Libreria Rinascita, via Savoia 30, Roma, giovedì 21 aprile: presentazione di Diventare genitori in Italia (Castelvecchi Editore)

COMUNICATO STAMPA

Giovedì 21 aprile ore 18
presso la Libreria Rinascita di via Savoia 30, Roma
presentazione di

DIVENTARE GENITORI IN ITALIA
un libro di Rossano Astremo e Maria Carrano
CASTELVECCHI EDITORE
collana Ultra Life

Intervengono gli autori e Cristiano Armati, direttore editoriale di Castelvecchi

Cosa significa, oggi, mettere al mondo un figlio e diventare genitori in Italia? Ritrovarsi a trent’anni con un lavoro precario e, nonostante il parere negativo di amici, conoscenti e familiari, provare a costruire una famiglia, comprare una casa, crescere un figlio? Diventare genitori in Italia racconta la storia vera di Maria e Rossano, dalla notizia della gravidanza fino ai primi mesi di vita della piccola Rebecca, passando per gli acquisti di mobili a rate, la ristrutturazione del «nido d’amore», il rapporto con le strutture comunali dedicate all’infanzia e, naturalmente, per gli eterni tentativi di conciliare le croniche difficoltà professionali con i tempi biologici dello «stato interessante». Diventare genitori in Italia è un viaggio autobiografico, un vademecum per future mamme e futuri papà, un caustico atto d’accusa nei confronti di una classe dirigente che, pur difendendo a spada tratta il ruolo decisivo della famiglia nella società, si comporta in modo contrario ai suoi valori, ostacolandola e abbandonando al coraggio individuale l’iniziativa di portarla avanti.

A.L.Kennedy, Geometria notturna (minimum fax, 2009): recensione di Maria Carrano


A.L.Kennedy, Geometria notturna (minimum fax, 2009)
di Maria Carrano

È una città buia e piovosa quella che fa da sfondo alla narrazione, tanto che nella mia mente ha finito per assumere le sembianze e le proporzioni di una piccola città di campagna piuttosto che della popolosa Dundee , città d’origine dell’autrice.
Viali e giardinetti silenziosi ad incorniciare piccoli cottage con pareti umide e muschio. Dalle finestre filtra insieme alla luce il tepore domestico, denso di odori di cibi cotti e legno stagionato, di bucato fresco e di poltrone polverose.
Quello che la Kennedy costruisce in Geometrie notturne, il suo esordio del 1990, edito ora per la prima volta in Italia da Minimum Fax, è la mappa di una cittadina immaginaria in cui ogni casa è una storia, un racconto, ingabbiato dentro le mura domestiche: rifugio confortevole e prigione.
Una rete di relazioni che condividono lo spazio ed il tempo ma che perdono ogni capacità di correlarsi tra di loro, di stendere reti tra vari punti come in una vera comunità.
Fuori da ognuna di quelle porte c’è solo un viale deserto spazzato dal vento del nord, e così ogni racconto finisce con un punto, un nuovo titolo nella pagina successiva.
La Kennedy traccia una mappatura di punti caldi, immersi in un deserto umano, fatto di tante storie che si assomigliano, quasi si riproponessero intatte nella struttura della trama, focalizzandosi però ogni volta su personaggi diversi, sfumature diverse, stati d’animo diversi. Una variazione di punti di vista attorno ad un nucleo tematico.
Il padre protagonista di un racconto diventa figura di sfondo in quello successivo, la figlia tradita e offesa rinasce donna indipendente e libera in un altro contesto. La straordinaria forza della narratrice, allora 25enne, sta nel riuscire a sottolineare la molteplicità delle forme che ogni individuo sa assumere, da vittima a carnefice, da umiliato ad aguzzino, da vincitore a sconfitto, e non in momenti diversi ma simultaneamente solo in relazione a dove voltiamo lo sguardo e a chi ci sta osservando.
In questo scenario ogni dettaglio diventa icona e rappresentazione, caricandosi di un valore superiore e donano un forte impatto emotivo all’impianto narrativo: nella neutralità domestica può affiorare una violenza sessuale, nel ricordo dell’ultima compagna di un padre il senso di smarrimento della figlia, nella rabbia la fine di un rapporto d’amore.
Affrontando con toni pacati l’aberrante normalità del quotidiano la scrittrice scozzese riesce, nonostante alcune piccole incertezze dovute forse alla traduzione italiana, ad offrire una raccolta di racconti bella ed intensa, come promessa di quel talento poi confermato nelle pubblicazioni successive.

un racconto di Maria Carrano: Arancio

Arancio
di Maria Carrano

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Essere cattivi con se stessi è un ottimo esercizio di stile.
Nell’enunciare la profezia indiscutibile, lei osserva la posizione frontale dei loro due corpi appoggiati distrattamente nel divano arancio: un intrico di gambe…
Si prende tempo per contarle, quasi non fosse certa del numero.
Si effettivamente il conto ragionieristico torna: sono incontestabilmente quattro.
Dunque nessuna anomalia negli arti si trova a dire con soddisfazione tale che un sorriso beffardo le affiora alle labbra incontrollato.
Per ora risponde lui.
Già, per ora, mi pare un degno risultato.
Magma denso di silenzio nel pulviscolo della cucina che subisce inerte il riverbero del sole.
Saresti capace d’individuare i primi segni della deformazione qualora ci fossero?, lei non è mai sazia di risposte, né capace di magnanimo senso del rispetto del disinteresse altrui.
Il bipede sonnecchia stroncato da una dose considerevole di super alcolici digestivi ma comunque, con estremo sforzo credo di no, non ho sufficiente motivazione all’osservazione.
Riflette alcuni istanti e aggiunge potrei chiedere a qualcuno però se lo ritieni opportuno.
Lei si avvolge con dedizione la manica del maglione lungo l’avambraccio scoprendo una indecorosa protuberanza violacea all’altezza del gomito e questo? Ti eri accorto di questo?
Chiaramente non se ne era accorto. La protuberanza pulsa convulsa, come se tentasse di estendersi in un ambiente ostile.
Trovo che sia disgustoso decreta lei con rassegnazione.
Non userei iperbole al tuo posto.
Ti viene in mente un aggettivo più appropriato?
Il nodo delle gambe s’infittisce, l’incremento del contatto epidermico è la risposta alla sua domanda.
Sul divano arancio, distesa discontinua di un rapporto perversamente cieco alla deformità, il bipede rinnova la sua promessa stringendo a se quel corpo votato alla degradazione della forma.
Lui accarezza l’escrescenza compiaciuto della sua innegabile capacità di prodursi in arditi esercizi di stile.

Maria Carrano, un racconto inedito

Blu

di Maria Carrano

L’orso ha le orecchie calate sulle guance, il naso deforme, le mani contorte e rigide, le gambe ramificate e gli occhi scavati. Nella caverna vuota della sua anima ha deciso d’immergersi in un lungo letargo annichilente. Non desidera più nulla lui, così ha detto non muoverti e ha strozzato il respiro pesante tra le lenzuola blu. Ha steso il silenzio sulle loro teste orizzontali sovrastate da un soffitto troppo basso e un istante dopo il crollo assoluto dell’idea, del pensiero, della volontà.

Con un gesto misurato ha spento la luce e si è sdraiato su quel poco di speranza che gli è rimasta.

Non le rivolge neppure un cenno, si rivolta su se stesso e tace. Lei osserva quel che resta della forma, si affida a quegli occhi che si abituano e riescono ancora, nonostante tutto a definire nitidamente i bordi.

La sagoma deforme di un mostro si solleva lieve sotto il tessuto arruffato delle lenzuola. Una scia umida le brilla lungo l’interno della sua coscia bianchissima. La sente ardere intensa ma non può fare nulla, ormai è lì a sfavillarle sulla pelle liscia di un corpo ancora privo di segni.

Verranno le cicatrici, pensa, mentre raggiunge con le dita la vischiosa identità dell’orso esplosa in un indecoroso amplesso.

Corpo avvilito, ridotto, svuotato, racchiuso in un mucchio di ossa: esoscheletro ingombrante dell’idea stessa di bellezza.

Nel fiato lento dell’aria liquida che invade i polmoni lei non emette alcun suono: soffoca in un rantolo tutto quello che non ha più modo di dirgli.

L’orso non ascolta.

Così si rivolge a se stessa, cercando nelle sue mani filiformi gli artigli da infilare nella carne squamosa dell’essere arso che le giace di lato, di quel suo nuovo aguzzino voltato sul fianco sinistro nella più eloquente delle manifestazioni fisiche.

Non hanno armi le sue dita. Sono solo sottili steli che sanno arrotolarsi e cingersi come radici strette e coriacee. Ancora una volta non sa che farsene di quelle mani che giacciono impotenti attaccate a polsi troppo leggeri .

Nel letto blu la sconfitta avvolge entrambi.

un racconto di Maria Carrano

Quale parola?

di Maria Carrano

Il frastuono terrorizzante latra nella stanza di cemento. C’è un corridoio lungo e contorto che bisogna percorrere per entrare. Alle pareti del corridoio sono appese delle foto in bianco e nero senza cornice. Ci sono tagli, abrasioni, scarificazioni, anelli che bucano, tendono, svuotano, pendono, lacerano…
In fila ordinati gli uomini attendono il loro turno per guardare le bestia che pulsa, per poterne per pochi secondi sentire l’afflato dirompere dal ventre . Così, mansueti come carne da macello aspettano, dopo aver pagato il biglietto, di dare una sbirciata su una porzione di torbido, valore commerciale 5 euro iva inclusa.
Due uomini grossi e tatuati stanno sulla porta alla fine del corridoio.
Facci entrare, dice una ragazzina sui 19 anni, con gli occhialetti della maestrina buona. Non si può, soffocate là dentro. Devi aspettare che esca qualcuno.
Perchè, escono? Ironizza lei. Lui la guarda poi si volta verso l’altro.
Poco dopo escono in due dalla porta e la fila fuori si scompone.
Quelli fuori li osservano come a cercare un cambiamento, un turbamento negli occhi che sia l’assaggio dell’abbuffata che gli si sta per srotolare davanti.
Altri due, dice l’omone tatuato a destra.
La ragazzina si guarda intorno, capisce che è lei la prossima e avanza stringendo forte la mano del suo vicino. La porta si spalanca e l’ondata di suoni investe tutti.
È come sentire sventrare degli animali mentre la musica elettronica martella il cervello.
La maestrina entra tenendo la mano del lupo e tutt’intorno l’aria diventa amalgama densa. Intorno a lei si è fatto il buio, squarciato dalle luci rosse dei faretti che puntano dall’alto.
Sente l’addensamento dei corpi, quei corpi che si stringono l’un l’altro verso il chiarore che ancora non può vedere.
E’ lì però, dietro il muro, ormai a pochi passi dal frastuono infernale. Lei stringe forte la mano del lupo, e si aggrappa all’unica cosa conosciuta nel frastuono poderoso del muro di casse dell’amplificazione.
Arriva incerta fino a dove ancora non può vedere, è l’ultimo passo, l’ultimo istante quello in cui ancora esita.


Marco sul palco urla forte ma Alice vede solo le labbra muoversi. Le sta facendo dei gesti nervosi, sembra incazzato. Lei l’osserva con interesse ma sfoderando uno sguardo placido che fa imbestialire Marco. Gesticola scomposto e le fa segno di spostarsi.
Lei ricollega il labiale al gesto…
Se non lo fai devi scendere da lì, bambina, le esplode in mente.
Ecco cosa le sta dicendo e intanto sbraita come un cane alla catena.
Non lo so ancora se lo faccio o no sembra dire con lo guardo spaurito mentre lui le fa cenno di levarsi da li. Lei risponde facendo spallucce: quel gesto infantile che in quarta elementare l’aveva salvata dal salire sul palco della recita scolastica facendola odiare dai suoi compagni che all’improvviso e di fronte a tutta la scuola si erano trovati senza un personaggio in scena.
Alice fa un passo indietro senza guardare, mette un piede su un cavo e quasi perde l’equilibrio. È ancora sotto il proiettore, è ancora in luce, Marco le rivolge un ringhio e lei sorride docilmente e continua a farsi indietro. Stavolta si gira per vedere dove mette i piedi, ha paura di cadere Alice, ne ha come non ne ha mai avuto prima. Appoggia delicatamente la mano sulla pancia rotonda ed enorme. Le dita con gli anelli d’argento risaltano sul tessuto nero della canottiera. Ormai è in ombra, non la vedono più.La porta sulla destra è quella che i ragazzi del centro sociale gli hanno dato per prepararsi 3 ore fa. Dentro non c’è quasi niente. Un divano scassato con le molle che ti si conficcano dappertutto, un tavolo scritto, inciso, graffiato, scheggiato, rotto, bruciato e ricolorato in mezzo alla stanza con sedie di vario genere intorno. Una ha solo tre piedi.
Come fanno ad usarla, pensa Alice vedendola li, nel circolo delle sedie intorno al tavolo. Pensa che avrebbe potuto sedersi per errore e cadere giù. Deve stare attenta, gliel’hanno detto tutti. Deve stare molto più attenta di prima perchè ormai non si può più concedere alcuna distrazione.
Il tavolo è pieno di roba. C’è di tutto. Lei s’avvicina e osserva attentamente ma non tocca nulla. Non posso, si certo, state tutti tranquilli, non tocco nulla.
Prende una delle sedie e si mette sul divano appoggiando i piedi in alto.
Valuta che in quella posizione non riesca a vedersi le cosce. Quanto saranno ingrossate pensa. I piedi nelle scarpe non si vedono, ma saranno ingrossati anche loro.I latrati arrivano attutiti di qua, si riesce anche a considerarli dei suoni che si ascoltano e non delle onde che ti oltrepassano.
Orribili i graffiti sui muti. Sempre le solite cose, pensa Alice.
St’invasati del cazzo, dice tra sé. Che cazzo avete da sentirvi diversi? Tavoli di merda, sedie scassate ed il divano preso nella discarica di Fuorigrotta…ma vaffanculo. Tu si, tu no, tu sei abbastanza sballato, tu non puoi. Ma chi cazzo siete? Quel fottuto Dio?
Le urla dell’amplificazione sbattono sulla porta di legno. Non degli uomini però…loro gridano in silenzio.
Eccolo lo stronzo, pensa Alice vedendo entrare Marco.
Bambolina, ti eri piantata lassù? Dice mentre arraffa alcune cose dal tavolo.
Cazzo rompi stronzo?
Ti eri congelata bell’addormentata e mi schiacciavi i cavi. Poi Alex te l’ha detto. Lui dice che è una cazzata, quindi non farlo.
Che ne sa lui? Decido io no?
Marco se ne va e Alice si ritrova a guardare il soffitto. Ci sono pezzi di intonaco che si staccano e pendono insieme alle ragnatele annerite. Perchè sempre questi posti di merda?
Alice è infastidita , sente qualcosa che la innervosisce e continua a grattarsi attraverso la maglietta. E’ tutta la sera che lo fa furiosamente. Più si gratta più aumenta il prurito.
Solleva la maglietta e l’arrotola scoprendo i seni gonfi appoggiati come due sacche di cuoio piene. La catenina che pende tra i due anellini conficcati nei capezzoli brilla nel solco della pancia. Ci sono i graffi delle sue unghie.
Tira su la pelle del seno per osservare il capezzolo. È rosso e gonfio. Tutt’intorno ci sono le tracce degli ematomi che si è procurata.
Cazzo, cazzo cazzo. La pelle scotta, brucia intorno all’anello d’argento. Prova a toccarlo leggermente e fa malissimo anche se l’intera parte è come intorpidita. Pensa che l’eccesso di sollecitazioni ha fatto andare in tilt il cervello, per quello non ha più sensibilità.
La musica si ferma di botto. Lo spettacolo è finito. Hanno smesso di latrare i porci, pensa Alice. S’abbassa la maglietta, appoggia le due mani sulla pancia e aspetta che qualcuno la venga a prendere per portarla a casa, a dormire…finalmente.

Nella scatola di cemento i suoni si raccolgono nel muto e le luci rosse del palco si spengono. Fine dello spettacolo, fine della finestra sull’inverso della pelle. La maestrina si ritrova nel buio tenendo sempre la mano del lupo. Intorno le voci in ripresa esplodono contro il silenzio che sente dentro.
Escono dalla porta tutti in fila, rispettandosi a vicenda. Fuori la luce dei faretti puntati sulle fotografie. Lei abbassa lo sguardo, non vuole che il lupo o altri leggano quel silenzio. Camminano per il corridoio come se fosse una camera di decompressione, tutti in fila, educati, quelli delle buone maniere, dalla giacca pulita, dai capelli spazzolati di fresco.
Non c’è bisogno nemmeno di dirlo, è ovvio, usciamo.
Passano velocemente attraverso le stanze dove altri artisti scimmiottano le loro sensazioni. Nemmeno si guardano e tirano dritto verso l’uscita, verso gli autobus, i tram, le automobili con ottima gente in camicia celeste e cravatta a strisce rossa e blu che torna a casa, va a mangiare qualcosa e poi a letto che domani si lavora presto.
Escono in strada e assaporano l’aria fresca della sera, la maestrina e il lupo. Si sentono avvolti dalle braccia della città e si ritrovano.
Come si chiama sta roba? dice la maestrina.
Non so, tortura?
Dai…è body art no?
No no, è follia. Hai visto quello appeso per i sei peircing sulla schiena?
La sospensione, si. Ad un certo punto ha come perso l’equilibrio, ha fatto un verso soffocato e da uno dei buchi è uscito un rivolo di sangue. Ho pensato che si sarebbe scuoiato davanti a tutti…ora perde l’equilibrio completamente e si sguaina dico!
Il lupo è cattolico, ma ama ripescare nel torbido. Adora le perversioni, sentirsi perverso e sentire che gli altri lo sono. Getta lì con ingenuità un E quelli che li vanno a vedere?
Noi siamo andati a vederli, dice la maestrina.
Si, ma che c’entra, gli altri erano morbosi. Volevano vedere le cicatrici, il fuoco sulla pelle, i buchi, il sangue. Noi no.
È evidentemente perverso il lupo, con la curiosità carnale di guardare l’altro lato della pelle. La maestrina cerca i segni dell’eccitazione sul suo corpo.
Anche noi, dice, e poi cosa vuoi, la consapevolezza spirituale passa per il travaglio del corpo no?
Intanto la maestrina immagina il lupo frustato a sangue nel nome di Cristo e sorride beffarda.
Cosa hai da sorridere?
Niente, pensavo che odio il dolore fisico ma per trascendere lo stato catatonico di sopravvivenza mi sembra un rimedio migliore dell’aspirina.
Riparliamone quando ti sfondano la gabbia toracica, dice ipocritamente il lupo.
Beh, il dolore è uno stato della mente, la percezione negativa è un sistema istintivo di salvaguardia.

Alice da 3 mesi può dormire solo supina. Riempie il letto di cuscini perchè sta sempre scomoda. Ne mette uno sotto al braccio, uno vicino al fianco, due sotto la testa. E’ ridicola, pensa che se qualcuno la vedesse la troverebbe ridicola acconciata a quel modo.
Le fa male la schiena, comunque, sempre. Le fanno male anche le caviglie, e non ci trova niente di eucaristico nemmeno quando vede uscire del siero dai piercing dei suoi capezzoli gonfi.
Non vuole dirlo a nessuno quella mattina perchè ancora non ha deciso se lo farà o no.
Sa che se dovesse dire di come il suo corpo sta reagendo le impedirebbero di salire sul palco e di farlo. Glielo vieterebbero come hanno fatto con tutto il resto.
Ma lei ancora non sa , non ha deciso; e anche se non ci crede nessuno, in fondo sa che è capace di decidere per se, e anche per il suo bambino.

Le 16:30 del pomeriggio sono la mattina di Alice. Sveglia.
Pensa al silenzio di quella casa mentre si trascina in bagno. Per l’ennesima volta, come ogni giorno e ogni notte negli ultimi mesi. Per il suo bambino vorrebbe comprare uno di quei giocattolini che si mettono sulle culle, quelli che girano con il carillon e fanno sognare.
E’ dolce l’idea che ha Alice dell’infanzia. È solo una proiezione stereotipata certo, fatta di culle e nastri, di sedie a dondolo per allattare e scialletti di lana su camicie da notte candide. Nella sua idea della maternità i mobili sono tutti bianchi, gli odori morbidi e il sole entra sempre soffuso dalle tende delle finestre.
Mai, nemmeno una volta ha immaginato una mamma con 2 piercing ai capezzoli che la stanno facendo impazzire dal prurito. In bagno si osserva attenta davanti allo specchio.
Quella catenina non le sta bene, pensa. La sgancia. Gli anellini no, se c’è un’infezione in corso proprio non deve farlo.
Osserva quelle forme sformate, la pelle ormai dilatata e pensa che sembra quella di Alex quando è in sospensione, tesa come un tamburo. A tendere la sua sono 9, 5 kg di feto e liquidi amniotici vari, quella di Alex sei cavi da trazione attaccati ad altrettanti anelli conficcati nella sua epidermide.
Prende la lametta Alice e se la rigira tra le dita.
Poi l’appoggia delicatamente sull’avambraccio e fa un po’ di forza finché non vede uscire una sottile riga di sangue.
Non fa poi così male pensa. È come prima, non è cambiato niente.
Prende del disinfettante e si tampona il braccio sorridendo. È così, non è cambiato niente, la vita è quella anche se scorre doppia. Fa un po’ male ma passa, esce il sangue e si cicatrizza, rimane la ferita che si rimargina nella cicatrice.Alice pensa che per sempre saprà d’averlo fatto insieme al suo bambino, che lui avrà potuto sentire ciò che sente lei.
Lei potrà viverla come Alex non potrà mai fare.
Nella sua mattina Alice sente di saperlo, sente d’aver deciso.

Il rumore esplode ad intervalli nella scatola di cemento. Rimbalza sulle pareti e torna indietro in un intrico inesplicabile di onde sonore.
Un grosso faro giallo pende da una delle americane del soffitto
Ai lati i cavi d’acciaio pendono tesi.
Dorex ha 45 anni, è stato uno dei primi piercer italiani. Racconta sempre la sua storia, a tutti, anche se non vuoi sentirla, anche se ti annoi. A 17 anni con un amico si è piantato un bell’agone grosso nel lobo dell’orecchio, così, per trasgredire ad una regola di famiglia, poi è partito per l’Inghilterra dove a fatto lo squatter per anni. Ha imparato l’arte dei giochi con la pelle in un viaggio fatto in Africa. Vanta storie e leggende su tagli e bruciature, sull’origine atavica del modellare e decorare il corpo.
Come un guerriero si è sottoposto a tutto quello che ha trovato, con perizia scientifica, fino a sublimare…così dice lui, sublimare.
Dorex si chiama Emilio, ma solo per l’anagrafe. Ha abbandonato la sua esistenza da Emilio a 17 anni e non l’ha mai più ripresa. È uno di quelli vecchia scuola, che ci ha creduto e ci crede, che fa spettacoli perchè si sente diverso quando li fa, perchè non potrebbe farne a meno.
Dorex pende da 4 cavi d’acciaio attorcigliati.
Ha fumato prima d’agganciarsi.
Non ha fatto altro perchè temeva di perdersi le sensazioni più forti. Si è preparato ad occhi chiusi. Ha cerebralmente ripassato in rassegna il suo corpo, i suoi muscoli, la pelle, mentre un uomo con guanti in lattice bianchi, lo attraversava con i ganci che l’avrebbero sollevato all’altezza di Dio, a un passo dalla morte senza rischiarla.
Alice da sotto l’osserva. È di nuovo sul palco ma ora non c’è nessuno a farle segno di scendere.
Non si appenderà, la sospensione è troppo pericolosa nel suo stato. Quello che farà sarà sedersi sulla sedia messa sotto un secondo faro giallo mentre tirano giù Dorex, prendere il bisturi e scrivere una parola sulla sua pancia, su quel sottile strato di pelle che separa suo figlio dal mondo.
Lo farà nel frastuono e nel buio, con la luce di taglio che le metterà in ombra lo sguardo docile, lo farà una volta sola perchè tra poco partorirà e non ci sarà più modo di farlo.
Quando hanno cercato di convincerla a non farlo Alice ha pensato che nessuno riusciva a trovare un buon motivo. L’unica cosa che l’ha attratta in mezzo a tutta quella serie di luoghi comuni sulle sue responsabilità di madre, sulle precauzioni e sui pericoli è stata una domanda fatta a mezza voce: Quale parola?

Maria Carrano, un racconto inedito

 

Ada
di Maria Carrano

Ada non sa più che farsene di quelle sue mani, le tiene appoggiate in grembo come qualcosa di inutile che non si ha il coraggio di gettare via.
La sera rossa e cupa si frantuma contro il frontale appuntito della casa d’accoglienza.
Avvolta dalle striature rosa del cielo, s’aggiusta una ciocca ricadutagli sul viso e guarda lontano…Silenzio.
Ha i capelli lunghi Ada.
Osserva quelle mani intrecciate sul tessuto ruvido della sua gonna e pensa che siano lì, perse, come un nido di serpi…e lei a proteggerle in un’alcova calda fitta di moscerini neri…
Le serpi si muovono, si contorcono continuamente…infittiscono i nodi e si rilasciano quasi come se stessero pulsando…lei li osserva madre ed estranea…e li custodisce in grembo amorevolmente.

Franca: “A che ora arriva?”
Ada: “Sette e un quarto” dice velandosi di un sorriso incerto.

Le braccia scoperte s’offrono alla prima umidità dolce della sera. Ada tende l’orecchio e ascolta docile il silenzio della campagna. Lo conosce bene quel silenzio, ed ora il risentirlo le riporta alla mente i giochi infantili, qualche schiamazzo, i colori troppo forti del sole…le sue serpi…
Non bisogna aver paura che soffrano, basta proteggerli, tenerli al caldo… Basta amarli un po’… Non, non farmi smettere, non ora, fammi giocare ancora …

Lina: “Viene con la macchina?”
Ada: “Non so, penso di si”
Lina: “A me piacciono tanto le macchine lucide, quelle che hanno una superficie…”
Franca: “Stai zitta Lina”
Lina: “…su cui ti puoi specchiare, senza un graffio, un’ammaccatura…lui ha una macchina, vero? Viene in macchina?”
Ada: “Non so, te l’ho detto che non so come viene”.
Franca: “Lina, perché non rifletti per un po’ in silenzio?”.

Ada distoglie lo sguardo dal suo nido solo per alcuni secondi, ma subito il richiamo è fortissimo, e si sente come obbligata a guardare se stessa e quel suo intreccio di carne e sangue…tace, e stende lo sguardo soddisfatta, sulle pieghe delle sue dita.
Insegue i filamenti della pelle, come un bimbo dietro un aquilone, giù fino alle ombre più scure…guarda, guarda, il nido è qui, dietro il cespuglio… lo so che non devo andar lì, ma giuro che non mi faccio male…ti prego mamma, fammi giocare ancora un po’…poi le lascio stare e faccio la buona…si, è quasi buio, ma faccio in fretta.

L’imbrunire s’appropria spavaldo di ogni cosa…l’inghiotte una ad una succhiando via per primo i colori, poi le forme…le sostanze.
Quanta polvere…c’è la siccità.
Ada: “Da quanto non piove?” chiede gettando lì una domanda della quale non le importa la risposta.
Claudia: “Una settimana” .Sfoglia una rivista con poca attenzione; non legge, la fissa pensando ad altro.
Poi riprende “Però è stato caldo”. Claudia tace, sta quasi sempre in silenzio.
Ha una regola: crede che si debba parlare solo quando è strettamente necessario. Claudia è molto severa con sé stessa e per nulla con gli altri, e questo la fa sembrare docile e debole, ma lei è semplicemente forte della sua legge.

E’ vero, è la siccità che crea tutta questa polvere…si alza in mulinelli fitti ad ogni alito della sera. Te la senti addosso sulla pelle umida…si appiccica ovunque come una colata vischiosa…mi sembra di non respirare…ma non ora, ora ho da fare: alle serpi serve un riparo per la notte… il cespuglio non è sicuro, può succedere di tutto, e poi c’è il vischio della notte…mamma, lasciami ancora un po’…non sto giocando, ti prometto che non mi stanco…soffocheranno…soffocheremo tutti.

Franca: “Ma poi perché venire proprio oggi?”
Lina: “Poverino, con questo caldo”.
Tutte fissarono Lina. Lei avvertita dal silenzio alzò lo sguardo sulle altre che scoppiarono a ridere senza contegno.
Franca: “Lina ti ho avvertita, taci e rifletti.
No, dico, perché ora dopo 4 mesi?”
Ada: “Non so, ha deciso così”
Franca: “E tu?”
Ada: “Ed io cosa?”
Franca: “Non gli hai chiesto niente? In fondo quando sei arrivata qui lui neppure ti ha accompagnata, e ora d’improvviso si ricorda di venire a trovarti?”
Ada: “Aveva da fare”
Franca: “Per 4 mesi?”.
Ada: “Sì, per 4 mesi” .
Franca: “Ho la sensazione d’essere un oggetto ingombrante da spostare secondo necessità”

Ecco! Sotto le colonne bianche del portico. Qui nell’angolo sarebbe perfetto per il nido. Però il muro è un po’ annerito, c’è puzza di calce e poi qui c’è quel marmo bianco…è dappertutto, capisci d’essere alla casa d’accoglienza perché ovunque cade lo sguardo c’è quel marmo, disteso come se stesse aspettando di sfidare l’immortalità, come se avesse una memoria storica infinita.
Si …l’odore della terra, quello ci vuole…

Franca:“Quando ti ha telefonato l’ultima volta?”
Ada: “Lo sai, 3 settimane fa. Era nervoso, ha dei problemi…si è come indurito. Ogni volta mi chiede come sto…me lo chiedo anch’io a volte, ma tanto lui non aspetta la risposta!”
Franca sorrise un po’ malinconica.
Ada: “Comunque non è cattivo, se è quello che pensi”
Franca: “ Non lo penso”
Ada continuò a guardarla aspettando che continuasse.
Franca: “Ci trascurano un po’ tutte qui”
Ada: “Ma lui non mi trascura, è la vita che è così”
Franca: “A volte non mi sento neppure una persona, se passano 2 o tre giorni senza guardarmi allo specchio mi pare d’essere una cassapanca o un comodino”

La brezza leggera fa sbattere la porta zanzariera dell’ingresso. Un battito costante che scandisce il tempo. Ada si guarda intorno. Gli alberi verdi nonostante la poca acqua, sono leggermente scossi dal vento. Sotto un tappeto d’aghi di pino secchi. E’ immersa nel silenzio della sera, e forse ha un po’ paura di sentire troppo intensamente quell’attimo…e ha paura di svegliarsi subito dopo…
Quindi cerca d’astrarsi riguardando i suoi cuccioli di serpente, protetti nel caldo grembo materno…e allora s’accorge in un istante di non riconoscerli più, d’odiare quelle bestie orrende, d’essere costretta a coccolarli e proteggerli pur trovandoli repellenti.
Lei stessa si sente odiosa e marcia per il solo averli lì…perciò ha voglia di disfarsene, gettarli via al più presto, e poi schiacciarli uno ad uno perché scompaiano…

Ada: “Claudia, hai voglia d’andare a prendermi una giacca, io non ce la faccio”
Claudia: “Certo cara”

Intanto i serpenti sibilano confusi

Franca: “E dove l’accoglierai? In camera tua?”
Ada: “Non credo faccia molta differenza”
Franca: “Ne fa invece, non vuoi che ti veda come un relitto abbandonato…anzi dovresti anche indossare qualcos’altro”

Ada getta via i rettili dal suo ventre e li spinge più in là col piede

Ada: “Tipo cosa?”
Lina: “L’abito blu ti sta benissimo”
Franca: “Infatti, metti l’abito blu e aggiustati i capelli che sei tutta scompigliata”

Spaesate le bestie iniziano ad aggrovigliarsi in nodi sempre più contorti

Ada: “Dimenticavo che la forma è sostanza. Comunque avete ragione voi, non voglio che pensi che sono un relitto abbandonato nel porto”
Lina: “Cara, non lo penserebbe comunque, sei così bella”
Franca: “Lina sei una sciocca se credi che la bellezza sia una grazia femminile, è una qualità da oggetto in vendita, un attributo richiesto per venderci meglio. Non abbiamo bisogno della bellezza ma dell’indipendenza e della forza di carattere… se non abbiamo necessità di nessuno, non possiamo neppure essere giudicate, allora siamo libere…
E’ la condanna di ogni donna quella di cedere all’ipocrisia del ruolo o di cadere nella scomunica….”
Lina: “Le ho fatto solo un complimento”
Franca: “Certo, un complimento da serva. Cresciamo da sole, dobbiamo scontrarci tutta la vita contro la superficialità d’infantili pusillanimi mentre cresciamo i nostri figli tra decine di rinunce e umiliazioni.
Vuoi dirmi che in tutto questo dovremmo anche sprecare energie per essere come qualcun altro vorrebbe…”

Il sibilo dei serpenti di Ada, si fa più violento, quasi un urlo stridente che sembra provenire direttamente dal suo grembo. Lei abbandona la testa a quell’urlo pulsante e si sente invadere le piccole pieghe scure del suo cervello dal quella cantilena sottile e costante…ha come l’impressione, per la prima volta, di star per cedere, di non aver più alcuna risorsa a cui attingere, di doversi dichiarare infine, esausta e vinta. Ma l’animo umano nasconde capacità di ripresa imprevedibili…

Franca: “…ADA? Ma che ti succede?”
Lina: “Ada, tesoro, ti senti bene?
Forse è un po’ nervosa per il suo arrivo”
Ada: “Cosa?”
Lina: “Dicevo che sei un po’ nerv…”
Ada: “Si, questo l’ho sentito. Non sono nervosa, mi sono distratta”
Franca: “Vatti a dare una sistemata, sta arrivando”
Ada: “Certo capitano.
OH, Claudia eccoti qua, scusa, ma la giacca non mi serve più, vado a cambiarmi”
Claudia: “Cambiarsi? Perché?”
Franca: “Va a farsi bella”
Lina: “Allora vedi che ci cadi anche tu?”
Franca: “Sta zitta Lina, non hai capito niente…al solito!”

I serpenti scivolano via lungo le scale del portico e s’attorcigliano veloci lungo la sedia di Ada.

Lina: “Eccola qua!”
Ada: “Abito blu, capelli a posto…ho preso il tuo foulard Claudia, non ti dispiace?”
Franca: “Perché non ti sposti sotto al portico con noi?”
Ada: “Sto bene qui, grazie, preferisco la terra al marmo”.

Le serpi s’intrecciavano vorticose intorno alla sedia fino a fluire tra le braccia di Ada, per ricongiungersi nel suo grembo come un cucciolo con molte teste.

Franca: “La donna custodisce un mistero, la sua sensualità è in ogni respiro, tutto ciò che tocca è attinente al sesso…e le sue gonne, per quanto molteplici, sono un velo sottile, un pretesto.
La donna è perversa perché desidera la schiavitù sentimentale, l’uomo è brutale…” s’arrestò un attimo “…e superficiale…non comprende la sensualità masochistica dell’essere femminile”.
Lina: “ A me è sempre piaciuto il termine Sadico, lo preferisco a Masochistico”
Franca: “Lo immaginavo, sei così sciocca…”
Ada: “Non essere cattiva con lei”
Franca: “Scusa, hai ragione tu, è che lei mi dimostra che il pregiudizio sull’inferiorità femminile è giustificato”
Lina: “Solo perché non sono un maschio con la gonna”
Franca: “Solo perché sei una stupida”

Guarda, guarda, le serpi hanno smesso di contorcersi. Certo mamma, farò come vuoi, non ci gioco più, solo non sgridarmi…

Ada: “Basta ragazze, non vorrete che vi veda litigare…”
Franca: “L’uomo è padrone, al suo arrivo ci sarà pace”
Lina: “Ma che stai dicendo?”
Franca: “Scherzavo Lina, davvero…ci fai su una risata e passiamo a parlare del tuo argomento a piacere, ne hai uno cara?”
Lina la guardò esterrefatta.
Ada: “Non dovresti dire certe cose”
Franca: “Ma è la verità…è nella coscienza di una donna la sottomissione e l’ubbidienza, non c’è scampo, possiamo bruciare tutti i reggiseni nella pubblica piazza, ma di fronte all’uomo siamo sempre schiave ubbidienti”
Claudia decise d’abbandonare il suo forzato silenzio “Ma hai capito bene quello che dici?”
Franca: “Ti piace illuderti che non sia vero, ti senti più indipendente, forte come un uomo…stai in silenzio per ore come un uomo, poi getti verità come un uomo e infine svanisci come un uomo e mi chiedi se so di cosa sto parlando? Ma sto parlando di te sciocca donnetta, di quello che ancora non hai capito…tu sei schiava del tuo desiderio irrefrenabile di essere proprietà di qualcuno…ti nascondi dietro un paravento ma nell’intimità sogni che qualcuno possa ordinarti cosa fare”.
Claudia: “L’abisso umano non ha fine…” rivolgendosi a Franca.
Franca: “L’ipocrisia di una razza che non ha voluto riconoscersi schiava pur desiderandolo”.
Ada: “Dai Franca, smettila, la stai turbando”
Franca: “Ne ha bisogno, altrimenti continuerà a sbandierare queste insulse credenze da giovinetta ingenua”.
Ada: “Non credo che tu abbia ragione, ognuno ha il diritto di credere quello che vuole”
Franca: “Infatti, l’illusione è l’unica libertà concessa. Un uomo possiede una donna con il sangue e con la carne, non c’è altra possessione, non c’è altro amore se non nell’umiliazione, nella prostrazione. L’essere femminile si può negare, ma l’essenza della femminilità è nella pudica sfrontatezza dell’essere votato all’ubbidienza…”, esitò un istante, “non ubbidiamo a qualcuno, ma alla stessa idea dell’ubbidienza”.
Claudia: “Mi pare del tutto folle quello che dici”.
Franca: “Non ti senti incapace di assaporare la vita in mancanza di un amante? Non ti senti viva solo nello sguardo del tuo amante? Non lo cerchi per assicurarti che sia ancora lì ad adorarti? E non trovi forse la sua cattiveria come un modo per interessarsi a te? La sua assenza come la sua presenza, non definiscono la linea tra la vita e la morte?”.
Ada: “Allora che facciamo qui? L’abbandono in questo posto è totale”.
Franca: “E’ vero, qui perdiamo tutte il nostro essere donne…non c’è spirito femminile, questo è il luogo della privazione, la gabbia con ganci sul nostro ventre”.
Lina: “Sei orribile Franca, mi fai odiare le donne”.
Franca: “Lo spero bene. Tu non centri nulla con loro, è giusto che le detesti”.
Lina rimase con lo sguardo fisso alle spalle di Franca, non osò guardarla più, ed il suo viso si rabbuiò.
Gli occhi di Ada invece fiammeggiarono di rabbia.
Ada: “E’ naturale per l’essere umano arrivare a sbranare come una fiera ciò che è più debole…Sei una bestia, violenta e senza misericordia come una bestia”.
Lina: “Non ti preoccupare mia cara, sto bene. Non mi fa alcun effetto quella iena”.
Ada: “Si, ma è crudele, non avresti dovuto dire quelle cose”.
Franca: “Se vuoi la fiaba t’accontento subito. Restiamo qui ad attendere la compagnia del tuo bel ragazzetto”.
Ada: “Credo che lo porterò subito via, e poi ho molte cose da dirgli”.
Lina: “No, no, ti prego…almeno facci parlare con lui…solo un po’”.
Franca: “Ma lascia che se lo porti dove vuole, che importa. Tanto non viene neppure per lei, è solo la sua coscienza che mette a posto. In 15 minuti si sarà già annoiato e conterà i secondi”.
Ada: “Bene Franca, credo che per oggi possa bastare”.
Franca: “Credi che non sia così? Pensi che venga davvero a vedere te? Pensi che abbia desiderato venire qui…ma intensamente dico…magari sognandolo anche ?”

I cuccioli dormono ora, ti prego mamma, fammeli guardare ancora un po’, poi me li porteranno via e te lo giuro, non li cercherò più. Lo so che non è bene giocare con loro…si mamma, lo so che sono una signorina ormai…certo, li abbandonerò dove hai detto tu…e non li vedrò più…no, scusa mamma, non sto piangendo, ormai sono grande, non piango più lo sai.

Claudia: “Non ascoltarla più Ada cara, vai a metterti un po’ di trucco, sono le sette e 10”
Franca: “Magari non verrà!”.
Ada: “Non dire sciocchezze”.
Franca: “Hai ragione, scusami”.
Ada: “Non preoccuparti. Vado a mettere un po’ di cipria”.

Franca: “Non t’importa nulla di lei?”
Claudia: “Che dici? Sei tu che non hai il diritto di farla stare male scaricandole addosso le tue frustrazioni”.
Franca: “Guardati intorno, di che frustrazioni parli” disse ironica “siamo qui, nel deposito carcasse umane…”.
Claudia: “Povera te, mi fai solo pena”.
Franca: “Anche a me faccio pena, questo è il problema, e non credo mi sia data un’altra possibilità per non finire qui ad aspettare da mesi una visita di qualcun altro”.

Le serpi discesero lungo i bordi della sedia e strisciarono fino ai piedi di Ada.

Ada: “Non l’ho trovata la cipria, ma in fondo va bene così. Su ragazze andiamo dentro, inizia ad essere umido”.

Si arrampicavano lungo le gambe di una donna una volta bella…sulle gambe ora ricoperte di rughe, sfiorarono quel ventre una volta inondato da sangue pulsante, coprirono il tessuto ormai vinto dei suoi seni e si arrotolarono fitti intorno al collo imbrunito ed arido coperti da una coltre di capelli bianchi.
Questo è il nido giusto per loro, qui, tra i miei capelli saranno protetti…e al caldo…si, si, è qui che devono giacere poveri cuccioli, qui, sulla mia carne…
Si mamma, hai ragione tu, ma non m’importa, ormai non ti sento più…scusa mamma, se non ho fatto esattamente come mi hai detto…scusa se mi sono addormentata troppo presto.

Lina: “Perché non prepariamo la cena anche per lui? Forse quando arriva avrà fame!”.
Franca: “Quanto sei ingenua Lina, il nipote di Ada non arriverà neppure questa settimana, vero piccola mia?”
Ada: “Avrà avuto un contrattempo, verrà la prossima”.
Franca la fissò tristemente.
Claudia: “Ma certo cara, di sicuro avrà avuto un contrattempo, quale giovanotto non vorrebbe vedere una nonna così bella?”.