su Coolclub.it di maggio 2016: Narrativa pugliese nel nuovo millennio

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Fotografie in prosa dal nostro drammatico reale

Breve viaggio nella narrativa pugliese del nuovo millennio

di Rossano Astremo

Era il maggio 2001, le Torri Gemelle erano collassate da poco su se stesse e in Italia venne dato alle stampe un libro edito da Feltrinelli, dal titolo “Scrivere sul fronte occidentale”, che raccoglieva gli atti di un convegno tenutosi a Milano nel novembre 2001 dallo stesso titolo. A quel convegno parteciparono molti scrittori di punta della scena letteraria italiana contemporanea, tra cui Antonio Moresco, Giuseppe Genna, Giulio Mozzi, Christian Raimo, Paolo Nori e Tiziano Scarpa, tra gli altri. Nessun pugliese, tra questi. Eppure, se si vuole avere una seppur parziale idea di ciò che hanno raccontato gli scrittori pugliesi (in questa sede mi limito a parlare di narratori che hanno raccontato storie ambientate in Puglia) in questo inizio di millennio, è proprio da lì che è necessario partire. Il tragico attentato newyorkese ebbe delle ricadute sull’immaginario collettivo globale, italiano incluso, tanto da condurre ad una riflessione collettiva i nostri migliori autori. In particolare, l’elemento comune che sorse da quello scambio di idee fu che, dopo anni di postmodernismo, di sperimentazione di linguaggi, di “gioventù cannibali” e di disimpegno, forse era giunto il momento che gli scrittori si sporcassero le mani intingendole nella merda della realtà. E in questi tre lustri che ci separano da quel momento i nostri autori pugliesi di merda tanta ne hanno portata a galla, raccontando, attraverso gli strumenti della narrativa, le contraddizioni di questa nostra terra così sgradita da doverla amare.

Pensate ancora Francesco Dezio e al suo “Nicola Rubino è entrato in fabbrica” (Feltrinelli, 2004), romanzo in cui l’autore di Altamura racconta la vita alienante di un trentenne operaio, il Nicola del titolo, assunto con un contratto di formazione di sei mesi. Un viaggio tra ritmi di produzione pazzeschi, sotto il ricatto continuo del licenziamento, le vessazioni dei capi, le incomprensioni dei colleghi.

O pensate ai romanzi di Cosimo Argentina, tarantino doc, da oltre vent’anni trapiantato in Lombardia. Pensate, in particolare, a “Maschio adulto solitario” (Manni, 2008), al suo Danilo Colombia, che a 18 anni sa già che la sua vita sarà una discesa agli inferi, una sconfitta sotto ogni punto di vista (famiglia, lavoro, amore), tutto condito da una voragine autodistruttiva che conduce ad una lacerante perdita di sé, in una Taranto che trova nel suo protagonista vinto e dannato  una perfetta rappresentazione del proprio smarrimento: «Mi voltai verso la città e in prospettiva vidi quest’ammasso di cemento e acqua e immondizia e mi venne voglia di scomparire, ma in quello stesso istante mi resi conto che era proprio là che volevo vivere».

O cercate ancora tra le pagine di Omar Di Monopoli e della sua trilogia western pugliese, “Uomini e cani” (Isbn, 2007), “Ferro e fuoco” (Isbn, 2008) e “La legge di Fonzie” (Isbn, 2010), in cui si viene trasportati nell’inferno di un territorio dove domina l’idea fissa che niente cambia, o se cambia peggiora: «Stattene tu, coi tuoi sogni, bellu mia, gli blaterò la donna da dietro, continuando a parlare con tono severo sino a quando il figlio non scomparve tra le mura. Prima ti rassegni a capire ca non ci stanno altri posti che questo, per te, meglio sarà per tutti…».

Disillusione, pessimismo, crisi esistenziali, tormenti interiori, famiglie alla deriva, temi presenti anche nei due romanzi “baresi” di Nicola Lagoia, “Riportando tutto a casa” (Einaudi, 2009) e “La ferocia” (Einaudi, 2014). Che si parli delle dinamiche relazionali della periferia o delle inquietudini esplose in seno ad una facoltosa famiglia, Lagioia zooma con il piglio della sua prosa mai doma sui dettagli di corpi e menti in crisi, perdute, asfissiate.

A voler irrobustire questa parziale lista, meritevole è “La città verticale” (Lupo editore, 2015) di Osvaldo Piliego, un romanzo che racconta una città, Lecce, la sua periferia, un suo condominio, la sua gente. Un testo che ci proietta senza fronzoli nel dramma di vite umane fatte di nulla, esistenze senza futuro che crollano nel centro di un presente ciclico e pressurizzato.

Una lista ristretta, a cui è lecito aggiungere autori come Mario Desiati, Carlo D’Amicis, Alessandro Leogrande, Andrea Piva, Livio Romano, Marco Montanaro, Elisabetta Liguori, Francesca Malerba, che attraverso l’utilizzo del loro estro narrativo – con tecniche e voci differenti – hanno dato corpo a storie ambientate nella nostra terra in cui domina una sorta di darwinismo sociale, un senso di smarrimento dei protagonisti impegnati in una lotta per la sopravvivenza che molto spesso li vede soccombere, una visione pessimistica della condizione esistenziale che fa da controcanto all’immagine spacciataci della “Puglia Migliore” di vendoliana memoria. Se si vuole avere una visione chiara di cosa sia stato negli ultimi anni e cosa sia oggi  vivere in Puglia ancora una volta è alla letteratura che bisogna guardare.

Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax, 2016)

Il cantore d’amori, morti e digressioni
Rossano Astremo

Il primo incontro (settembre 2005)

Il mio primo incontro con Giordano Meacci risale al settembre del 2005. Sono andato a prelevarlo dalla stazione di Lecce, con una Marbella rossa scassata e molta voglia di conoscerlo di persona. Era ospite di una manifestazione letteraria, il “Gran Bazar”, che si svolgeva presso l’ex Convento dei Teatini. Io all’epoca ero uno degli organizzatori dell’evento – nato da quella mente meravigliosa che risponde al nome di Mauro Marino – e Giordano aveva da poco pubblicato la sua raccolta di racconti “Tutto quello che posso” (minimum fax), il suo primo libro di “fiction”, dopo un atipico reportage sugli anni di Pasolini, professore a Ciampino, e una guida sui personaggi minori nella storia della letteratura. Avevo molto amato quel libro ed in particolar modo “Gli stati indecisi della materia”, un racconto che ha come protagonista un certo Leone Madruzzi, un monaco del Seicento – l’ultima persona su cui è finito lo sguardo consapevole di Giordano Bruno prima di essere bruciato vivo – incastrato nel videoregistratore di Alfredo Marconi, un dipendente comunale romano in piena crisi esistenziale, combattuto tra l’amore sfumato per Eleonora, sua fidanzata da nove anni, e le insistenze di suo suocero, un certo Ugo Bernardelli, che, prima della sua morte, vuol vedere accasata e sistemata la sua adorata figliola. Ma quel libro era molte cose assieme: massimalismo narrativo, ipertrofia dell’immaginazione, sintassi picaresca e conoscenza lessicale sconfinata. Tutti elementi che sono una felice costante della sua prosa. Prima di “Tutto quello che posso”, i miei occhi si erano posati un altro paio di volte su testi di Giordano. Ricordo un numero di “Nuovi Argomenti” del 2004 dal titolo “Questo non è un romanzo” dove c’era anche un estratto di un suo romanzo all’epoca incompleto e inedito dal titolo “Jazzrusalem” dal titolo “Tra Stirner e lo svanire dell’immaginazione” (“Jazzrusalem”, a dirla tutta, è un romanzo che Giordano non ha ancora completato, nel quale tra paragrafi, monologhi, digressioni e piccoli romanzi di formazione, si snoda una struttura di tre macro capitoli composti da una folla di personaggi secondari. Il tutto scandito dagli assi cartesiani x (il 1999) e y (l’anno 0)). Sempre nel 2004 avevo letto un suo racconto all’interno dell’antologia “La qualità dell’aria”, curata da Nicola Lagioia e Christian Raimo, dal titolo “Più bella del reame”. Quando io e Mauro ci siamo a tavolino per decidere di invitare qualche “gggiovane” scrittore italiano per dare lustro alla nostra manifestazione, non ho avuto molte difficoltà nel pensare a Giordano. La giornata passata con Giordano è stata assai piacevole. Siamo andati a casa, abbiamo mangiato qualcosa assieme e poi siamo stati in giro tra le viuzze del centro storico di Lecce, in attesa che giungesse l’orario del suo incontro con il pubblico. Quel giorno ho compreso subito che mi trovavo dinanzi ad un amabile conversatore, uno scrittore dalla cultura enciclopedica (citazione di film, libri, dischi a dismisura) e dalla memoria prodigiosa, un amante delle divagazioni, una persona umile e assai generosa. Dopo l’incontro, ricordo che Giordano è dovuto partire immediatamente perché la mattina seguente avrebbe dovuto svolgere la prova scritta di un Dottorato. Quel Dottorato poi lo ha vinto e tema della sua tesi fu proprio il Giordano Bruno di cui parlava il racconto che mi convinse più di tutti a portarlo a Lecce.

Gli anni che seguirono (2005-2015)

Negli anni seguenti, i miei contatti con Giordano sono stati sporadici ma continuativi. Un suo racconto dal titolo “The ®Heaven” è apparso nel numero di settembre 2005 della rivista cartacea “Vertigine”, che ho diretto per alcuni anni. Tema del racconto un reality show dove a contendersi la vittoria a colpi di metafisiche contrapposte sono alcune tra le più importanti figure religiose di quel tempo poco remoto (Benedetto XVI in primis) – “(in) Australia sudorientale, ai margini del Gran Deserto Vittoria: un immenso studio televisivo a cielo aperto in grado di accogliere e “bonariamente isolare” le anime più sante del globo”. Poi nell’agosto del 2006 abbiamo passato un paio di giorni assieme tra Lecce e Melpignano. E quello che ricordo di quelle due giornate sono la sua Ford Fiesta messa male, l’aspro sapore di Campari Gin a stomaco vuoto e poc’altro. Dopo il mio trasferimento a Roma, molti sono stati gli incontri d’occasione o casuali, in cui mi aggiornava sulla sua scrittura. Il lavoro su “Jazzrusalem” continuava, ma il suo maniacale lavoro d’accumulo di mondi possibili all’interno di uno stesso libro e il suo perfezionismo rendevano la pubblicazione complicata, o comunque non immediata. A questo s’aggiungeva il fatto che aveva iniziato a scrivere un altro romanzo, e poi stava lavorando su altri progetti, tra cui la stesura di una sceneggiatura per il cinema. Ecco, mi sembrava un cantiere in pieno fermento. Nel 2012 l’ho coinvolto in un progetto antologico curato assieme a Mauro Maraschi dal titolo “Esc. Quando tutto finisce”. Obiettivo dell’antologia era quello di affidare a 11 scrittori italiani il tema della profezia Maya sulla fine del mondo e declinarlo a loro piacimento. Giordino ci ha consegnato un racconto dal titolo “Tredici improbabili ipotesi di fine, appena prima dell’epilogo”, dedicato alla vita di Clyde Tombaugh, l’astronomo che scoprì Plutone.
Poi ricordo una sera al “Circolo degli Artisti”, durante un incontro per “Piccoli Maestri” nel 2013 in cui siamo restati a giocare a biliardino e a bere birre fino a notte fonda (in effetti non mi pare fosse un buon periodo per entrambi). E in quell’occasione mi ha parlato per la prima volta del suo terzo progetto narrativo su cui stava lavorando, che era questa storia avente come protagonista un cinghiale che avrebbe dovuto far parte della collana “Zoo. Scritture animali” curata da Giorgio Vasta e Dario Voltolini per :duepunti. Questa storia del cinghiale sembrava sfuggirgli di mano, le cartelle stavano aumentando a dismisura, mentre i precedenti lavori della collana superavano di poco le 60 pagine. Giordano è pur sempre l’autore che ha pubblicato un libro di 5 racconti per un numero complessivo di 300 pagine. La forma breve non sembra essere il suo forte. Poi, è stato ospite, nel luglio 2014 in un “Citofonare Interno 7”- l’evento letterario che si svolge in case private e che organizzo a Roma e non solo dal 2008 –  svoltosi al Pigneto, assieme ad Edoardo Albinati e Gaia Manzini, serata in cui ha letto alcune pagine inedite del suo “Jazzrusalem”. Infine, nell’ottobre del 2015, è tornato a “Citofonare Interno 7”, questa volta in una casa speciale, Casa Bellonci, assieme a Diego De Silva, Giorgio Vasta e Valeria Parrella per leggere un estratto di quello che da lì a pochi mesi sarebbe diventato il suo tanto atteso – non solo dal sottoscritto, dopo dieci anni di silenzio editoriale – primo romanzo, “Il cinghiale che uccise Liberty Valance”.

Finalmente “Il cinghiale” (2016)

A Casa Bellonci Giordano ha letto pagine tratte dal capitolo 19, quello avente come protagoniste le sorelle Arletta e Marzia Traversari. La storia delle due sorelle prostitute chiuse in una Panda a fare sesso con un loro affezionato cliente, interrotte dalla carica furiosa di un cinghiale, conteneva già molti elementi che ho poi riscontrato nella lettura completa del libro .
Gli elementi di cui parlo sono:1) lo smodato amore per le digressioni (l’apertura di frasi incidentali che con forza centrifruga allontanano il lettore dal piano focale della scena per condurlo per mano in altri anfratti narrativi che poi riportano al punto di partenza); 2) un montaggio che frantuma la fabula (la storia si svolge tra il 1999 e il 2000. I 52 capitoli però non seguono per nulla lo sviluppo della fabula, ma sono un continuo andirivieni temporale a cavallo del nuovo millennio); 3) la mescolanza dei toni (nel capitolo letto a Casa Bellonci si ride e si piange nello stretto giro di poche pagine. Comico e tragico coesistono nella costruzione di mondi possibili di Giordano); 4) l’ossessiva varietà lessicale (Giordano è un allievo di Luca Serianni, professore di Storia della Lingua Italiana e questa sua passione per lo studio della nostra lingua è atavico. Nel suo romanzo assistiamo alla presenza di regionalismi, volgarismi, aulicismi, forestierismi, neologismi, tutti tenuti assieme con estrema perizia – senza dimenticare l’invenzione di sana pianta della lingua dei cinghiali, con in appendice un prontuario con appunti di grammatica e fonomorfosintassi cinghialese); 5) le citazioni che minano il testo (a partire dal titolo che richiama in maniera poco velata “L’uomo che uccise Liberty Valance” di John Ford, il romanzo è costellato di citazioni cinematografiche (come se il mondo del cinema potesse essere una sorta di lente ermeneutica d’ingrandimento per entrare nel mondo molosso di Corsignano)); 6) l’amore per i personaggi secondari ( questo amore è evidente fin dalla pubblicazione del sopraccitato saggio del 2002 “Fuori i secondi. Guida ai personaggi minori”). In particolar modo, nelle vicende che vedono protagonisti gli uomini e le donne di Corsignano, paesino immaginario situato tra la Toscana e l’Umbria in un recente passato, assediati da un gruppo di cinghiali atipici, sembra quasi che il paese e i cinghiali siano le Colonne d’Ercole da non oltrepassare per contenere la sua voglia di raccontare la vita della gente comune.
Amedeo, Agnese, Antonia, Andrea, Walter, Fabrizio, Durante, e i tanti altri personaggi che costellano il romanzo, sono i protagonisti di una costruzione narrativa polifonica che avrebbe potuto non avere fine.
Giordano mostra sempre la sensazione di non volersi liberare dei suoi personaggi. Il suo massimalismo è così esasperato che pare voler titanicamente scrivere un libro che contenga tutto il mondo e la consapevolezza del fallimento di questa idea che lo attanaglia gli impone di porsi dei limiti.
A questo s’aggiunge che il suo sperimentalismo non è mai gelida performance formale; le montagne russe della sua sintassi hanno a bordo personaggi che vivono, amano, soffrono e, sì, a volte muoiono.
Come ogni grande romanzo che si rispetti.
E “Il cinghiale” è un grande romanzo.

Merritt Tierce, Carne Viva (Sur, 2015)


Carne viva e crudele
di Rossano Astremo

Crudele è l’aggettivo che mi viene in mente pensando a “Carne viva”, il romanzo d’esordio della scrittrice americana Merritt Tierce pubblicato in Italia da Sur, nella nuova collana BigSur, con traduzione di Martina Testa.
Crudele è leggere la storia di una ragazza che poco più che diciassettenne diventa mamma di una piccola creatura indifesa per la quale prova sì amore, ma un amore sdentato, centrifugo e caotico, un amore che non è sufficiente a fare da collante all’esile nascente famiglia.
Marie, questo il nome della protagonista, incapace di oltrepassare gli ostacoli che questo nuovo ruolo di moglie e madre le comporta, sguscia via dal vortice della quotidianità e, complice il suo lavoro di cameriera che la mette costantemente in contatto con uomini, inizia a tradire il marito.
Crudele è leggere la storia di una ragazza che decide di abbandonare il marito e la figlia, di trasferirsi lontana da loro per ricominciare una nuova vita. Eppure Marie continua a svolgere lo stesso lavoro. Fare la cameriera sembra essere l’unico lavoro in grado di assecondare la sua mente alla deriva: “Non è che all’epoca mi piacesse tanto servire ai tavoli; ma almeno avevo un posto dove stare. Una funzione nella vita. Non capivo come si faceva a essere una moglie e una madre. Ma per essere una cameriera c’erano regole ben precise. La principale era non fare cazzate”.
Crudele è addentrarsi nel racconto in prima persona di questa protagonista dolente, che succhia cazzi e si lascia scopare senza sosta, come se quel rito reiterato del sesso, quell’essere posseduta da corpi diversi, possa seppur minimamente riempire quel vuoto che le martella il cervello.
Crudele è leggere la caduta di questa ragazza, troppo presto costretta a divenire donna senza averne la forza.
Il ritorno della “coppia” Cassini-Testa, dopo la fine della loro luminosa esperienza targata minimum fax, avviene con la pubblicazione di questa storia che non presenta pirotecnie stilistiche, ma che affascina per la capacità che ha di farsi testimonianza diretta, infuocata e concisa del dolore che molto spesso nutre l’esistenza di noi essere umani.

Luciano Funetta, Dalle rovine (Tunuè, 2015)

Serpenti e porno nell’esordio di Luciano Funetta
di Rossano Astremo

“Dalle rovine” di Luciano Funetta è uno di quei libri che dona ossigeno al carrozzone editoriale d’oggi, a quel bombardamento di titoli che impilano gli spazi delle librerie di catena composti da trame standard farcite con una lingua media, che non osa né lessicalmente né sintatticamente: tiepida narrativa per lettori da addomesticare. La vera letteratura non addomestica ma scudiscia il lettore. E questo prova a fare il giovane barese nel suo esordio. Merito della casa editrice Tunuè e del curatore della collana di narrativa Vanni Santoni che hanno creduto in questo libro. “Dalle rovine” racconta la storia di Rivera, un uomo con una grande passione, quella per i serpenti, che accudisce con sacrale devozione. Le teche in cui vivono queste creature sono per Rivera altari da venerare. L’ossessione per questi animali è talmente fuori controllo che perde sua moglie e suo figlio pur di non abbandonarli. Non solo. La devozione pare essere reciproca. Rivera rimasto solo con i suoi serpenti, ama giocare con loro. Si denuda e lascia attraversare il suo corpo dagli animali che ripagano la devozione del loro “padrone” donandogli piacere. Questa perversa relazione uomo-animale è l’elemento narrativo che determina lo sviluppo dell’intreccio. Rivera girerà un video e questo gli consentirà di divenire in breve un attore di culto del cinema porno. Inoltre questo sarà la chiave d’accesso per un sottobosco popolato da personaggi ambigui, lerci, vinti dalla vita, con un unico obiettivo: quello di rivoluzionare la storia del cinema porno. Uno su tutti Alexandre Tapia, un argentino che vive come un eremita, autore di una sceneggiatura dal titolo “Dalle rovine” che nessun produttore vuol realizzare, ma che l’arrivo sulla scena di Rivera potrebbe rendere possibile. Il resto del libro intreccia la vicenda personale di Rivera con quella della sceneggiatura di Tapia. I personaggi di Funetta ne ricordano alcuni di Bolaño, pronti a sacrificare tutto in nome dell’arte. Sorprende la qualità della scrittura presente in questo romanzo. Non convincono alcune scelte in chiave di caratterizzazione di personaggi che minano la coerenza del testo. Ciò detto: ad avercene di esordi che osano come questo!

Gregory Corso, Gasoline (minimum fax, 2015): recensione

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I giocattoli pazzi di Gregory Corso nuovamente in libreria
di Rossano Astremo

Se Ginsberg è il poeta che scopre, nel caos dell’America degli anni ’50, la possibilità di illuminare di una luce metafisica lo squallore della condizione umana, Gregory Corso è il poeta che non investe quella stessa realtà di un’ansia religiosa, ultraterrena, ma la colora di una luce di favola, magica e surreale.
La casa editrice minimum fax riporta in libreria le prime due raccolte poetiche di Corso, The Vestal Lady on Brattle e Gasoline, con il titolo della sua raccolta più nota, Gasoline, nella nuova e impeccabile traduzione di Damiano Abeni.
Vestal Lady ha una vicenda editoriale bizzarra. Venne pubblicata da Corso nel 1955 con il contributo di alcuni studenti di Radcliffe e Harvard. Era da pochi anni uscito da carcere. Qui tanto aveva letto e s’innamorò di Chatterton, Marlowe e Shelley. Aveva da poco conosciuto Allen Ginsberg al Greenwich Village. Le sue prime composizioni finirono tutte in questo primo libretto. Ne fece una tiratura di 500 copie, ma metà tiratura venne smarrita e l’altra metà rischiò di andare anch’essa persa, poiché le copie s’infradiciarono in un viaggio quindi avevano tutte una macchia di umidità sul lato destro. Però fu una di queste copie sgangherate che giunse tra le mani di Ferlinghetti, l’editore della City Lights, il quale decise di pubblicare le nuove poesie di Corso. Gasoline uscì nel 1958 e fu il libro che, assieme al poema Bomb!, anch’esso uscito nello stesso anno, sempre edito da City Lights, determinò l’immediato successo del poeta.
Corso è considerato la voce più calda, immediata e umana della Beat Generation. Ha scritto l’americanista Vito Amoruso sulla poesia di Corso: “La poesia in lui sembra nascere da un istintivo, quasi teneramente infantile stupore d’essere vivi, è, per così dire, un atto d’affermazione biologica di sé: come un cantastorie popolare, Corso sa animare la sua triste, spesso terribile biografia d’un suo ilare grottesco, riesce da una cronaca ostile e angolosa, buia e disumana, a trarre una luce, una grazia gentile, a tracciare la parabola lieve, la gioia assurda, la primitiva eleganza, il paradosso lirico d’essere poeti in un mondo che, della poesia ha perso quel fresco, agrodolce guardare alle cose”.
E in Gasoline l’evidenza di questo stupore esistenziale che si muove sempre tra angoscia e giullaresca follia è presente in ogni verso.
In Corso la poesia non è illustrazione della realtà, ma fuga da essa, un modo di dimenticarla nella favola irreale, nell’invenzione di un mondo fatto d’oggetti quotidiani, di problemi privatissimi eppure sempre immersi nell’incanto di un sogno. La poesia in Corso, senza gli accenti angosciosamente religiosi di Ginsberg, serve a rendere eterna la specola fantastica dell’adolescente che guarda il mondo con la nostalgia di chi crede nelle favole.
La capacità di Corso di rifugiarsi nel mondo delle favole, di colorare di un gusto surreale la sua triste e ironica odissea di uomo e di ragazzo che vuole ad ogni costo essere poeta nell’America dei supermarket, dei grattacieli, delle bombe atomiche, rende possibile la sua volontà di vita, il suo inno ad essa tanto più alto quanto più possibile e disperato.
Il dipingere la realtà con toni magici e fantastici non sarà una facile acquisizione per Corso, la sua poesia sarà un’oscillazione continua tra esaltazione e prostrazione, tra angoscia e gioia, fra lirica dominante e ricadute nella prosa, nella melanconica discorsività della realtà quotidiana, restia a farsi piegare dall’incanto magico tanto desiderato dal poeta.
Da questa condizione irrisolta deriva il modulo stilistico tipico della voce di Corso, miscuglio di agrodolce e ironia, già evidente dalle sue prime liriche, come dimostra “Salve”: “Disastroso essere un cervo ferito. /Io sono il più ferito, braccato dai lupi,/e anch’io ho i miei difetti. / La mia carne è presa all’Amo Ineludibile! / Da bambino ho visto tante cose che non volevo diventare. / Sono la persona che non volevo diventare? / La persona che parla da sola? / La persona che i vicini prendono in giro? / Sono io quello che, sulla scalinata del museo, dorme sul fianco? / Indosso i panni di un fallito? / Sono io lo scemo del villaggio? / Nell’immensa serenata delle cose, / sono io il passaggio più soppresso?”.
In questi versi si mostra l’aporia del poeta con il mondo, la percezione malinconica di una nota disarmonica connaturata all’atto del vivere, l’accordo dimenticato nell’universale armonia delle cose.
Al dolore del poeta, però, viene in soccorso il dolce lirismo dei suoi versi, che smussa ogni asprezza, lasciando alla sua presenza solo una connotazione musicale e nostalgica.
In “La Primavera del Botticelli” la familiarità con una tradizione artistica illustre e lontana è intesa a definire nostalgicamente un’area elettiva e aristocratica della memoria, a connotare il profilo di un paesaggio interiore fuori dal tempo e perciò antitetico, a recuperarla come alternativa poetica contro l’aridità del presente : “Nessun segno di Primavera! / Le vedette fiorentine / da campanili ghiacciati / scrutano in cerca di un segno – / Lorenzo sogna di svegliare pettirossi azzurri / Ariosto si succhia il pollice. / Michelangelo si mette a sedere sul letto / …svegliato da nessun nuovo mutamento. / Dante si tira sulle spalle il cappuccio di velluto, / ha gli occhi fondi e tristi. / Il suo alano piange”.
Sì agli stravaganti vagabondaggi con i suoi amici di sempre, Ginsberg, Kerouac, Burroughs, ma in Corso è sempre centrale il guardarsi indietro, il non perdere mai il contatto con ciò che la storia è stata, con chi ha dato battito e luce al tempo che fu. Non è un caso che, una volta morto, abbia voluto essere sepolto nel cimitero acattolico di Roma, ai piedi della tomba che accoglie il suo amato Shelley.
Operazioni editoriali come queste consentono anche alle nuove generazioni di continuare a incontrare e scontrarsi con la poesia dei grandi del Novecento. Ai giovani rivolgo lo stesso invito che più di mezzo secolo fa rivolse Allen Ginsberg ai lettori di Gasoline, nella prima edizione: ““Aprite questo libro come aprireste una scatola di giocattoli pazzi, prendete in mano una perfezione di bellezza da un’atmosfera distruttiva. Queste combinazioni sono immaginarie e pure, in accordo con l’individuale (e perciò universale) DESIDERIO di Corso”.

Cosimo Argentina, L’umano sistema fognario (Manni, 2014)

La vita è fogna 

di Rossano Astremo

Quello che più amo della narrativa di Cosimo Argentina è il fatto di sentire nelle sue pagine il sacro fuoco della scrittura. In tempi in cui molti autori tirano fuori libri con la stessa velocità con cui si tirano molari dalla bocca di vecchi fumatori incalliti e alcolisti, Argentina dimostra di costruire mondi possibili a lui assolutamente necessari. Dai tempi di “Cuore di cuoio”, passando per il suo capolavoro “Maschio adulto solitario”, fino giungere poi ai suoi ultimi “Vicolo dell’acciaio” (il romanzo definitivo su ciò che è stato il siderurgico a Taranto) e “Per sempre carnivori”, Argentina racconta vite di uomini alla deriva, sullo sfondo di una Taranto subumana. Si lavora come bestie, dalla mattina alla sera – quando il lavoro c’è -, si mangia e si ingollano Raffo a morire, si ascolta musica che fa esplodere i timpani, si scopa da bruti senza amore, che l’amore, quello vero, è per poche elette, difficili da possedere, e, mentre le giornate scorrono uguali, attorno tutto muore – persone, oggetti, relazioni, città. Questi mondi non accomodanti, per nulla portatori della seppur minima speranza, vengono raccontati con il suo stile inconfondibile: lessico ben mescidato, con dialettismi, arcaismi, neologismi a darsi manforte per creare quella narrazione in prima persona, in cui i protagonisti afferrano il microfono per cantare a rotta di collo il singolo delle loro esistenze da schifo. Non è esente da questo meccanismo Emiliano Maresca, il protagonista di “L’umano sistema fognario”, romanzo da poco edito da Manni, un menomato di 28 anni, che pur di sopravvivere con la pensione della madre, decide, una volta che questa è morta, di infilarla in un congelatore. Emiliano è brutto da morire, un lavoro bastardo, un padre assente, il cui nome verrà scoperto solo poche ore prima della morte della madre, una ragazza che ama, ma che non lo considera, e una rabbia repressa che deve trovare sfogo, in qualche modo. Ecco, credo che Argentina sia uno di quegli autori verso cui i lettori non possono che nutrire odio o amore. Non è un autore da mezze misure. Io lo amo, nonostante il fatto ritenga che questo libro non sia un meccanismo perfetto come altre sue prove, ma lo amo perché me lo vedo nella sua stanza, quest’uomo di 50 anni, a battere i tasti sul suo computer, a creare questi suo personaggi battuti e beati e credo che è questo che lo tenga a galla, questa sua necessità di dirci che la vita è una stronza bastarda eppure bisogna trovare un modo per non impazzire e dare un senso a tutto, e lui il suo senso lo ha trovato. E io sono dalla sua parte.

Nicola Lagioia, La ferocia (Einaudi, 2014): recensione

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La ferocia, tutto ciò che ci resta
di Rossano Astremo

Lagioia è tornato. Ogni volta, per il sempre più nutrito gruppo di suoi lettori, il suo ritorno è evento ben accolto. Sono passati quasi tre lustri dal suo esordio. Era il 2001 e con quello che poi sarebbe divenuto il suo datore di lavoro, la casa editrice minimum fax, pubblicò “Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi)”. “Occidente per principianti” nel 2004, “Riportando tutto a casa” nel 2009, e ora, da poco più di due settimane nelle librerie, “La ferocia” – edito, come i precedenti due da Einaudi – sono i successivi tre romanzi firmati dallo scrittore di Bari. Cosa è cambiato dall’incipit del suo esordio (“Il termine barbaro, fatto discendere dal latino barbarus, quindi dal greco barbaro, utilizzato per indicare gli stranieri, gli oltre confine, e in particolare frigi, parti, persiani, avrebbe in realtà un’origine più antica”) all’excipit del suo ultimo libro (“L’uomo chiuse gli occhi. Era talmente certo della sua fetta di fortuna che scivolò nel sonno e nell’equivoco senza rendersene conto”)? Quattro libri, 1104 pagine, 13 anni. Molto è cambiato, nella sua vita e, come è naturale che sia, nella sua visione del mondo e, infine, come è ancora più naturale che sia, nella creazione dei sui mondi possibili – composti da parole disposte in ordine militaresco all’interno di una rigida gabbia grafica. Nell’esordio c’è la classica storia d’amore tra un ragazzo e una ragazza, con l’unico elemento insolito rappresentato dal fatto che il confidente del protagonista, fra partite a scacchi e tazze di caffè al bar, è Lev Tolstoj. È un Lagioia in questo esordio che, pur agendo all’interno di una fabula canonica, smonta e sovverte i piani narrativi, con l’obiettivo consapevole di distruggere l’affiorare di cliché letterari. La sperimentazione, in questo suo primo esile testo, era di natura contenutistica. Prendo una storia classica e la smonto e la rimonto come più desidero. La infarcisco di citazioni. Faccio il “postmoderno europeo” e in effetti ci riesco. Uno smontaggio e rimontaggio metatestuale di una storia d’amore. Gli anni passano e Nicola cresce. Non solo, cresce la sua consapevolezza di avere tra le mani una materia prima divina, che potrebbe trasformare i suoi trabiccoli di carta in costruzioni solide. Questa materia prima è la lingua italiana. Quello che voglio dire è che, attraverso un costante, meticoloso e mai domo lavoro quotidiano sulla sua scrittura in “La ferocia” Lagioia mostra quanto ancora oggi sia necessario per scrivere un grande romanzo affidarsi alla bellezza, varietà, complessità, della nostra lingua. Dal pluristilismo di Dante alle pirotecnie di Busi, la nostra letteratura ci ha regalato opere che sfruttano pienamente il nostro patrimonio linguistico. Nel racconto dell’ordigno che esplode ineluttabile nella famiglia Salvemini, la morte in circostanze sospette di Clara, secondogenita del ricco palazzinaro Vittorio, ciò che presto, sin dalla prima pagina, sorprende è come la materia delle vicende esistenziali di una famiglia alla deriva sia plasmata attraverso l’utilizzo di scelte lessicali e sintattiche pregevoli, che risultano ancora più altisonanti a causa del fetido abbassamento della qualità media dei titoli italiani che popolano le nostre librerie. Nei 13 anni passati dall’esordio, Lagioia, con sempre maggiore e progressiva consapevolezza, come dimostrato dalle già ottime prove del frenetico “Occidente per principianti” e del pluripremiato “Riportando tutto a casa”, ha compreso che un romanzo per restare nel tempo ha bisogno di una lingua che lo sorregga. Clara sarebbe stata una troia e cocainomane come tante altre, Michele un pazzo e depresso con velleità giornalistiche come molti e Vittorio un palazzinaro che dà il culo ai poteri forti per sotterrare le sue magagne. Clara, Michele, Vittorio e altri personaggi che si muoveranno avanti e indietro nel tempo e nello spazio per fare luce sulle vicende di questa storia sono molto altro, molto meno maschere, molto più prolungamento dei demoni che accompagnano la vita di ciascuno di noi. Sì, come tutti i grandi romanzi – e “La ferocia” è un grande romanzo – questo libro ci riguarda da vicino, parla di noi, racconta le nostre debolezze e le nostre idisiosincrasie, ma per arrivare a tanto, per aver avuto la sfrontatezza di entrare nelle nostre case e dirci quanto le nostre vite non siano monodmensionali, Lagioia ha passato 4 anni a scrivere e scrivere e scrivere e scrivere, fino a quando non ha trovato per ogni frase l’inquadratura perfetta – fatta di grafemi, sillabe, parole, frasi – attraverso cui guardare questo suo (e anche – ora – un po’ nostro) nuovo mondo.