe stato ben dato), Luciano Bianciardi (non ha bisogno di presentazioni), Angelo Quattrocchi e la sua Malatempora (il libro è dedicato alla sua memoria), Marcello Baraghini e Stampa Alternativa… in libreria si può scegliere, certo! Non è facile – sommersi da pile di libri natalizi – ma si può fare.

Carlo D’Amicis: un’intervista di Rossano Astremo


Gli editori sono alla ricerca spasmodica del best seller
di Rossano Astremo

Carlo D’Amicis è un scrittore di razza. I suoi ultimi romanzi, “Escluso il cane”, “La guerra dei cafoni” e “La battuta perfetta” lo hanno imposto all’attenzione di critica e pubblico come uno tra i narratori più interessanti oggi presenti in Italia. Da anni lavora in radio. È uno dei redattori di Farehneit, la storica trasmissione di Radio 3 dedicata interamente alla lettura. Occasione per parlare della lettura in Italia, dello stato dell’editoria e dei suoi nuovi progetti di scrittura.
Mi pare possa dirsi che esiste un solco profondo tra lo stato della lettura in Italia, fermo, stando anche a quanto afferma Giovanni Solimene nel suo prezioso, “L’Italia che legge”, da più di tre lustri (45% contro il 70% di media europea di gente che almeno una volta l’anno legge un libro) e il mercato editoriale che sforna al giorno 160 libri. Come si può spiegare questo elemento: lettori statici e mercato iperproduttivo?
Ci vorrebbe un saggio, che peraltro non saprei scrivere, per rispondere a una domanda così! Secondo me, comunque, bisognerebbe concentrare l’attenzione sul fenomeno dei cosiddetti lettori deboli, ovvero di coloro che leggono uno, due, al massimo tre libri l’anno. Sarà paradossale, e forse impopolare, ma sono proprio loro, molto più dei non lettori, a innescare una serie di danni. Per cento libri venduti, preferirei di gran lunga avere cinque lettori forti che cento deboli. Prima di tutto perché chi legge uno o due libri in un anno senza sentire la spinta di andare oltre, di fatto è un lettore solo per le statistiche: nella realtà la lettura non ha nessun peso nella sua vita, al di fuori dell’intrattenerlo durante le vacanze di Natale o sotto l’ombrellone (mentre chi legge una ventina di libri, a fine anno è un uomo diverso, probabilmente migliore). E poi perché quei cento lettori deboli leggono tutti gli stessi due o tre libri, determinando molto più di quelli forti le classifiche di vendita, e quindi le strategie delle case editrici: ad esse, ovviamente, conviene concentrarsi su una letteratura convenzionale, o su autori resi noti dalla Tv, in grado di intercettare il gusto medio. Perché è lì, nel gusto medio, che si realizza il best seller. Siccome però, a volte, il successo è imprevedibile, ecco che molte case editrici allargano l’offerta a dismisura, nella speranza che, con tante cartelle in mano, diventi più probabile la tombola.
E i piccoli editori come fronteggiano questa situazione?
Per i piccoli editori, ovviamente, l’obiettivo non può essere il best seller, ma il meccanismo resta più o meno lo stesso: generare un bagliore d’interesse intorno a un titolo tra i tanti, nella speranza di ottenere quello che una volta poteva essere considerato l’ovvio punto di partenza per ogni proposta editoriale, e che oggi spesso si rivela un traguardo irraggiungibile: l’esistenza in libreria ( sempre più controllata dai grandi gruppi editoriali).
Regge ancora l’idea ampiamente diffusa secondo la quale l’Italia è un paese con più scrittori che lettori?
In effetti in Italia resiste un’immagine deformata dello scrittore: c’è ancora l’idea che avere scritto un libro faccia status. Così migliaia e migliaia di aspiranti romanzieri, spesso disposti a contribuire alle spese pur di leggere il proprio nome stampato in copertina, si offrono alle tante case editrice che, per sopravvivere, succhiano linfa da questo provincialismo culturale. Salvo stupirsi, indignarsi, e a volte minacciare l’editore, quando il loro capolavoro non riesce nemmeno a varcare il confine della tipografia. In questo quadro promuovere una vera educazione alla lettura è un’impresa. Bisognerebbe innanzitutto che gli editori tornassero a credere in quello che fanno, ridimensionando e selezionando la loro offerta. E soprattutto, credo, ci vorrebbe una legge lungimirante e antiliberista (perciò, mi rendo conto, in questo momento irrealizzabile) che combattesse le concentrazioni di potere separando il controllo sulle varie attività della filiera (editoria, promozione, distribuzione, libreria).

Stando agli ultimi dati dell’Aie (Associazione italiana editori) sullo stato della lettura in Italia, si afferma che i ragazzi tra 11 e 14 anni leggono molto di più rispetto agli adulti (un 20% in più significativo).
Quindi non è più solo nelle scuole che bisogna educare alla lettura?

Ma siamo così sicuri che quei ragazzi leggano grazie alla scuola? Me lo auguro, anche se temo che essi in realtà leggano nonostante la scuola. E poi, anche qui, che cosa leggono? Ci sono letture che non spostano una virgola, che non innescano nessun tipo di curiosità. E se è vero che molti di quei ragazzi poi smettono di leggere, forse i libri che hanno tra le mani appartengono a questa categoria. D’altra parte, la migliore disposizione che bambini e adolescenti dimostrano verso la lettura indica che leggere è in realtà un fatto più naturale di quanto si creda. E che la vita dei grandi è troppo frenetica, alienata. Leggere è un piacere che richiede tempo, energie, creatività. Tutti elementi che il mondo degli adulti tende ad assorbire, a rivendicare per sé in modo arrogante e artificioso. Non è accettabile che la cultura (ma anche un’attività fisica regolare, tanto per chiarire che non si tratta di snobismo intellettuale) siano appannaggio solo di giovani e pensionati, ovvero di coloro esentati dai processi produttivi!
Oltre al tuo lavoro in radio, sei uno scrittore di romanzi. Il tuo “La battuta perfetta” è forse il romanzo italiano che più d’ogni altro riesce a raccontare il berlusconismo e le conseguenze che il suo “avvento” ha avuto sul popolo italiano. Un romanzo importante che è uscito con Minimum Fax, un editore agguerrito, ma di certo non un grande editore. E’ il tuo terzo romanzo con Minimum Fax. Come mai questo ferreo sodalizio? Non sei mai stato tentato di approdare verso altri lidi?
Con Minimum Fax mi trovo benissimo proprio perché rompe gli schemi che ho provato a descrivere nella prima risposta. E lo fa con coraggioso e lucido realismo, senza rifiutarsi alla sfida del mercato. Il fatto che, negli ultimi anni, sia stata tra le poche case editrici medio piccole a mantenere attivo il bilancio è un segnale importantissimo: con molte difficoltà, ma si può tentare ancora oggi un progetto culturale, costruendo una propria identità, un proprio segno, come fecero anni fa Einaudi o Feltrinelli. Da Minimum Fax un autore si sente scelto, seguito e difeso. Fa egli stesso parte del progetto, e questo coinvolgimento rappresenta anche una forma di responsabilizzazione.
Ultima domanda. Stai scrivendo per la casa editrice palermitana duepunti un libretto avente come tema il mondo animale. Ci puoi anticipare qualcosa?
È molto difficile parlare della propria scrittura a cose fatte, figuriamoci in corso d’opera! Comunque ho accettato l’invito della casa editrice palermitana perché si muove anch’essa con coraggio e intelligenza nel mondo editoriale, e perché il progetto di collana, curata da Giorgio Vasta e Dario Voltolini, intercetta un mio fortissimo interesse: quello del nostro rapporto con gli animali. In realtà, ciò che a me sta a cuore veramente, e che sto cercando di sviluppare in questo testo, non è tanto il mondo animale come altro da noi, ma l’animalità come componente essenziale, spesso frustrata, talvolta repressa, sempre latente, dell’essere uomini.

Intervista per il Nuovo Quotidiano di Puglia