EDOARDO ALBINATI, CINISMO E POESIA: TRATTA DA “ELEGIE E PROVERBI”

EDOARDO ALBINATI

CINISMO E POESIA [estratti] 

…Entrò. Era il momento in cui la gente 
Stava ancora arrivando, in cui faceva il pieno 
Bevendo, in attesa, tra le quinte, delle parti 
Che la propria individualità inebriata 
Avrebbe interpretato nella festa: 
Il lunatico, il languido, la ragazza sprezzante. 
Tutti a scolarsi letali Martini e Negroni, e c’era un tremendo 
Via vai nei bagni, mentre le sigarette 
Fumavano da sole nei posacenere rubati. I nomi 
Degli invitati erano scritti a pennarello sui bicchieri di carta 
(Ibrido strano tra i ricordi d’infanzia, l’avarizia e il timore 
Del contagio), ma dopo un po’ tutti bevevano a caso 
In bicchieri sporchi di rossetto…

…C’erano musicisti, un giocatore di scacchi solitario che armeggiava 
Una scacchiera elettrica; c’era un poeta che da un palco, nelle serate 
Di un’estate lontana, aveva declamato poesie assordanti 
Come barattoli di latta (allora 
Chissà perché, parvero a tutti pura musica) 
C’erano, si capisce, intellettuali vari, scialbi e vistosi 
Timidi o sfacciati. 
Il poeta imperversava come una tempesta di neve. 
Nessuno sapeva chi fosse…

«…Senti il loro vocabolario: noia, denaro 
Affitto, coca, talento, percentuali 
Fica, grettezza, viaggi, io e lei…»…

…E dal giradischi continua a irradiare sulla scena 
Uno struggente cinismo musicale, che non permette 
Di fissare sulla tela con calma e precisione 
Se non dettagli minimi, sbagli, sgorbi, gomitoli 
Di pensieri, titoli di storie non vissute, inizi fulminanti 
Di capitoli di storie che non hanno buon fine 
Delicate ostie di storie in una bocca spergiura. 
Ginevra ascolta e non sente più niente 
Tra un solco e l’altro, tra il silenzio che fruscia 
E lo scatto digitale, tra la chiacchiera mortale e la morale 
Provvisoria delle risate; ha cominciato 
A cancellare il quadro pezzo a pezzo, con vernice invisibile 
Il pennello dissolve la figura 
Mentre la costruisce, così che quando tutto sarà sparito 
Tutto rientrato nel bianco da cui proviene 
E anche l’ultimo ospite sarà nel letto scosso da brividi di sonno 
Giunga una luce fresca e nuova 
Per la volpe che annusa e la puzzola bagnata nella tana: 
I clandestini, i poveri, gli alieni della scena…

…L’artista abbozza un sorriso: «Vorrei rivederti… parlarti.» 
«Non so, » rispose Ginevra, «non credo…» 
Alzò gli occhi nell’oscurità. «Io… non so più nulla.» 
Come questo ebbe detto, mentre molto lui piangeva e voleva 
Dirle, sparì, si confuse con l’aria impalpabile. 

[da Elegie e proverbi, Milano, Mondadori, 1989]

Valerio Magrelli, Il sangue amaro (Einaudi, 2014): tre poesie

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da “Il sangue amaro” (Einaudi, 2014)
di Valerio Magrelli

L’età della tagliola
Su una fotografia di Milena Barberis

Per prima cosa ho visto tre ragazze,
dopo ho intuito che era una soltanto
moltiplicata.
Finché ho capito che ogni ragazza
ne contiene altre due,
fiore con tre corolle, equazione a tre incognite.
Avere quell’età, significa sostare innanzi a un bivio:
da un lato sta il passato appena prossimo,
dall’altro un futuro duale – scelta,
biforcazione, sesso, forbice.
Chi cresce, chi adolesce, si divide
e per andare avanti deve amputarsi
come fa la volpe, che stacca la sua zampa
presa nella tagliola.
*
Suites inglesi
A Roland Barthes, maestro di solfeggio

Ero andato a incontrarlo da studente
per una tesi, e invece chiacchierammo
solo degli spartiti che portavo con me.
Suonava al piano Bach e la corrente
di quel «ruscello» lo sospinse via
fra mulinelli e anse.
A che serve suonare?
Un’obbedienza cieca,
un’arte marziale: l’ascesi,
e in fondo il suono che si leva uguale,
il Sempre-uguale,
nell’ostinata speranza,
se non di un lenimento,
di un mite risarcimento musicale.
*
Tombeau de Totò

Totò diventa cieco, da vecchio.
Tutto quell’agitarsi disossato
per finire nel buio.
Un muoversi a tentoni,
un zigzag nelle tenebre.
Ma è vero anche il contrario:
Totò diventa vecchio, da cieco.
Me lo ricordo ancora, sotto casa,
che traversa la strada a un funerale,
tra due ali di folla impazzita.
E lui stava al gioco, sconnesso, veniva avanti a scatti,
senza vedere nulla – solo ora capisco!
Cieco, vecchio e meccanico,
ma come caricato dalla molla d’acciaio del dialetto.
Finché, perso lo sguardo, non perde anche la lingua.
Nei suoi ultimi film, non potendo seguire le battute,
viene doppiato. Questa la leggenda:
da cieco che era, adesso è diventato muto
nella pellicola, mentre un’altra voce
sostituisce la sua.
Totofonia blasfema, alle soglie dell’ombra.
Deposta la visione, deposta la parola,
il corpo pinzillacchero discende nella Tomba.

Raffaele Nigro, “L’energia creativa di Antonio Verri”: un articolo del 30 settembre 2013

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L’energia creativa di Antonio Verri

di Raffaele Nigro

A mezzanotte dell’8 maggio 1993, Antonio Verri tornava a casa, a Caprarica di Lecce, dal capoluogo dove era stato per un convegno di economia, a bordo della sua fiat 126. Sulla Cavallino-Caprarica un’auto di grossa cilindrata gli piombò addosso e lo scagliò contro un ulivo. Per Antonio non ci fu nulla da fare. Questo tragico evento me lo ricorda un libro fatto con molta cura e molto cuore da Rossano Astremo per Manni editore, Con gli occhi al cielo aspetto la neve.

Era giovane Antonio, era nato nel febbraio del ’49, era stato un vulcano e un amico grandissimo di molti che attraverso la poesia, la narrativa, soprattutto quelle sperimentali, volevano provare a dire la propria sui tempi correnti e sulle formule inventive di un’arte che è diventata una ricerca continua di comunione, da quando sono spariti i confessionali dalle chiese e da quando la società del formicaio ci schiaccia e ci costringe all’indifferenza. Molti di costoro io li rincontrai a Caprarica, il giorno del funerale, in un sole già rovente e in un vuoto improvviso e immane.

Avevo incontrato Antonio almeno quindici anni prima, al tempo in cui a Bari avevamo fondato un «gruppo alternativo d’avanguardia» letteraria con Giancane e Zaffarano. Chiamati a Lecce da Francesco Saverio Dodaro avevamo condiviso le nostre esperienze, la sua idea della divisione che la nascita porta tra madre/natura/terra e figlio e della ricerca infinita della congiunzione, idee che si coagulavano nel periodico «Ghen-art». Allora conobbi Antonio, insieme a Carlo Augieri, Ilderosa Laudisa, Antonio Massari. I leccesi scoprii erano molto più avanti di noi. Sperimentali e anticonvenzionali, si aggettavano sulla strada impervia della ricerca formale, mentre noi eravamo fermi ai contenuti. Non che i temi non fossero importanti, ma se si scrive è anche perché bisogna raccontare e poetare in modi innovativi e cercare di cogliere le difficoltà che gli uomini incontrano di fronte ai mutamenti. Penso che quegli incontri, pochi per la verità perché eravamo squattrinati e impediti a viaggiare, facessero da propulsivi per ciò che Verri sarebbe diventato poi, un editore, organizzatore culturale e narratore sperimentale. Nel 1979 infatti cominciò a pubblicare la rivista «Caffè Greco», che visse per un paio di anni e raccolse le esperienze letterarie di giovani, di inascoltati. Dare voce a chi non aveva pubblico e polemizzare contro l’establishment editoriale del nord e contro quello di servizio all’accademia. Questo manifesto poetico continuava con una mostra mercato di libri di poesia che Antonio chiamava «Al banco di Caffè Greco» e nel 1982 con un foglio in formato tabloid, Il pensionante dei Saraceni che si apriva con un manifesto poetico: «Fate fogli di poesia, poeti». La fissa di Antonio, stimolare la creatività, ma con attenzione alle produzioni internazionali, ai grandi esempi letterari, ai maestri. Ricordo che nei primi numeri apparvero le firme di Piero Manni e Anna Grazia D’Oria, quella di Salvatore Toma, un poeta che solo dopo la morte prematura, nel ’99, fu edito con Einaudi a cura di Maria Corti.oltre adriaticoVerri apriva ai poeti albanesi, Kadarè, Agolli, Migjeni, al sudamericano Astalos, stringeva rapporti col Sindacato Scrittori rimproverando il fatto che quel sodalizio era un rifugio per tanti non-scrittori. Intanto pubblicava versi suoi e altrui, da Il pane sotto la neve a La Betissa, ma non aveva un lavoro, se non sporadiche collaborazioni al Quotidiano di Lecce, per il quale aveva intrapreso un «Viaggio nella poesia pugliese e nelle tradizioni popolari locali». Gli suggerii di scrivere qualcosa per la Rai e creò un radiodramma sul Galateo, Il fabbricante di armonia. Ma il denaro lo gettava subito in una qualche operazione editoriale.Era una strana creatura, uno che viveva solo di poesia e per la poesia. Si erano intensificati intanto i nostri rapporti, veniva a trovarmi, trascorrevamo lunghi pomeriggi a Bari, dove aveva una parente, fumava stralunando gli occhi e mi parlava di progetti, realizzare un Quotidiano di poesia, pubblicare dei romanzi condensati in una cartolina, cartelle riproducenti documenti letterari rarissimi, le Abitudini – Cartelle d’Autore. Era un vulcano di idee, una reincarnazione di Gutenberg ma con la passione onirica di un mondo governato dalla poesia. Intanto stringeva i rapporti con Dodaro, altro tossicodipendente della sperimentazione grafico-poetica, dipingeva, avendo per amico e maestro il naif Ezechiele Leandro o i concettuali Gelli, Massaro, Balsebre, leggeva Joyce e Queneau, che con Grass erano anche le mie letture di allora, si provava a scrivere con accumuli di lemmi, inventava strutture narrative assolutamente non commerciali, come avvertisse il rimprovero lontano della Neoavanguardia. Nacquero su questi input i romanzi I trofei della città di Guisnes, , il postumo Bucherer l’orologiaio, un inedito Declaro. Attorno a lui orbitavano molti intellettuali, da Nocera a Errico a Brancher e Tolledi che lo avrebbero aiutato a dare corpo all’ambizioso progetto del Quotidiano dei poeti e al periodico Titivillus.

«C’era in lui un’energia creativa fuori dall’ordinario» scrive Astremo e una generosità che lo distoglievano dallo scrivere i propri libri. Nei quali campeggia il funambolismo linguistico, alla Gadda, una irrazionalità che denuncia il fallimento di senso del mondo quale è stato per noi progettato e costituito.

Antonio Verri, (per Roberta a Bologna): una poesia tratta da “Il pane sotto la neve” (1983)

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Antonio Verri, (per Roberta a Bologna), Il pane sotto la neve

Se ti accadesse, Roberta, traversando via Ugo Bassi,
all’altezza del Self Service, di incontrare un vecchio giocoliere
un marinaio irsuto dell’Appia, o quel goffo barbuto
che si rosicchiava il niente, in un giorno di libertà
sulla parte sinistra del Reno, andando per Kostanz,
o se ancora ti accadesse, e dovrò spiegarti
come tutto ciò può accadere, di sentire nell’aria
salendo al Rizzoli o, che so, a San Luca, l’odore del pane
o dell’orzo bollito, le mille leccornie
per noi sconsiderati, o che si tingesse a festa
Porta Saragozza (te l’ho mai detto
che volevo scaricarci due carri di fieno?)
o che, poi tanto dà sempre tanto,
si potesse noi portar giù due carri di quella neve
morbida
che servirebbe a mia madre a riempirmi le tasche
a coprire il campo come con cenere
(come faccio a spiegarti i misteri
del pane, l’inverno senza neve
le notti senza luna, i frisi?
O le rivolte senza senso, i contraccolpi
le secche risposte di mio padre, i suoi tormenti
i ceci fritti, i baci in bocca a fine d’anno)
oh come faccio a spiegarti che qui il niente
non può trovare casa, che non siamo molto distanti
dalla vita. O che solo questo è vita.

Se qualcosa di questo ti accadesse, Roberta,
in via Ugo Bassi o tra gli alberi a Sciaffusa
quando l’acqua abbuffò il ricordo dei limoni
e mi costrinse alle bifore di Munot, quel fresco di morte
o il grido ai cerbiatti dentro al fossato
(ma forse te le ho dette queste cose)…
Senti Roberta, io arrivai a Wintentur una volta
per non sapere davvero che fare, sopra un treno di menta
a Zurigo, al passaggio, mi parve un giardino di cortesie:
sono stato sempre così, lo sai,
sugli occhi ho sempre avuto
due foglie di basilico – e poi sono
come il padre che non lascia mai il campo,
con gli occhi al cielo aspetto la neve.

Se qualcosa di questo ti accadesse
o se qualcuno ti parlasse di un mondo che ormai
gira sul niente, ti prego, stringi i pugni
mangiati il cuore parla delle ragazze di crema
dei loro fiori in petto, delle melodie di velluto
dei bazar in piazza a Martano
caccia le unghie fai capire che volevamo
fare della poesia di lotta, con Conversano,
dei treni che vanno a Milano, del fustagno
che vestono i poeti, delle croci di mia madre
e che il niente da noi non è innocente,
dei lupi mannari, delle tue notti
da strega, di Bodini dei peperoni
o di quando ci aggiustiamo il sole in testa coi lupini,
dei barattoli di camomilla per l’inverno
delle mele cotte dei nostri cortili dei Turchi…

oppure dì soltanto che non è da tutti rubare al cielo
i suoi segreti. Non dovercene spiegare le ragioni.

Dieci poeti per dieci poesie del Novecento Italiano

de maria

Dino Campana
O poesia poesia poesia

O poesia poesia poesia
Sorgi, sorgi, sorgi
Su dalla febbre elettrica del selciato notturno.
Sfrenati dalle elastiche silhouttes equivoche
Guizza nello scatto e nell’urlo improvviso
Sopra l’anonima fucileria monotona
Delle voci instancabili come i flutti
Stride la troia perversa al quadrivio
Poiché l’elegantone le rubò il cagnolino
Saltella una cocotte cavalletta
Da un marciapiede a un altro tutta verde
E scortica le mie midolla il raschio ferrigno del tram
Silenzio – un gesto fulmineo
Ha generato una pioggia di stelle
Da un fianco che piega e rovina sotto il colpo prestigioso
In un mantello di sangue vellutato occhieggiante
Silenzio ancora. Commenta secco
E sordo un revolver che annuncia
E chiude un altro destino
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Eugenio Montale
Non chiederci la parola

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
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Amelia Rosselli
Da: Documento

I fiori vengono in dono e poi si dilatano
una sorveglianza acuta li silenzia
non stancarsi mai dei doni.

Il mondo è un dente strappato
non chiedetemi perché
io oggi abbia tanti anni
la pioggia è sterile.

Puntando ai semi distrutti
eri l’unione appassita che cercavo
rubare il cuore d’un altro per poi servirsene.

La speranza è un danno forse definitivo
le monete risuonano crude nel marmo
della mano.

Convincevo il mostro ad appartarsi
nelle stanze pulite d’un albergo immaginario
v’erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.

Mi truccai a prete della poesia
ma ero morta alla vita
le viscere che si perdono
in un tafferuglio
ne muori spazzato via dalla scienza.

Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.
:::

Sergio Solmi
Canto del convalescente

Come un vento improvviso che m’investe
sei tu, vuota felicità d’esistere.
Tutto m’è uguale, nulla ha più sapore.
Tutto potrei, e nulla voglio.

Solo
così sentirti, anima, soffio, vano
della vita incantevole respiro.

Batte il mio cuore immobile nel tempo.
In te sola s’esalta, estenuata
libertà, bianco spazio, entro cui vedo
gli uomini farsi lievi ombre, scherzo
le cose d’impalpabili riflessi.

Lento mi schiudo a fiore del mio sonno,
ricolorisce i miei occhi l’aurora.
Simile ad un esangue iddio che sogni,
la notte soffocata a cui nutrivo
i miei pensieri, in fievoli parvenze,
in carnee nubi trasfiguro, in chiome
mutevoli di piante, in acque effuse,
tutto un leggero ed ebbro mondo esprimo
dalla carne rinata, e ne fiorisco
immortalmente il nero della morte.
:::

Vittorio Bodini
Sto davanti alla tua caverna

Sto davanti alla tua caverna.
Esci fuori e arrenditi.
Noi abbiamo la sintassi e la radio,
i giornali e il telegrafo
e tu non vivi che del mio sonno,
non hai che la roccia a cui ti tieni abbrancato,
e per farmi dispetto
non mi rispondi nemmeno.
:::

Dario Bellezza
«Fuori di me»

Alla follia, non badate, datemi retta!
Pensate piuttosto ai nuovi ritmi in cui
immergere la vostra vita perduta dietro
l’apparenza delle cose. Cercate l’immortalità,
l’eterna questione del mare splendente
dentro il sole di giugno che diventa nero
a notte e scompare nelle tenebre. Io
dimenticato relitto di una civiltà
passata sono il solo che piango i defunti
miraggi di un’età morta e ancora
coprendomi di ridicolo scrivo lettere
d’amore a traditi amori di un’epoca trascorsa,
la giovinezza, e ricordo lo studente
che piegava la sua retta immagine
a misurare l’angolo della sua carnale diversità,
a versare nel seno asciutto di una madre
occasionale la solitudine futura dei suoi
giorni tutti uguali. Lasciatevi andare
verso il mare della vita! Assaporatene
la musica sbiadita, e trionfatore sarà
solo il Tempo e il suo nero oltraggio, la Morte!
Mentre io ancora scriverò che il poeta
chiude in stremate parole il suo cervello
mirando il muro in alto della sua stanza
e le poesie scivoleranno via, senza pietà,
e nessun Dio le registra, incarnandosi
per un attimo.
Il ritmo non sa di mirtillo acerbo
e piegarsi sulla bianca pagina di un diario
il meglio dell’ispirazione fa in un fiato
dileguare.
Chiamatemi così: pazzo, deserto testimone
di un deserto da percorrere in una torrida
estate, senza acqua raccolta nella gobba
di un domestico dromedario, e la mia poesia
definitela con crudeltà e livore come lubrica,
oscena, interessata e manigolda consigliera
di sventura o furto di anime giovanili
in cerca di nuove reincarnazioni.
Sappiate però che brucio di gioia, di allegria
feroce dentro la mia casa buia, prigioniero
di calamitose idee, slabbrando la mia merda
in privata visione senza lo scempio
di immagini e talenti altrui. Sono un genio
geniale che la vita spassa da un dolore all’altro,
teatrale, senza ferite apparenti che non siano
d’amore, piaghe purulente lasciate da una donna
fatale che nessuno conosce. Slabbro la mia
merda in privata visione: ghirigori
collettivi e birbanti. Muratemi
in una galera con la bibbia e i santi.
:::

Elio Pagliarani
da “Inventario privato”

Se domani ti arrivano dei fiori
sbagli se pensi a me (io sbaglio se
penso che il tuo pensiero a me si possa
volgere, come il volto tuo serrato
con mani troppo docili a carpire
quando sulle tue labbra m’era dato
baci dalla città) non so che fiori
siano: te li ha mandati per amore
d’amore uno incontrato in trattoria
dove le mie parole spesso s’urtano
con la gente di faccia.
Che figura
t’ho data, quali fiori può accordare
nella scelta all’immagine riflessa
di te?
Non devi amarmi se ti sbriciolo
su una tovaglia lisa: e non mi ami.
:::

Milo De Angelis
da “Tema dell’addio”

Non è più dato. Il pianto che si trasformava
in un ridere impazzito, le notti passate
correndo in Via Crescenzago, inseguendo il neon
di un’edicola. Non è più dato. Non è più nostro
il batticuore di aspettare mezzanotte, aspettarla
finché mezzanotte entra nel suo vero tumulto,
nella frenesia di tutte le ore, di tutte le ore.
Non è più dato. Uno solo è il tempo, una sola
la morte, poche le ossessioni, poche
le notti d’amore, pochi i baci, poche le strade
che portano fuori di noi, poche le poesie.
:::

Valerio Magrelli
da “Ora serrata retinae”

Dieci poesie scritte in un mese
non è molto anche se questa
sarebbe l’undicesima.
Neanche i temi poi sono diversi
anzi c’è un solo tema
e ha per tema il tema, come adesso.
Questo per dire quanto
resta di qua della pagina
e bussa e non può entrare,
e non deve. La scrittura
non è specchio, piuttosto
il vetro zigrinato delle docce,
dove il corpo si sgretola
e solo la sua ombra traspare
incerta ma reale.
E non si riconosce chi si lava
ma soltanto il suo gesto.
Perciò che importa
vedere dietro la filigrana,
se io sono il falsario
e solo la filigrana è il mio lavoro.
:::

Victor Cavallo
da “Ecchime”

A immaginare una vita ce ne vuole un’altra
già pronta a disperdersi
già pronta a non
restituirsi niente a dimenticarsi anche le parole.
Sembra di scherzare a notte fonda e solitaria
sembra di avere un’età distinta da qualcos’altro
uno stormo che gira attorno gridando
un profumo impreciso di carne bruciata
o un testamento o una casa da acquistare
non so dove
una luce che cambia come me senza sapere
a immaginare una testa più dura
un cuore diverso
una piccola foresta più dentro
dove c’è il respiro
Se fossi un artigiano riprenderei il lavoro
a costruire un comodino celeste
ad avere freddo di mattino vicino al ponte
a vedere i cipressi nel cielo colore del fiume
a parlarmi come a un giovanotto
e se non fossi che un provvisorio mortale
come mio padre come i miei fratelli
a discutere in treno fumando
e a bere liquori bianchi
e certe volte scivolare sulle caviglie come
una signorina nella neve come un ragazzo
con le scarpe nuove
qualcosa è sospeso come un roveto ardente
senza figura né parola
come stessi ben piantato in terra e insieme a
un’infinita altezza
come un lontanissimo mai nato
da qualche mattino i fantasmi mi parlano
appaiono dietro le finestre azzurre
mi toccano le spalle
mi respirano attorno al collo
come un suono di passi che d’improvviso s’alza e poi si smorza
in una quiete simile a sonno d’un animale
come se qualcosa vivesse dentro il rumore dell’acqua
dentro un nido dentro gli occhi chiusi
e io mi chiedo se il coraggio di vedere tremare
e crescere
possa essere il lievito del mio nuov
o giorno.

Rossano Astremo, L’esercito delle marionette stanche (riscrittura scenica di “I trofei della città di Guisnes” di Antonio Verri)

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Rossano Astremo
L’esercito delle marionette stanche
ovvero il giorno in cui caddero in frantumi i trofei della putrida città di Guisnes
(prima stesura)


tratto dal romanzo di Antonio Verri, “I trofei della città di Guisnes”, Il Laboratorio, Parabita, 1988

Lo spettacolo ha inizio con l’immagine di Stefan che pronuncia parole (l’inizio del romanzo semplificato) su uno sfondo urbano (la metropoli verriana fatta di metallo stridente, catrame eiaculante, microchip che vibrano – sulla scena l’inquieta immagine di un computer che emette vocalizzi, suoni disarmonici, tenendo a mente la passione di Verri, negli ultimi anni della sua vita, per il silenzio di John Cage). Stefan tiene al guinzaglio il suo monarca (l’immagine è la stessa di quella della soldatessa americana che ha al guinzaglio il nudo ostaggio irakeno?!). Il monarca è il simbolo del potere e l’intellettuale Stefan, alter ego di Verri, cerca di combattere con la sua parola il potere (concetto da sviluppare).

STEFAN: C’è un castello di cotone, una cattedrale di riso, un vascello di marinai che amano il mutamento e non altro, delle case di mercanti che hanno il soffitto giallo canarino, delle rane fulminate in una palude, altoparlanti qua e là che trasmettono le voci senza fine degli annegati, piupi e frottole per ogni dove, delle scritterosse che inneggiano a dei padri che tutti aspettano, dei tao sospesi a mezz’aria, intontiti…come è facile, o mio monarca, mio sbellicato genietto, perdersi, svuotarsi cedere alla lusinga…
C’è un castello di cotone e una cattedrale di riso, ma il mondo è così vasto, è così incredibilmente rosso e poroso, è un così gran testo, un prodigio, una così rara voliera…

Stefan si muove su un lato della scena (dopo aver legato il guinzaglio del monarca attorno un palo che puzza di ruggine), dove sarà allestito il recinto contenente le rane (il coro di voci stridule, incapaci ad emettere significati, rinchiuse nell’acerbo guscio dei suoni primordiali). Stefan apre il recinto, i suoni elettronici si interrompono, il coro compare al centro della scena, emette il suo canto, accompagnato dal rumore dei pezzi metallici suonati da un attore. Il coro rientra nel suo recinto. Stefan impaurito chiude il recinto. Cala il silenzio. Stefan ritorna ad impossessarsi del guinzaglio. Il monarca, nudo, è lì, per terra, senza espressione (interessante lavorare sull’azione corporea che coinvolge Stefan e il monarca).

STEFAN: Si muovono così, o mio monarca, ondulati e piatti come razze, soavi come studentelli, a corpo molle, senza conoscere il limite della loro voce: mio re, non c’è ancora tra loro il disperato cappone né l’oca collorosso né cavalli sgò né spiritati grifoni, solo rogna e audacia lavannina: ogni sette giorni, mio re, e per tempo immenso, forme colosse, ecco, bombi a bocca e marzeline e sussurri e sbellicata foga.
Loro, o mio monarca, vivono distratti e molli e numerosi, pure non so dirti nulla della resa del loro gonfio corpo, o se sono di loro gradimento gli intervalli carnosi, gli inverni con troppo impaccio, o l’arco rosa denso che li rende morti al mondo, collassati, effimeri, scudieri del tutto evanescenti.
…Vi ho mentito, sire mio, lo faccio spesso, sono proprio loro i primi trofei della morta città di Guisnes, molli perché aumentati di volume, in piena sofferenza, non si sa se trofei d’acqua, certamente votati all’utopia.

I suoni elettronici ricominciano a rimbombare nello spazio, Stefan ha gli occhi che fissano per terra. L’immobilità del suo corpo è presto interrotta. Sferra un calcio al volto del monarca. Il monarca è steso per terra, Stefan corre nuovamente ad aprire il recinto del coro di rane. Nuova intrusione sulla scena del coro, nuova follia fatta parola, nuovo brusio aritmico che spacca i timpani. Stefan si muove attorno a loro, li scruta, li fissa (se sarà Semeraro ad interpretare la parte di Stefan –io nella mia scrittura penso a Semeraro, perché Stefan deve essere un Adone – si può anche pensare a Stefan che gira attorno al coro con il suo monociclo [dare azione al tutto]), poi li respinge, li rinchiude, si lascia tutto alle spalle, il clangore vocale/sonoro ritorna silenzio. Stefan si sposta dalla parte opposta della scena comincia a bere con voracità una bottiglia di whisky e a battere sulla sua olivettina rossa (macchina da scrivere), mentre la scena comincia a cambiare. La pesantezza scenica della città viene sostituita dalla leggerezza fiabesca di una natura che esplode di colore (il tutto verrà reso da panelli di cartone dipinti da Bardamù e altri artisti – anche pittori in scena, il tutto deve dare l’idea di un mondo possibile in fieri – , la scena deve cambiarsi in una breve manciata di secondi), Stefan scompare dietro la nuova scena, lasciando spazio alle sue ossessioni alcoliche/oniriche. Campeggia ora sulla scena una tavola imbandita con pane e vino. Attorno questa tavola presenti ed immobili personaggi, che, con lentezza, si mostreranno al pubblico. Il primo a staccarsi dal gruppo lo gnomo blu.

GNOMO BLU (il monologo dello gnomo blu è recitato nel singhiozzante fraseggio instabile dettata da una risata incontenibile): Io sono il folle del bosco, ho il lessico in ebollizione, rido e rido sino a star male, prima che il mondo mi cada addosso, frugando nelle pieghe della terra. Io stento ad afferrare questo mondo e percorro strade innervate dal disordine, mentre sibilando il vociare delle bestie, faccio ordine al fango che dentro si agita. Io mi disperdo in questo mondo e mi soffermo cinico sulle venature di tutti i colori, benedicendo con le mie mani lucide di peccato ogni minima scheggia dell’amore. Io mi rendo immobile. Ossessionato dal paradiso in terra, mi ribello con tutto il fiato che risplende nei due polmoni a questo cielo che non sopporta il mio canto e mi ritrovo schiacciato come foglia morta nel soffio di un libro dato alle fiamme. Io…io sono il folle del bosco, ho il lessico in ebollizione, rido e rido sino alle lacrime, sino a star male, prima che il mondo mi cada addosso, frugando nelle pieghe della terra.


Si spengono le luci, nella scena il corpo dello Gnomo Blu scompare, lasciando spazio alla presenza di Jo e Gott, (Verri amava il plagio munifico, il sottoscritto ama la continua presenza di sottotesti con i quali interagire, quindi Jo e Gott sono i nostri Vladimir ed Estragon di beckettiana memoria).

JO: Sono contento di rivederti. Credevo fossi partito per sempre.
GOTT: Anch’io.
JO: Che si può fare per festeggiare questa riunione? Vieni qui che ti abbraccio.
GOTT: Dopo, dopo.


JO: Io amo vestire di cioccolato (dopo la battuta risata sonora).
GOTT: Io amo lo sciogliersi sul mio corpo di caldo burro (lacrime di Gott a riempire lo spazio).


JO: Di questo bosco amo lo splendore dei colori che brillano (il loro dialogo si svolge a velocità sostenuta).
GOTT: Io l’assenza di auto che uccidono.
JO: Io la presenza di animali che strisciano.
GOTT: Sì, sì… animali che strisciano, serpenti dalle squame putride che eiaculano, lumache dal guscio torbido che si accoppiano, vermi di ogni specie su foglie verdi bagnate da una rugiada che esplode…sì, sì, animali che strisciano…animali che strisciano…


JO: Non sembra anche a te di stare esagerando con tutto questo entusiasmo?
GOTT: Puah! (sputa per terra). È che a volte non ci capisco più niente…


JO: Di questo bosco amo i colori che screziano la moltitudine.
GOTT: Io amo il colore dell’acqua riflessa da un cielo inchinato ad un eterno pianto.
JO: Io amo il colore del sesso della mia donna quando si apre al mio piacere.
GOTT: Io amo il colore della merda degli uccelli posata su questi indumenti.


JO: Sono contento di rivederti. Credevo fossi partito per sempre.
GOTT: Anch’io.
JO: Che si può fare per festeggiare questa riunione? Vieni qui che ti abbraccio.
GOTT: Dopo, dopo.

È la volta ora di Nim, dolce prostituta, disperato trofeo della città di Guisnes. Pensando alla sua presenza sulla scena mi vengono in mente alcune donne perfettamente tratteggiate da novelle e commedie pirandelliane. Imbellettata con addosso abiti sgargianti e trucco sbavato e accentuato, Nim, nel suo essere grottesco, ti rende cupo, proietta su di te un’angoscia che aliena.

NIM: L’abitudine è uno squalo. È necessaria una torre da far finire in cielo. Almeno lì sui monti dove vive il vaniglione, almeno lì dove le cavità luccicano come muschio luminoso. Non nelle felci. Non nelle canne di palude. Forse nelle ore che sanno dare forma. Forse nella luce.
Sì, la luce. Come mi piacerebbe vivere nella luce, oltre la luce, o forse in un luogo silenziosissimo, forse nel luogo dell’assenza, forse nel luogo dove le parole non contano. Forse nel luogo dove cresce il libro d’oro. Forse dov’è molto ben diffuso il segreto del caprifico.

Nim abbassa la testa, l’attenzione della scena si sposta sulla tavola imbandita, sono presenti quattro personaggi, in preda al delirio del vino. I quattro personaggi sono Riccardo l’eremita, proiezione onirica di Stefan, Fuso, Tanfo e Spina (breve precisazione: nel romanzo Riccardo è colui il quale parla a Stefan di Pico, figura misteriosa che mai appare nel testo, un Godot postmoderno che divine per Verri ossessione testuale sulla quale lavorare linguisticamente). Inserisco Riccardo nel dialogo dell’osteria del bosco, perché ritengo che possa essere interpretato come uno degli alter ego di Stefan. I quattro battono ritmicamente i loro bicchieri sulla tavola.

FUSO: Io sono in cerca di fessura (infila il labbro nel bicchiere, mentre Tanfo e Spina continuano a battere).
RICCARDO: Fuso, non temere. Questo è il vino, non temere, non temere di niente, questo è il vino, e se non è il vino è il labro pulitore; questo, stai certo, è il labro della rossa livrea che vive nel fondo del bicchiere, che dal fondo del bicchiere preme, non temere di niente, stai tranquillo.
FUSO: (nuovamente, uscendo il labbro dal bicchiere) Io sono in cerca di fessura.
RICCARDO: Fuso, quanto colpi di ciglia ho dato nei primi giorni, non puoi credere, non arriverai mai a credere. E mi ballavano gli oggetti in camera, Gli oggetti col viso di burla dalla porta accanto. E io colpi di ciglia, solo colpi di ciglia, non pensavo a zoccolate o martellate, macché, pensavo che a colpi di ciglia ce l’avrei fatta, l’avrei spuntata sull’ esasperata lentezza della crepa. Tocca anche a me, Fuso, tocca anche a me l’ampia fessura, la vertigine! (Riccardo infila il suo labbro nel bicchiere, come Fuso. Lo seguono Tanfo e Spina. La scena prosegue con loro quattro che battono ritmicamente le loro labbra sulla tavola).
RICCARDO: Fuso, il terribile labro è nel fondo del bicchiere: e se lanciassimo i dadi?
FUSO: (Fuso esce il labbro dal bicchiere mentre Tanfo e Spina continuano a battere ritmicamente) Certe mattine mi sveglio ed ho il naso come il becco ad arco di un uccello… Io aspetto Arturo.
RICCARDO: Non chiedo molto, dammi solo una verità, alcune parole per costruire qualcosa prima che arrivi…Il canto di una rana risana una balena e in fondo al mar una sirena. Addio taverniere (Riccardo si alza e dà le spalle ai tre). Aspetta Arturo, se vuoi, io cerco Pico. [Riccardo cessa la sua azione sulla scena pronunciando il nome di Pico (unica volta sulla scena) che nel romanzo è ricorrenza ossessiva, è iterazione pregnante, la ricerca di Pico è irrisolta e anche Riccardo è un trofeo della città di Guisnes sconfitto, la cui ricerca si risolve in vanità. Riccardo crola sulla scena].

Ricompare in scena Nim

NIM: Tutto dall’alto, tutto dall’alto, tutto, proprio tutto. Chissà, chissà. Tento il cielo o son caduta dal cielo? Però sento che l’aria può reggermi tutta, senza essere divorata dall’aria…tutto è finalmente libero davanti a me, tutto consentito, tutto dall’alto, tutto dall’alto, finalmente in volo…
Ma è solo una fiaba, tutto è sempre solo una sciocca inutile fiaba!


Nuovo dialogo tra Jo e Gott (dopo il nichilismo(?!) presente nel loro primo dialogo, Jo e Gott sembrano essere impazziti, sembrano aver varcato la soglia della normalità ed essersi impossessati del demone della follia. Il loro secondo dialogo è puro non sense).

GOTT: Cosa c’è: c’è un trascorrere oggi, lisca non perla, non perline pum pum, da parte nostra non è concesso, ed è lui che concede follar gap, pum pum pum, premio d’urgenza.
JO: Cosa c’è…ma scusa Gott, mi hanno dato per puro caso un a forma eretta, complessione, muito obrigado, un pasticcio, Gott, perdona, abiti quando io sto bene con la mia nudità, oh sembra un bluff azzurrino, non tener conto, ti prego, della polvere che sugli occhi tiene il mio silenzio, continuano i fuochi, scusa Gott, per puro caso, follar glutt, premio d’abbondanza.
GOTT: Mercì, corbò, cachette, fricandò, ci hanno detto un paradiso forse in terra raggiungibile, dicono il pane di casa era venuto a noia, non sapeva di nulla, e forse serviva credersi in dolce luce faletta.
JO: O scrivitori sodrati, bianchini, a turno vi scoverò, lynx lynx, predatore di rango, jatterpade, lupo cerviero, nella notte a pintare, a divorare, ma quante volte divorato si trascina nei viali alla busca: siate se potete brutti cigna, trascinapoppe e lengua, non pensate ad altro, mi scioglierei in queste belle bolle di berillo…Splende su loro, dilatato, l’odeon, stasera.
L’attenzione si sposta sulla figura dello Gnomo Blu, il cui intervento chiuderà la spazio onirico di Stefan, facendo crollare la surrealtà del luogo incantato creato dall’azione scenica (gestuale, segnica) dei pittori.

GNOMO BLU: Tutto si apre, sprofonda nel lutto della vita, le ferite della terra non fioriscono rigogliose,
rinchiuse tra radici putride e madide di sangue, allargano i vicoli mostruosi di questa città spicciola e deforme. Il barocco ci ha rinchiuso il cervello dentro una scatola di pustole e arguzie).Il cuore, chiuso nel cellophane del non detto, batte aritmico, punzecchiato con ferocia dalle spine brillanti di un prato raso al suolo, tutto si blocca, viviamo nel senza respiro, sospesi tra il cemento e un cielo sotto sequestro, siamo simulacri di noi stessi, con i nostri cazzi eretti, le nostre fiche espanse, fissiamo con questi occhi frammenti di carne, appesi ad una corda incandescente, nell’abbraccio cancerogeno di sintetiche visioni. Il barocco ci ha inculato senza sosta, ora lecchiamo pietre morbide, nell’arcuata posizione di un’esistenza in apnea.

Crollano le strutture sceniche create dai pittori, crolla il mondo fiabesco di Stefan. Ci si avvicina al fase finale del dramma. Stefan, il monarca e l’esercito inviperito delle rane. Il monarca è sanguinante in un angolo. Stefan è piegato sulla sua olivettina. I suoni elettronici ossessiona lo spazio scenico. Deve respirarsi l’ansia della fine del tutto, l’angoscia di una crollo imminente. Non sono più torri a crollare, non sono più binari ad esplodere ma è l’uomo a cedere. Non è pessimismo che si vuole comunicare. È dare dimostrazione creativamente dell’autenticità del reale. Il monarca viene sconfitto, ma ciò non basta, non può bastare. La vita si presenta in tutta la sua snervante stortura.

STEFAN: Non molto tempo fa Guisnes era come un vasto teatro, una grossa voliera, era come una donna dagli occhi neri, lucenti. In quel tempo Guisnes viveva solo delle sue minutissime storie, del respiro delle sue narrazioni, dell’oggetto dei suoi racconti; una grazie sbrindellata, un rossore, una promessa, anche un disamore, la riempivano completamente. Piena, matura, al culmine, sempre al culmine delle sue cose. Adesso è come vuota questa città, adesso sono le ore, lente, che sovrastano le forme, adesso è come se forma non ci fosse mai stata. Adesso tutto preme, tutto dilata, perde piega, adesso il vuoto…La olivettina ha completamente riempito questa mia stanza.

Stefan cessa il suo dire, il coro delle rane esce dal recinto, inizia lo scollamento, la rottura del recinto (il recinto che non contiene le sue rane, il testo che si avvicina alla logica verriana del “declaro”, il tutto che si apre). Le rane riempiono lo spazio scenico, nella loro follia fanno da eco all’ultimo sospiro di Stefan, “la olivettina ha completamente riempito questa mia stanza”, ma il suono proveniente dal coro è assordante, sfibrante, e il momento del collasso scenico si avvicina. Le rane ritornano nel recinto che non sembra più poterle contenere.
STEFAN: Non serve ogni mattina spalancare le porte all’ansia. Forse mi rimetterò a compitare. Pensate, un amplissimo declaro che assorbe, altera, regola le giocosità e le tante esuberanze, che contiene meraviglia e segreti e succose distorsioni; con rane ben selezionate cosa non arriverebbe a contenere. Io e la mia olivettina approdiamo con sempre maggiore frequenza in luoghi appartati, senza memoria, in luoghi senza odori e senza grida, dove però il vuoto, assediato dalle ore, è costretto alla forma, dove brillano come trofei le negligenze solitarie…Sono arrivato ad imporre il mio silenzio.

Le rande distruggono il loro recinto, urlanti invadono lo spazio scenico, cantando la loro monodia del silenzio. “Sono arrivato ad imporre il mio silenzio”. Ciò che rimane in un’esistenza, dove il potere /il monarca vacilla claudicante in un angolo sporco di sangue, è la forza della parola, il dare senso allo scorrere dei giorni, alla vanità del tutto, tramite la relazione con la scrittura . Lo spettacolo si chiude con la monodia del silenzio delle rane, mentre Stefan volteggia e tenta il cielo.

Rossano Astremo, Questo è il mio inferno (riscrittura in versi di Canti del Caos di Antonio Moresco – 2003)

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Questo è il mio inferno.
Riscrittura in versi dai “Canti del Caos” di Antonio Moresco.
Rossano Astremo

Lettore irredento,
se tu sei uno di quelli
che aspettano ancora il capolavoro
ecco qui per te uno scrittore che si è messo
in testa di scrivere un capolavoro.
Sono pronto a parlarvi del mio inferno
E non ho intenzione di risparmiare parole,
perché le parole non si pagano
in quest’epoca dove ogni briciola
delle vostre membra ha un prezzo
non scontato, ha un prezzo assoluto da pagare
e nessuno ha più la possibilità di fuggire.
Questo è il mio inferno,
il mio delirio di cento, duecento righe,
ora non sto lì a contare,
questo è il mio mestiere,
sbatto la testa, creo rette sghembe,
mi muovo al contrario, fraziono i miei capelli,
mi infilo gli spilli nell’anima
e saltello all’unisono nelle congetture
inghiottite con forza.
Questo è il mio inferno,
ho la bocca smisurata che sembra un imbuto,
ho un tremore tra le gambe che non so contenere,
ho la mia musa nel taschino da accudire,
ho la mia musa nel cantuccio che si espande,
si dilata, spalma la crema sulla schiena,
sui glutei, tra le cosce,
ho la mia musa che comincia a godere,
in questo viaggio per nulla naturale,
in questo viaggio minore, sincopato,
distorto come il suo corpo nudo che dondola,
tra tette e fica si snida,
nella luce elettrica si cancella,
lentamente, sempre più lentamente si cancella.
Questo è il mio inferno,
con puttane e clown che corrono,
donatori di semi che si sbattono,
rubano, tra i rumori di uno spento palcoscenico
vomitano, per poi rialzarsi e nuovamente rantolare,
con sacerdoti pederasti che brindano,
nascosti nell’innocenza bruciata di piccoli che subiscono,
inculati soffrono, in questa immoralità decadente scompaiono,
con la notte dalla bocca allargata, inginocchiata,
spalancata, tra auto che sfrecciano
in strade deserte, su finestrini abbassati,
impastati insanguinati, dentro tubi flosci
imbottiti, dentro pasticche per far rizzare cazzi,
dentro pezzi di carne gonfiati, sventolati,
mangiati con goduria irrazionale, scomposta,
ritmata, a tratti deflagrata, subordinata.
Questo è il mio inferno,
con tutti questi attori da commedia sdolcinata
che vanno via arrapati, battono le strade
in cerca di qualcuno ancora in giro da buttare per terra,
da stuprare, con un’immagine da trasmettere per sempre,
solo questo, per sempre, a inquadratura fissa,
progressivamente su tutte le televisioni del mondo,
su tutti i canali, inglobando a poco a poco
tutte le altre trasmissioni, tutte le altre immagini, infine,
per sempre, tutti a fissare alla fine solo quel taglio
nella bolla del video, in tutto il pianeta,
trasmessa nello spazio da tutti i ripetitori,
i satelliti, le astronavi, su tutti gli altri pianeti,
persino su quelli dove arriverà tra milioni e milioni di anni,
solo quella e nient’altro, tutto in fuga verso quest’immagine
concentrata, essenziale, tutto dentro quest’immagine
terminale, potenziale, le altre immagini, tutto, cose, persone,
tutte le loro immagini potenziali,
tutto quanto dentro, a capofitto.
Questo è il mio inferno,
questo inferno che perde anima
non collegata a corpo e si getta, si scaglia,
su TV senza colori, su PC senza dolore,
su radio a frequenze slabbrate, sfondate,
nel cuneo dell’amore non sintonizzate,
negli intestini oscuri, duri, fottuti e goduti
di questo luogo che ci fa ansimare, soffrire,
lentamente, lentamente morire.
Io non so perché la mia voce erompe
così dal mio corpo.
Me ne sto fermo, non muovo quasi la bocca,
non ho idea di cosa succeda nel frattempo
dentro il mio corpo, mentre emetto questi suoni vocali,
indistinguibili dalla respirazione,
che si ostinano tutti quanti a chiamare parole,
come nel primo grido respiratorio, nella catastrofe della nascita.
Strappo l’ossigeno al resto del nostro spazio
imprigionato nell’atmosfera,
con tutta la massa polmonare portata al collasso.
Il mio corpo si scuoto per l’espansione dei polmoni
e della cassa toracica e la contrazione dei muscoli
intercostali, del diaframma, tutto il mio organismo
elasticamente si espande, il mio busto si erge,
la mia testa si arrovescia per innestarsi in altri spazi più grandi,
le mie palpebre si abbassano, socchiudo gli occhi,
la pupilla sale verso l’alto, si scorge solo
il filo delle bianche lunette delle cornee.
Questo è il mio inferno,
si cala, si cala in velocità
verso l’abisso, verso il nero più assoluto,
verso il nero che spinge alla follia,
verso il nero che dona l’assoluta malattia,
con personaggi espansi, molteplici, allitteranti,
pronti a popolare questo imbuto per nulla asfaltato,
con individui che tra le fiamme esultano,
nel peso dei fuochi ardenti soffrono, decadono,
si inzuppano di unguenti per poi elidersi,
per poi consumarsi, nel battito del peccato deflagrarsi.
Stiamo convergendo da tutte le parti verso quel punto,
sui nostri lunghi arti che si stagliano nella notte,
i nostri cazzi fosforescenti, giganti,
spinti in fuori dall’osso pubico puntato in avanti,
per questa corsa crescente, come schiera di insetti
che vengono avanti in formazione,
coi loro pungiglioni innestati
nel brulicare dell’aria messa in fermentazione,
da una miriade di ali trasparenti, innervate.
Questo è il mio inferno,
discendo verticale nel punto dove tutto comincia,
dove tutto ha inizio, nello spazio e nel tempo siderale,
nello spazio tempo contorto, distorto,
tutto si sta spingendo oltre,
tutto si sta spingendo verso quel luogo
che mi lascia senza parole, senza fiatare.
Ora tutte le figure sono ferme, nell’aria ferma,
le due masse di corpi sono ormai l’una di fronte all’altra,
una donna urla, con la bocca spalancata, bloccata,
l’aria è ferma nella sua sacca polmonare d’atmosfera,
i messaggeri sono pronti a ripetere l’annuncio,
con le loro grandi bocche vermiglie,
stiamo aspettando tutti questa torsione epocale,
quest’annuncio, d’ora in poi ci sarà solo questo
tempo immobile, esploso, fino alla fine.
Il vostro tempo è finito.
È cominciato il mio.