Andrea Manzi, Morire in gola (Manni Editori, 2009): recensione di Rossano Astremo

La realtà esplosa nella poesia di Andrea Manzi
di Rossano Astremo

Andrea Manzi, giornalista, vicedirettore del quotidiano “Roma”, autore di saggi di argomento sociale e politico e di due testi teatrali, non disdegna la pratica del fare versi. Ha pubblicato con Manni, di recente, “Morire in gola”, sua seconda raccolta che si avvale di un’attenta introduzione di Maurizio Cucchi. Il libro presenta al suo interno in tre sezioni: «Castelvolturno, il ghetto. (Quadri)», «Occhi d’inverno», «Mari». Ciò che emerge da questa lettura è che Manzi considera la poesia come strumento attraverso il quale poter abbandonare il dosaggio razionale della scrittura giornalistica per lasciarsi andare a modalità di composizione più destrutturati e liberi. È la realtà in tutta la sua contemporanea caducità a divenire oggetto privilegiato della rappresentazione di Manzi. Questo corpo a corpo con il mondo è vissuto dall’autore in agonistica e sanguigna lotta. Non c’è spazio per abbassamenti di tono. La poesia include vasti campionari di realtà derelitta e il fraseggio del suo poetare è percussivo, ossessivo, magma esploso, incontenibile: “andare venire tornare – due / pullman al bivio fermi spenti vuoti / ingoiano gente e s’abbuffano a sbafo – carne e carne / nel corpo chiuso due fori di bocca – si sale e si scende / li lascio andare venire tornare / io non entro nella pancia ferrosa dei pullman / brontolano e gemono di tipi dannati / che soffocano nel deserto di abbracci assoluti e galleggiano / nel tanfo greve – quotidiana solfatara ambulante / s’allenta smorta la morsa alle fermate – sono stazioni di sudate / vie crucis deportano i corpi alla dimora / è un quotidiano morire quest’uggia inscatolata dentro bare su gomma”. Un breve estratto del volume in questione, quello appena riportato, che ben evidenzia il fiume in piena del linguaggio di Manzi, che, a ragion veduta, spinge nel’introduzione Cucchi ad esprimersi così: “Un’inquietudine quella di Manzi la quale sembra cercare una parola che sempre più si faccia come carne, che si faccia materia viva e pulsante, forse anche per distogliersi dallo spettro o dall’incubo di quella morte che è invisibile e losca”. Un libro che strizza l’occhio ad alcune movenze neoavanguardiste, il cui limite, forse, è proprio il fatto che la carne messa al fuoco è troppa e difficilmente contenibile in un percorso di senso lineare. Nel caos è difficile trovare la strada. È, forse, proprio questo il messaggio che Manzi vuole consegnarci i suoi versi.

È finita la controra. La nuova narrativa in Puglia: intervista a Filippo La Porta, di Rossano Astremo

Intervista a Filippo La Porta
La narrativa pugliese: arcaica e postmoderna
di Rossano Astremo

Il critico romano Filippo La Porta sarà a Lecce mercoledì prossimo per presentare presso la Libreria Gutenberg l’antologia da lui curata “È finita la controra. La nuova narrativa in Puglia” (Manni Editori).
Interverranno nel corso della serata il regista Edoardo Winspeare, il giornalista Pierpaolo Lala e, tra gli autori antologizzati, Elisabetta Liguori e Livio Romano. Abbiamo intervistato il critico, prima della sua incontro pugliese.
Come nasce l’idea di raccogliere in un’antologia il meglio della nuova narrativa pugliese?
“Casualmente. Una telefonata estiva e un invito da parte di Agnese Manni, a cui ho risposto subito con entusiasmo. Per una serie di ragioni. Perché le mie radici sono pugliesi: un nonno paterno di San Paolo di Civitate e una nonna materna di Lucera, dalla quale si è tramandata fino a me la ricetta di polpette fatte solo di pecorino e mollica di pane e poi messe nel sugo di pomodoro. Perché mio figlio diciannovenne ha fondato un gruppo di raggamuffin e ascolta quasi solo musica di Giamaica e Salento Perché mi sono subito venuti in mente alcuni scrittori pugliesi che apprezzo molto (probabilmente la stessa cosa non sarebbe successa, poniamo, con scrittori calabresi). E in ultimo perché a 15 anni mi incantò il cinema di Carmelo Bene”.
Pur nel diverso uso della lingua e nelle diverse declinazioni di contenuto presenti nelle opere degli autori antologizzati, se dovesse connotare la nuova scena letteraria pugliese con poche parole, cosa
direbbe?

“Meglio di altre narrative meridionali sa raccontare la miscela di arcaico e postmoderno, di localistico e globalizzazione. È cosmopolita e autoctona. Ma nell’introduzione ho insistito molto sulla varietà: tematica, stilistica geografica, linguistica. Si tratta di modi diversi di declinare la stessa appartenenza a un Sud, dell’Italia e del mondo. Del resto in un mio saggio in Narratori di un Sud disperso, avevo già parlato del Sud come di una modalità e uno stile di vita, che non coincide
necessariamente con un’area geo-politica”.
Nell’antologia ci sono autori di una sola opera ed altri autori con più libri pubblicati. Cosa l’ ha spinto a scegliere alcuni titoli rispetto ad altri? Ad esempio, perché “Né qui né altrove” di Carofiglio e non uno tra i romanzi dell’avvocato Guerrieri? Perché l’esordio di Desiati e non “Il paese delle spose infelici”?
“Come lei sa, il critico oltre ad avere dei doveri ha anche dei diritti. Ho seguito l’ispirazione del gusto. Credo che l’opera di Desiati non abbia più raggiunto la freschezza narrativa e la intima necessità del romanzo d’esordio. A proposito del giallo e affini non è notizia di oggi che non mi considero un devoto del genere. Amo i noir al cinema, ma quelli letterari mi sembrano macchine narrative spesso molto complicate e con scioglimenti finali di assoluta banalità oltre ad abituarci
alla idea falsa che la letteratura è solo intreccio”.
Vittorio Spinazzola sull’annuario dedicato alla letteratura italiana, “Tirature 2010”, parla, riferendosi alle tendenze attuali della narrativa, di “nuovo realismo”, citando tra gli “esponenti” di questa nuova corrente anche i pugliesi Desiati e Lagioia. Le sembra appropriata questa etichetta?
“Beh, è forse dal punto di vista letterario il tema principale di questa epoca. La fiction – ma forse l’arte in generale – in genere ha oggi il compito di raccontare la realtà nel momento in cui il mondo è divenuto un lunapark e i media ci propongono una postrealtà, spettacolare e manipolabile
(che poi assomiglia alla fiction). Come si rappresenta la realtà? Certamente attraverso un artificio(la “forma”). Diceva Dante della sua opera: “Il ver ch’ha faccia di menzogna”(mentre ad es. il reality televisivo è la menzogna che ha faccia di vero!). Ma questo artificio deve funzionare,
non deve dare impressione di gratutità. Tema affrontato dagli scrittori in vari modi, e con ampio ventaglio di risposte: reportage, inchieste, romanzi-verità, autobiografie narrative…Siti, Ammaniti, Saviano, forse Moresco, e poi in Puglia anche Desiati e Lagioia ma direi soprattutto Leogrande”.

Alessio Arena, L’infanzia delle cose (Manni Editori, 2009): recensione di Rossano Astremo


Alessio Arena, L’infanzia delle cose (Manni Editori)
di Rossano Astremo

Due anni sono passati dalla nascita di Punto G, la collana di narrativa contemporanea della Manni. Era l’estate del 2007 quando venne pubblicato Mordi & fuggi, la raccolta antologica di racconti aventi come tema la taranta ed il mondo che attorno ad essa si svela.
Dopo questa antologia sono stati pubblicati tre romanzi, Gardo Mongardo di Claudio Menni, Maschio adulto solitario di Cosimo Argentina e il recente L’infanzia delle cose di Alessio Arena.
Quattro libri in due anni. Una scelta questa di Agnese Manni e Giancarlo Greco di centellinare le pubblicazioni, di scegliere nel marasma dei manoscritti che giungono in redazione solo quelle storie che meritano davvero di essere raccontate, vicende di uomini alla deriva, morsi dalla vita, in preda a deliri familiari, in continua ricerca di se stessi, il tutto scritto con una lingua sfavillante, mai piatta, originale, che mescola italiano e slang dialettale.
Sembrano proprio queste alcune caratteristiche comuni dei libri sin qui elencati. L’infanzia delle cose, in libreria da pochi giorni, è l’esordio del venticinquenne napoletano Alessio Arena.
È un romanzo ambientato negli anni ’80. È la storia di Antonio Bacioterracino, un quindicenne che vive a Napoli, nel Rione Sanità. Il padre Patrizio, cantante invischiato con la camorra, muore per un’overdose di eroina, e il resto della famiglia, Antonio, la madre, al sorella e lo zio, è costretta a trasferirsi a Madrid, nel quartiere di Lavapiés, covo della comunità gitana.
La famiglia Bacioterracino è scaraventata, quindi, nell’insolita realtà gitana, dove è presente anche una piccola comunità di magliari napoletani, che fanno capo al ristorante Golfo di Napoli e al magazzino del camorrista Calimero. Quella costruita da Arena è una saga familiare che nulla ha a che vedere con il filone realistico e documentaristico di molta letteratura nata dopo il successo senza precedenti del Gomorra di Saviano, ma che racconta la stessa gente prediligendo un registro visionario, surreale ed onirico, con morti che ballano in mezzo ai vivi, con cani che parlano e fiumi che sorgono dal nulla.
Vengono in mente Márquez, Cortazar e Arenas, paragoni nobili, certo, per un esordiente, ma che sono necessari per inquadrare un romanzo che dona aria fresca al panorama letterario nostrano, sempre troppo preso o a raccontare delitti efferati, nella convinzione che la scrittura di genere sia l’arma migliore per illuminare il presente, o a sviscerare l’ombelico degli stessi scrittori, nell’ottica di un autoreferenzialismo da Grande Fratello cartaceo.
Arena sceglie un’altra via. Racconta i momenti bui di una famiglia e lo fa con una scrittura mirabolante, con un’ironia che taglia le gambe, con una maturità stilistica che è cosa ben rara in un giovane autore.

Antonio Errico, Stralune (Manni Editori, 2009): recensione di Elisabetta Liguori

Antonio Errico, Stralune (Manni Editori, 2009)
di Elisabetta Liguori

Quanto c’è di noi alla fine di un viaggio? Questo sembra essere il tema principe dell’ultimo romanzo di Antonio Errico, Stralune, di recente pubblicato dalla casa editrice Manni.
All’interno del viaggiare, direi, Errico è più catturato dal ritorno, che dalla partenza.
Quale è la trama di questo viaggiare? Un ipotetico disertore sfuggito ad un’ipotetica guerra torna nella sua ipotetica casa ed al suo ipotetico passato, finendo per cedere all’inganno del raccontarsi, qui inteso come esito drammatico ma necessario di un qualunque percorso.
Perché questo titolo?
Un buon titolo è sempre o un’anticipazione o una conferma di quello che il testo contiene, in una sorta d’accordo preliminare tra lettore e scrittore. A mio avviso il titolo scelto da Errico per questo nuovo romanzo è una confessione appassionata, è la descrizione sincera di un occhio che scrive. Quella che l’occhio di Errico produce, infatti, non è solo poesia, né solo prosa. È voce pastosa che parla nel sonno, voce implicita, libera, fasica, simbolica. Sincerità ispirata, grondante fisicità. Del sonno ha la stessa vaghezza. La densità, l’indolenza rivelatrice, la visionarietà ombrosa che procede per fasi umorali, illuminando la notte.
Da questo titolo è quindi naturale tornare al tema principale, dunque.
Il tema del viaggio, dobbiamo dirlo, non può che confrontarsi con quello del tempo, da sempre caro ad Antonio Errico. Il tempo passato qui diventa soggetto attivo, attraverso il ricorso ad un ombra/personaggio. L’ombra insegue la narrazione, la stimola e la rende più profonda, consapevole e acuta. L’ombra avverte, l’ombra ripete, in un gioco sapiente di contrasti l’ombra riesce persino a far luce. L’ombra frammenta i luoghi nelle diverse voci che agitano il paese del ritorno. La madre, il padre, l’amata: queste voci si alternano stralunate; a volte prese dallo stupore, altre dallo sgomento, reagiscono come possono alla tirannia della memoria. Altro punto fondante la narrazione di Errico, infatti, è proprio la memoria, della quale il ritorno e il tempo attraversato si nutrono inevitabilmente. Memoria intesa come balsamo o come malattia? Il disertore, dopo i primi passi incerti nella notte e i primi silenzi angosciosi, comincia a domandarsi a cosa potrà mai servire il suo ritorno, cosa potrà ritrovare, salvare, restituire, sanare. È inevitabile domandarselo, per lui come per tutti, ma quello che più colpisce il lettore è che la risposta a questa domanda universale per Antonio Errico passa essenzialmente attraverso la conoscenza del proprio padre, l’osservazione della propria ombra, l’attesa dell’alba.
I propri passi ripetuti nella casa di famiglia, soprattutto quelli sembrano essere l’aituo fondamentale. Qualche tempo fa mi è capitato di leggere un altro romanzo che, se pure con toni del tutto diversi, affronta lo stesso tema. Penso a “ La madre che mi manca” di Joyce Carol Oates. In questo ultimo caso è la morte violenta della madre della protagonista ad obbligarla a tornare nella casa di famiglia, a calpestare passi antichi eppure incompresi, a toccare e ritoccare le vecchie mura deserte per tentare di comprendere tutto quello che è andato perso. Perché, per capire qualcosa di sé, è necessario ritornare, ma è pur vero che tutto quanto ci riguarda intimamente, tutto ciò che condiziona il nostro modo di essere, è accaduto quando eravamo troppo distratti e vivi per rendercene conto. Se è vero che il padre è l’origine, la ragione, il perché, l’ombra, è altrettanto vero che nulla sappiamo di quel “perché”, mentre accade. Cogliere a pieno il senso e il dettaglio di quella che è stata la vita dei nostri genitori è sempre gesto a posteriori. Non semplicemente memoria, ma ricostruzione tardiva. Dove ero io quando mia madre aveva quaranta anni e le cose più importanti della nostra vita si compivano? Dove eravamo noi? Chiedersi oggi “dove sono?” equivale per tutti a chiedersi “dove ero?”. La protagonista della storia della Carol Oates, come il reduce di Errico, tornano a se stessi dopo il tempo giusto, col giusto ritardo, e lo fanno per capire e capirsi. Entrambi toccano, calpestano, osservano i vecchi luoghi come se non li conoscessero affatto. Questo stupore stralunato, quindi, accomuna due romanzi seppur diversissimi per stili, atmosfere, ricercatezza del lessico, ambientazione, ma non solo questo. Anche il successivo bisogno di dimenticare le mura del passato, il loro richiamo da sirena, al fine unico di salvare la pelle ed il cuore. E se Errico è sud, lirico, elegante, pietroso, la Oates è America, spumeggiante, ironica, glamour, ma la vera narrazione è vita che va e ritorna come spola sul telaio. Sempre e ovunque.

Due antologie targate Manni

Giada e Marta, un improvviso colpo di fulmine

C’è una considerazione condivisibile che fa lo scrittore Matteo B. Bianchi nell’introduzione a “Quello che c’è tra di noi”, l’antologia pubblicata di recente da Manni, curata da Sergio Rotino, che riunisce venti racconti aventi come tema storie d’amore omosessuale: “Ho sempre considerato le antologie l’equivalente letterario della lotteria. Molte voci, molte interpretazioni: alcune ci convincono, alcune ci deludono, alcune arrivano anche ad infastidirci, alcune ci sembrano splendide e illuminanti. Non sai mai cosa ti riserva il prossimo racconto”.
Quello che c’è tra di noi, pubblicato a due anni di distanza da un’altra operazione simile compiuta da Manni con il volume Gay everyday”, che si distingue dal presente per il maggior spessore “politico” dei contenuti, non è esente dal giudizio di Bianchi sul senso di operazioni editoriali quali quelle delle antologie. Si parla di sentimenti, di rapporti d’amore tra individui dello stesso sesso, della difficoltà di viversi e di vivere simili relazioni in un paese così avaro sui diritti e sulle tutele degli omosessuali, si raccontano storie che hanno come protagonisti coppie di uomini e coppie di donne, scritte da narratori e narratrici omosessuali e narratori e narratrici eterosessuali, tutti diversi per stile e contenuto, alcuni, ovviamente, più apprezzabili, altri meno.
Citiamo quelli che più ci hanno positivamente colpito. In Il sospetto Elisabetta Liguori racconta con la solita guizzante prosa che la contraddistingue l’equivoco rapporto tra due donne, Rita e l’io narrante, conosciutesi sul posto di lavoro, la prima il capo dell’altra, con un matrimonio alle spalle fallito e con un atteggiamento fortemente premuroso nei confronti della sua dipendente. In Noumeno/Playback Giovanni Ragonesi mette in scena gli intrecci amorosi tra Sara, Matteo e Cristoph e lo fa attraverso l’utilizzo di una costruzione narrativa originale, tre monologhi che si alternano, tre voci che prendono corpo, ciascuna delle quali offre la sua versione dei fatti. Molto delicato è il racconto di Sara Durantini, Quanto basta per essere felici, colpo di fulmine tra Giada e Marta presto trasformatosi in amore ineludibile. Tra gli altri racconti presenti degni di nota sono quelli scritti da Luca Ricci, Flavia Piccinni, Teo Lorini e Valerio Bertolucci.
r.a.
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Il caleidoscopico Bob Dylan

Quando lo scorso anno uscì nelle sale cinematografiche I’m not there, il film di Todd Haynes che avrebbe dovuto ricostruire le tappe essenziali della biografia di Bob Dylan, tutti furono sorpresi dalla follia per immagini messa in atto dal regista. Todd Haynes nel film in questione osserva Dylan, lo ritrae da angolazioni diverse e in questo sembra quasi uno scultore o un fotografo al lavoro intorno ad un modello. Lo studia ma sa di non poterlo rappresentare, sa che ogni caratterizzazione che tentasse di essere realistica finirebbe irrimediabilmente per essere vuota e banale. E allora lo scompone nei corpi di sei attori, lo lascia incarnarsi nella musica che riempie quasi ogni scena, nel colore o nel bianco e nero della fotografia.
Perché questa lunga premessa? Perché, dopo aver letto, Dylan revisited. Racconti su Mr. Tambourine, antologia edita da Manni e curata da Gianluca Morozzi e Marco Rossari, mi è tornato in mente I’m not there e l’idea che è alla base del film: muoversi nell’universo di Dylan è annaspare in un oceano difficilmente contenibile perché vario e molosso. Ed altrettanto varia per temi, stili e scelte è Dylan revisited. Ci sono racconti visionari, come Fiammetta 115th dream di Fiammeta Scharf, legato alla canzone I can’t wait, o racconti ispirati a parole delle sue canzoni, come L’odore di due, rilettura di Love sick, di Marco Missiroli, racconti che ripercorrono aneddoti di vita reale, come Robert Zimmerman, pittore di Gabriele Dadati, o racconti che mettono in luce l’amore per le canzoni, i sogni degli anni Sessanta, come Baby boomers di Livio Romano. Sedici racconti in tutto che faranno la gioia dei cultori dell’autore di canzoni immarcescibili quali Blowin’ in the wind, Subterranean homesick blues e Like a rolling stone, ma che possono essere letti con piacere anche da chi non è un fan di Dylan e che, magari, partendo ed incuriosito da queste pagine, a lettura terminata, s’immergerà nel mondo dell’inimitabile menestrello del Minnesota.
r.a.
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Questi due pezzi sono apparsi recentemente sul “Nuovo Quotidiano di Puglia”