Edoardo De Candia e Francesco Saverio Dodaro: da 101 storie sulla Puglia che non ti hanno mai raccontato (Newton Compton, 2010)

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De Candia e Dodaro: il falò simbolico del 1954
di Rossano Astremo

Questa è una storia che si svolge nell’estate del 1954 in un Salento che, dopo gli anni difficili del secondo dopoguerra, dal punto di vista culturale sembra vivere un interessante fermento. Dal punto di vista letterario da qualche anno è già attiva l’esperienza poetica della rivista L’Albero, diretta dal barone di Lucugnano Girolamo Comi. A ciò si aggiunge un’altra rivista d’estremo interesse, L’esperienza poetica di Vittorio Bodini, alla quale collaborano grandi scrittori quali Alfonso Gatto, Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sinisgalli, solo per citare qualcuno. A ciò s’aggiunge il lavoro certosino di attenzione rivolta alla scrittura poetica manifestata nella rivista Il Critone, guidata da uno delle voci più interessanti ed incomprese della letteratura pugliese del secolo scorso, Vittorio Pagano. Parlare dell’interessante vita letteraria in una storia che ha come tema centrale l’atto estremo due giovani pittore è significativo nella misura in cui l’abbondanza di riviste è sempre sintomo dello stato di grazia di una cultura. La conferma è determinata dalla presenza di molti pittori di grande spessore: Lino Suppressa, con i suoi spaccati di vita salentina, espressione di un realismo denso di connotazioni sociali, Geremia Re, pittore di vecchio corso, maestro per molte giovani leve, Vincenzo Ciardo e il suo amore per la luce ed il colore, Aldo Calò, con il suo progressivo spostarsi dal formale a rappresentazioni astratte, e poi i giovani, turbinio di forze in divenire, con due nomi su tutti, protagonisti di questa storia, Edoardo De Candia e Francesco Saverio Dodaro.
Edoardo De Candia nasce a Lecce nel 1933. sin da giovane manifesta il suo amore per la creatività. Dopo un’esperienza come garzone presso un maestro che lavora la cartapesta, si dedica alla sua grande passione, la pittura. I primi lavori risentono molto della temperie artistica dell’epoca. Elemento dominante è un impressionismo lirico che, seppur legato alla tradizione, mostra già elementi di forte novità e pura energia.
Attorno ai suo vent’anni incontra Francesco Saverio Dodaro, artista d’origine barese, il quale, dopo un soggiorno a Parigi, meta privilegiata di tutti gli artisti bohemien dell’epoca, si trasferisce a Lecce e, una spanna avanti rispetto ai suoi coetanei, già produce quadri informali.
Ad inizio di questa storia abbiamo parlato dell’estate del 1954, perché proprio in una notte di quell’estate De Candia e Dodaro, la cui medesima energia creativa presto ha portato alla nascita di una solida amicizia, si trovano su una spiaggia situato a pochi chilometri da Lecce, con un buon numero di tele, legno e faesite e decidono di appiccare il fuoco per bruciare i loro lavori. Ottime, per sintetizzare questo momento di purificazione, appigliarsi alle parole dello scrittore Antonio Verri che in un articolo del 1988 su Edoardo De Candia apparsa sulla rivista Sudpuglia così scrive: “Pensateli, ancora per un attimo, intorno al fuoco, con sul volto tutta quella luce, con gli occhi spalancati, i movimenti rapidi, pensate al fragore del fuoco, pensate al silenzio improvviso che scende sui due giovani artisti, pensate anche alle loro grida improvvise, a loro che forse vorrebbero esplodere… I due sono là per celebrare qualcosa: dalle ceneri, da quel fuoco una loro totale rinascita. Dal falò in poi sarebbero vissuti e avrebbero operato – come poi in effetti è stato – come purissimi cavalieri, morbidi, buffi, curiosi, rigorosi”. Un fuoco catartico che per entrambi i giovani pittori vorrà dire aprirsi a nuovi percorsi creativi. Da un lato Dodaro abbandona le sue tele informali per abbracciare con sempre più metodica convinzione la letteratura ed il suo mondo di rappresentarsi al di fuori dei suoi consueti codici formali. Dall’altro lato la liberazione di De Candia è non solo artistica, ma anche esistenziale. C’è un’intervista rilasciata dalla madre di De Candia alla Gazzetta del Mezzogiorno nel 1979 in cui dice: “Fu sui vent’anni che incominciò a cambiare, prima era normalissimo, poi ebbe una crisi, non abbiamo capito perché bruciò tutti i suoi quadri”. De Candia presto abbandona Lecce e comincia a viaggiare. Si reca a Roma, poi a Londra, poi a Milano, qui incontra artisti che tanto apprezzano la sua opera. Uno su tutti: Lucio Fontana. Torna poi a Lecce e qui, in un contesto provinciale che non ama la diversità ed
eccentricità, Edoardo subisce l’inferno del manicomio. Per anni entra ed esce dal manicomio di Lecce. A ciò s’aggiunge la sua dipendenza dall’alcol che presto mina il suo fisico ed il suo animo. Questa deriva esistenziale, però, mai lo allontana dal suo amore per la pittura. Edoardo abbandona l’impressionismo degli esordi per lasciarsi andare alle sue tele in cui quello che da molti critici viene definito il novello Matisse dà vita ai suoi mari, i suoi cieli, i suoi alberi, i suoi corpi di donna dal tratto ammaliante, energico, inconfondibile. De Candia muore nel 1992, a soli 59 anni, a causa dell’alcol. Il suo percorso creativo resta tra i più estremi e lucenti del Novecento pugliese. Il tutto ha inizio in quella notte d’estate, con l’atto simbolico di quel falò consumato su una buia spiaggia salentina.

La miserabile vita di Leo Monsanto raccontata dagli altri: un capitolo

Arturo Bombelli, il suo maestro di tennis

di Rossano Astremo

Leo, Leo Monsanto. Che insulsa testa di cazzo! Un ragazzino di 15 anni che faceva a fette tutti gli avversari su un campo da tennis, un talento naturale, uno con un servizio devastante e un dritto incontenibile, che, sul più bello, proprio quando era giunto il momento di fare il salto di qualità e di iniziare a giocare i tornei under 16 nazionali e internazionali mi disse, con una naturalezza disarmante: Maestro, non ho più intenzione di giocare a tennis. Leo Monsanto, il mio più grande fallimento professionale! Lo vidi giocare per caso un pomeriggio del 1994 al Circolo Tennis Monteverde di Grottaglie, dove insegno da più di trent’anni oramai. Giocava su un campo in terra rossa con mio allievo, Francesco Brandelli, che poi ho scoperto essere un suo compagno di classe, al Liceo Scientifico Moscati. Mi fermai un attimo per vedere se Francesco, in una partita amichevole, stesse applicando le modifiche al suo gioco, consigliatele dal sottoscritto il giorno precedente in allenamento. Francesco era tra i migliori allievi in quel periodo. Leo era al servizio e in pochi secondi compresi che mi trovavo dinanzi a qualcosa di esaltante. Il suo servizio era tecnicamente disastroso, lanciava la palla in aria, poi si librava in aria scattante come un canguro e la colpiva con una violenza inaudita, come se stesse bastonando un orso bruno pochi secondi prima di venire divorato. La palla, una volta uscita dal piatto della sua racchetta, schizzava ad una velocità impensabile per un quindicenne  nel rettangolo opposto a quello di battuta e Francesco non poteva far altro che vederla scivolare ben oltre le sue spalle. E poi cosa dire del suo dritto? Quando era Francesco in battuta e magari non metteva in campo una prima palla, sulla seconda più debole Leo si spostava per colpire con il suo dritto, una sventagliata ad uscire quasi sempre imprendibile per l’avversario. Era robusto Leo. Di certo c’era da lavorare molto sia sull’aspetto tecnico che fisico. Assistetti all’incontro. Giocarono tre set in un’ora. Francesco portò a casa tre miseri game.  Alla fine dell’incontro, aspettai che Francesco lo salutasse per andare negli spogliatoi per fare una doccia, e, una volta soli, gli chiesi se potevo parlargli. Accettò. Lo portai al bar, gli offrii una Coca Cola e guardandolo negli occhi gli confidai che quello che avevo visto in campo poco prima era davvero interessante. Mi proposi di essere il suo allenatore e gli dissi che se avesse seguito i miei consigli in pochi anni sarebbe diventato un giocatore professionista. Chiesi inoltre se potevo parlare con i suoi genitori. Alle mie parole Leo non sembrava dare il giusto peso. Sorseggiava la sua bevanda ed annuiva. Segnò su un foglio l’indirizzo in cui viveva con i suoi genitori e disse:  Mio padre il pomeriggio è sempre a casa. Lo ringraziai e, prima di vederlo allontanare in sella alla sua bicicletta, aggiunsi:   Chi ti ha insegnato a giocare così a tennis? Rispose: Nessuno. Ho imparato da solo. A casa mia c’è un muro molto alto che ci separa dai vicini. Ho imparato lanciando pallate contro quel muro. E andò via. Quello che accadde tra il settembre del 1994 e l’agosto del 1995 cercherò di riassumerlo in breve. Leo veniva ad allenarsi al circolo tre volte a settimana per due ore. In poco tempo divenne il nostro giocatore più forte, la speranza per il nostro circolo. L’elemento più sorprendente di questo ragazzino autodidatta era la naturalezza con cui scagliava la palla dall’altra parte del campo senza mai mandarla in rete od oltre le linee laterali e di fondo. Aveva un controllo dei colpi fuori dal comune e una volte che sistemò anche le sue condizioni fisiche, perdendo quale chilo e aumentando la resistenza allo sforzo fisico, divenne “ingiocabile” per i suoi coetanei. Era un ragazzo silenzioso, ma che lavorava sodo. I suoi genitori erano persone semplici. Il padre era un bracciante agricolo e la madre una pasticcera. Aveva due fratelli più grandi che gestivano un piccolo bar nel centro del paese. Si fidavano di me. Sapevano che io avrei agito nel bene del ragazzo. Speravano anche che, attraverso questo prezioso talento di Leo, le loro condizioni economiche sarebbero migliorate. Iniziò a vincere tornei in giro per la Puglia. Lo iscrissi a quanti più tornei possibili e in pochi mesi il suo nome iniziava a circolare tra tutti i circoli regionali. La nuova promessa del tennis pugliese. Apparvero anche i primi articoli dei giornali. A me non bastava. Volevo che primeggiasse in Italia. Non solo tra gli juniores, ma anche tra i professionisti. Ci congedammo per due settimane di vacanza agli inizi di agosto del 1995. Lui aveva vinto il decimo torneo dell’anno a Molfetta, senza perdere nemmeno un set. Io sarei andato in Spagna con mia moglie e i miei due figli. Lui mi disse che sarebbe rimasto a casa. Al massimo sarebbe andato qualche giorno al mare con i suoi amici. Al ritorno dalla Spagna, al primo allenamento fissato non si presentò. Vista la sua consueta puntualità e correttezza, mi allarmai e, dopo aver terminato gli allenamenti con gli altri ragazzi, passai dalla sua casa. Lo trovai seduto in giardino che leggeva un libro. Con il padre che innaffiava immensi vasi contenenti  piante di garofani di colori differenti. Gli dissi: Leo, hai dimenticato l’allenamento di oggi? Lui mi rispose, con lo stesso tono con cui mi ha sempre parlato in quei mesi: Maestro, scusi per l’assenza, ma ho chiuso con il tennis. Non ho più intenzione di giocare. Credo che quello è stato uno dei momenti più schifosi della mia vita. Ho davvero rischiato l’infarto. Nei giorni seguenti ho provato in tutti i modi a convincere i genitori che Leo non poteva mollare, non a quel punto,era un talento raro, come pochi ne nascono in Italia, da lì a qualche anno li avrebbe riempiti di soldi e sarebbero andati via da quella casetta di campagna sgangherata e magari avrebbero anche potuto lasciare i loro miseri lavori e permettersi tutto quello che la loro vita fino ad allora non gli aveva concesso. I genitori mi risposero: Se Leo ha deciso che non vuole più giocare a tennis, noi non possiamo fargli cambiare idea. È una sia decisione. Va rispettata. Ecco il più grande fallimento della mia vita. Quindi non mi sorprende che ora non ci siano più tracce di lui, che non si sappia che fine abbia fatto, che lo stiano cercando in Italia e non solo, ma non ci sono elementi che aiutino a risolvere il mistero della sua scomparsa. Io sapevo che Leo Monsanto era un tipo strano. E, a quanto pare, con gli anni le sue stranezze si sono acuite. Che terribile testa di cazzo, Monsanto! Dilapidare un talento così cristallino! Non mi ci fate pensare, per Dio!

 

Il grande romanzo italiano di Albinati

Edoardo Albinati, La scuola cattolica (Rizzoli)

di Rossano Astremo

“La scuola cattolica” (Rizzoli) di Edoardo Albinati è il romanzo di 1294 pagine che lo scorso venerdì si è aggiudicato la 70esima edizione del più prestigioso premio letterario italiano, lo Strega. È il grande romanzo – non solo per la smisurata mole – di uno degli autori più dotati della sua generazione che, con questo testo, su cui ha lavorato per nove anni, si consacra tra i grandi scrittori italiani del nostro tempo, accanto ad Aldo Busi, Walter Siti e Michele Mari.

Cercare di mettere in rilievo i pregi di questo testo nello stretto respiro di una recensione è cosa ardua, però alcune cose è necessario dirle: “La scuola cattolica” è un romanzo che al tempo stesso indaga il privato e il pubblico; Albinati passa in rassegna tanti anni della sua esistenza intrecciandola magmaticamente con la storia del nostro Paese. Il Quartiere Trieste, l’istituto cattolico San Leone Magno, i compagni di classe dell’autore  Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira che violentarono e massacrarono Rosaria Lopez e Donatella Colasanti – quest’ultima, per fortuna, sopravvissuta –  nel noto a tutti “delitto del Circeo” sono il microcosmo attraverso cui indagare il dna di questa nostra Italia ed uno dei suoi cromosomi più marci, rappresentata dalla violenza dei maschi italiani: una piaga sociale con la quale ogni giorno, ahinoi, siamo costretti a fare i conti.

Ma non è solo la violenza del maschio italiano a campeggiare tra le pagine di Albinati, perché questo è anche un romanzo sull’educazione cattolica, sulla famiglia, sul sesso – agognato e subito -,  è un romanzo che è tanti romanzi assieme, è un romanzo che scardina la struttura delle narrazioni contemporanee, troppo ancorata all’idea dell’intreccio nudo e crudo, della successione degli eventi gettati per non annoiare, è un romanzo che ama i ragionamenti, le divagazioni, le digressioni, il lento respiro, e l’autore ne è consapevole, tanto da chiedere venia ai suoi lettori: “Abbiate pazienza se proseguo qui per qualche pagina a parlare di famiglia. Se non scrivessi ancora qualche riga, se non ci ragionassi sopra con calma, i ragazzi di questo libro resterebbero incollati come figurine su grandi fogli bianchi”.

Di cosa parla, quindi, questo libro? Parla della vita, quella del protagonista, Edoardo, della sua formazione, delle sue scelte, delle sue vittorie e cadute, dei suoi sensi di colpa e delle sue derive, delle sue gioie e delle sue attese, e parlando di se stesso Edoardo dice molte cose su di noi, lettori italiani del 2016.

E chioso con un riferimento personale. Se, come diceva Franz Kafka, “un libro deve essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi”, “La scuola cattolica” è stata la mia ascia, e voi, lettori, non fatevi spaventare da quest’ultima metafora e dalla mole , perché tutti abbiamo bisogno di smuovere il ghiaccio in noi.

Articolo pubblicato su “Nuovo Quotidiano di Puglia”, 18 luglio 2016

su Coolclub.it di maggio 2016: Narrativa pugliese nel nuovo millennio

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Fotografie in prosa dal nostro drammatico reale

Breve viaggio nella narrativa pugliese del nuovo millennio

di Rossano Astremo

Era il maggio 2001, le Torri Gemelle erano collassate da poco su se stesse e in Italia venne dato alle stampe un libro edito da Feltrinelli, dal titolo “Scrivere sul fronte occidentale”, che raccoglieva gli atti di un convegno tenutosi a Milano nel novembre 2001 dallo stesso titolo. A quel convegno parteciparono molti scrittori di punta della scena letteraria italiana contemporanea, tra cui Antonio Moresco, Giuseppe Genna, Giulio Mozzi, Christian Raimo, Paolo Nori e Tiziano Scarpa, tra gli altri. Nessun pugliese, tra questi. Eppure, se si vuole avere una seppur parziale idea di ciò che hanno raccontato gli scrittori pugliesi (in questa sede mi limito a parlare di narratori che hanno raccontato storie ambientate in Puglia) in questo inizio di millennio, è proprio da lì che è necessario partire. Il tragico attentato newyorkese ebbe delle ricadute sull’immaginario collettivo globale, italiano incluso, tanto da condurre ad una riflessione collettiva i nostri migliori autori. In particolare, l’elemento comune che sorse da quello scambio di idee fu che, dopo anni di postmodernismo, di sperimentazione di linguaggi, di “gioventù cannibali” e di disimpegno, forse era giunto il momento che gli scrittori si sporcassero le mani intingendole nella merda della realtà. E in questi tre lustri che ci separano da quel momento i nostri autori pugliesi di merda tanta ne hanno portata a galla, raccontando, attraverso gli strumenti della narrativa, le contraddizioni di questa nostra terra così sgradita da doverla amare.

Pensate ancora Francesco Dezio e al suo “Nicola Rubino è entrato in fabbrica” (Feltrinelli, 2004), romanzo in cui l’autore di Altamura racconta la vita alienante di un trentenne operaio, il Nicola del titolo, assunto con un contratto di formazione di sei mesi. Un viaggio tra ritmi di produzione pazzeschi, sotto il ricatto continuo del licenziamento, le vessazioni dei capi, le incomprensioni dei colleghi.

O pensate ai romanzi di Cosimo Argentina, tarantino doc, da oltre vent’anni trapiantato in Lombardia. Pensate, in particolare, a “Maschio adulto solitario” (Manni, 2008), al suo Danilo Colombia, che a 18 anni sa già che la sua vita sarà una discesa agli inferi, una sconfitta sotto ogni punto di vista (famiglia, lavoro, amore), tutto condito da una voragine autodistruttiva che conduce ad una lacerante perdita di sé, in una Taranto che trova nel suo protagonista vinto e dannato  una perfetta rappresentazione del proprio smarrimento: «Mi voltai verso la città e in prospettiva vidi quest’ammasso di cemento e acqua e immondizia e mi venne voglia di scomparire, ma in quello stesso istante mi resi conto che era proprio là che volevo vivere».

O cercate ancora tra le pagine di Omar Di Monopoli e della sua trilogia western pugliese, “Uomini e cani” (Isbn, 2007), “Ferro e fuoco” (Isbn, 2008) e “La legge di Fonzie” (Isbn, 2010), in cui si viene trasportati nell’inferno di un territorio dove domina l’idea fissa che niente cambia, o se cambia peggiora: «Stattene tu, coi tuoi sogni, bellu mia, gli blaterò la donna da dietro, continuando a parlare con tono severo sino a quando il figlio non scomparve tra le mura. Prima ti rassegni a capire ca non ci stanno altri posti che questo, per te, meglio sarà per tutti…».

Disillusione, pessimismo, crisi esistenziali, tormenti interiori, famiglie alla deriva, temi presenti anche nei due romanzi “baresi” di Nicola Lagoia, “Riportando tutto a casa” (Einaudi, 2009) e “La ferocia” (Einaudi, 2014). Che si parli delle dinamiche relazionali della periferia o delle inquietudini esplose in seno ad una facoltosa famiglia, Lagioia zooma con il piglio della sua prosa mai doma sui dettagli di corpi e menti in crisi, perdute, asfissiate.

A voler irrobustire questa parziale lista, meritevole è “La città verticale” (Lupo editore, 2015) di Osvaldo Piliego, un romanzo che racconta una città, Lecce, la sua periferia, un suo condominio, la sua gente. Un testo che ci proietta senza fronzoli nel dramma di vite umane fatte di nulla, esistenze senza futuro che crollano nel centro di un presente ciclico e pressurizzato.

Una lista ristretta, a cui è lecito aggiungere autori come Mario Desiati, Carlo D’Amicis, Alessandro Leogrande, Andrea Piva, Livio Romano, Marco Montanaro, Elisabetta Liguori, Francesca Malerba, che attraverso l’utilizzo del loro estro narrativo – con tecniche e voci differenti – hanno dato corpo a storie ambientate nella nostra terra in cui domina una sorta di darwinismo sociale, un senso di smarrimento dei protagonisti impegnati in una lotta per la sopravvivenza che molto spesso li vede soccombere, una visione pessimistica della condizione esistenziale che fa da controcanto all’immagine spacciataci della “Puglia Migliore” di vendoliana memoria. Se si vuole avere una visione chiara di cosa sia stato negli ultimi anni e cosa sia oggi  vivere in Puglia ancora una volta è alla letteratura che bisogna guardare.

Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio (scritta nell’estate 2002)

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Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio
di Rossano Astremo
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Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia il tuo corpo di unghie e di peli,
lascia il tuo sangue caldo e visibile,
lascia la tua anima stretta in un pugno,
la tua anima di benzina e birre medie.
Non ho voglia di risponderti.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia il tuo Big Sur colorato su sette paginette di regole fotocopiate,
lascia il tuo sudore di ascensori di acido di Miller colombiano al cervello,
lascia la cuginetta che hai tanto amato e il profilo greco del naso tanto odiato,
lascia l’impossibile Joyce della destra destra destra,
lascia il Dio Padre e le mezze corone sprecate per godere della tua ubriachezza,
lascia i colpi di cannone, gli amanti sudditi, la morte istantanea di potenti nemici,
lascia il gatto che ama le mitragliatrici montate su cammelli e ristampe popolari,
lascia l’universo infinito, il mito solare, le lotterie reali ungheresi autorizzate,
lascia i tuoi vecchi amori in stanze tappezzate con pelle di giaguaro.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia le gambe in cantina appoggiate a fumare,
lascia la giovane brasiliana che non capisce tanto bene la nostra lingua,
lascia andar via le seghe interiori di trasparenti odori di miele,
lascia la splendente bottiglia di vetro blu cobalto in bagno,
lascia Re Nordici in stanze vuote con amanti nude e sensuali,
lascia la barriera di riquadri tessuti nelle reti giallo smeraldo.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia l’insostenibile supposizione che egli possa essere prostrato,
lascia perdere forme di matrimonio sperimentale con dotati uomini nigeriani,
lasciala tua lambretta verde dove hai assaporato i primi umidi del sesso,
lascia la convinzione di essere astemia,
e vieni con me a bere un whisky in un bar per amanti del brivido,
lascia piede contro piede, ginocchio contro ginocchio,
pancia contro pancia, capezzolo contro petto,
lasciati andare per favore, sono affranto , velato, singhiozzo, faccia a terra.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
ho bevuto troppi amari in un’ora, credo sia bene riposare,
lascia stare il tuo acido contemporaneo
di donna manager e
spogliati senza pudore, danza attorno a ma come odalisca orientale,
svestimi e rivestimi, leccami succhiami,
urla, urla, ancora, credo di non sentire il tuo umore.
Lascia perdere, lascia stare le mie frasi sconnesse,
lascia stare il mio comportamento irritante, la mia barba introversa,
il mio sciroppo per la tosse, i miei amici traballanti trincatori,
il mio verso polveroso e il mio paesaggio marino,
il mio orgasmo finito male, rinchiuso in uno scrigno di mogano.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia le lingue ideali, i piatti d’inchiostro, il secondo boccale,
lascia le corse ad ostacoli, i fili spinati, il camino del crematorio del cimitero,
lascia l’inaugurazione della pesca di beneficenza,
il fedele suddito di sua maestà, il bibliotecario mormorante,
i reverendi vuoti di essenze spirituali,
lascia ancora l’Amleto, il Re Lear, il Riccardo III,
lascia il bestiame sfocato nell’argentea calura,
lascia la mia fortuna, le mie vene, la mia vecchiaia,
la mia scorza salina, il fumo della padella, l’occhio malato,
il burro sfrigolante, i capelli d’oro al vento,
lascia il tuo oceano di yogurt, il tuo ristorante d’imbarazzo,
il tuo forno e il tuo bar di tramezzini, il tuo parlarmi di matrimonio,
i tuoi cosciotti di montone, le tue cento bottiglie di eroine irlandesi,
lascia cadere i tuoi abiti, nuovamente, non ho paura della tua nudità,
so difendermi dalla tua carne nuda e bagnata,
ricoprimi di carezze, di rutti, di pugni, sputi e amplessi,
ricoprimi di gioie, di noie, di cadaveri e suoni,
ricoprimi di bocche, di ritmiche risonanze, di lacrime e sorrisi.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia la tua professione di artista della sopravvivenza,
lascia i tuoi fosforescenti escrementi metallici della città,
lascia la tua stirpe di marciapiedi per la strada,
lascia il bisbiglio di una finestra buia per le vie di Panama,
lascia l’odore di spogliatoi di slip muffosi,
lascia i tuoi coltelli di pane nel cuore e le tue ricette di morfina,
lascia gli anni della peste bovina e le case costruite su palafitte,
lascia le ceneri di sigari che creano spirali e merletti di ortiche lungo le pareti,
lascia i lavori sino al tramonto e gli indiani telepatici,
lascia le cliniche per spine dorsali e i pantaloni aperti a cattivi odori,
lascia le fiche di milioni di ragazze tremanti,
lascia le tue ambizioni di essere Presidente Cattolico,
lascia chiusa la porta a chiave per spiare dalla finestra i bui vicoli,
lascia i poeti ciechi e gli aerei che rombano nell’aria,
lascia gli occhi rossi senza lacrima e i fulmini del cielo,
lascia i poveri fiori morti, gli scheletri spessi del girasole,
lascia perdere il tempo trascorso con te seduta sul letto,
senza nessuno a cui toccare le labbra,
senza nessuno a cui mostrare i dolci pianeti religiosi,
senza nessuno a cui mostrare le tue biblioteche piene di lacrime,
senza nessuno a cui toccare i capelli viola della follia.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia la tua parola di alcol nascosta in mutande strette,
lascia stare la tua voglia di arrampicarti sulle mura del cimitero,
lascia la tua bocca di brutti racconti e i tuoi tamburi stonati,
lascia scorrere le lacrime verdi sotto i tuoi occhiali,
lascia stare il taxista che si soffia le mani per il caldo,
lascia perdere i ragazzi mandrillo e i ristoranti per camionisti,
lascia stare le auto d’ombra e i volti di venti soffiati fino alla fine.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia stare i frammenti delle immagini esplose violentemente nella tua testa,
lascia perdere i pungenti odori di sperma che riempiono l’aria,
lascia perdere le ostie immaginarie della grazia,
lascia i minuscoli nidi d’uccello e il cappello di paglia aderente,
lascia le cisterne di anidride carbonica e le nuvole di fumo sospese,
lascia le fontane piene di petali e i campi colmi di silenzio,
lascia stare la sborra che ti riempie la bocca con botte di getti caldi,
lascia stare i vermi solitari al posto sbagliato e i sonanti flauti del culo,
lascia la salsa piccante di tuorli d’uova marce,
lascia perdere i rivoltosi arabi che ululano e uggiolano,
lascia perdere le circostanze in cui ti sei abbandonata a pratiche omosessuali,
lascia perdere la monotonia della vita dei campi,
lascia perdere la pioggia di canditi tra gli alberi e la follia dei laghi,
lascia il mio corpo libero di vomitare, di restringersi ed esplodere,
lascia perdere i semi caldi sulla terra dell’orgasmo sparso.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
se ne hai la forza, la voglia, le immagini tribali,
se hai ancora le tue sale da ballo, i tuoi tulipani e carciofi,
i tuoi buona notte e terra nativa, i tuoi diamanti che splendono sempre più,
i tuoi influssi della sera, le tue avanguardie perse giocando a carte,
i tuoi neuroni concettuali vinti mangiando sale, i tuoi baci sulla spalla,
i tuoi massaggiatori, vinai, decoratori di chiesa,
grandi maragià e pompieri di cornicioni, i tuoi turaccioli
e i tuoi controllori di assicurazioni, i tuoi gentiluomini
e appaltatori di impianti idraulici.
Ti prego, ti guardo negli occhi, mi chiudo per terra,
mi stringo la gola, mi asciugo il sudore, ne sento il sapore,
ti prego, ho voglia di scrittura automatica per colazione.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia i chi può dirlo nelle mani del silenzio rannuvolato,
lascia i tuoi nastri di raso tra montagne e baci sul collo,
lascia il possesso e i galeotti delle buche di serrature,
lascia per la strada la saliva di registi, giovani o vecchi che siano,
lascia volare le tue scarpe dalla finestra del bagno,
lascia volare le tue calze di spugna bagnata,
lascia volare il tuo rosa di pelle violenta, il tuo pizzo di nero perverso,
il tuo giallo di voglia cattiva, il tuo verde di seme e delirio,
lascia la scrittura di poesie se non hai le palle per leggerle,
lascia la lettura di poesie se non hai la forza di viverle,
lascia il tuo cane libero, la tua vergogna libera, il tuo sesso libero,
la tua angoscia libera, il tuo limite libero, il tuo limite vivilo,
lascia la tua caterva di bambini, il tuo marito malato,
lascia delle monete d’argento sul tuo didietro,
lascia stare le tue intenzioni criminali e le azioni legali,
lascia la tua cinepresa e non osare avvicinarti a me,
lascia perdere la tua concitazione alla guida, la tua perversione in baracche di luce,
lascia oscillare i miei occhi in penombra, su frequenze che mi fanno paura,
lascia vomitare il mio corpo tiepido, morbido, elastico, dolce e giusto,
lasciami vomitare , lasciami vomitare, ancora, ancora,
ho voglia di riempire il tuo volto di succhi gastrici,
ho voglia di odiarti, di farti sentire lo schifo che mangio,
ho voglia di vomitare, ho voglia di vomitare,
di riempire le tue scarpe del mio sonno travolto,
di riempire le tue scarpe della mia schiena urtata, sanguinante,
livida, lastra trasparente di impossibili movimenti.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lasciati andare su questa strada assolata e polverosa,
lascia viaggiare veloce i tuoi piedi sporchi a frammenti,
dai, corri, corri, suda, vola, piangi,
graffia le vene dei tuoi capelli,
graffia le vene dei tuoi calli di sangue,
graffia le vene dei tuoi gomiti buttati,
graffia le vene dei tuoi amanti di vetro,
grafia le vene delle tue telefonate urlate,
graffia le vene dei tuoi sogni di pittrice,
graffia le vene delle tue finestre senza vedute,
graffiati, graffiati, strappa i tuoi abiti,
liberati, denudati, baciati, liberati, denudati, baciati,
non senti lo schifo dell’aria che si appiccica addosso?
Non senti lo schifo di corridoi sghembi e grandi porte?
Non senti lo schifo di lacrime e seggi presidenziali?
Non senti lo schifo di raffreddori estivi e di tristi matrone dal frastuono offensivo?
Non senti lo schifo di bambini avvinghiati al seno materno?
Non senti lo schifo di puttane che nuotano nello sperma della pioggia?
Non senti lo schifo della negazione della gioia che ti dona la masturbazione?
Non senti lo schifo della primavera del 1979 e dei suoi scrittori maledetti?
Non senti lo schifo delle stanze d’albergo e delle lenzuola di solitudine?
Non senti lo schifo della scienza e dei suoi fenomeni tangibili?
Non senti lo schifo di squilli del telefono che interrompono i tuoi pensieri?
Non senti lo schifo di bere due bottiglie di buon vino bianco ogni sera?
Non senti lo schifo per la fine del punk e della new wave?
Non senti lo schifo dell’alleanza di conversazioni socratiche?
Non senti lo schifo dell’assenza di gonne, mutandine e reggiseni tra le tue mani?
Dell’assenza di citofoni che suonano e di valigie chiuse a fatica?
Dell’assenza del mio sguardo sul pavimento di questo cortile?
Ti vedo, non temere, ti vedo correre, guardarti attorno,
vedo le tue mani martoriare le tue dolci membra,
ti vedo mentre ti graffi, ancora, sì, ancora, continua, non aver paura,
continua a sanguinare, strozzati, strozzati, fallo da sola,
dai, lasciati andare, lasciati andare,
non piangere, non adesso, stenditi per terra,
senti l’odore del tuo sangue mischiato all’asfalto bollente?
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia che il tuo corpo possa risollevarsi,
lascia che le tue ginocchia possano pungere rose spinate,
lascia che io scagli l’asta dalla lunga ombra di petali del tuo ventre,
lascia che io ricopra le tue braccia con le frecce del mio furore,
lascia che la carta si imbratti di sperma, che la carta si gonfi di bulbi,
lascia il tuo gatto del Canada e la tua fortuna fottuta dell’altro giorno,
lascia la tua servetta, i tuoi amici israeliani e i guardiani del cantiere comunale,
lascia il commercio di bestiame e la vendita di pascoli,
lascia che io possa stringere tra le braccia mio figlio,
lascia che io possa saziare il mio desiderio di pianto,
lascia il tuo grande coraggio da condottiero dell’esercito,
lascia la tua limpida voce del fuoco, della polvere, del sangue,
lascia volar via i cavalli pieni di ardore,
lascia libera la strada invasa da cadaveri,
lascia la battaglia se sei vile perché da prode devi resistere con forza,
lascia il peggio di te stessa, piangi, temi la tua sorte,
mai vedrai la fine del cielo infinito,
mai vedrai la fine di gemiti e grida di trionfo,
mai vedrai la fine di uccisi e uccisori,
mai vedrai la fine del sangue che scorre sulla terra,
del sangue che scorre sulla terra, del sangue che scorre sulla terra.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia la disgregazione della tua personalità, la rottura delle tue parole comuni,
il tuo linguaggio schizofrenico, la tua realtà psichica frantumata,
lascia il tuo underground e la tua poesia fondata sul suono,
lascia la tua poesia che ha per base il ritmo di ballata popolare,
lascia la tua angoscia per una civiltà dove è reato comunicare,
lascia andare la più adorabile fanciulla del tuo piccolo paese,
lascia l’inaugurazione del tuo locale dove hai indossato giacca e cravatta,
lascia stare la vecchia dolce canzone d’amore,
lascia stare la tua lettera anonima con grafia goffamente contraffatta,
lascia stare il fuoco che porti addosso, il fuoco della tua proposta sconveniente,
lascia stare la femmina dal rossetto di ciliegia e la femmina dal rossetto di fragola,
lascia stare la tua voglia violenta di prenderti una delle solite sbronze storiche,
lascia stare i tuoi occhi bevuti che seguitano a vagare per la sala,
lascia stare la tua voglia di tingerti i capelli di nero,
lascia i tuoi piatti sdegnosi con uova, pomodori e pane fritto,
lascia il tuo sfottimento selvaggio, il tuo scoiattolo libero,
le tue perversioni piccole e innocenti, i tuoi pezzi di plastica imbecilli,
il tuo cielo azzurro e limpido, il tuo cielo singhiozzante e meraviglioso,
le tue vergini dal culo, le tue reputazioni terrificanti,
i tuoi tentativi di rimorchiare, la voce triste di Morrissey,
lascia che la triste voce di Morrissey viaggi lenta nei nostri corpi,
non ho bisogno di altro, ti giuro,
lascia che la voce triste di Morrissey viaggi lenta nelle nostre vene,
non ho bisogno di altro, ti giuro.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
sto piangendo, sto piangendo, sto piangendo,
ti guardo sanguinare, leccarti le ferite, mangiare il tuo dolore,
inghiottire il sapore della sconfitta, il colore della merda
che sale su per il tuo retto non più limpido,
sto piangendo, sono sensibile, non si direbbe,
lasciati andare piccola, lasciati scivolare sul mio corpo di verme invertebrato,
lasciati leccare, ancora una volta, ho voglia del tuo sangue,
ancora una volta, ho voglia della tua saliva, ancora una volta,
ho voglia della tua follia, ancora una volta,
ho voglia dei tuoi seni, ancora una volta,
ho voglia delle tue labbra, sì, delle tue labbra,
sì, delle tue labbra, ti prego le tue labbra.
Lascia il tue eterno processo intentato contro Goethe,
lascia la tua convinzione che Alexander Dumas sia un grande scrittore,
lascia il tuo sorriso amichevole e il tuo avvicinarti al mio tavolo,
lascia la tua imponente chioma grigia e la tua volontà di debolezza,
lascia stare la tua voglia di bere sin dal mattino,
la tua andatura obliqua e il tuo cadere e il tuo rialzarti
e il tuo avere in mano sempre il bicchiere del nettare di whisky,
lascia stare i tuoi non capisco queste frasi sceme,
lascia stare le tue immagini moltiplicate venti volte nello specchio,
lascia stare i sonnambuli avvocati che sospirano sul tuo volto sbigottito,
lascia stare i sonnambuli avvocati che hanno un bisogno disperato di taxi,
lascia stare i sonnambuli avvocati che corrono in casa e distruggono il telefono,
ho voglia delle tue labbra, sì, delle tue labbra,
sì, delle tue labbra, ti prego, le tue labbra.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia il tuo stupido desiderio di possedere tutto l’oro del mondo,
lascia stare le tue solite malinconie e i tuoi tristi presagi,
lascia stare le tue caviglie grosse e le due gambe non troppo dritte,
hai una splendida carnagione, una massa di capelli lucenti,
splendido è il tuo viso, splendidi i tuoi occhi e
mi piace la tua mano quando è nella mia,
ho voglia delle tue labbra, sì, delle tue labbra,
sì, delle tue labbra, ti prego, le tue labbra.
Lascia su questa pagina una traccia visibile del tuo passaggio,
lascia stare il tuo bisogno di distruggerti,
la voglia di riempire il tuo vuoto e la tua rabbia senza fine,
lascia i tuoi attacchi tremendi di nausea,
la paralisi di ogni tuo minuscolo muscolo,
lascia stare la stanza che comincia a girare,
io cado dalla poltrona e vomito tutto,
cado giù dalla poltrona e vomito tutto.
Il telefono esplode nuovamente.
Apro gli occhi e guardo lo squallore moderno affogato nel sole.
Ho voglia di te, sì, delle tue labbra,
sì, delle tue labbra, ti prego, le tue labbra.
Lascia stare la dozzina di fazzoletti ricamati da tua madre,
lascia stare la tua camicia sull’orlo della branda
alle tre e un quarto di pomeriggio,
lascia stare la vedova solitaria che un giorno
è stata confidente dei tuoi amori perduti,
lascia stare la pentola del latte a bollire, non gonfiare il petto, non sollevare il capo,
senza capire da dove sgorga il liquido ardente che ti brucia tra le cosce.
Ho voglia di scrittura automatica per cena,
mentre ascolto gli Smiths sul mio letto pieno di formiche,
mentre la voce di Morrissey mi riempie gli occhi di lacrime,
mentre ti insaponi i seni appassiti e il ventre macilento,
senza capire da dove sgorga il liquido ardente che ti brucia tra le cosce.

Una poesia di Ben Lerner: da “The Lichtenberg Figures”

Da “The Lichtenberg Figures”
di Ben Lerner

Sangue sul tempo che abbiamo tra le nostre mani
Sangue sui nostri fogli, sui nostri spartiti,
Sangue sui tappeti
dei ring, sulle tele di Henry Matisse.

L’uomo immaturo sviene alla vista del sangue
e così è costretto a chiudere gli occhi
mentre fa fuori il suo terrier
con un’esile lama. Stanotte,

sangue condensato dal vapore atmosferico
cade sulla terra. Cade lentamente.
I concerti sono cancellati, le partite posticipate.
In galosce e con impermeabili, giocano i bambini.

Un arco di sette colori spettrali appare di fronte al sole,
effetto della luce rifratta attraverso le gocce di sangue.

(trad. Rossano Astremo)

Merritt Tierce, Carne Viva (Sur, 2015)


Carne viva e crudele
di Rossano Astremo

Crudele è l’aggettivo che mi viene in mente pensando a “Carne viva”, il romanzo d’esordio della scrittrice americana Merritt Tierce pubblicato in Italia da Sur, nella nuova collana BigSur, con traduzione di Martina Testa.
Crudele è leggere la storia di una ragazza che poco più che diciassettenne diventa mamma di una piccola creatura indifesa per la quale prova sì amore, ma un amore sdentato, centrifugo e caotico, un amore che non è sufficiente a fare da collante all’esile nascente famiglia.
Marie, questo il nome della protagonista, incapace di oltrepassare gli ostacoli che questo nuovo ruolo di moglie e madre le comporta, sguscia via dal vortice della quotidianità e, complice il suo lavoro di cameriera che la mette costantemente in contatto con uomini, inizia a tradire il marito.
Crudele è leggere la storia di una ragazza che decide di abbandonare il marito e la figlia, di trasferirsi lontana da loro per ricominciare una nuova vita. Eppure Marie continua a svolgere lo stesso lavoro. Fare la cameriera sembra essere l’unico lavoro in grado di assecondare la sua mente alla deriva: “Non è che all’epoca mi piacesse tanto servire ai tavoli; ma almeno avevo un posto dove stare. Una funzione nella vita. Non capivo come si faceva a essere una moglie e una madre. Ma per essere una cameriera c’erano regole ben precise. La principale era non fare cazzate”.
Crudele è addentrarsi nel racconto in prima persona di questa protagonista dolente, che succhia cazzi e si lascia scopare senza sosta, come se quel rito reiterato del sesso, quell’essere posseduta da corpi diversi, possa seppur minimamente riempire quel vuoto che le martella il cervello.
Crudele è leggere la caduta di questa ragazza, troppo presto costretta a divenire donna senza averne la forza.
Il ritorno della “coppia” Cassini-Testa, dopo la fine della loro luminosa esperienza targata minimum fax, avviene con la pubblicazione di questa storia che non presenta pirotecnie stilistiche, ma che affascina per la capacità che ha di farsi testimonianza diretta, infuocata e concisa del dolore che molto spesso nutre l’esistenza di noi essere umani.