Skidelsky, Federer e una sfrenata ossessione

estratto da Federer and Me. A Story of Obsession” (Yellow Jersey Press, 2015)

di William Skidelsky

Roger Federer ha donato nuovamente bellezza al tennis. E lo ha fatto giocando una sua versione del potente gioco da fondocampo contemporaneo. È come se avesse imbottigliato la grazia che apparteneva al tennis delle epoche precedenti e lo avesse fatto decantare nello stile moderno. Per questa ragione, c’è una sorta di mitizzazione attorno alla sua figura. Ha sfidato la logica di quattro decadi di cambiamenti notevoli. Ogni cosa sembrava puntare ad un futuro in cui lui (o qualcuno come lui) sarebbe stato impossibile. Eppure non solo è esistito; è riuscito ad eccellere.

Che Federer sia un’eccezione è evidente da molti punti di vista. Ad esempio, dalla varietà e delicatezza del suo gioco; dal modo in cui si muove in campo con tanta leggiadria. Ma è anche evidente – è questo è un punto cruciale – dalla maniera con

cui i suoi colpi vengono realizzati. Federer ha trovato un modo per far sembrare gli incisivi colpi in topspin di rimbalzo armoniosi e pieni di grazia – un risultato che, a me, sembra ancora assai misterioso. Come spesso è stato detto, una delle ragioni per cui i suoi colpi sono così pieni di fascino è da attribuire al fatto che sembrano in qualche modo appartenere ad un’altra epoca. Eppure non c’è nulla di remotamente antico nel suo modo in ciò che fa con la palla. Ci troviamo dinanzi ad un paradosso. Come può essere risolto?

Ignorerò il rovescio, perché questo suo colpo, pur contribuendo notevolmente al fascino visivo del gioco di Federer, non presenta nessun tipo di problema interpretrativo. Il rovescio di Federer appare venir fuori dal passato perché colpire la palla con una mano è considerato un colpo tecnicamente datato; e quando giocato bene, sembra indubbiamente buono. Questo colpo è dal punto di vista strategico il punto di forza del gioco di Federer – con la possibile eccezione del servizio, è il colpo con il quale vince gran parte dei suoi punti – ed è di grande aiuto nello spiegare la forza del suo tennis.

Il dritto di Federer è sotto molti punti di vista un colpo moderno. Paragonatelo al dritto di Djokovic o Nadal, e troverete gli stessi elementi basilari. Eppure non si può negare che, in un modo sottile, difficile da definire, presenta delle differenze. È un colpo che appartiene al gioco moderno ma non del tutto. A questo punto, è necessario essere più specifici. La diversità del dritto di Federer inizia dalla impugnatura della racchetta. Egli usa quella che alcuni analisti hanno definito un’impugnatura “eastern modificata” – o, uno potrebbe dire, un’impugnatura eastern con caratteristiche semi-western. Non vorrei addentrarmi in tecnicismi, ma l’aspetto principale è che, in una maniera incredibilmente precisa, Federer posiziona la sua mano sul perfetto confine tra tradizione e modernità (o almeno fino al punto in cui queste qualità possono essere rilevabili nei dettagli del manico di una racchetta). Federer la sensazione per cui la sua impugnatura può essere antica o moderna, una cosa e l’altra.

Questo aspetto riveste una grande importanza. L’impugnatura fa una grande differenza in ciò che i giocatori possono fare con la palla, e nel modo in cui i loro colpi prendono corpo. Una modesta rotazione della mano attorno al manico – solo di pochi millimetri – altererà fortemente l’aspetto di un colpo. È opinione comune

ritenere che, in relazione al modo con cui s’impugna una racchetta, i giocatori otterranno alcuni vantaggi e alcuni svantaggi. Ad esempio, un’impugnatura più estrema, o avvolgente, rende più semplice accarezzare la palla e colpirla all’altezza del petto ma rende più difficile prenderla quando è bassa o in anticipo. Nonostante ciò Federer è riuscito ad evitare simili limitazioni, e ciò ha a che fare con la sua mutevole impugnatura. Grazie al suo essere ibrida, Federer può, a tutti gli effetti, dare vita a colpi che rientrano nella tradizione di questo sport e a colpi che fanno parte del gioco moderno; questo grandioso tennista è in grado di combinare il passato e il presente. Questo dà vita ad un flessibilità senza precedenti. Può colpire la palla quando è in alto o in basso, si trova a suo agio nel prenderla in ritardo e in anticipo, e riesce altrettanto a produrre differenti variazioni di spin.

La straordinarietà dell’impugnatura di Federer consente al suo dritto di manifestarsi in differenti modi. In questo senso, un aspetto importante è rappresentato dalla posizione del braccio. Nel 2006, lo scrittore e allenatore di tennis John Yandell sottopose il dritto di Federer ad un’intensiva analisi compiuta attraverso la visione di numerosi video, e notò che la posizione del suo braccio varia molto di più rispetto a quella di altri tennisti. Se il tuo braccio è disteso o no quando colpisci la palla di dritto dipende in gran parte dal modo con cui impugni la tua racchetta. Più la mano avvolge il manico più la curvatura del gomito (e anche del polso) incidono nel colpo. Un’impugnatura più verticale e tradizionale, al contrario, naturalmente conduce ad avere un braccio disteso – che era il modo con cui il colpo veniva giocato negli anni delle racchette in legno.

Molti tennisti oggi giocano il loro dritto con gomiti assai piegati gran parte del tempo, e non mutano in maniera significativa la posizione dei loro polsi. Ma Federer, fece notare Yandell, si muove costantemente tra differenti posizioni di gomito e polso, e inoltre li varia in relazione al grado di rotazione del suo busto (Yandell contò almeno venti differenti distinte variazioni del dritto di Federer; la maggioranza dei giocatori non ne possiede più di tre o quattro). Gran parte del tempo gioca questo suo colpo con in braccio disteso – ma non sempre. E siccome l’angolo del suo polso varia in maniera assai significativa, così come la posizione del suo corpo, la flessibilità del colpo è enormemente potenziata in termini di posizione da cui colpire la palla, di angolatura della rotazione, della quantità di forza, e della

direzione da impartire allo stesso. Federer, dalla sua parte del dritto, è in grado di colpire la palla in maniera ottimale da ogni parte del campo, con ogni immaginabile variazione di altezza, rotazione e potenza; e può farlo da ogni posizione. Per Yandell, il colpo è il “migliore del mondo”, offrendo i “vantaggi sia dello stile di gioco tradizionale sia di quello moderno senza limitazioni d’alcun tipo”.

Qualcos’altro di che contraddistingue il gioco di Federer dal punto di vista tecnico è la posizione della testa. Come è stato spesso osservato, egli ruota la testa in direzione della palla molto di più rispetto ad altri giocatori, e al momento dell’impatto i suoi occhi fissano la stessa (gran parte dei giocatori fissano un punto poca avanti alla racchetta). Anche dopo l’impatto, la sua testa resta un attimo ancora a fissare quel punto, come se stesse congelando il colpo nella sua mente. Yandell non è certo dei benefici che questo elemento può apportare al tennis dello svizzero. Al di là dell’efficacia sul suo tennis, però, di certo ciò contribuisce alla sua eleganza. Quando negli anni Ottanta e Novanta i colpi da fondocampo divennero più dinamici ed esplosivi, un certo senso di compostezza ed eleganza , conseguenza delle vecchie tecniche, fu perduto. Il dritto di Federer è assai dinamico, ma, nel modo in cui muove la testa e guarda attentamente e quasi teneramente la palla, c’è una persistente traccia di un’epoca precedente dominata da un’idea di gioco fatto di grazia ed equilibrio.

(traduzione Rossano Astremo)

Johnny Marr, Set the Boy Free: l’autobiografia (Sur, 2017)

 Johnny Marr, la sua chitarra e un sogno realizzato

di Rossano Astremo

Esce oggi in Italia l’autobiografia di Johnny Marr, “Set the Boy Free”, edita da Sur e tradotta da Anna Mioni. Il corposo volume è un viaggio a tutta birra lungo l’esistenza del fondatore – assieme a Morrissey – degli Smiths, gruppo di culto degli anni Ottanta, che nel giro breve di pochi anni ha pubblicato quattro album fondamentali  della storia della musica rock, “The Smiths” (1984), “Meat Is Murder” (1985), “The Queen Is Dead” (1986), “Strangeways, Here We Come” (1987), fino ad un improvviso quanto imprevisto scioglimento all’apice del proprio successo. Il libro in questione però non è solo il racconto dei cinque anni in cui quattro ragazzi di Manchester (oltre a Johnny alla chitarra e Morrissey alla voce, gli Smiths erano composti da Andy Rourke al basso e Mike Joyce alla batteria) hanno rivoluzionato la scena musicale britannica e non solo a colpi di riff originali e stranianti e testi poetici e “miserable”. “Set the Boy Free” passa in rassegna le tappe della vita di Marr, dalla sua infanzia a Manchester, dopo il trasferimento della sua famiglia dall’Irlanda, alla sua passione immediata per la chitarra che ha iniziato a suonare a partire dai cinque anni; dal pessimo rapporto con la scuola, abbandonata attorno ai quindici anni, all’incontro con Angie, la donna che l’accompagnerà per il resto della sua vita, madre dei suoi due figli, Nile e Sonny, nati rispettivamente nel 1991 e 1993; dal desiderio di formare un gruppo con cui poter scrivere le sue canzoni all’incontro con Stephen Morrissey, un ragazzo con qualche anno in più ma con la stessa sfrenata passione per la musica degli anni Sessanta e per l’abbigliamento bizzarro; dalle prime prove assieme, dove fin da subito si coglie l’intesa tra i due – alle partiture musicali di Johnny seguono nel giro di poche ore i testi di Morrissey e nei primi giorni di prova nascono canzoni che segneranno la storia del gruppo, “Miserable Lie”, “Handsome Devil”, “Hand In Glove” – alla produzione del primo disco e al seguente primo tour di successo; dagli anni passati in giro per il mondo a suonare, tra un album e l’altro, alla frattura insanabile, frutto dell’acuirsi sempre più marcato delle differenze caratteriali e non solo tra Marr e Morrissey. E poi gli anni in tribunale, seguiti allo scioglimento del gruppo, per volontà di Mike Joyce che voleva gli fossero riconosciute le stesse royalties dei due leader del gruppo, e ancora il suono della sua chitarra come centro della sua esistenza, con Marr che è entrato a far parte di altri gruppi musicali, dai The The agli Electronic, dai Modest Mouse ai Cribs, fino ad arrivare ai due album da solista del 2013 e del 2014. Un’autobiografia piacevole e diretta, il racconto di un uomo che nel mezzo della sua esistenza fa il bilancio di ciò che è stato, ritenendosi fortunato per aver trasformato in realtà il suo sogno d’infanzia: imbracciare una chitarra e suonare musica rock. Un’autobiografia che risponde, forse in maniera definitiva, alla domanda che da trent’anni oramai si pongono i giornalisti musicali di tutto il mondo: torneranno a suonare assieme gli Smiths? No, Marr risponde di no.  Non ci resta, per noi nostalgici del gruppo di Manchester, che andare  a recuperare i nostri vinili impolverati e lasciarci cullare dai riff  sbilenchi di Marr e dalla voce calda di Morrissey.

Karl Ove Knausgård, La pioggia deve cadere (Feltrinelli 2017)

“La pioggia deve cadere”: il tormentato apprendistato letterario di Karl Ove Knausgård

di Rossano Astremo

Uscirà a breve per Feltrinelli “La pioggia deve cadere”, quinto volume di “La mia battaglia”, l’autobiografia letteraria di oltre 3500 pagine dello scrittore quarantottenne norvegese Karl Ove Knausgård. Del sesto e ultimo volume è prevista l’uscita per il mercato editoriale anglofono nell’autunno 2018, mentre ancora non è stata fissata una data d’uscita in Italia.
Dopo il racconto della morte del padre nel primo volume, del suo trasferimento a Stoccolma, del suo innamoramento per Linda, del matrimonio e dei quattro figli avuti con lei nel secondo volume, dopo aver scavato nei ricordi più spigolosi e reconditi della sua infanzia nel terzo volume e aver raccontato il suo anno di insegnamento in un paesino sperduto della Norvegia settentrionale e i suoi problemi di approccio con le ragazze nel quarto volume, “La pioggia deve cadere” è il libro nel quale Karl Ove passa in rassegna, come sempre con minuzia di dettagli che rasentano l’ossessione, gli anni del suo apprendistato letterario, nel periodo vissuto a Bergen dal 1988 al 2002.
L’occasione del suo trasferimento, dopo l’esperienza conclusasi di insegnamento nel Nord della Norvegia, è data dalla necessità di frequentare l’Accademia di Scrittura di Bergen. Qui ha come insegnante, tra gli altri, Jon Fosse, descritto come timido, riservato e poco loquace fuori dalla scuola, ma assai severo e rigoroso durante le lezioni. Qui, ancora più importante, Karl Ove, il più giovane tra gli studenti dell’Accademia, riceve le prime delusioni da scrittore, i primi pareri negativi sulle sue qualità di narratore e poeta che lo conducono ad entrare in una profonda crisi e a lasciarsi andare, passando molti delle sue notti a bere fino a perdere i sensi.
Punto di riferimento in questi anni di Bergen per Karl Ove è il fratello Yngve, poco più grande di lui, con il quale vive momenti di tensione, come quando scopre la sua storia con una ragazza da lui tanto desiderata, cosa che spinge il nostro protagonista a non voler rivolgergli più la parola. Ma Yngve è il centro pulsante del suo mondo di affetti privati e presto il loro rapporto torna ad essere più forte di prima.
Bergen rappresenta per Karl Ove la risoluzione dei suo problemi con le ragazze. L’eiaculazione precoce, uno dei temi dominanti di “Ballando al buio”, lascia spazio ad un Karl Ove certo del suo fascino, voglioso di scoprire l’altro sesso senza inibizioni.
Dopo l’esperienza dell’Accademia, Karl Ove si iscrive alla facoltà di Lettere, luogo in cui conosce ragazzi che considerano come lui la lettura e la scrittura la loro unica ragione di vita. A ciò si aggiunge la prima relazione importante con una ragazza, Gunvar. I suoi anni trascorrono tra tentativi sempre falliti di scrivere il primo romanzo, scritture di saggi letterari per completare il suo corso di studi, lavori saltuari per riuscire a pagare l’affitto e i suoi vizi (libri e alcol), ore passate a suonare la batteria nel gruppo creato assieme al fratello e altri due musicisti, giornate passate in casa con le sue fidanzate (dopo Gunvar, nella sua vita entrerà Tonje).
Nel frattempo la madre conduce una vita appartata, dedita al lavoro e alla cura dei genitori anziani. Il padre è sempre più in preda alla sua dipendenza dall’alcol. I suoi amici Espen e Tore pubblicano il loro primo libro e Karl Ove continua ad essere uno scrittore non pubblicato e riempie il suo computer con file di romanzi abortiti, mentre i primi lutti cominciano a fare la comparsa nella sua vita: muoiono a breve distanza i genitori materni. Karl Ove sposa Tonje e il padre rifiuta di recarsi al suo matrimonio.
Il suo amico Tore lo mette in contatto con editore che ama un racconto che Karl Ove ha pubblicato su una rivista. Lo spinge a scrivere qualcosa di lungo. Karl Ove si rinchiude in isolamento per sedici mesi. Questo suo annullarsi nella scrittura mina il suo rapporto con la moglie. Il padre muore. Il romanzo d’esordio “Out of the World” (ancora inedito in Italia) viene pubblicato poco dopo la sua morte. Viene recensito ovunque.  Passano altri anni, Karl Ove precipita in una nuova spirale di depressione, d’assenza di scrittura, di necessità di altro. Sì, ma di cosa?
Un libro questo che cronologicamente si situa dopo “Ballando al buio” (quarto volume) e prima di “Un uomo innamorato” (secondo volume). Un libro che conferma l’indubbia qualità letteraria del suo autore. Knausgård non è un autore complesso come Proust (al quale spesso viene paragonato per la ricostruzione memorialistica del sua esistenza) o come David Foster Wallace (al quale viene paragonato per la mole della sua opera e per alcuni elementi extraletterari: un certo maledettismo esistenziale da grunge generation). Tutti possono comprendere ciò che scrive e, paradossalmente, questa sua aperta e immediata confessione, questa maniacale descrizione di molti momenti della sua quotidianità, questa che potremmo definire a tutti gli effetti un’autobiografia epica, con un eroe fragile che si mette a nudo senza remore e vergogne, questo suo egoriferirsi costante rendono la sua vita un contenitore molosso da cui attingere e in cui ciascuno di noi si riconosce.

Franco Cordelli, Proprietà perduta (L’orma editore, 2016)

Castelporziano e la fine del Novecento poetico

di Rossano Astremo

Diario? Pamphlet? Romanzo-referto?

Ogni definizione sembra stare stretta a questo indefinibile libro di Franco Cordelli, edito una prima volta da Guanda nel 1983 e ripubblicato di recente da L’Orma, nella collana “Fuori Formato” curata da Andrea Cortellessa. Al centro del testo il Festival Internazionale di Poesia avvenuto sulle spiagge di Castelporziano dal 28 al 30 giugno 1979. Evento cardine di una stagione culturale romana gloriosa, resosi possibile grazie al lavoro dell’assessore alla cultura Renato Nicolini, degli animatori del teatro underground Beat 72, Ulisse Benedetti e Simone Carella, da poco scomparso, e dell’autore di questo libro, Cordelli appunto.

Tre giorni in cui la spiaggia si fa palcoscenico per poeti provenienti da diverse parti del mondo, italiani, russi, francesi e americani: Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso, Diane Di Prima, tra gli altri.

Tre giorni che sono sia apice di un interesse di massa nei confronti della poesia, con pubblico da concerto rock, sia fine di un interesse critico nei confronti della stessa. Il pubblico della poesia in quell’occasione sfonda le barriere che lo tengono separato dal poeta e si fa esso stesso protagonista. Abbandona il ruolo di ascoltatore per impossessarsi del microfono e farsi esso stesso protagonista. Esempio di questa irreversibile mescolanza dei ruoli è la “Ragazza Cioè”, che durante la prima serata del Festival diviene assoluta protagonista della scena. Prendo in prestito le parole di Cortellessa: “Bassa e bruttina, coperta solo da una t-shirt bianca, strategicamente abbarbicata alla sua posizione, con tono petulante e un pesante accento meridionale interveniva di continuo e interrompeva tutti – senza che nessuno osasse toglierle il microfono dalle mani. E, ciò che più conta, senza dire assolutamente nulla (a parte tambureggiare «cioè», appunto, ogni tre o quattro parole) – se non il suo desiderio di esprimere le proprie «vibrazioni». Le sue parole, trascritte, sono la stele di Rosetta di una presenza al tempo stesso perfettamente aliena e, ahinoi, perfettamente a tono: «… cioè, perché non ti interessano le mie vibrazioni? Cioè non penso che non aggio parlato… il tempo che sono stata qui… […] cioè, sul fatto che io stongo qua e per voi vi crea fastidio che io stongo qua in un determinato modo […] … cioè a sto punto penso che c’è comunicazioni mie, vibrazioni mie, tutto quello che sento io sia totalmente eliminato, cioè per che cosa, cioè chi giudice supremo che decisione…»”.

La “Ragazza Cioè” rappresenta la sintesi perfetta di ciò che simbolicamente ha rappresentato Castelporziano per la poesia in Italia. La fine, con un tremendo anticipo ultraventennale, del Novecento, la fine del poeta considerato figura di spicco, intellettuale, conoscitore delle cose del mondo, degli Ungaretti, Bertolucci, Montale, Pasolini, aventi spazio nelle pagine dei più importanti quotidiani italiani. In fondo, l’ultimo tra i citati è sempre sul litorale laziale che è stato tragicamente martoriato pochi anni prima. Il pubblico della poesia abbandona l’ascolto e chiede di essere protagonista, ma il palco a Castelporziano crolla sia realmente che simbolicamente. Il crollo del palco è l’inizio della fine. Tutti a declamare versi, nessuno a riconoscerne più il valore, tutti a fare poesia, nessuna a comprarne, nessuna a leggerla. Il crollo del palco di Castelporziano non consente più di discernere il lavoro di Milo De Angelis da quello di Guido Catalano. Anzi, marginalizza il primo e incorona il secondo. La proprietà perduta del titolo e’ quella della poesia come esperienza in grado di mutare esistenze, scuotere coscienze, mettere in discussione, gioire, dolere. Cordelli, in queste pagine, in questa scrittura febbrile, concitata, colta ed esperienziale, firma il romanzo dei poeti che, attraverso l’evento di Castelporziano, toccano le masse e rinunciano alla matrice intellettuale del loro essere poeticamente gettati nel mondo.

Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance

I dubbi del cinghiale sul senso della vita

di Rossano Astremo

Uno tra i romanzi più strani, complessi, geniali e inclassificabili apparso in Italia negli ultimi lustri, “Il cinghiale che uccise Liberty Valance”(minimum fax), scritto da Giordano Meacci, e’ stato presentato sabato 3 dicembre alle 20 alle Officine Cantelmo nell’ultima edizione di “La Poesia nei Jukebox. Tra i cinque finalisti dellultima edizione del  Premio Strega, vinta da La scuola cattolica di Edoardo Albinati, il romanzo di Meacci racconta la quotidianità di un gruppo variegato di abitanti dell’immaginario paese di Corsignano, tra Toscana e Umbria. Qui c’è gente che lavora, donne che tradiscono i propri uomini e uomini che perdono una fortuna a carte. C’è una vecchia che ricorda il giorno in cui fu abbandonata sull’altare, un avvocato canaglia, due bellissime sorelle che eccellono nell’arte della prostituzione e una bambina che rischia la morte. E c’è una comunità di cinghiali che scorrazza nei boschi circostanti. Se non fosse che uno di questi cinghiali acquista misteriosamente facoltà che trascendono la sua natura. Non solo diventa capace di elaborare pensieri degni di un essere umano, ma, esattamente come noi, diventa consapevole anche della morte. A Lecce per la seconda volta, dopo la presentazione del suo libro di racconti Tutto quello che posso nel 2005, facciamo qualche domanda per Nuovo Quotidiano di Puglia a questo scrittore del tutto particolare.

Perché hai deciso di ambientare il romanzo a Corsignano, un borgo di provincia prodotto della tua finzione?

Corsignano è l’inizio vero di tutto. Per anni sono stato a scrivere pagine e pagine su questo borgo toscano (al confine con l’Umbria); due romanzi fiume ancora non-finiti. Finché Corsignano stessa non è precipitata – Corsignano è, per me, femminile – con tutte le sue mura e i suoi abitanti in questo universo di lettori. Accompagnata dal passo goffo di un cinghiale. E trasformata in romanzo compiuto proprio dal fatto che Apperbohr (questo, il nome del cinghiale) all’improvviso comprende – senza sapere perché – la lingua e i pensieri di quelli lui che chiama gli Alti sulle Zampe. Corsignano in realtà (con tutte le voci e le storie che la àbitano) sono io. E al tempo stesso è la somma di tutti i paesi tra la Toscana e l’Umbria (memoria e làscito famigliare) che ho amato durante la mia infanzia di piombo a Roma. Anche il nome è in qualche modo – citando Attilio Bertolucci – “inventato dal vero”. È il nome antico di Pienza. Quello che – in un universo diffratto – Pienza magari avrebbe potuto essere. Senza l’intervento di un papa che la rende Pienza, appunto. Alla fine, è sempre un gioco di incastri tra universi.

Tutte le vicende narrate si svolgono tra il 1999 e il 2000. C’è un significato simbolico in questa scelta narrativa?

All’inizio nasce tutto dal legame con gli altri romanzi su Corsignano mai finiti. Perché se vivi in un paese inventato – etimologicamente inventato – per quindici anni: alla fine quel tempo e quel luogo che racconti diventa sempre uno dei tuoi tempi (e luoghi) quotidiani. Poi, pensandoci, mi ha anche affascinato quest’errore planetario – festeggiare l’ultimo anno del secolo e del millennio come fosse l’inizio del secolo e del millennio nuovi – che è un po’ anche l’emblema di quanto siano umani – e quindi fragili, raffazzonati, imprecisi, impresentabili – gli esseri umani. Siamo un pianeta che sbaglia i calcoli del compleanno che s’è inventato per sé.

Perché l’idea di includere tra i protagonisti un cinghiale, Apperbhor? Cos’ha di speciale questo animale che altri non hanno?

Semplicemente: all’improvviso Apperbohr scopre un universo che non prevedeva attraverso le lingue (e i linguaggi) di quello stesso universo nuovo: quello degli abitanti di Corsignano. Non sa perché – non si sa perché: ma chi di noi sa realmente perché alcune cose fondamentali accadono? – e però si accorge, immediatamente, di non poter essere più né cinghiale tra i cinghiali né umano tra gli umani. Questa doppia dimensione sradicata mi ha affascinato da sùbito. E ora da qui, dalla distanza affettiva di parecchi mesi, mi trovo nellincertezza stupita e frastornata di chi si trovi a guardare con tenerezza un parto della sua immaginazione. Una tenerezza che non posso frenare, nonostante l’imbarazzo che questo comporta.

Il tuo è un romanzo linguisticamente complesso, di non facile accesso, specialmente in tempi come i nostri, dove il romanzo si fa intrattenimento e non strumento di conoscenza. Eppure è stato letto da migliaia di persone. Come ti spieghi questo successo? 

Questa è una di quelle domande (una delle tante della mia vita) a cui davvero non so dare una risposta. L’unica cosa che posso fare è limitarmi a ringraziare i lettori (e Apperbohr). Magari con la voce di uno dei miei miti assoluti, Andy Kaufman. ThankYouVeddyMuch!

Un romazo zeppo di citazioni, molte delle quali cinematografice, a partire dal titolo. Sei anche co-sceneggiatore di uno dei film di culto della scorsa stagione cinematografica, “Non essere cattivo”, del compianto Claudio Caligari. Il tuo lavoro proseguirà seguendo il doppio binario romanziere & sceneggiatore?

Sì. Credo che quello che mi appassiona di più nella scrittura sia proprio la scrittura. Possono cambiare le tecniche (la dimensione corale del cinema, quella singolare del romanzo): ma sempre – sempre – se una qualche storia m’incuriosisce e mi costringe a seguirla; ecco: non posso evitare di farlo. “Un poco come la vita, soprattutto come l’amore”, ha scritto Parise.  Per quanto riguarda le scritture in corso, posso solo dire che stiamo lavorando con la mia sorella extra-anagrafica Francesca Serafini (co-sceneggiatrice di Non essere cattivo); e che sono nella fase in cui le storie per un romanzo cominciano a girellare sempre meno sfocate nella testa. Almeno apparentemente. Solo: avrei bisogno di chiedere consiglio agli abitanti di Corsignano. Vediamo se avranno tempo per me.

Articolo apparso oggi sul Nuovo Quotidiano di Puglia

Rossano Astremo, 101 storie sulla Puglia che non ti hanno mai raccontato (Newton Compton, 2015, 5,90 euro): un capitolo

101-storie-sulla-puglia-che-non-ti-hanno-mai-raccontato_6770_x600

Ecco il libro

La lucida follia di Stefania Tupputi

Ho pregato per due notti, di seguito, per Titina e Carla. L’orologio ha ripreso a funzionare. La casa è in disordine, soprattutto la sala da pranzo. I libri si possono mettere al loro posto. Aspettiamo il momento di risorgere.

Stefania Tupputi, da una sua pagina di diario

Quando la notizia si diffonde, lo sconcerto è immenso. È la resa dell’immaginazione dinanzi alla tragicità del reale. Siamo nell’agosto del 2007 e la scena che si palesa dinanzi ai vigili del fuoco di Barletta è macabra. All’interno di una villa immersa nelle campagne di Canne della Battaglia trovano una vecchia signora seduta accanto alla carcassa di un grosso cane. Attorno a lei un vaso con urine ed escrementi sparsi per il pavimento. Il suo nome è Stefania Tupputi. Lei appare denutrita e in stato confusionale. Sin qui la storia rientra in una casistica non desueta. Il tragico si manifesta quando i vigili del fuoco, in una camera da letto ed in una veranda, trovano i corpi mummificati di due donne anziane. Sono Teresa (Titina) e Carla, le sorelle maggiori di Stefania. Secondo la donna, la sorella Carla sarebbe morta per una malattia mentre si trovava in veranda e non avendo la forza per spostarla, l’ha coperta con un materasso. La sorella maggiore Titina, invece, sarebbe morta nel suo letto per il dolore per la perdita di Carla.

Lo scenario non contiene solo corpi mummificati di donne, carcasse, feci e urine di animali, ma anche pagine vaganti e quaderni sparsi per le tre stanze della casa-cimitero. Sono le pagine di diario di Stefania Tupputi. Sono oltre cinquecento pagine che raccontano, dal 1984 al 2007, con minuzie di particolari, il resoconto delle giornate trascorse in assoluta reclusione.

Fondamentali per gli inquirenti, perché tramite la lettura di queste pagine si è data risposta a molti interrogativi sulla vicenda. Dagli appunti sembrerebbe che Carla sia morta all’ inizio del 2005 e Titina il 27 aprile del 2006. Quindi Stefania vive per più di un anno con i corpi morti delle sorelle. Perché questo? È una semplice storia di degrado? È proprio il diario che ci porta verso un’altra strada. Le pagine scritte con meticolosa precisione da Stefania sono intrise di misticismo. Non solo. Anche la casa è stracolma di immagini e suppellettili sacre.

Le sorelle Tupputi sono per anni adepte di una comunità religiosa, retta da un prete cattolico, che professa la resurrezione. Il prete va via da Barletta ma evidentemente le donne continuano a seguirlo.

Scrive il 13 maggio 2006, con le due sorelle già spentesi: “Ho pregato per due notti, di seguito, per Titina e Carla. L’orologio ha ripreso a funzionare. La casa è in disordine, soprattutto la sala da pranzo. I libri si possono mettere al loro posto. Aspettiamo il momento di risorgere”. O, ancora, l’8 luglio sempre dello stesso anno, in preda a visioni: “Vedo Maria sempre più chiaramente. È meravigliosa. Da qualche giorno vedo soltanto Gesù. La Madonna è davanti a Padre Pio che implora verso di lei. Sono seduta sul letto e si è veduta Maria, la Madonna. I suoi capelli andavano in avanti, i miei all’indietro. Nel frattempo cadeva quella pioggia bianca. Ho visto Dio e poi Gesù, un po’ più su rispetto al volto del padre”.

La storia delle sorelle Tupputi che, dopo la morte della madre abbandonano Barletta, si ritirano in campagna e si isolano da tutto e tutti, mescola fanatismo religioso e follia.

L’inchiesta, condotta dal pm della procura di Trani, Luigi Scimè, è stata archiviata. Non ci sono profili di rilevanza penale e tantomeno un colpevole. Stando alla perizia psichiatrica sull’ unica sopravvissuta le donne sono rimaste vittima di una follia condivisa convinte che sarebbe bastata la preghiera a guarire dalla malattia. Ora Stefania è in un ospizio, desiderosa, di certo, di ricongiungersi con le sorelle, in attesa della tanto agognata resurrezione.

Rossano Astremo, Marta: racconto

twombly_untitled_1970

Rossano Astremo
Marta

venerdì 24 maggio 1997, sera
Grottaglie

Oggi Marta, dopo la scuola, è venuta a casa mia a fare i compiti. Come molte altre volte, quest’anno. Abbiamo risolto assieme alcuni complicati esercizi di trigonometria e poi abbiamo ripetuto alcune pagine di Letteratura Inglese, perché domani quel rincoglionito del prof ha detto che interroga a tappeto, visto che mancano pochi giorni alla fine dell’anno e gli servono dei voti per i suoi “giudizi finali”. Sì, ma è di Marta che voglio parlarti. Sai quanto ci tengo a lei, sai quanto vorrei dirle che quello che provo per lei non è più un sentimento di amicizia ecc., te l’ho scritto in più di una occasione, e sai anche che non trovo le parole giuste per dirlo, che ho una fottuta paura che lei mi rida in faccia e che per la delusione io possa rinchiudermi nella mia camera senza uscire per un annetto, ascoltando a terremoto Disintegration dei Cure. Ecco, oggi per la prima volta ho avuto la sensazione che anche lei nutra nei miei riguardi un interesse “diverso”. Forse non sono solo il suo compagno di banco, l’amico con il quale scambia libri e musica, l’amico a cui confida i suoi litigi con i genitori, i suoi dolori dopo – ad esempio – la sua prima storia importante finita male qualche mese fa con quel coglioncello sfigato del batterista degli Zeman. Dico forse, perché non nutro molta fiducia in me stesso, dovresti saperlo, però oggi, dopo aver finito i compiti, mentre sorseggiavamo un tè caldo, seduti al tavolo della cucina, lei ha avvicinato la sua mano destra alla mia mano sinistra, ha preso il mio indice e il mio medio e li ha accarezzati lentamente e mi ha detto, fissandomi con quei suoi due occhi azzurri: “Arturo, è bello trovarmi con te qui, ora”. Poi ha continuato a tenere le mie dita tra le sue, ha abbassato lo sguardo e i suoi splendidi occhi hanno lasciato spazio al comparire della sua lunga chioma bionda e spettinata. Credo che sia giunto il momento di provarci. Metto da parte questa stronza insicurezza e mi tuffo. Non posso vivere tutta la vita con il rimorso di non averlo fatto. Tu che ne dici?

sabato 22 giugno 1997, notte
Grottaglie

Quello che ti sto per raccontare è davvero terribile. Apri bene le orecchie perché non c’è davvero limite al peggio in questo mondo di merda. Che schifo! Sono ore che mi danno tra le lenzuola del mio letto, provando a porre freno alla mia agitazione, ma non riesco ad addormentarmi. Eccomi qui, quindi, a dirti qual è la ragione di questa mia rabbia. Sai che Marta, come ogni anno, passa le vacanze estive nella sua casa a mare di Pulsano. Allora, dieci giorni fa, prima della sua partenza, mi ha detto che avrebbe tanto voluto che quest’anno l’andassi a trovare spesso, per trascorrere alcuni pomeriggi assieme in spiaggia, perché non voleva stare lontana da me tutti quei giorni. Non puoi capire quale gioia ho provato mentre l’ascoltavo. Ovviamente le ho detto che l’avrei raggunta quanto prima, che mi faceva un enorme piacere passare del tempo con lei, anche perché in effetti non ho in programma nessuna alternativa quest’estate (ma quest’ultimo è un pensiero che ho tenuto per me). Ecco il momento giusto, ho pensato dopo il nostro congedo, tra qualche giorno la raggiungerò e, approfittando del contesto spiaggia-mare-tramonto, le dirò tutto quello che davvero provo per lei. È la volta buona. Lo sento. Questo pensavo, povero coglione. Allora stamattina ho preso lo zaino, ho messo dentro un telo e i due regali che avrei voluto darle, il romanzo Diario di un millennio che fugge di Marco Lodoli e una cassetta assemblata dal sottoscritto con tutta la musica che sto ascoltando in questi giorni, Sonic Youth, Melvins, Siouxie, Pixies, roba del genere, ho fatto una chiamata sul fisso della sua casa al mare, ha risposto Sofia, la sorella gemella, mi ha passato Marta che mi ha detto che era supercontenta di vedermi. Ci siamo dati appuntamento al bar di Lido Silvana per le tre del pomeriggio. E io alle tre del pomeriggio ero al bar, puntuale, dopo aver preso un autobus, da Grottaglie, che in meno di un’ora mi ha portato al mare. Ho aspettato una decina di minuti, sorseggiando una birra Raffo gelata e poi l’ho vista apparire da lontano, già invidiabilmente abbronzata, con addosso un bikini verde fosforescente che donava luce alle sue lunghe gambe e al suo seno perfetto. Mi ha abbracciato e mi ha dato un bacio sulla guancia. Poi mi ha detto di seguirla. E così ho fatto. Lei avanti, a passi solerti, io a cinque metri da lei, con jeans, maglietta, sandali, sulle spalle lo zaino contenente i suoi regali , e nella mano la bottiglia con mezza birra da ingollare. Siamo giunti a pochi metri dalla battigia, laddove su qualche telo posto l’uno accanto all’altro, erano sdraiati tre ragazzi e due ragazze. Uno dei tre ragazzi, non appena ci siamo avvicinati, si è alzato di scatto e si è avvicinato a Marta sorridendole: “Marco, questo è Arturo, un mio compagno di classe. Arturo, questo è Marco, il mio nuovo fidanzato”. Caro diario, c’è bisogno che aggiunga altro?

lunedì 16 settembre 1997, sera
Grottaglie

Il primo giorno del mio ultimo anno di liceo è andato meravigliosamente. Ho deciso di occupare lo stesso posto dello scorso anno. Penultima fila, primo banco a sinistra. Affianco a me, per la prima volta, dopo quattro anni non c’è Marta. In classe sanno del nostro scazzo estivo e quindi ho chiesto a Dario di sedersi al suo posto. Lei ora è in ultima fila, vicino a Livio. Ha sempre bisogno di uno bravo in matematica vicino, altrimenti come fa a copiare, la stronza! E comunque ho deciso di non parlarle per tutto il resto dell’anno. Lei ha provato a chiedermi in tutti i modi le ragioni del mio silenzio, il perché della mia reazione, dopo quel momento fottutamente terribile della presentazione del suo fidanzatino tutto muscoli e zero cervello in spiaggia, con il sottoscritto, immenso coglione, con uno zaino pieno di doni per lei e con mille parole che mi rimbombavano nel petto che avrei voluto dirle. È bello essere con te qui ora, vediamoci questa estate, bla bla bla e poi dopo dieci giorni si fa scortare da un rozzo tarantino del quartiere Tamburi che aveva un costume bianco attillato di una volgarità sconcertante. Andasse affanculo, la stronza, e lei lo sa le ragioni per cui non le parlo e credo si senta in colpa, ma la rabbia è troppa e fa male e quindi quest’anno non voglio che mi si avvicini. Lontana da me! Che accarezzi le mani e tutto quello che vuole a quel troglodita di merda! O no? Cazzo!

lunedì 30 novembre 1998, pomeriggio
Lecce

Sono le prime ore del pomeriggio. Sono qui nella mia camera della Casa dello Studente, seduto sul mio letto. Sulle mie gambe una lettera che mi è stata consegnata un’oretta fa dal portiere. Dovrei studiare le dispense di Glottologia che ha consegnato oggi il professore a lezione. Non riesco a concentrarmi, però. Penso alla lettera, diario. È di Marta. Lei è a Milano. Non sapevo nulla della sua partenza al Nord. Non riesco a capire neanche come abbia fatto ad avere l’indirizzo a cui spedire la lettera. Avrà chiesto a mia madre? A qualche nostro compagno di classe? A Milano, quindi. Si è iscritta a Scienze Politiche. Per tutto lo scorso anno non ci siamo parlati, come sai. Fedele al mio intento non le ho rivolto parole, sguardi, gesti. Nulla di nulla. Sapevo che le cose con Marco procedevano, perché a volte, durante i minuti di ricreazione, sentivo che alcune compagne di classe le chiedevano dettagli sulla loro storia, sui loro sabato sera passati in discoteca o sulle loro domenica pomeriggio passate al centro di Taranto a mangiare gelati e pomiciare sulle panchine di Villa Peripato. Ascoltare quelle parole, seppur per sbaglio, mi faceva male e acuiva, a maggior ragione, la mia voglia di silenzio. Il giorno in cui uscirono i voti degli esami di Maturità la rabbia per il mio 58 venne presto messa in secondo piano dalla notizia che Marta aveva preso 48. Ecco, pensai, se avesse studiato assieme a me, invece di leccare gelati sulle panchine di Taranto! Cos’era la mia? Dopo un anno poteva chiamarsi ancora rabbia? Delusione? Gelosia? Eppure, diario, posso dirti che la lettura di queste parole inaspettate mi ha scosso. È una Marta triste quella che emerge dalla lettera. Dice che odia Milano, odia il tempo grigio, la continua pioggia, la gente fredda e indisponente, dice che ha nostalgia del mare, del caldo, dell’umanità delle persone. Frequenta poco i corsi universitari e passa molto tempo in camera a sottolineare con evidenziatori colorati le fotocopie delle dispense per sostenere i primi esami. No, non è più fidanzata con Marco da fine luglio. Sono stati assieme poco più di un anno. Un’amica in comune le ha confessato che Marco le inviava messaggi poco equivocabili sul telefonino. Marta non ci ha creduto. Ha voluto la prova. Ha voluto leggerli. Gli ha letti. E avrebbe voluto non farlo. Marta è triste perché ha dedicato un anno della sua vita ad un ragazzo che non solo mandava messaggi sconci alle sue amiche, ma che – questo lo ha scoperto dopo – flirtava con altre ragazze di Taranto, mentre lei era a Grottaglie a studiare. Marta è triste perché ha perso la verginità con lui. Pensava fosse quello giusto. Marta è triste e mi chiede scusa, non dice perché, ma dice: “Scusami, Arturo. Non riesco a pensare di vivere la mia vita senza più sentirti. Ho bisogno di parlarti. In questo momento così buio e confuso della mia vita, mi mancano le tue parole. Quindi, ti prego, ti chiedo di scrivermi e di ricominciare da zero. Non buttiamo per sempre quello che abbiamo costruito. Aspetto una tua lettera. Raccontami di te. Ricuciamo ciò che quest’ultimo anno ha strappato. Un bacio. Marta”. Ecco, diario, io non so cosa fare, non so cosa intende lei con ricominciare da zero, costruire, ricucire, so solo che queste parole mi confondono e per le prossime ore col cazzo che avrò la forza di studiare Glottologia.

giovedì 23 dicembre 1999, notte
Grottaglie

E’ accaduto.
Quello che avrei voluto accadesse qualche anno fa, si è concretizzato oggi, in questa fredda serata prenatalizia. Andiamo con ordine, però. Dopo un anno di lettere, di sms, di telefonate ed e-mail, questa sera io e Marta ci siamo visti. Era dal giorno in cui ci incrociammo di sfuggita dinanzi ai risultati degli esami di Maturità che i nostri corpi non occupavano lo stesso spazio. L’ultimo ricordo che avevo era una Marta piangente sulle spalle di Marilena per il voto conseguito. Anche questa sera ha pianto. Questa volta sulle mie spalle. Ci siamo visti, ci siamo salutati, con poco trasporto, poi abbiamo preso delle birre e le abbiamo bevute sui gradini della Chiesa Madre. Mi ha raccontato gli ultimi mesi della sua vita. Di molti dettagli ero a conoscenza, di altri meno. Ci ha tenuto a raccontarmi per filo e per segno la scansione delle sue giornate. Ci ha tenuto a precisare che la sua è una vita triste, che odia Milano, odia Scienze Politiche, odia i suoi coinquilini e odia anche se stessa. E poi ha iniziato a piangere. E a bere. E a dirmi quanto fosse importante la mia presenza nella sua vita, che mai avrebbe dovuto fidanzarsi con Marco e che avevo fatto bene a non parlarle per oltre un anno, che ora era tutto finito e io c’ero per fortuna, e ha iniziato a stringermi a sé, forte, fortissimo, in maniera asfissiante, tant’è che davvero stavo per perdere il respiro, con la mia bocca e il mio naso attaccati alla sua spalla, un tutt’uno che impediva d’ossigenarmi,e allora le ho detto spostiamoci, andiamo al Bar Commercio, ti offro una grappa, e così ci siamo allontanati e di grappe ne abbiamo bevute tre a testa e lei ha iniziato ad alternare alle lacrime delle strane risate, risate scomposte e rumorose nel bel mezzo del bar, e quindi l’ho presa e messa in macchina per evitar figure di merda a ripetizione e ho fatto un lungo giro attorno al paese oramai deserto vista l’ora e lei ha smesso di piangere e ridere e ha deciso che fosse giunto il momento di farmi un pompino, così, mentre guidavo per stradine contorte del Quartiere delle Ceramiche, ed è divenuta d’improvviso silenziosa e l’ho lasciata fare, ma poi, quando sotto di me la situazione iniziava ad essere interessante, ho deciso di fermarmi nei pressi del Campo Sportivo, ho ribaltato i sedili della Punto grigia di mia madre e ho pensato: “Ok, diamo un senso a questa serata!”. E, diario mio, scopare con Marta è stato stupendo. Ecco, come sai, in questi ultimi anni sono stato a letto con altre ragazze e anche in questo periodo ho i miei impicci con una bella mora di Copertino che studia Biologia, ma nel sesso fatto con Marta c’è stato qualcosa di nuovo. Se dovessi dare un nome a questa nuova cosa, direi disperazione. Marta nel sesso fatto per oltre un’ora in quell’auto era disperata. In quell’incontro di corpi feroce che ci ha visto protagonisti Marta ha dato forma e sostanza alla sua disperazione. Non saprei spiegarlo meglio, eppure rileggendomi so di essere stato nebuloso. Non volermene.

giovedì 10 agosto 2000, sera
Malaga

Sono passati alcuni mesi dalla notte di sesso in auto con Marta. Da allora, come sai, sono nuovamente sparito. Lei ha provato a contattarmi in tutti i modi, lettere, e-mail, chiamate, sms. Ho centinaia di sms pieni di insulti e decine di lettere che alternano immense dichiarazioni d’amore a feroci parole che mi accusano d’ogni malefatta. Marta sta male. Ha bisogno di cure. Mi pare evidente. Sono a Malaga, in vacanza, con Luisa, la mia ragazza. Le ho parlato di Marta. Le ho detto che c’è questa mia compagna di scuola che è impazzita e che io sono una delle sue ossessioni. Luisa è un po’ preoccupata. Le ho detto di stare tranquilla. Mi ha chiesto: “Cosa le hai fatto?”. Le ho risposto: “Nulla che lei non abbia fatto a me”. Quello che mi piace di questa storia con Marta è l’idea di poter esercitare del potere su un’altra persona. Marta sta male e io sto contribuendo al suo dolore. Spero di averle restituito parte del male che ha inflitto a me. Il suo ultimo sms è giunto oggi pomeriggio alle quattro. Ero con Luisa in un Chiringuito sulla spiaggia a sorseggiare un bicchiere di Sangria: QUESTA E’ L’ULTIMA VOLTA CHE TI SCRIVO. SAPPI CHE UN GIORNO CI RIVEDREMO E QUEL GIORNO SARANNO CAZZI TUOI, BASTARDO.

sabato 3 marzo 2007, notte
Roma

Questa sera al Circolo degli Artisti ho incontrato Marta. Sapevo che anche lei, dopo la laurea, si era trasferita a Roma. Gli amici in comune sono tanti e la voce gira. Non la vedevo da quasi sette anni. L’ultima sua comparsa era un sms in cui mi giurava vendetta. Invece non è andata così. Io ero con Cristiano, il mio coinquilino, anche lui originario di Grottaglie. Lei era con sua sorella Sofia. Ci siamo incontrati al bar. Cristiano le ha salutate, io ho accennato un ciao e poi ho ordinato da bere, disinteressandomi della conversazione. Con l’età la sua bellezza non accenna a diminuire. Anzi. Se negli anni del mio innamoramento era una bellissima ragazza, ora è una bellissima donna. Una volta lontani da loro, Cristiano mi aggiorna sui dettagli che è riuscito a captare. Vivono in un appartamento all’Eur. Lavorano entrambe all’Aeroporto di Fiumicino. Marta si occupa di Risorse Umane. Sofia fa la segretaria non ricordo di chi. Sono entrambe single. Anche noi siamo single, dice Cristiano, mi fa l’occhiolino e mi mostra un foglio con i numeri di telefono delle sorelle. So che ha un debole per Sofia da anni. Gli dico che ho già dato, ma che lui è libero di muoversi come meglio crede, e cambio velocemente discorso. Bene, spero solo che sia serena. Per un attimo ho temuto che m’avrebbe tirato un calcio nei coglioni. Non è andata così. Ora vado a dormire. Sono le quattro. Ah, il concerto di Moltheni è stato fantastico!

domenica 6 febbraio 2010, pomeriggio
Roma

Oggi Matilde compie 4 mesi. I giorni passano e tra lavoro, allattamento, pannolini, notti insonni, la vita mia e di Elsa sta divenendo sempre più affannosa. È giusto che sia così ed ogni momento vissuto con la piccola ci ripaga degli sforzi che stiamo facendo. Ti scrivo anche per dirti che oggi su Facebook mi ha chiesto l’amicizia Marta. E poi mi ha scritto un messaggio. Dice che Ginevra, una nostra comune amica di Grottaglie, le ha fatto sapere che sono diventato papà e che voleva farmi gli auguri. Ha detto di essere contenta per me e per la mia moglie/compagna. Ha aggiunto anche che lei ora ha incontrato un uomo fantastico, si chiama Filippo. Ha concluso dicendo di mandarle una foto della bambina, perché è tanto curiosa di vederla. Io le ho risposto che sono felice di sapere che ha incontrato una persona fantastica, che non sono sposato, che la mia compagna si chiama Elsa e ci amiamo tanto, che, sì, le spedirò volentieri una foto della piccola Matilde. Ho spedito il messaggio e ho accettato la sua richiesta d’amicizia. Penso che questa dimensione “adulta” del nostro rapporto non possa nuocere a nessuno. Quantomeno lo spero.

domenica 1 febbraio 2014, sera
Roma

E’ ricomparsa Marta, così, all’improvviso. Dopo alcuni anni in cui ci siamo osservati con distacco sulle rispettive bacheche di Facebook, mi scrive un messaggio alle ore 7:01 del mattino: “Arturo, ci prendiamo un caffè oggi? Ho bisogno di un amico!”. Ho capito che qualcosa era successo. Le ho detto di sì e ci siamo dati appuntamento a un bar in Piazza Zama. Vedendo le sue foto e i suoi status di Facebook mi sembrava una vita serena la sua, ricca di viaggi in posti esotici, luoghi di montagna, bacini con Filippo, sorrisi, yoga, citazione di Herman Hesse e Gabriel Garcia Marquez, cibi biologici e buon gusto nel vestire. A quanto pare Facebook inganna. Nessuna tra i miei quasi 5000 contatti del social network, ad esempio, è a conoscenza di quello che è accorso alla mia vita negli ultimi sei mesi. Ho perso il lavoro in casa editrice, Elsa mi ha sbattuto fuori dalla nostra casa, ho dormito una settimana in stazione fino a quando un mio amico ha tolto un po’ di vecchie cose dal suo sgabuzzino, ci ha messo una brandina e mi ha detto: “Puoi star qui tutto il tempo che ti occorre”. Ora, come sai, diario, ho trovato un nuovo lavoro in una scuola, vedo Matilde due volte a settimana e, ok, con Elsa le cose vanno di male in peggio e non credo torneremo insieme, ma la questione è che dello schifo che si è impossessato della mia vita negli ultimi mesi su Facebook non c’è traccia. Ci sono io che posto foto sorridenti di Matilde, io che posto link alle recensioni di libri che faccio sul mio blog, io che cito DeLillo, Wallace, Siti e Mari. Ecco, quindi perché sorprendermi quando, alle quattro del pomeriggio, Marta è comparsa splendida come sempre e con gli occhi lucidi a dirmi che con Filippo le cose vanno uno schifo, lei è pronta ad andare via da casa perché lui non vuole avere un figlio. Ha 40 anni, ma non se la sente. Vuole vivere tutta la vita come un ragazzino, ma loro si amano e quindi lei non si spiega perché non vuole un figlio. E poi c’è anche il fatto che lei è biologicamente e mentalmente pronta e non è che le restano molti anni per concepire una creatura tutta loro. “Perché Arturo? Perché Filippo non vuole un bambino da me? Non mi ama? Tu che sei un uomo, ti prego, dimmi cosa vi passa per la testa?”. Ecco, cosa mi passava per la testa in quei minuti passati ad ascoltare silente le parole di Marta? Trascorrono gli anni, ma il suo posto nel mondo è sempre così instabile, rincorre un equilibro che le sfugge dannatamente di mano, è alla costante ricerca di conferme che gli altri non possono darle, se prima non le trova in stessa. Le ho detto che trovavo il ragionamento di Filippo corretto. Un uomo non può decidere di divenire padre se non è pronto. Non può farlo solo perché lo chiede la donna che ama. Quello che a Marta non va giù è il fatto che lui possa amarla anche senza l’idea di volere un figlio da lei. È una cosa che la manda in bestia. E quindi o si decide a metterla incinta o è pronta a cambiare aria. Questo è quanto. Dopo un paio d’ore di conversazione, che meglio sarebbe definire monologo, mi ha chiesto: “Come state? E la bimba? Come mai mi siete trasferiti a San Giovanni? Non vi trovavate bene a Monteverde?”. Io non le ho detto la verità, poi, pochi minuti fa, prima di cominciare a scrivere questa pagina, le ho mandato un messaggio su WhatsApp: “Ti ho mentito. Vivo in uno sgabuzzino in via Britannia. Io ed Elsa non stiamo più insieme. Vedo Matilde nel week end. Gli ultimi mesi della mia vita sono stati terribili. Buona notte”. Marta ha visualizzato subito il messaggio, ma non mi ha ancora risposto. Come darle torto.

venerdì 14 marzo 2014, sera
Roma

Oggi pomeriggio mi ha chiamato Marta. Avevo da poco finito i colloqui con i genitori a scuola e stavo bevendo una Ipa al Beer Shop di Daniele, in Piazza Epiro. Aveva una voce gioiosa. Mi ha chiesto se avessi un minuto poiché voleva aggiornarmi sul suo “caso”. Così lo ha chiamato. Mi ha detto che ha iniziato un percorso di terapia con una psicologa bravissima che si chiama Emma e ha 75 anni. La sta aiutando tantissimo a tirar fuori parti di sé che non riusciva a vedere. Mi ha detto che noi abbiamo bisogno di colmare i vuoti. Ha aggiunto anche che se siamo infelici diventiamo compulsivi. Sì, compulsivi. Emma le dà fiducia e questo sta aiutando, di conseguenza, il suo rapporto con Filippo. Hanno ripreso a uscire la sera, ad andare ai cinema, agli aperitivi. fanno tantissimo l’amore, come non capitava da anni. Inoltre, ha detto velocissimamente, dando alle parole lo stesso tono di tutte le altre, non prende più la pillola da un mese quindi se la matematica non è un’opinione tra poco sarebbe giunta la lieta notizia. E questo pensiero le dà un’energia sorprendente. Le ho chiesto: “Filippo lo sa che non prendi la pillola da un mese?”. Mi ha risposto che ovvio che non lo sa, ma è sicura che lui è pazzamente innamorato di lei e una volta incinta s’abituerà all’idea. Si, ha detto proprio così: s’abituerà all’idea. Ah, prima della chiusura della telefonata mi ha chiesto: “Come sta la bambina?”

venerdì 25 aprile 2014, notte
Roma

Anche questa notte non riesco a dormire. Lo so, dovrei continuare a prendere le gocce di Lexotan, ma le ho terminate e ho dimenticato di riprenderle oggi. Sai perché ti sto scrivendo? Indovina chi ho trovato ad aspettarmi all’uscita da scuola? Sì, cazzo, proprio lei: Marta. Era totalmente fuori di sé oggi, non è che le ultime volte abbia dato segni di equilibrio, ma oggi ha toccato vette altissime di nonsense. Ricordi che ti ho scritto che ha smesso di prendere la pillola senza dire niente a Filippo? Son passati quasi tre mesi in cui fanno l’amore almeno 5 volte a settimana e niente, tutto regolare, nessuna bella notizia da urlare al mondo. Quindi lei inizia a sospettare che ci possano essere dei problemi di infertilità da parte di lui. Lei è rimasta incinta a 23 anni, nel periodo in cui non ci sentivamo – mi ha confessato che in quegli anni ha scopato con almeno una cinquantina di ragazzi – , e ha abortito, quindi è sicura che qualora ci siano problemi di infertilità le cause siano legate a Filippo. Quindi ha continuato, mentre dalla scuola ci recavamo al bar più vicino per un caffè: “Questo è la mia settimana fertile, Arturo, e ti prego di considerare quello che ti sto per dire. Forse Filippo non può avere figli, ma tu puoi avere figli perché tu hai una figlia, Arturo, quindi ti prego, pensaci, sono disposta a pagarti, ma scopami e mettimi incinta”. Le ho chiesto di abbassare la voce. Il bar era pieno. Io ero allibito. Settimana fertile. Scopami. Incinta. Cazzo, un po’ di contegno. Ha ripreso il discorso: “Vediamoci domani sera all’Hotel Caravel sulla Cristoforo Colombo. Ho prenotato una stanza per cinque notti. Ci vediamo, scopiamo e andiamo via. Ognuno a casa sua. Ripeto, posso pagarti. Pensaci stanotte e domattina mi dici”. Le uniche parole che ho detto sono state: “Marta, tu sei pazza. Totalmente”. Lei ha risposto: “Quindi ci stai?”. “No, Marta, mi pare una follia”. Mi ha dato un bacio sulla fronte e mi ha detto di pensarci con calma. Doveva scappare poiché aveva la lezione di yoga e non voleva arrivare in ritardo. Aveva bisogno di tutta quell’energia positiva, ha chiosato. È volata via lasciandomi con un caffè freddo e mille pensieri contorti e contradditori. Sono tornato a casa a piedi perché ho pensato che una lunga passeggiata potesse schiarirmi le idee. Mi son detto che forse dovrei bloccarla su Facebook e anche su WhatsApp. Forse dovrei addirittura cambiare numero di telefono. Quale beneficio può darmi la sua presenza nella mia disastrata vita? Diciamocelo chiaramente. Sempre fottutamente concentrata sulla sua esistenza, sulle sue mancanze, sui suoi problemi. E di me si è mai preoccupata? Eppure, nonostante la consapevolezza di ciò che ho appena scritto, caro diario, provo tenerezza per questa donna fragile. C’è qualcosa che ci lega, oggi come vent’anni fa. E questo qualcosa mi spaventa, ma non posso negare che esista. E quindi, ti starai chiedendo? E quindi ora ti lascio perché controllo su Tripadvisor i commenti dei clienti sull’Hotel Caravel, perché io di scopare in un posto di merda non ci penso proprio. Sia chiaro. Buona notte!