Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance

I dubbi del cinghiale sul senso della vita

di Rossano Astremo

Uno tra i romanzi più strani, complessi, geniali e inclassificabili apparso in Italia negli ultimi lustri, “Il cinghiale che uccise Liberty Valance”(minimum fax), scritto da Giordano Meacci, e’ stato presentato sabato 3 dicembre alle 20 alle Officine Cantelmo nell’ultima edizione di “La Poesia nei Jukebox. Tra i cinque finalisti dellultima edizione del  Premio Strega, vinta da La scuola cattolica di Edoardo Albinati, il romanzo di Meacci racconta la quotidianità di un gruppo variegato di abitanti dell’immaginario paese di Corsignano, tra Toscana e Umbria. Qui c’è gente che lavora, donne che tradiscono i propri uomini e uomini che perdono una fortuna a carte. C’è una vecchia che ricorda il giorno in cui fu abbandonata sull’altare, un avvocato canaglia, due bellissime sorelle che eccellono nell’arte della prostituzione e una bambina che rischia la morte. E c’è una comunità di cinghiali che scorrazza nei boschi circostanti. Se non fosse che uno di questi cinghiali acquista misteriosamente facoltà che trascendono la sua natura. Non solo diventa capace di elaborare pensieri degni di un essere umano, ma, esattamente come noi, diventa consapevole anche della morte. A Lecce per la seconda volta, dopo la presentazione del suo libro di racconti Tutto quello che posso nel 2005, facciamo qualche domanda per Nuovo Quotidiano di Puglia a questo scrittore del tutto particolare.

Perché hai deciso di ambientare il romanzo a Corsignano, un borgo di provincia prodotto della tua finzione?

Corsignano è l’inizio vero di tutto. Per anni sono stato a scrivere pagine e pagine su questo borgo toscano (al confine con l’Umbria); due romanzi fiume ancora non-finiti. Finché Corsignano stessa non è precipitata – Corsignano è, per me, femminile – con tutte le sue mura e i suoi abitanti in questo universo di lettori. Accompagnata dal passo goffo di un cinghiale. E trasformata in romanzo compiuto proprio dal fatto che Apperbohr (questo, il nome del cinghiale) all’improvviso comprende – senza sapere perché – la lingua e i pensieri di quelli lui che chiama gli Alti sulle Zampe. Corsignano in realtà (con tutte le voci e le storie che la àbitano) sono io. E al tempo stesso è la somma di tutti i paesi tra la Toscana e l’Umbria (memoria e làscito famigliare) che ho amato durante la mia infanzia di piombo a Roma. Anche il nome è in qualche modo – citando Attilio Bertolucci – “inventato dal vero”. È il nome antico di Pienza. Quello che – in un universo diffratto – Pienza magari avrebbe potuto essere. Senza l’intervento di un papa che la rende Pienza, appunto. Alla fine, è sempre un gioco di incastri tra universi.

Tutte le vicende narrate si svolgono tra il 1999 e il 2000. C’è un significato simbolico in questa scelta narrativa?

All’inizio nasce tutto dal legame con gli altri romanzi su Corsignano mai finiti. Perché se vivi in un paese inventato – etimologicamente inventato – per quindici anni: alla fine quel tempo e quel luogo che racconti diventa sempre uno dei tuoi tempi (e luoghi) quotidiani. Poi, pensandoci, mi ha anche affascinato quest’errore planetario – festeggiare l’ultimo anno del secolo e del millennio come fosse l’inizio del secolo e del millennio nuovi – che è un po’ anche l’emblema di quanto siano umani – e quindi fragili, raffazzonati, imprecisi, impresentabili – gli esseri umani. Siamo un pianeta che sbaglia i calcoli del compleanno che s’è inventato per sé.

Perché l’idea di includere tra i protagonisti un cinghiale, Apperbhor? Cos’ha di speciale questo animale che altri non hanno?

Semplicemente: all’improvviso Apperbohr scopre un universo che non prevedeva attraverso le lingue (e i linguaggi) di quello stesso universo nuovo: quello degli abitanti di Corsignano. Non sa perché – non si sa perché: ma chi di noi sa realmente perché alcune cose fondamentali accadono? – e però si accorge, immediatamente, di non poter essere più né cinghiale tra i cinghiali né umano tra gli umani. Questa doppia dimensione sradicata mi ha affascinato da sùbito. E ora da qui, dalla distanza affettiva di parecchi mesi, mi trovo nellincertezza stupita e frastornata di chi si trovi a guardare con tenerezza un parto della sua immaginazione. Una tenerezza che non posso frenare, nonostante l’imbarazzo che questo comporta.

Il tuo è un romanzo linguisticamente complesso, di non facile accesso, specialmente in tempi come i nostri, dove il romanzo si fa intrattenimento e non strumento di conoscenza. Eppure è stato letto da migliaia di persone. Come ti spieghi questo successo? 

Questa è una di quelle domande (una delle tante della mia vita) a cui davvero non so dare una risposta. L’unica cosa che posso fare è limitarmi a ringraziare i lettori (e Apperbohr). Magari con la voce di uno dei miei miti assoluti, Andy Kaufman. ThankYouVeddyMuch!

Un romazo zeppo di citazioni, molte delle quali cinematografice, a partire dal titolo. Sei anche co-sceneggiatore di uno dei film di culto della scorsa stagione cinematografica, “Non essere cattivo”, del compianto Claudio Caligari. Il tuo lavoro proseguirà seguendo il doppio binario romanziere & sceneggiatore?

Sì. Credo che quello che mi appassiona di più nella scrittura sia proprio la scrittura. Possono cambiare le tecniche (la dimensione corale del cinema, quella singolare del romanzo): ma sempre – sempre – se una qualche storia m’incuriosisce e mi costringe a seguirla; ecco: non posso evitare di farlo. “Un poco come la vita, soprattutto come l’amore”, ha scritto Parise.  Per quanto riguarda le scritture in corso, posso solo dire che stiamo lavorando con la mia sorella extra-anagrafica Francesca Serafini (co-sceneggiatrice di Non essere cattivo); e che sono nella fase in cui le storie per un romanzo cominciano a girellare sempre meno sfocate nella testa. Almeno apparentemente. Solo: avrei bisogno di chiedere consiglio agli abitanti di Corsignano. Vediamo se avranno tempo per me.

Articolo apparso oggi sul Nuovo Quotidiano di Puglia

Claudia Ruggeri: un ricordo a vent’anni dalla morte

Vent’anni senza Claudia

di Rossano Astremo

 

Era un sabato pomeriggio di fine ottobre del 1996 quando una giovane ragazza dal corpo esile, dai capelli neri come la pece e dagli occhi profondi come il mare nelle giornate che dicono burrasca, si confessò nella chiesetta di San Lazzaro ad Alessano, paesino del sud Salento, per poi ritornare nella sua casa  leccese e decidere, dopo poche ore, di lanciarsi nel vuoto dal balcone della sua abitazione. Il suo nome era Claudia Ruggeri. All’epoca del tragico epilogo aveva 29 anni. Oggi ne avrebbe avuti poco meno di 50. E forse, se avesse continuato a scrivere con la stessa rapsodia e magia dei suoi anni acerbi e lieti, sarebbe tra i poeti italiani più celebrati del nostro tempo. Assieme a Valerio Magrelli. Assieme a Mariangela Gaultieri. Assieme a Milo De Angelis, Patrizia Cavalli, Maurizio Cucchi o Patrizia Valduga. Il suo debutto letterario avvenne in una festa dell’Unità del 1985, quando per un reading si presentò vestita di nero, con una gonna lunga fino alle caviglie, un cappello rosso a nascondere il suo taglio androgino di capelli. La sua lettura fu magica e la folla restò  meravigliata e catturata.

Fu l’inizio di un percorso poetico che la portò  nel corso di poco più di un decennio a pubblicare un corpus minimo di liriche, tutte facenti parte del poema sul quale la Ruggeri lavorò per anni, l’Inferno minore, uscite su L’Incantiere, giornale nato all’interno del laboratorio di poesia presente nell’Università di Lecce. Il resto dei suoi versi, raccolte in un altro poema, Pagine del travaso, scritto nell’ultimo periodo della sua vita, ed altre poesie sparse, ebbe la sua prima pubblicazione, assieme al poema apparso sul giornale universitario, nel 2007, undici anni dopo la sua morte, da peQuod, con il titolo Inferno minore, grazie all’interessamento e alla curatela di Mario Desiati, all’epoca caporedattore della rivista letteraria fondata da Moravia e Carocci, “Nuovi Argomenti”, lettore appassionato dei versi della Ruggeri, il quale, nel passaggio seguente, ha sintetizzato bene l’originalità della sua scrittura: “Claudia Ruggeri è un caso unico e irripetibile di questi anni. Ha creato un suo universo poetico originale e molto coerente. Ha inventato una nuova lingua letteraria come pochi sono riusciti nella sua generazione. Questa lingua è fatta di arrovellamenti lessicali, parole trobadoriche, riferimenti colti e popolari, tradizione italiana, orfismo, un simbolismo esasperato. Poi è riuscita a imbastire una scena di personaggi all’interno della sua poesia, quasi una vocazione al teatro. Proprio quella teatralità che ha sempre spinto Claudia Ruggeri a scelte estreme nella composizione della sua scrittura e della sua poetica, quella teatralità che sprigionava nelle sue letture pubbliche. Era teatrale sino alla sua stessa esistenza”.

In vita la Ruggeri cercò, partendo dalla bodiniana “perifieria infinita” nella quale viveva, di far conoscere a “chi di dovere” i suoi  versi, spedendoli ad influenti intellettuali del tempo. Importante fu il contatto con Franco Fortini, con il quale intrattenne una corposa comunicazione epistolare.  In una di queste lettere Fortini diede un consiglio alla Ruggeri: abbandonare i suoi versi ingioiellati, la sua poesia barocca, complessa, indecifrabile per un ritorno alla “leggerezza” della scrittura. Dietro questo consiglio da critico, se ne celò un altro che aveva poco da spartire con la letteratura. Fortini individuò la forte instabilità della Ruggeri (“il punto non è di scrittura ma di esistenza”) e le disse che un allentamento di questa tensione psichica era la prima meta da raggiungere. Il consiglio di Fortini cadde nel vuoto. La sua poesia si fece sempre più complessa ed enigmatica, seguendo le onde smerigliate della sua mente luminosa e contorta.

Dopo la pubblicazione dell’opera a cura di Desiati, si sono succeduti molti interventi volti a celebrare il lavoro della giovane poetessa salentina: saggi critici, raccolte postume, documentari. Nell’ultimo decennio il verbo della Ruggeri, grazie anche al passaparola “internettiano”, ha superato i confini provinciali per estendersi, sia pure nella nicchia dei cultori del genere poetico, in tutta Italia. Non sufficiente per rendere la sua opera canone, ma attestazione innegabile dell’epidemica funzione dei suoi versi che ibridano corpo e mente e sono rispecchiamento fragile del nostro sempre complesso essere scagliati al mondo.

Il mestiere dello scrittore: Intervista a Gaia Manzini

Manzini: Scrivere, il lavoro più bello

di Rossano Astremo

 

“Natalia Ginzburg diceva che scrivere non è mai una consolazione, né una compagnia: è un padrone. È vero: esige tantissimo, e spesso si dubita di essere all’altezza delle sue pretese. Quando sono io a scrivere, mi sembra spesso di camminare in territori sconosciuti, eppure a volte m’illudo di riuscire ad addentrarmi in luoghi bui che in altro modo mi sarebbero preclusi, di cogliere un senso che di continuo si sottrae, che è difficile da spiegare in modo razionale”. A parlare e’ Gaia Manzini, autrice dei libri “Nudo di famiglia” (Fandango), “La scomparsa di Lauren Armstrong” (Fandango – libro finalista al Premio Strega 2012), “Diario di una mamma in pappa” (Laterza), a breve in libreria  con il suo nuovo romanzo, “Ultima luce”, che sarà pubblicato da Mondadori. Per “Nuovo Quotidiano di Puglia” ci confida alcuni segreti del suo mestiere.

Quando e perché hai iniziato a scrivere?

“Ho sempre scritto, anche se per molto tempo in modo incostante… Quando avevo dieci anni sognavo di diventare una giallista e leggevo solo Agatha Christie. Durante le vacanze estive avevo ideato una trama piena di colpi di scena: ero molto soddisfatta, anche se in realtà faceva acqua da tutte le parti… Ricordo solo che l’assassino era il panettiere. Passati più di vent’anni da quell’estate, la scrittura è diventata invece una necessità fortissima: in un momento molto difficile della mia vita, si è trasformata in una fuga irrinunciabile. Era qualcosa che andava protetto, un luogo solo mio. Ma, nello stesso tempo, più la proteggevo, più la curavo, e più la mia scrittura chiedeva di essere letta da altri. Altri che non fossero amici o parenti (loro non si sarebbero limitati a un punto di vista letterario, ma avrebbero giudicato la mia persona attraverso ciò che scrivevo).

Qunado è avvenuto che questa necessità  personale avesse anche un suo pubblico?

Quello è stato per me un momento fondamentale: ha in qualche modo cambiato il corso delle cose. E così, certa di non ottenere alcuna attenzione, un giorno ho mandato un racconto a Nuovi Argomenti, la rivista letteraria. Era la prima cosa in assoluto che mi veniva pubblicata. Uscì nel 2008, credo. Il racconto s’intitolava Salmoni.

Segui un metodo rigido nel tuo processo di scrittura?

Per molto tempo ho scritto di sera perché di giorno lavoravo in un ufficio. Tornavo a casa, mi preparavo un piatto di cracker e formaggio, e mi mettevo davanti al computer. Ma non resistevo a lungo. Il momento migliore per la mia capacità di concentrazione è la mattina, dopo la colazione e una doccia. Sono una fan dei metodi rigidi (i metodi sono sempre e solo rigidi) e della dedizione. La dedizione per me è una forma d’amore. Non tutti i giorni, però, si ama allo stesso modo, con la stessa intensità; ma è comunque una pratica quotidiana. Non scrivo sempre, a volte rileggo oppure smonto quello che ho scritto nei giorni precedenti. Durante questa pratica quotidiana capita che si sprigioni un’energia particolare, viene fuori dal lavoro stesso, ma non so se chiamarla ispirazione. Non è una parola che amo.

Scrivere ha migliorato o peggiorato il tuo percorso di vita?

“In generale, la letteratura è un piacere che continua a ridisegnare i suoi confini. Il piacere di comprendere, grazie ai grandi libri, le grandi questioni dell’esistenza umana al di là delle astrazioni. Il piacere di scoprire quanto alcuni libri ci leggano dentro, e riescano a parlare direttamente al nostro cuore… La scrittura invece è una questione più complessa, almeno nel mio caso. … Quindi per rispondere alla domanda, la scrittura e la lettura non so se abbiano migliorato la mia vita, sicuramente l’hanno resa prismatica, piacevolmente complessa e sfaccettata”.

In che modo costruisci i tuoi libri?

“Di solito (nei racconti come nei romanzi) mi piace partire da un personaggio. Magari mi affascina per un dettaglio fisico o caratteriale, per un tratto psicologico, ma non so mai tutto di quel personaggio. Anzi, all’inizio, è importante per me non avere una visione chiara, sentire che il personaggio mi sfugge: devo essere sedotta da quello che vedo, ma soprattutto dalle sue parti in ombra. Incomincio a scrivere per conoscerlo, per metterlo a fuoco. Più lo conosco e più la storia cambia, prende nuove pieghe, chiede di essere riscritta da capo, con un tempo verbale diverso, magari in terza persona invece che in prima. Arrivare alla stesura finale è una specie di esplorazione. A volte l’esplorazione può essere lunga e parecchio disagevole, ma ne vale sempre la pena”.

Quali sono i libri che ti hanno dato la spinta necessaria per affrontare il mondo della letteratura da scrittore?

“I libri che amo di più sono quelli che mi hanno dato la spinta per affrontare la letteratura da scrittrice. O meglio, un grande libro è sempre un libro che riesce a toccarmi profondamente, e spesso riesce anche a mettermi la voglia di fare lo stesso, o almeno di provarci… Ecco perché quando mi si chiede dei libri amati, io in realtà penso subito ai personaggi che ne fanno qualcosa d’indimenticabile”.

Qualche nome?

“Emma Bovary, Felicita “cuore semplice”, Anna Karenina (ma anche Karenin), Levin e Kitty, Pierre Bezuchov, Stavrogin, il console Firmin, Drenka Balich, la signora Ramsay (più della Dalloway), Nick Shay, Riccardo Reis, Jacques Austerlitz, Oscar Amalfitano, papà Goriot, Gatsby, Hans Castorp e Peeperkorn, Quentin Compson, Dell Parsons, Theo Decker, Santiago Zavala, Molly Bloom, James Incandenza … ma anche Lida Mantovani, Zeno Cosini, Renzo Tramaglino, tutte le donne forti e ingenue di Natalia Ginzburg. Ma potrei continuare a lungo… Certo, la letteratura è molto altro, è soprattutto stile e lingua – stile e lingua che non possono essere separati dal contenuto. Un grande libro mette insieme tutto, ma col pensiero torno spesso ai personaggi, all’abilità stilistica e alla sensibilità di quello scrittore che ha saputo rendere la complessità del loro animo, le loro contraddizioni. Ha saputo farli uguali a me che li leggo, seppur diversissimi”.

In questa non proprio facile del mercato librario italiano, cosa ti piace e cosa non ti piace dell’editoria italiana?

“È una domanda complessa che richiederebbe una risposta altrettanto complessa… In generale mi piace quando un editore riesce a far arrivare al cuore dei lettori un libro importante. Penso a quello che per esempio ha fatto L’orma con i romanzi di Annie Ernaux, ma anche Feltrinelli con Zeruya Shalev, Rizzoli con Donna Tartt… C’è sempre un momento in cui la dedizione di tanti confluisce verso il lavoro che fino a quel momento è stato di una sola persona, dello scrittore. È sempre un incontro importante, uno scambio di flussi energetici e di idee. È il momento che, dentro di me, chiamo “frizzante”. Certo, ci vuole tempo. È quello a mancare la maggior parte delle volte: il tempo consente di valorizzare il libro, non lo scrittore, il personaggio pubblico, il presenzialista. Mi sembra che spesso capiti il contrario”.

Articolo apparso oggi sulle pagine del “Nuovo Quotidiano di Puglia”

Il mestiere dello scrittore: Intervista a Omar Di Monopoli

I romanzi sono vivi se fatti di ‘visioni’

di Rossano Astremo

 

Negli ultimi anni si è conquistato un posto tra i grandi della letteratura italiana contemporanea. Il suo genere potremmo definirlo: giallo western. Omar Di Monopoli nei suoi romanzi (“Uomini e cani”, “Ferro e fuoco” e “La legge di Fonzi”) mostra l’altra faccia della Puglia, quella dove si consumano storie antiche di vendetta, criminalità, tra sangue e violenza. 

Quando e perché hai iniziato a scrivere?

Ho iniziato come fumettista. Ero un ottimo disegnatore e all’Università cominciai a produrre alcune operette ciclostilate o fotocopiate che diffondevo con amici nell’ateneo bolognese, dove studiavo. Piano piano mi resi conto che mi divertivo di più a scriverle, quelle storie, che a disegnarle. Credevo di aver svoltato. Presto ho però capito che anche la scrittura sa essere estremamente faticosa… questa però è tutta un’altra faccenda.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine. Tu hai un metodo rigido da rispettare o attendi nel caos della vita un’ispirazione?

Non riesco a impormi una disciplina così rigida anche se i manuali di scrittura creativa consigliano di tenersi allenati costantemente, senza tregua. Certo è che per me tutto parte generalmente da una scena o da una suggestione, magari da un’immagine che mi s’impressiona nella mente e che dà il LA a una storia, il resto è però dura fatica al cesello, lavoro sulla sonorità delle parole, ricerca ossessiva del ritmo e persino taccuini affianco al letto per improvvise illuminazioni notturne, perché quando scrivo procedo come una macchina e non mi fermo mai. Ma, ripeto, scrivere può essere un processo estremamente estenuante e personalmente finché non arrivo all’ultimo capitolo sono preda di un’ansia assolutamente insana (non giovano, a questo, le pressanti scadenze che ti impongono gli editori, anche se ovviamente se mi lasciassero più tempo io mi cullerei perché sono tendenzialmente un pigro. Un pigro iperattivo, ecco).

Di cosa non puoi fare a meno mentre ti accingi alla scrittura? Hai qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Quando mi accingo a scrivere un romanzo cerco tutte le volte di fare il professionista serio, tentando da bravo esperto di prepararmi gli schemini, le scalette e gli abbozzi dei personaggi come pare facciano i Grandi della Letteratura, ma poi puntualmente mando tutto a ramengo perché in realtà sono uno scrittore “visivo” e la mia impronta grafico/fumettistica tende a voler visualizzare scena per scena lo svolgersi degli eventi, quindi il risultato deve stupire me stesso: è come se vedessi un film, una pellicola cui posso continuamente mettere mano: se dovessi seguire una scaletta predefinita sarebbe una noia incredibile.

Scrivere ha migliorato o peggiorato il tuo percorso di vita?

Ho smesso da tempo – vivaddio! – di pormi simili quesiti, perché dopo il mio esordio del 2007 scrivere è diventato per me un lavoro, e come tutti i lavori certe volte ti dà splendide gratificazioni e altre volte delusioni terribili. Essere in grado di raccontare delle storie non migliora né peggiora la vita del suo autore, anzi, sono ormai più che certo che chi si ostina a incappare in questo fraintendimento non possa che fare male il proprio lavoro. La faccenda è: vuoi continuare a scrivere? Bene, fallo e cerca di farlo al tuo meglio. I risultati arriveranno e se non arrivano, beh, almeno sai di aver dato tutto te stesso…

Diceva George Orwell che i libri migliori sono proprio quelli che dicono quel che già sappiamo. Sei d’accordo?

Se devo essere sincero Orwell, con tutto il rispetto per la sua inoppugnabile grandezza, non è mai stato tra i miei autori preferiti. Io continuo a trovare nella lettura risposte nuove, spesso a domande che non sapevo nemmeno di dovermi porre. Ma questo credo sia un discorso molto individuale. Ecco, l’importante è continuare a leggere: non credo avrei mai capito di voler raccontare delle storie se non mi fossi innamorato in tenera età della lettura. Ancora oggi aprire un libro intonso, persino un romanzetto “scrauso” di quelli che parlano di amore e vampiri, mi rende felice come un ragazzino.

Domandone: Il libro che ami di più? E quello che non sei riuscito a finire?

Sono un amante di tutti i generi (dal western alla fantascienza) ma guardo con grande trasporto (e mi attengo ad esso anche nella costruzione della mia personale prospettiva poetica) al southern-gothic, il tipico modo di fare letteratura nato e cresciuto nel sud degli stati uniti e reso immortale da gente come Faulkner in primis ma anche Erskine Caldwell, Truman Capote e Flannery O’Connor. Ammetto di non essere mai riuscito a finire la recherche di Proust, né tantomeno L’uomo senza qualità di Musil (che tra l’altro è incompiuto, persino il suo autore non ce l’ha fatta!)

Cosa ti piace e cosa non ti piace dell’editoria italiana?

Personalmente ho scelto deliberatamente di starmene un po’ ai margini (anche fisicamente, non frequentando salotti letterari, reali o digitali che siano: non sono né su twitter né su Facebook) perché quel che conta per me sono le Storie. Credo in questo momento ci siano autori meravigliosi e che finalmente gli italiani stiano uscendo da un certo provincialismo che a lungo ha caratterizzato la produzione nostrana. Il momento però, dal punto di vista del mercato, è quanto meno complicato, quindi è difficile dichiararsi ottimisti.

Gli E-book ormai stanno diventando una realtà importante nel mondo dei libri. Qual è il tuo rapporto con i libri digitali?

Non sono certissimo che siano una parte così importante del panorama editoriale attuale. Mi pare abbiano contaminato il mercato senza però riuscire a penetrarlo o anche solo condizionarlo per davvero, almeno quaggiù in Italia. Stanno là, esistono e in parte funzionano. Ma non penso rappresentino una risorsa risolutiva. Comunque io sono aperto a tutto, quando il mio primo editore decisi di aprirsi al digitale, i miei titoli furono tra i più apprezzati in quella veste, quindi, ben vengano gli ebook!

Il prossimo libro a cui stai pensando o lavorando?

Uscirà presto un nuovo romanzo ambientato nel tarantino, sullo sfondo della malavitosa guerra fratricida che nei tardi Ottanta sconvolse l’entroterra ionico ad opera del clan dei Modeo. Un romanzo “western” molto duro e cruento che credo (e spero) farà rumore. Restate sintonizzati…

Articolo apparso oggi sul ‘Nuovo Quotidiano di Puglia’

Carlo Alberto Augieri, “Metafora ed eccesso di senso…” (Milella, 2016)

Nella metafora il senso profondo della letteratura

di Rossano Astremo

Torna nelle librerie Carlo Alberto Augieri, docente di Critica Letteraria ed Ermeneutica del Testo presso l’Università del Salento, con un’opera dal titolo “Metafora ed eccesso di senso su Letteratura ed esplorazione del dissimile” (Milella, 2016). Sin dal titolo è evidente che il testo in questione è un saggio accademico e la scrittura che Augieri adopera per argomentare i capitoli che costituiscono il testo sono criptici e “tecnici” così come sovente capita di leggere tra i lavori di docenti universitari che si occupano di letteratura e non solo. Nel libro l’autore si occupa della figura retorica per eccellenza del linguaggio letterario, la metafora per l’appunto, vista attraverso l’analisi degli studi effettuati tra gli altri da Bachelard, Ricoeur, De Martino, Derrida, Merleau-Ponty. La tesi di fondo di Augieri è che la metafora, in ambito poetico e narrativo, non ha come meta la normalizzazione del senso, ma “l’esplorazione di un senso dissomigliante”. In altre parole, il linguaggio metaforico spinge lo scrittore ad andare oltre il mondo reale, alla ricerca di un mondo possibile differente, evocativo, magico, dissimile. Scrive Augieri: “Metaforizzare significa scoprire-esprimere una diversa significanza da parte dei soggetti parlanti, motivati dall’intenzione di voler direuna nuova esperienza, con cui aprire originali possibilità di senso”. Non è un caso che a dedicare questo studio alla metafora sia proprio Augieri, il quale da anni è  impegnato anche sul fronte “creativo”, con la pubblicazione periodica di testi poetici, alcuni dei quali sono considerati tra le opere migliori della poesia sperimentale meridionale degli ultimi decenni. Nello specifico, la sua attività poetica ha dato i risultati migliori a cavallo tra la fine degli anni’70 e l’inizio degli anni ’80. Augieri faceva parte di quel movimento poetico salentino capeggiato da Antonio Verri, che ha visto come suo più grande esponente Salvatore Toma. Lo stesso Verri nel suo diario personale, recentemente pubblicato da Spagine con il titolo di “Journal”, in più di un’occasione, in alcuni appunti datati 1983-1984, dedica parole poco lusinghiere nei confronti di Augieri (“Adesso Carlo è addirittura sciapito!Prometteva così bene”). Quello che Verri non ha mai perdonato ad Augieri è stato il suo passaggio dalla sregolata militanza poetica alle certezze del mondo accademico. Però è giusto dire, in conclusione, che comunque il presente testo di Augieri dimostra – e in questo resterà per sempre sodale al suo vecchio amico Verri – la fede cieca dell’autore nei confronti della potenza salvifica della letteratura, dispositivo di parole che genera sensi in cui poter naufragare, perdere la rotta, smarrirsi, lasciando perdere anche solo per poche ore al giorno la bussola che ci tiene legati al nostro presente.

“Pensiero Madre” (Neo Edizioni): intervista a Federica De Paolis

La consapevolezza della maternità

di Rossano Astremo

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“Pensiero Madre” (Neo Edizioni) raccoglie racconti di 17 autrici che si confrontano con il tema della maternità, attraverso la narrazione di storie vere o inventate tra paure, disincanto, forza, ironia. Un viaggio attraverso il mondo femminile scandito da quell’orologio biologico identico per tutte ma per tutte in qualche modo differente: nel modo di viverlo, sentirlo, immaginarlo. Le scrittrici coinvolte sono Simona Baldanzi, Chiara Barzini, Ilaria Bernardini, Cinzia Bomoll, Caterina Bonvicini, Gaja Cenciarelli, Silvia Cossu, Camilla Costanzo, Carla D’Alessio, Gaia Manzini, Kamin Mohammadi, Melissa Panarello, Gilda Policastro, Veronica Raimo, Taiye Selasi, Simona Sparaco e Chiara Valerio.

L’autrice Federica De Paolis, romana con il Salento nel cuore. Da qualche anno, infatti, trascorre alcuni mesi estivi nella sua casa di Specchia, dove sta ultimando il suo nuovo romanzo.

Quando e come è nata l’idea e l’esigenza di raccontare il “pensiero madre”?

Dalla mia prima gravidanza, mi sono voltata è ho cominciato a chiedermi cosa accadeva alle altre donne. Prima ero assolutamente inconsapevole. Ero convinta che il mondo si dividesse tra chi voleva figli e chi no, invece l’approccio alla maternità è una sfumatura, una storia, una somma. Qual’è quelle delle altre? me lo sono domandata improvvisamente.  

Secondo quali criteri è avvenuta la selezione delle autrici?

Innanzitutto l’età: non troppo giovani, non troppo mature, il tema le doveva riguardare fisiologicamente. Non volevo autrici esordienti e m’interessava un coro di voci dissimili, caratteri antitetici: l’argomento è universale, il peso della loro scrittura doveva angolarlo. E poi vengono quasi tutte da regioni diverse.

Nella lettura dei racconti, ciò che emerge è un’idea di maternità conflittuale. Non si racconta quasi mai la gioia del “pensiero madre”, ma la crisi di molte donne dinanzi all’idea di maternità. Da curatrice, come hai interpretato questo dato?

Come una sorta di consapevolezza della maternità. Vissuta come un impegno enorme in un mondo in cui la parità dei diritti è ormai un assunto certo.

A ciò si aggiunge – e il tema è inevitabilmente legato a quanto espresso in precedenza – una discreta assenza di amore nei racconti, non trovi?

C’è un cambio generazionale molto profondo. Siamo nell’era del fai da te, banche dello sperma, uteri in affitto, la maternità (ma anche la paternità) assume un angolazione diversa. Sento dire, vorrei avere un figlio a quarantanni, a trenta… conosco più donne che hanno congelato gli ovuli: si pensa alla genitorialità a prescindere dall’altra metà, non c’entra più l’amore, sembra che si tratti di una realizzazione individuale. La possibilità di scardinare la natura è una rivoluzione epocale, siamo all’inizio, c’è una confusione abissale.

Nell’antologia sono presenti anche due autrici non italiane, Taye Selasi e Kamin Mohammadi. Entrambe non madri, sostituiscono l’assenza dei figli con la nascita dei loro libri. I loro figli sono fatti di carta. Come ti spieghi questa comunanza?Puramente casuale?

Le due autrici in questione sono le uniche straniere, entrambe hanno vissuto in Italia, sono scrittrici internazionali: raccontano che la realizzazione del loro successo ha coinciso con il ticchettio dell’orologio biologico. I racconti hanno una caratura autobiografica – la più smarcata. In questi giorni ho letto che Marina Abramovic’ ha dichiarato di aver abortito tre volte, impaurita dall’idea che una maternità avrebbe depotenziato la sua forza artistica: è un pensiero antico che va da Virginia Woolf a Simone de Beauvoir. Paradossalmente questo libro avrebbero dovuto scriverlo non delle scrittrici ma delle donne senza ambizioni artistiche. E’ un pensiero ingombrante che un figlio ti succhierà via linfa. E non è un fatto di tempi e silenzi, secondo me, riguarda l’assunto creativo. Anche per questo nel libro il pensiero madre non ha una desinenza positiva, perché molte donne trovano una realizzazione nella maternità, la stessa che una scrittrice trae dal suo mestiere, quindi è comprensibile – a mio avviso – che le due cose non possano convivere.

Una casa a Specchia, un romanzo ambientato in questa terra. Da scrittrice, cosa ti affascina del Salento e perché?

Le contraddizioni. Che abitano l’intero paese, sia chiaro. Ma la provincia ha qualcosa di magico e magnetico, una forza e una debolezza indicibili. Il Salento è emblematico, i cuori dei paesi di un abbacinante bellezza, le arterie orribili. Convivono la contemporaneità e un tempo morto, arcaico, che però conferisce al luogo la sua maestosa immanenza.  Ad ogni modo, i protagonisti di questo libro, non sono solo salentini, c’è una ragazza polacca, una nigeriana, una famiglia milanese e una romanza, la terra diventa il proscenio di un razzismo coatto che sento fortissimo: è una storia quasi grottesca che esplode tra il rosso della terra e i filari di ulivi.

articolo apparso oggi sul Nuovo Quotidiano di Puglia

Il grande romanzo italiano di Albinati

Edoardo Albinati, La scuola cattolica (Rizzoli)

di Rossano Astremo

“La scuola cattolica” (Rizzoli) di Edoardo Albinati è il romanzo di 1294 pagine che lo scorso venerdì si è aggiudicato la 70esima edizione del più prestigioso premio letterario italiano, lo Strega. È il grande romanzo – non solo per la smisurata mole – di uno degli autori più dotati della sua generazione che, con questo testo, su cui ha lavorato per nove anni, si consacra tra i grandi scrittori italiani del nostro tempo, accanto ad Aldo Busi, Walter Siti e Michele Mari.

Cercare di mettere in rilievo i pregi di questo testo nello stretto respiro di una recensione è cosa ardua, però alcune cose è necessario dirle: “La scuola cattolica” è un romanzo che al tempo stesso indaga il privato e il pubblico; Albinati passa in rassegna tanti anni della sua esistenza intrecciandola magmaticamente con la storia del nostro Paese. Il Quartiere Trieste, l’istituto cattolico San Leone Magno, i compagni di classe dell’autore  Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira che violentarono e massacrarono Rosaria Lopez e Donatella Colasanti – quest’ultima, per fortuna, sopravvissuta –  nel noto a tutti “delitto del Circeo” sono il microcosmo attraverso cui indagare il dna di questa nostra Italia ed uno dei suoi cromosomi più marci, rappresentata dalla violenza dei maschi italiani: una piaga sociale con la quale ogni giorno, ahinoi, siamo costretti a fare i conti.

Ma non è solo la violenza del maschio italiano a campeggiare tra le pagine di Albinati, perché questo è anche un romanzo sull’educazione cattolica, sulla famiglia, sul sesso – agognato e subito -,  è un romanzo che è tanti romanzi assieme, è un romanzo che scardina la struttura delle narrazioni contemporanee, troppo ancorata all’idea dell’intreccio nudo e crudo, della successione degli eventi gettati per non annoiare, è un romanzo che ama i ragionamenti, le divagazioni, le digressioni, il lento respiro, e l’autore ne è consapevole, tanto da chiedere venia ai suoi lettori: “Abbiate pazienza se proseguo qui per qualche pagina a parlare di famiglia. Se non scrivessi ancora qualche riga, se non ci ragionassi sopra con calma, i ragazzi di questo libro resterebbero incollati come figurine su grandi fogli bianchi”.

Di cosa parla, quindi, questo libro? Parla della vita, quella del protagonista, Edoardo, della sua formazione, delle sue scelte, delle sue vittorie e cadute, dei suoi sensi di colpa e delle sue derive, delle sue gioie e delle sue attese, e parlando di se stesso Edoardo dice molte cose su di noi, lettori italiani del 2016.

E chioso con un riferimento personale. Se, come diceva Franz Kafka, “un libro deve essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi”, “La scuola cattolica” è stata la mia ascia, e voi, lettori, non fatevi spaventare da quest’ultima metafora e dalla mole , perché tutti abbiamo bisogno di smuovere il ghiaccio in noi.

Articolo pubblicato su “Nuovo Quotidiano di Puglia”, 18 luglio 2016