Skidelsky, Federer e una sfrenata ossessione

estratto da Federer and Me. A Story of Obsession” (Yellow Jersey Press, 2015)

di William Skidelsky

Roger Federer ha donato nuovamente bellezza al tennis. E lo ha fatto giocando una sua versione del potente gioco da fondocampo contemporaneo. È come se avesse imbottigliato la grazia che apparteneva al tennis delle epoche precedenti e lo avesse fatto decantare nello stile moderno. Per questa ragione, c’è una sorta di mitizzazione attorno alla sua figura. Ha sfidato la logica di quattro decadi di cambiamenti notevoli. Ogni cosa sembrava puntare ad un futuro in cui lui (o qualcuno come lui) sarebbe stato impossibile. Eppure non solo è esistito; è riuscito ad eccellere.

Che Federer sia un’eccezione è evidente da molti punti di vista. Ad esempio, dalla varietà e delicatezza del suo gioco; dal modo in cui si muove in campo con tanta leggiadria. Ma è anche evidente – è questo è un punto cruciale – dalla maniera con

cui i suoi colpi vengono realizzati. Federer ha trovato un modo per far sembrare gli incisivi colpi in topspin di rimbalzo armoniosi e pieni di grazia – un risultato che, a me, sembra ancora assai misterioso. Come spesso è stato detto, una delle ragioni per cui i suoi colpi sono così pieni di fascino è da attribuire al fatto che sembrano in qualche modo appartenere ad un’altra epoca. Eppure non c’è nulla di remotamente antico nel suo modo in ciò che fa con la palla. Ci troviamo dinanzi ad un paradosso. Come può essere risolto?

Ignorerò il rovescio, perché questo suo colpo, pur contribuendo notevolmente al fascino visivo del gioco di Federer, non presenta nessun tipo di problema interpretrativo. Il rovescio di Federer appare venir fuori dal passato perché colpire la palla con una mano è considerato un colpo tecnicamente datato; e quando giocato bene, sembra indubbiamente buono. Questo colpo è dal punto di vista strategico il punto di forza del gioco di Federer – con la possibile eccezione del servizio, è il colpo con il quale vince gran parte dei suoi punti – ed è di grande aiuto nello spiegare la forza del suo tennis.

Il dritto di Federer è sotto molti punti di vista un colpo moderno. Paragonatelo al dritto di Djokovic o Nadal, e troverete gli stessi elementi basilari. Eppure non si può negare che, in un modo sottile, difficile da definire, presenta delle differenze. È un colpo che appartiene al gioco moderno ma non del tutto. A questo punto, è necessario essere più specifici. La diversità del dritto di Federer inizia dalla impugnatura della racchetta. Egli usa quella che alcuni analisti hanno definito un’impugnatura “eastern modificata” – o, uno potrebbe dire, un’impugnatura eastern con caratteristiche semi-western. Non vorrei addentrarmi in tecnicismi, ma l’aspetto principale è che, in una maniera incredibilmente precisa, Federer posiziona la sua mano sul perfetto confine tra tradizione e modernità (o almeno fino al punto in cui queste qualità possono essere rilevabili nei dettagli del manico di una racchetta). Federer la sensazione per cui la sua impugnatura può essere antica o moderna, una cosa e l’altra.

Questo aspetto riveste una grande importanza. L’impugnatura fa una grande differenza in ciò che i giocatori possono fare con la palla, e nel modo in cui i loro colpi prendono corpo. Una modesta rotazione della mano attorno al manico – solo di pochi millimetri – altererà fortemente l’aspetto di un colpo. È opinione comune

ritenere che, in relazione al modo con cui s’impugna una racchetta, i giocatori otterranno alcuni vantaggi e alcuni svantaggi. Ad esempio, un’impugnatura più estrema, o avvolgente, rende più semplice accarezzare la palla e colpirla all’altezza del petto ma rende più difficile prenderla quando è bassa o in anticipo. Nonostante ciò Federer è riuscito ad evitare simili limitazioni, e ciò ha a che fare con la sua mutevole impugnatura. Grazie al suo essere ibrida, Federer può, a tutti gli effetti, dare vita a colpi che rientrano nella tradizione di questo sport e a colpi che fanno parte del gioco moderno; questo grandioso tennista è in grado di combinare il passato e il presente. Questo dà vita ad un flessibilità senza precedenti. Può colpire la palla quando è in alto o in basso, si trova a suo agio nel prenderla in ritardo e in anticipo, e riesce altrettanto a produrre differenti variazioni di spin.

La straordinarietà dell’impugnatura di Federer consente al suo dritto di manifestarsi in differenti modi. In questo senso, un aspetto importante è rappresentato dalla posizione del braccio. Nel 2006, lo scrittore e allenatore di tennis John Yandell sottopose il dritto di Federer ad un’intensiva analisi compiuta attraverso la visione di numerosi video, e notò che la posizione del suo braccio varia molto di più rispetto a quella di altri tennisti. Se il tuo braccio è disteso o no quando colpisci la palla di dritto dipende in gran parte dal modo con cui impugni la tua racchetta. Più la mano avvolge il manico più la curvatura del gomito (e anche del polso) incidono nel colpo. Un’impugnatura più verticale e tradizionale, al contrario, naturalmente conduce ad avere un braccio disteso – che era il modo con cui il colpo veniva giocato negli anni delle racchette in legno.

Molti tennisti oggi giocano il loro dritto con gomiti assai piegati gran parte del tempo, e non mutano in maniera significativa la posizione dei loro polsi. Ma Federer, fece notare Yandell, si muove costantemente tra differenti posizioni di gomito e polso, e inoltre li varia in relazione al grado di rotazione del suo busto (Yandell contò almeno venti differenti distinte variazioni del dritto di Federer; la maggioranza dei giocatori non ne possiede più di tre o quattro). Gran parte del tempo gioca questo suo colpo con in braccio disteso – ma non sempre. E siccome l’angolo del suo polso varia in maniera assai significativa, così come la posizione del suo corpo, la flessibilità del colpo è enormemente potenziata in termini di posizione da cui colpire la palla, di angolatura della rotazione, della quantità di forza, e della

direzione da impartire allo stesso. Federer, dalla sua parte del dritto, è in grado di colpire la palla in maniera ottimale da ogni parte del campo, con ogni immaginabile variazione di altezza, rotazione e potenza; e può farlo da ogni posizione. Per Yandell, il colpo è il “migliore del mondo”, offrendo i “vantaggi sia dello stile di gioco tradizionale sia di quello moderno senza limitazioni d’alcun tipo”.

Qualcos’altro di che contraddistingue il gioco di Federer dal punto di vista tecnico è la posizione della testa. Come è stato spesso osservato, egli ruota la testa in direzione della palla molto di più rispetto ad altri giocatori, e al momento dell’impatto i suoi occhi fissano la stessa (gran parte dei giocatori fissano un punto poca avanti alla racchetta). Anche dopo l’impatto, la sua testa resta un attimo ancora a fissare quel punto, come se stesse congelando il colpo nella sua mente. Yandell non è certo dei benefici che questo elemento può apportare al tennis dello svizzero. Al di là dell’efficacia sul suo tennis, però, di certo ciò contribuisce alla sua eleganza. Quando negli anni Ottanta e Novanta i colpi da fondocampo divennero più dinamici ed esplosivi, un certo senso di compostezza ed eleganza , conseguenza delle vecchie tecniche, fu perduto. Il dritto di Federer è assai dinamico, ma, nel modo in cui muove la testa e guarda attentamente e quasi teneramente la palla, c’è una persistente traccia di un’epoca precedente dominata da un’idea di gioco fatto di grazia ed equilibrio.

(traduzione Rossano Astremo)

Rossano Astremo, 101 storie sulla Puglia che non ti hanno mai raccontato (Newton Compton, 2015, 5,90 euro): un capitolo

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Ecco il libro

La lucida follia di Stefania Tupputi

Ho pregato per due notti, di seguito, per Titina e Carla. L’orologio ha ripreso a funzionare. La casa è in disordine, soprattutto la sala da pranzo. I libri si possono mettere al loro posto. Aspettiamo il momento di risorgere.

Stefania Tupputi, da una sua pagina di diario

Quando la notizia si diffonde, lo sconcerto è immenso. È la resa dell’immaginazione dinanzi alla tragicità del reale. Siamo nell’agosto del 2007 e la scena che si palesa dinanzi ai vigili del fuoco di Barletta è macabra. All’interno di una villa immersa nelle campagne di Canne della Battaglia trovano una vecchia signora seduta accanto alla carcassa di un grosso cane. Attorno a lei un vaso con urine ed escrementi sparsi per il pavimento. Il suo nome è Stefania Tupputi. Lei appare denutrita e in stato confusionale. Sin qui la storia rientra in una casistica non desueta. Il tragico si manifesta quando i vigili del fuoco, in una camera da letto ed in una veranda, trovano i corpi mummificati di due donne anziane. Sono Teresa (Titina) e Carla, le sorelle maggiori di Stefania. Secondo la donna, la sorella Carla sarebbe morta per una malattia mentre si trovava in veranda e non avendo la forza per spostarla, l’ha coperta con un materasso. La sorella maggiore Titina, invece, sarebbe morta nel suo letto per il dolore per la perdita di Carla.

Lo scenario non contiene solo corpi mummificati di donne, carcasse, feci e urine di animali, ma anche pagine vaganti e quaderni sparsi per le tre stanze della casa-cimitero. Sono le pagine di diario di Stefania Tupputi. Sono oltre cinquecento pagine che raccontano, dal 1984 al 2007, con minuzie di particolari, il resoconto delle giornate trascorse in assoluta reclusione.

Fondamentali per gli inquirenti, perché tramite la lettura di queste pagine si è data risposta a molti interrogativi sulla vicenda. Dagli appunti sembrerebbe che Carla sia morta all’ inizio del 2005 e Titina il 27 aprile del 2006. Quindi Stefania vive per più di un anno con i corpi morti delle sorelle. Perché questo? È una semplice storia di degrado? È proprio il diario che ci porta verso un’altra strada. Le pagine scritte con meticolosa precisione da Stefania sono intrise di misticismo. Non solo. Anche la casa è stracolma di immagini e suppellettili sacre.

Le sorelle Tupputi sono per anni adepte di una comunità religiosa, retta da un prete cattolico, che professa la resurrezione. Il prete va via da Barletta ma evidentemente le donne continuano a seguirlo.

Scrive il 13 maggio 2006, con le due sorelle già spentesi: “Ho pregato per due notti, di seguito, per Titina e Carla. L’orologio ha ripreso a funzionare. La casa è in disordine, soprattutto la sala da pranzo. I libri si possono mettere al loro posto. Aspettiamo il momento di risorgere”. O, ancora, l’8 luglio sempre dello stesso anno, in preda a visioni: “Vedo Maria sempre più chiaramente. È meravigliosa. Da qualche giorno vedo soltanto Gesù. La Madonna è davanti a Padre Pio che implora verso di lei. Sono seduta sul letto e si è veduta Maria, la Madonna. I suoi capelli andavano in avanti, i miei all’indietro. Nel frattempo cadeva quella pioggia bianca. Ho visto Dio e poi Gesù, un po’ più su rispetto al volto del padre”.

La storia delle sorelle Tupputi che, dopo la morte della madre abbandonano Barletta, si ritirano in campagna e si isolano da tutto e tutti, mescola fanatismo religioso e follia.

L’inchiesta, condotta dal pm della procura di Trani, Luigi Scimè, è stata archiviata. Non ci sono profili di rilevanza penale e tantomeno un colpevole. Stando alla perizia psichiatrica sull’ unica sopravvissuta le donne sono rimaste vittima di una follia condivisa convinte che sarebbe bastata la preghiera a guarire dalla malattia. Ora Stefania è in un ospizio, desiderosa, di certo, di ricongiungersi con le sorelle, in attesa della tanto agognata resurrezione.