Claudia Ruggeri: un ricordo a vent’anni dalla morte

Vent’anni senza Claudia

di Rossano Astremo

 

Era un sabato pomeriggio di fine ottobre del 1996 quando una giovane ragazza dal corpo esile, dai capelli neri come la pece e dagli occhi profondi come il mare nelle giornate che dicono burrasca, si confessò nella chiesetta di San Lazzaro ad Alessano, paesino del sud Salento, per poi ritornare nella sua casa  leccese e decidere, dopo poche ore, di lanciarsi nel vuoto dal balcone della sua abitazione. Il suo nome era Claudia Ruggeri. All’epoca del tragico epilogo aveva 29 anni. Oggi ne avrebbe avuti poco meno di 50. E forse, se avesse continuato a scrivere con la stessa rapsodia e magia dei suoi anni acerbi e lieti, sarebbe tra i poeti italiani più celebrati del nostro tempo. Assieme a Valerio Magrelli. Assieme a Mariangela Gaultieri. Assieme a Milo De Angelis, Patrizia Cavalli, Maurizio Cucchi o Patrizia Valduga. Il suo debutto letterario avvenne in una festa dell’Unità del 1985, quando per un reading si presentò vestita di nero, con una gonna lunga fino alle caviglie, un cappello rosso a nascondere il suo taglio androgino di capelli. La sua lettura fu magica e la folla restò  meravigliata e catturata.

Fu l’inizio di un percorso poetico che la portò  nel corso di poco più di un decennio a pubblicare un corpus minimo di liriche, tutte facenti parte del poema sul quale la Ruggeri lavorò per anni, l’Inferno minore, uscite su L’Incantiere, giornale nato all’interno del laboratorio di poesia presente nell’Università di Lecce. Il resto dei suoi versi, raccolte in un altro poema, Pagine del travaso, scritto nell’ultimo periodo della sua vita, ed altre poesie sparse, ebbe la sua prima pubblicazione, assieme al poema apparso sul giornale universitario, nel 2007, undici anni dopo la sua morte, da peQuod, con il titolo Inferno minore, grazie all’interessamento e alla curatela di Mario Desiati, all’epoca caporedattore della rivista letteraria fondata da Moravia e Carocci, “Nuovi Argomenti”, lettore appassionato dei versi della Ruggeri, il quale, nel passaggio seguente, ha sintetizzato bene l’originalità della sua scrittura: “Claudia Ruggeri è un caso unico e irripetibile di questi anni. Ha creato un suo universo poetico originale e molto coerente. Ha inventato una nuova lingua letteraria come pochi sono riusciti nella sua generazione. Questa lingua è fatta di arrovellamenti lessicali, parole trobadoriche, riferimenti colti e popolari, tradizione italiana, orfismo, un simbolismo esasperato. Poi è riuscita a imbastire una scena di personaggi all’interno della sua poesia, quasi una vocazione al teatro. Proprio quella teatralità che ha sempre spinto Claudia Ruggeri a scelte estreme nella composizione della sua scrittura e della sua poetica, quella teatralità che sprigionava nelle sue letture pubbliche. Era teatrale sino alla sua stessa esistenza”.

In vita la Ruggeri cercò, partendo dalla bodiniana “perifieria infinita” nella quale viveva, di far conoscere a “chi di dovere” i suoi  versi, spedendoli ad influenti intellettuali del tempo. Importante fu il contatto con Franco Fortini, con il quale intrattenne una corposa comunicazione epistolare.  In una di queste lettere Fortini diede un consiglio alla Ruggeri: abbandonare i suoi versi ingioiellati, la sua poesia barocca, complessa, indecifrabile per un ritorno alla “leggerezza” della scrittura. Dietro questo consiglio da critico, se ne celò un altro che aveva poco da spartire con la letteratura. Fortini individuò la forte instabilità della Ruggeri (“il punto non è di scrittura ma di esistenza”) e le disse che un allentamento di questa tensione psichica era la prima meta da raggiungere. Il consiglio di Fortini cadde nel vuoto. La sua poesia si fece sempre più complessa ed enigmatica, seguendo le onde smerigliate della sua mente luminosa e contorta.

Dopo la pubblicazione dell’opera a cura di Desiati, si sono succeduti molti interventi volti a celebrare il lavoro della giovane poetessa salentina: saggi critici, raccolte postume, documentari. Nell’ultimo decennio il verbo della Ruggeri, grazie anche al passaparola “internettiano”, ha superato i confini provinciali per estendersi, sia pure nella nicchia dei cultori del genere poetico, in tutta Italia. Non sufficiente per rendere la sua opera canone, ma attestazione innegabile dell’epidemica funzione dei suoi versi che ibridano corpo e mente e sono rispecchiamento fragile del nostro sempre complesso essere scagliati al mondo.

Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio (scritta nell’estate 2002)

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Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio
di Rossano Astremo
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Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia il tuo corpo di unghie e di peli,
lascia il tuo sangue caldo e visibile,
lascia la tua anima stretta in un pugno,
la tua anima di benzina e birre medie.
Non ho voglia di risponderti.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia il tuo Big Sur colorato su sette paginette di regole fotocopiate,
lascia il tuo sudore di ascensori di acido di Miller colombiano al cervello,
lascia la cuginetta che hai tanto amato e il profilo greco del naso tanto odiato,
lascia l’impossibile Joyce della destra destra destra,
lascia il Dio Padre e le mezze corone sprecate per godere della tua ubriachezza,
lascia i colpi di cannone, gli amanti sudditi, la morte istantanea di potenti nemici,
lascia il gatto che ama le mitragliatrici montate su cammelli e ristampe popolari,
lascia l’universo infinito, il mito solare, le lotterie reali ungheresi autorizzate,
lascia i tuoi vecchi amori in stanze tappezzate con pelle di giaguaro.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia le gambe in cantina appoggiate a fumare,
lascia la giovane brasiliana che non capisce tanto bene la nostra lingua,
lascia andar via le seghe interiori di trasparenti odori di miele,
lascia la splendente bottiglia di vetro blu cobalto in bagno,
lascia Re Nordici in stanze vuote con amanti nude e sensuali,
lascia la barriera di riquadri tessuti nelle reti giallo smeraldo.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia l’insostenibile supposizione che egli possa essere prostrato,
lascia perdere forme di matrimonio sperimentale con dotati uomini nigeriani,
lasciala tua lambretta verde dove hai assaporato i primi umidi del sesso,
lascia la convinzione di essere astemia,
e vieni con me a bere un whisky in un bar per amanti del brivido,
lascia piede contro piede, ginocchio contro ginocchio,
pancia contro pancia, capezzolo contro petto,
lasciati andare per favore, sono affranto , velato, singhiozzo, faccia a terra.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
ho bevuto troppi amari in un’ora, credo sia bene riposare,
lascia stare il tuo acido contemporaneo
di donna manager e
spogliati senza pudore, danza attorno a ma come odalisca orientale,
svestimi e rivestimi, leccami succhiami,
urla, urla, ancora, credo di non sentire il tuo umore.
Lascia perdere, lascia stare le mie frasi sconnesse,
lascia stare il mio comportamento irritante, la mia barba introversa,
il mio sciroppo per la tosse, i miei amici traballanti trincatori,
il mio verso polveroso e il mio paesaggio marino,
il mio orgasmo finito male, rinchiuso in uno scrigno di mogano.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia le lingue ideali, i piatti d’inchiostro, il secondo boccale,
lascia le corse ad ostacoli, i fili spinati, il camino del crematorio del cimitero,
lascia l’inaugurazione della pesca di beneficenza,
il fedele suddito di sua maestà, il bibliotecario mormorante,
i reverendi vuoti di essenze spirituali,
lascia ancora l’Amleto, il Re Lear, il Riccardo III,
lascia il bestiame sfocato nell’argentea calura,
lascia la mia fortuna, le mie vene, la mia vecchiaia,
la mia scorza salina, il fumo della padella, l’occhio malato,
il burro sfrigolante, i capelli d’oro al vento,
lascia il tuo oceano di yogurt, il tuo ristorante d’imbarazzo,
il tuo forno e il tuo bar di tramezzini, il tuo parlarmi di matrimonio,
i tuoi cosciotti di montone, le tue cento bottiglie di eroine irlandesi,
lascia cadere i tuoi abiti, nuovamente, non ho paura della tua nudità,
so difendermi dalla tua carne nuda e bagnata,
ricoprimi di carezze, di rutti, di pugni, sputi e amplessi,
ricoprimi di gioie, di noie, di cadaveri e suoni,
ricoprimi di bocche, di ritmiche risonanze, di lacrime e sorrisi.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia la tua professione di artista della sopravvivenza,
lascia i tuoi fosforescenti escrementi metallici della città,
lascia la tua stirpe di marciapiedi per la strada,
lascia il bisbiglio di una finestra buia per le vie di Panama,
lascia l’odore di spogliatoi di slip muffosi,
lascia i tuoi coltelli di pane nel cuore e le tue ricette di morfina,
lascia gli anni della peste bovina e le case costruite su palafitte,
lascia le ceneri di sigari che creano spirali e merletti di ortiche lungo le pareti,
lascia i lavori sino al tramonto e gli indiani telepatici,
lascia le cliniche per spine dorsali e i pantaloni aperti a cattivi odori,
lascia le fiche di milioni di ragazze tremanti,
lascia le tue ambizioni di essere Presidente Cattolico,
lascia chiusa la porta a chiave per spiare dalla finestra i bui vicoli,
lascia i poeti ciechi e gli aerei che rombano nell’aria,
lascia gli occhi rossi senza lacrima e i fulmini del cielo,
lascia i poveri fiori morti, gli scheletri spessi del girasole,
lascia perdere il tempo trascorso con te seduta sul letto,
senza nessuno a cui toccare le labbra,
senza nessuno a cui mostrare i dolci pianeti religiosi,
senza nessuno a cui mostrare le tue biblioteche piene di lacrime,
senza nessuno a cui toccare i capelli viola della follia.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia la tua parola di alcol nascosta in mutande strette,
lascia stare la tua voglia di arrampicarti sulle mura del cimitero,
lascia la tua bocca di brutti racconti e i tuoi tamburi stonati,
lascia scorrere le lacrime verdi sotto i tuoi occhiali,
lascia stare il taxista che si soffia le mani per il caldo,
lascia perdere i ragazzi mandrillo e i ristoranti per camionisti,
lascia stare le auto d’ombra e i volti di venti soffiati fino alla fine.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia stare i frammenti delle immagini esplose violentemente nella tua testa,
lascia perdere i pungenti odori di sperma che riempiono l’aria,
lascia perdere le ostie immaginarie della grazia,
lascia i minuscoli nidi d’uccello e il cappello di paglia aderente,
lascia le cisterne di anidride carbonica e le nuvole di fumo sospese,
lascia le fontane piene di petali e i campi colmi di silenzio,
lascia stare la sborra che ti riempie la bocca con botte di getti caldi,
lascia stare i vermi solitari al posto sbagliato e i sonanti flauti del culo,
lascia la salsa piccante di tuorli d’uova marce,
lascia perdere i rivoltosi arabi che ululano e uggiolano,
lascia perdere le circostanze in cui ti sei abbandonata a pratiche omosessuali,
lascia perdere la monotonia della vita dei campi,
lascia perdere la pioggia di canditi tra gli alberi e la follia dei laghi,
lascia il mio corpo libero di vomitare, di restringersi ed esplodere,
lascia perdere i semi caldi sulla terra dell’orgasmo sparso.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
se ne hai la forza, la voglia, le immagini tribali,
se hai ancora le tue sale da ballo, i tuoi tulipani e carciofi,
i tuoi buona notte e terra nativa, i tuoi diamanti che splendono sempre più,
i tuoi influssi della sera, le tue avanguardie perse giocando a carte,
i tuoi neuroni concettuali vinti mangiando sale, i tuoi baci sulla spalla,
i tuoi massaggiatori, vinai, decoratori di chiesa,
grandi maragià e pompieri di cornicioni, i tuoi turaccioli
e i tuoi controllori di assicurazioni, i tuoi gentiluomini
e appaltatori di impianti idraulici.
Ti prego, ti guardo negli occhi, mi chiudo per terra,
mi stringo la gola, mi asciugo il sudore, ne sento il sapore,
ti prego, ho voglia di scrittura automatica per colazione.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia i chi può dirlo nelle mani del silenzio rannuvolato,
lascia i tuoi nastri di raso tra montagne e baci sul collo,
lascia il possesso e i galeotti delle buche di serrature,
lascia per la strada la saliva di registi, giovani o vecchi che siano,
lascia volare le tue scarpe dalla finestra del bagno,
lascia volare le tue calze di spugna bagnata,
lascia volare il tuo rosa di pelle violenta, il tuo pizzo di nero perverso,
il tuo giallo di voglia cattiva, il tuo verde di seme e delirio,
lascia la scrittura di poesie se non hai le palle per leggerle,
lascia la lettura di poesie se non hai la forza di viverle,
lascia il tuo cane libero, la tua vergogna libera, il tuo sesso libero,
la tua angoscia libera, il tuo limite libero, il tuo limite vivilo,
lascia la tua caterva di bambini, il tuo marito malato,
lascia delle monete d’argento sul tuo didietro,
lascia stare le tue intenzioni criminali e le azioni legali,
lascia la tua cinepresa e non osare avvicinarti a me,
lascia perdere la tua concitazione alla guida, la tua perversione in baracche di luce,
lascia oscillare i miei occhi in penombra, su frequenze che mi fanno paura,
lascia vomitare il mio corpo tiepido, morbido, elastico, dolce e giusto,
lasciami vomitare , lasciami vomitare, ancora, ancora,
ho voglia di riempire il tuo volto di succhi gastrici,
ho voglia di odiarti, di farti sentire lo schifo che mangio,
ho voglia di vomitare, ho voglia di vomitare,
di riempire le tue scarpe del mio sonno travolto,
di riempire le tue scarpe della mia schiena urtata, sanguinante,
livida, lastra trasparente di impossibili movimenti.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lasciati andare su questa strada assolata e polverosa,
lascia viaggiare veloce i tuoi piedi sporchi a frammenti,
dai, corri, corri, suda, vola, piangi,
graffia le vene dei tuoi capelli,
graffia le vene dei tuoi calli di sangue,
graffia le vene dei tuoi gomiti buttati,
graffia le vene dei tuoi amanti di vetro,
grafia le vene delle tue telefonate urlate,
graffia le vene dei tuoi sogni di pittrice,
graffia le vene delle tue finestre senza vedute,
graffiati, graffiati, strappa i tuoi abiti,
liberati, denudati, baciati, liberati, denudati, baciati,
non senti lo schifo dell’aria che si appiccica addosso?
Non senti lo schifo di corridoi sghembi e grandi porte?
Non senti lo schifo di lacrime e seggi presidenziali?
Non senti lo schifo di raffreddori estivi e di tristi matrone dal frastuono offensivo?
Non senti lo schifo di bambini avvinghiati al seno materno?
Non senti lo schifo di puttane che nuotano nello sperma della pioggia?
Non senti lo schifo della negazione della gioia che ti dona la masturbazione?
Non senti lo schifo della primavera del 1979 e dei suoi scrittori maledetti?
Non senti lo schifo delle stanze d’albergo e delle lenzuola di solitudine?
Non senti lo schifo della scienza e dei suoi fenomeni tangibili?
Non senti lo schifo di squilli del telefono che interrompono i tuoi pensieri?
Non senti lo schifo di bere due bottiglie di buon vino bianco ogni sera?
Non senti lo schifo per la fine del punk e della new wave?
Non senti lo schifo dell’alleanza di conversazioni socratiche?
Non senti lo schifo dell’assenza di gonne, mutandine e reggiseni tra le tue mani?
Dell’assenza di citofoni che suonano e di valigie chiuse a fatica?
Dell’assenza del mio sguardo sul pavimento di questo cortile?
Ti vedo, non temere, ti vedo correre, guardarti attorno,
vedo le tue mani martoriare le tue dolci membra,
ti vedo mentre ti graffi, ancora, sì, ancora, continua, non aver paura,
continua a sanguinare, strozzati, strozzati, fallo da sola,
dai, lasciati andare, lasciati andare,
non piangere, non adesso, stenditi per terra,
senti l’odore del tuo sangue mischiato all’asfalto bollente?
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia che il tuo corpo possa risollevarsi,
lascia che le tue ginocchia possano pungere rose spinate,
lascia che io scagli l’asta dalla lunga ombra di petali del tuo ventre,
lascia che io ricopra le tue braccia con le frecce del mio furore,
lascia che la carta si imbratti di sperma, che la carta si gonfi di bulbi,
lascia il tuo gatto del Canada e la tua fortuna fottuta dell’altro giorno,
lascia la tua servetta, i tuoi amici israeliani e i guardiani del cantiere comunale,
lascia il commercio di bestiame e la vendita di pascoli,
lascia che io possa stringere tra le braccia mio figlio,
lascia che io possa saziare il mio desiderio di pianto,
lascia il tuo grande coraggio da condottiero dell’esercito,
lascia la tua limpida voce del fuoco, della polvere, del sangue,
lascia volar via i cavalli pieni di ardore,
lascia libera la strada invasa da cadaveri,
lascia la battaglia se sei vile perché da prode devi resistere con forza,
lascia il peggio di te stessa, piangi, temi la tua sorte,
mai vedrai la fine del cielo infinito,
mai vedrai la fine di gemiti e grida di trionfo,
mai vedrai la fine di uccisi e uccisori,
mai vedrai la fine del sangue che scorre sulla terra,
del sangue che scorre sulla terra, del sangue che scorre sulla terra.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia la disgregazione della tua personalità, la rottura delle tue parole comuni,
il tuo linguaggio schizofrenico, la tua realtà psichica frantumata,
lascia il tuo underground e la tua poesia fondata sul suono,
lascia la tua poesia che ha per base il ritmo di ballata popolare,
lascia la tua angoscia per una civiltà dove è reato comunicare,
lascia andare la più adorabile fanciulla del tuo piccolo paese,
lascia l’inaugurazione del tuo locale dove hai indossato giacca e cravatta,
lascia stare la vecchia dolce canzone d’amore,
lascia stare la tua lettera anonima con grafia goffamente contraffatta,
lascia stare il fuoco che porti addosso, il fuoco della tua proposta sconveniente,
lascia stare la femmina dal rossetto di ciliegia e la femmina dal rossetto di fragola,
lascia stare la tua voglia violenta di prenderti una delle solite sbronze storiche,
lascia stare i tuoi occhi bevuti che seguitano a vagare per la sala,
lascia stare la tua voglia di tingerti i capelli di nero,
lascia i tuoi piatti sdegnosi con uova, pomodori e pane fritto,
lascia il tuo sfottimento selvaggio, il tuo scoiattolo libero,
le tue perversioni piccole e innocenti, i tuoi pezzi di plastica imbecilli,
il tuo cielo azzurro e limpido, il tuo cielo singhiozzante e meraviglioso,
le tue vergini dal culo, le tue reputazioni terrificanti,
i tuoi tentativi di rimorchiare, la voce triste di Morrissey,
lascia che la triste voce di Morrissey viaggi lenta nei nostri corpi,
non ho bisogno di altro, ti giuro,
lascia che la voce triste di Morrissey viaggi lenta nelle nostre vene,
non ho bisogno di altro, ti giuro.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
sto piangendo, sto piangendo, sto piangendo,
ti guardo sanguinare, leccarti le ferite, mangiare il tuo dolore,
inghiottire il sapore della sconfitta, il colore della merda
che sale su per il tuo retto non più limpido,
sto piangendo, sono sensibile, non si direbbe,
lasciati andare piccola, lasciati scivolare sul mio corpo di verme invertebrato,
lasciati leccare, ancora una volta, ho voglia del tuo sangue,
ancora una volta, ho voglia della tua saliva, ancora una volta,
ho voglia della tua follia, ancora una volta,
ho voglia dei tuoi seni, ancora una volta,
ho voglia delle tue labbra, sì, delle tue labbra,
sì, delle tue labbra, ti prego le tue labbra.
Lascia il tue eterno processo intentato contro Goethe,
lascia la tua convinzione che Alexander Dumas sia un grande scrittore,
lascia il tuo sorriso amichevole e il tuo avvicinarti al mio tavolo,
lascia la tua imponente chioma grigia e la tua volontà di debolezza,
lascia stare la tua voglia di bere sin dal mattino,
la tua andatura obliqua e il tuo cadere e il tuo rialzarti
e il tuo avere in mano sempre il bicchiere del nettare di whisky,
lascia stare i tuoi non capisco queste frasi sceme,
lascia stare le tue immagini moltiplicate venti volte nello specchio,
lascia stare i sonnambuli avvocati che sospirano sul tuo volto sbigottito,
lascia stare i sonnambuli avvocati che hanno un bisogno disperato di taxi,
lascia stare i sonnambuli avvocati che corrono in casa e distruggono il telefono,
ho voglia delle tue labbra, sì, delle tue labbra,
sì, delle tue labbra, ti prego, le tue labbra.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia il tuo stupido desiderio di possedere tutto l’oro del mondo,
lascia stare le tue solite malinconie e i tuoi tristi presagi,
lascia stare le tue caviglie grosse e le due gambe non troppo dritte,
hai una splendida carnagione, una massa di capelli lucenti,
splendido è il tuo viso, splendidi i tuoi occhi e
mi piace la tua mano quando è nella mia,
ho voglia delle tue labbra, sì, delle tue labbra,
sì, delle tue labbra, ti prego, le tue labbra.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia stare il tuo bisogno di distruggerti,
la voglia di riempire il tuo vuoto e la tua rabbia senza fine,
lascia i tuoi attacchi tremendi di nausea,
la paralisi di ogni tuo minuscolo muscolo,
lascia stare la stanza che comincia a girare,
io cado dalla poltrona e vomito tutto,
cado giù dalla poltrona e vomito tutto.
Il telefono esplode nuovamente.
Apro gli occhi e guardo lo squallore moderno affogato nel sole.
Ho voglia di te, sì, delle tue labbra,
sì, delle tue labbra, ti prego, le tue labbra.
Lascia stare la dozzina di fazzoletti ricamati da tua madre,
lascia stare la tua camicia sull’orlo della branda
alle tre e un quarto di pomeriggio,
lascia stare la vedova solitaria che un giorno
è stata confidente dei tuoi amori perduti,
lascia stare la pentola del latte a bollire, non gonfiare il petto, non sollevare il capo,
senza capire da dove sgorga il liquido ardente che ti brucia tra le cosce.
Ho voglia di scrittura automatica per cena,
mentre ascolto gli Smiths sul mio letto pieno di formiche,
mentre la voce di Morrissey mi riempie gli occhi di lacrime,
mentre ti insaponi i seni appassiti e il ventre macilento,
senza capire da dove sgorga il liquido ardente che ti brucia tra le cosce.

Una poesia di Ben Lerner: da “The Lichtenberg Figures”

Da “The Lichtenberg Figures”
di Ben Lerner

Sangue sul tempo che abbiamo tra le nostre mani
Sangue sui nostri fogli, sui nostri spartiti,
Sangue sui tappeti
dei ring, sulle tele di Henry Matisse.

L’uomo immaturo sviene alla vista del sangue
e così è costretto a chiudere gli occhi
mentre fa fuori il suo terrier
con un’esile lama. Stanotte,

sangue condensato dal vapore atmosferico
cade sulla terra. Cade lentamente.
I concerti sono cancellati, le partite posticipate.
In galosce e con impermeabili, giocano i bambini.

Un arco di sette colori spettrali appare di fronte al sole,
effetto della luce rifratta attraverso le gocce di sangue.

(trad. Rossano Astremo)

Gioia Perrone, Provo a scrivere una poesia


GIOIA PERRONE
PROVO A SCRIVERE QUESTA POESIA

Provo a scrivere questa poesia, anche se già dopo questo primo fottuto rigo, mio figlio mi chiama dall’altra stanza.
Provo ad andare da mio figlio abbracciarlo dargli da bere un bicchiere d’acqua mentre questa poesia mi chiama, da qualche mese.
Provo a sedermi sulla sedia a tenere gli occhi fissi sul respiro e sento che si gonfia
provo a tenere ancora teso questo filo a sto attenta che il vento non strappi il telo
Allora mio figlio conta fino a dieci, e poi, e poi vuole che mi corichi accanto a lui per prendere il sonno, perché il sonno lo prenda e che ci prenda entrambi, un sonno profumato, santo, un sonno giusto di chi ha lavorato.
Mi alzo dal letto per resistere al sonno anzi per provare. E provo a scrivere questa poesia perché mi prenda, profumata, santa, una nausea del giusto.
Questa è la poesia ideale, la poesia tentata dico, il tentativo, lo sforzo di chi aspetta e gongola in questa situazione nauseabonda, sa che dopo andrà a letto, che il corpo avrà aiutato l’unità dello spirito, emettendo e respingendo, sa che è giusto, la poesia è un ancella etica dell’esofago.

Provo a scrivere questa poesia in fretta, perché ho aspettato troppo
ho aspettato troppo pensando che le parole della poesia potessero esistere senza essere pronunciate
non perché bastino le poesie degli altri ma perché vedo poesie ovunque, che camminano
vedo poesie col bastone, con le stampelle, con i pannolini, con i cappelli e i vestiti cuciti dai cinesi, e con le panze, panze grandi, e col bicchiere tutto pieno e traboccante, poesie di chi si fa le fotografie poesie di chi cerca la luce migliore, di chi educa i figli, di chi ha paura di essere superficiale come i padri.
E come al solito vedo la poesia nella poesia di chi scrive solo per nascondere, per sotterrare un osso, o molte ossa, molte molte ossa.

Provo a usare senza molte carezze un’accortezza,
sto facendo questa prova, provo a resistere sulle parole, provo a non chiudere questi occhi.

Ho aspettato troppo questa tenerezza, tutta questa tenerezza
questa accortezza di dire una parola di conforto anche al millepiedi, anche al vecchio cieco, alla gonfia sfatta senza una lira bucata, anche al porco al drogato alla vergine maria delle Pulizie,
a tutti a tutti questa accortezza io dono a tutti
che qualcuno mi sia testimone io provo
a scrivere questa poesia che mi testimoni,
dono a tutti due parole, le peso bene, anzi no, non le peso proprio, io le so scegliere a occhio, c’ho l’intuito sono guagliona spierta, sono piena come un uovo sodo di intuito per le parole, so i suoni che fanno sul legno della pelle, so guarire. So guarire con queste parole lisce, esatte, io so guarire tutti.
Eppure devo fare in fretta, devo provare in fretta, devo fare una valigia di parole in fretta devo vestire una parola da becchino e una parola da operaio, devo vestire una parola da becchino e un altra da marionetta, da operaio, da astronauta, da becchino, da poeta.
Non posso più perdere nemmeno un secondo, non deve passare nemmeno più un altro secondo, perché Tu sei rimasto senza le mie parole lisce, un uovo sodo come me di parole salutiste, salutari, non è riuscito a indirizzarti in tempo nemmeno un saluto.
Una formula di saluto semplice, un emoticon, una smorfia, che è sempre un’emoticon solo un po’ più vivo. Una formula di vita, una formula magica, una formula poetica, una formula matematica, niente, non c’erano parole Non ti sentivano eri già morto, eravamo morti o forse sicuri, se non siamo morti siamo sicuri, se scriviamo una poesia siamo sicuri di avere vissuto, di avere sentito, di avere provato, infatti sto provando, masticando questa poesia come si mastica una liquirizia, uno spazio lisergico per mandare indietro secondo dopo secondo, per mandare indietro le parole, per sgusciare l’uovo per violentare il tuorlo, per tagliare a pezzetti il guscio per fertilizzare la terra nera, per far crescere una patata, per far crescere un’insalata, per farti rinascere dal buco, per partorirti come se fossi tua madre impazzita, tua madre liscia, tua madre esatta, per non resistere più a questo sonno per non resistere più a questa poesia.

Carlo Alberto Augieri, “Nel rondinìo del tempo” (Milella, 2014): recensione di Rossano Astremo

Carlo Alberto Augieri, “Nel rondinìo del tempo” (Milella, 2014)

Il viaggio poetico di Carlo Alberto Augieri inizia alla fine degli anni ’70. Prima sua pubblicazione fu “Skarnificazione” (1978), raccolta in versi in cui già erano presenti chiaramente alcune costanti che accompagneranno la fase iniziale della sua opera poetica: dissoluzione di ogni forma metrica, sperimentazione linguistica, radicale accusa nei confronti della società borghese e conformista. L’io poetico di Augieri nei primi lustri della sua produzione esisteva in quanto controcanto di un tu contro cui agire. Uno scarto, rispetto a questa produzione iniziale, si avrà a partire dal 2004, con la pubblicazione di “Dissimiglianza, un ritorno”, dove la voce del poeta non si solidifica in una criticità manifesta con il contesto in cui è costretto a vivere, ma si pone in ascolto, in dialogo, con uomini, donne, animali ed elementi della natura. Si può dire che da “Skarnificazione” a “Dissimiglianze” si assiste a un percorso di radicale cambiamento esistenziale del poeta, che abbandona gli afflati politici delle prime prove per accogliere un versificare privato e biografico. “Nel rondinìo del tempo” (2014), sua recente raccolta, Augieri radicalizza questa sua nuova visione. È un “cantare” intimo quello di Augieri, una raccolta in suoni e versi del mondo che lo raccoglie, in cui il perdersi nella natura si fa arricchimento di senso, leggerezza dell’esistere da cullare: “Mormorare lo scoglio / lo scavo / s’onda e / si piuma / un’eco tutt’una / leggera / leggerezza / l’anima sola / un sussurro”. Sembra che nello sguardo che Augieri rivolge al mondo non ci sia spazio per le sovrastrutture sociali, ma solo per un ricco retrocedere in una dimensione precedente, dove il ritmo del mare, la caduta dei raggi solari sulla terra, la crescita delle piante, lo scroscio della pioggia sul mondo sono le coordinate sulle quale adagiarsi: “E mare e mare e / maree / e spinta per / l’approdo, / un contorno / un tronco / un’inclinazione / girasole e gira il / sole e piove e / piove”. La voce poetica di Augieri si conferma tra le più originali nel panorama della poesia meridionale degli ultimi decenni e “Nel rondinìo del tempo” ci consegna un poeta al massimo della sua ispirazione lirica.

Rossano Astremo

(recensione apparsa sul numero di marzo di GenerAzionidiScritture)

Gregory Corso, Gasoline (minimum fax, 2015): recensione

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I giocattoli pazzi di Gregory Corso nuovamente in libreria
di Rossano Astremo

Se Ginsberg è il poeta che scopre, nel caos dell’America degli anni ’50, la possibilità di illuminare di una luce metafisica lo squallore della condizione umana, Gregory Corso è il poeta che non investe quella stessa realtà di un’ansia religiosa, ultraterrena, ma la colora di una luce di favola, magica e surreale.
La casa editrice minimum fax riporta in libreria le prime due raccolte poetiche di Corso, The Vestal Lady on Brattle e Gasoline, con il titolo della sua raccolta più nota, Gasoline, nella nuova e impeccabile traduzione di Damiano Abeni.
Vestal Lady ha una vicenda editoriale bizzarra. Venne pubblicata da Corso nel 1955 con il contributo di alcuni studenti di Radcliffe e Harvard. Era da pochi anni uscito da carcere. Qui tanto aveva letto e s’innamorò di Chatterton, Marlowe e Shelley. Aveva da poco conosciuto Allen Ginsberg al Greenwich Village. Le sue prime composizioni finirono tutte in questo primo libretto. Ne fece una tiratura di 500 copie, ma metà tiratura venne smarrita e l’altra metà rischiò di andare anch’essa persa, poiché le copie s’infradiciarono in un viaggio quindi avevano tutte una macchia di umidità sul lato destro. Però fu una di queste copie sgangherate che giunse tra le mani di Ferlinghetti, l’editore della City Lights, il quale decise di pubblicare le nuove poesie di Corso. Gasoline uscì nel 1958 e fu il libro che, assieme al poema Bomb!, anch’esso uscito nello stesso anno, sempre edito da City Lights, determinò l’immediato successo del poeta.
Corso è considerato la voce più calda, immediata e umana della Beat Generation. Ha scritto l’americanista Vito Amoruso sulla poesia di Corso: “La poesia in lui sembra nascere da un istintivo, quasi teneramente infantile stupore d’essere vivi, è, per così dire, un atto d’affermazione biologica di sé: come un cantastorie popolare, Corso sa animare la sua triste, spesso terribile biografia d’un suo ilare grottesco, riesce da una cronaca ostile e angolosa, buia e disumana, a trarre una luce, una grazia gentile, a tracciare la parabola lieve, la gioia assurda, la primitiva eleganza, il paradosso lirico d’essere poeti in un mondo che, della poesia ha perso quel fresco, agrodolce guardare alle cose”.
E in Gasoline l’evidenza di questo stupore esistenziale che si muove sempre tra angoscia e giullaresca follia è presente in ogni verso.
In Corso la poesia non è illustrazione della realtà, ma fuga da essa, un modo di dimenticarla nella favola irreale, nell’invenzione di un mondo fatto d’oggetti quotidiani, di problemi privatissimi eppure sempre immersi nell’incanto di un sogno. La poesia in Corso, senza gli accenti angosciosamente religiosi di Ginsberg, serve a rendere eterna la specola fantastica dell’adolescente che guarda il mondo con la nostalgia di chi crede nelle favole.
La capacità di Corso di rifugiarsi nel mondo delle favole, di colorare di un gusto surreale la sua triste e ironica odissea di uomo e di ragazzo che vuole ad ogni costo essere poeta nell’America dei supermarket, dei grattacieli, delle bombe atomiche, rende possibile la sua volontà di vita, il suo inno ad essa tanto più alto quanto più possibile e disperato.
Il dipingere la realtà con toni magici e fantastici non sarà una facile acquisizione per Corso, la sua poesia sarà un’oscillazione continua tra esaltazione e prostrazione, tra angoscia e gioia, fra lirica dominante e ricadute nella prosa, nella melanconica discorsività della realtà quotidiana, restia a farsi piegare dall’incanto magico tanto desiderato dal poeta.
Da questa condizione irrisolta deriva il modulo stilistico tipico della voce di Corso, miscuglio di agrodolce e ironia, già evidente dalle sue prime liriche, come dimostra “Salve”: “Disastroso essere un cervo ferito. /Io sono il più ferito, braccato dai lupi,/e anch’io ho i miei difetti. / La mia carne è presa all’Amo Ineludibile! / Da bambino ho visto tante cose che non volevo diventare. / Sono la persona che non volevo diventare? / La persona che parla da sola? / La persona che i vicini prendono in giro? / Sono io quello che, sulla scalinata del museo, dorme sul fianco? / Indosso i panni di un fallito? / Sono io lo scemo del villaggio? / Nell’immensa serenata delle cose, / sono io il passaggio più soppresso?”.
In questi versi si mostra l’aporia del poeta con il mondo, la percezione malinconica di una nota disarmonica connaturata all’atto del vivere, l’accordo dimenticato nell’universale armonia delle cose.
Al dolore del poeta, però, viene in soccorso il dolce lirismo dei suoi versi, che smussa ogni asprezza, lasciando alla sua presenza solo una connotazione musicale e nostalgica.
In “La Primavera del Botticelli” la familiarità con una tradizione artistica illustre e lontana è intesa a definire nostalgicamente un’area elettiva e aristocratica della memoria, a connotare il profilo di un paesaggio interiore fuori dal tempo e perciò antitetico, a recuperarla come alternativa poetica contro l’aridità del presente : “Nessun segno di Primavera! / Le vedette fiorentine / da campanili ghiacciati / scrutano in cerca di un segno – / Lorenzo sogna di svegliare pettirossi azzurri / Ariosto si succhia il pollice. / Michelangelo si mette a sedere sul letto / …svegliato da nessun nuovo mutamento. / Dante si tira sulle spalle il cappuccio di velluto, / ha gli occhi fondi e tristi. / Il suo alano piange”.
Sì agli stravaganti vagabondaggi con i suoi amici di sempre, Ginsberg, Kerouac, Burroughs, ma in Corso è sempre centrale il guardarsi indietro, il non perdere mai il contatto con ciò che la storia è stata, con chi ha dato battito e luce al tempo che fu. Non è un caso che, una volta morto, abbia voluto essere sepolto nel cimitero acattolico di Roma, ai piedi della tomba che accoglie il suo amato Shelley.
Operazioni editoriali come queste consentono anche alle nuove generazioni di continuare a incontrare e scontrarsi con la poesia dei grandi del Novecento. Ai giovani rivolgo lo stesso invito che più di mezzo secolo fa rivolse Allen Ginsberg ai lettori di Gasoline, nella prima edizione: ““Aprite questo libro come aprireste una scatola di giocattoli pazzi, prendete in mano una perfezione di bellezza da un’atmosfera distruttiva. Queste combinazioni sono immaginarie e pure, in accordo con l’individuale (e perciò universale) DESIDERIO di Corso”.

Prefazione a “Le mie ultime difese” (Manni, 2015) di Marco Vetrugno

vetrugno - ultime

PREFAZIONE

Poesia visionaria, fatta di carne e sangue, questa di Marco Vetrugno, poesia in cui aleggia cupo il tema del precipizio, della caduta, dell’immersione nel profondo, nel dirupo, poesia in cui si scava, s’affondano le dita nel racconto poetico fino a farsi male, poesia che guarda al passato, che scarnifica il presente e si proietta in un futuro che a tratti sembra tingersi di speranza.

Dopo aver elaborato
l’acciaio
delle sbarre detentive
e calcolato
l’esatta profondità
delle pozzanghere
nei vicoli ciechi
ho assaporato
il mascara
sull’orlo truccato
dei tuoi occhi.

Appare anche l’impressione netta, stagliata, di una poesia in forma di delirio, di scrittura automatica prodotta in stato di necessità, ingrediente per aggredire lucidamente i mali individuali e, come inevitabile conseguenza, quelli collettivi. Si palesa in questi versi la mancanza di un ruolo del poeta nella società attuale, la sua difficoltà di collocazione, di riconoscimento, che diviene elemento determinante nell’incedere incendiario dei suoi testi.

La poesia
è un’arma
per la ribellione
interna.
Cerebro-spinale.
È difesa e offesa.
All’unisono.
Una guerriglia indiretta.

Sopravviene allora la necessità disperata di affidarsi al sogno, all’orfico, al dionisiaco che conduce al caos primordiale, al sesso ambivalente di liberazione e di morte.

Celebro
sonnambulismi
pre-alba
all over
ripensando
all’eiaculazione sul tuo seno
dopo aver goduto
dei tuoi orgasmi
a ripetizione.
I tuoi modi
per venire
complementari
clitoridei
vaginali-uterini
leccandoti
scopandoti.

Una poesia che va letta ad alta voce, che ama le reiterazioni, le ossessioni linguistiche che si fanno corpo contro cui collidere, magma viscerale contro cui scontrarsi, una poesia ricca di anafore, assonanze, consonanze, allitterazioni, tracce formali che conferiscono al dettato poetico sonorità battenti, che donano alla scansione dei versi un ritmo incessante di sillabe che si fanno parole e di parole che s’aprono a significati ossessivi: continuare a scrivere per sopravvivere, continuare a farlo perché altro non è possibile, continuare a riempire fogli come antidoto contro ogni forma di dolore.

Non volendo uccidere te
non potendo uccidere
ancora me
affino
l’arte velluto
del sopravvivere.

Rossano Astremo