Skidelsky, Federer e una sfrenata ossessione

estratto da Federer and Me. A Story of Obsession” (Yellow Jersey Press, 2015)

di William Skidelsky

Roger Federer ha donato nuovamente bellezza al tennis. E lo ha fatto giocando una sua versione del potente gioco da fondocampo contemporaneo. È come se avesse imbottigliato la grazia che apparteneva al tennis delle epoche precedenti e lo avesse fatto decantare nello stile moderno. Per questa ragione, c’è una sorta di mitizzazione attorno alla sua figura. Ha sfidato la logica di quattro decadi di cambiamenti notevoli. Ogni cosa sembrava puntare ad un futuro in cui lui (o qualcuno come lui) sarebbe stato impossibile. Eppure non solo è esistito; è riuscito ad eccellere.

Che Federer sia un’eccezione è evidente da molti punti di vista. Ad esempio, dalla varietà e delicatezza del suo gioco; dal modo in cui si muove in campo con tanta leggiadria. Ma è anche evidente – è questo è un punto cruciale – dalla maniera con

cui i suoi colpi vengono realizzati. Federer ha trovato un modo per far sembrare gli incisivi colpi in topspin di rimbalzo armoniosi e pieni di grazia – un risultato che, a me, sembra ancora assai misterioso. Come spesso è stato detto, una delle ragioni per cui i suoi colpi sono così pieni di fascino è da attribuire al fatto che sembrano in qualche modo appartenere ad un’altra epoca. Eppure non c’è nulla di remotamente antico nel suo modo in ciò che fa con la palla. Ci troviamo dinanzi ad un paradosso. Come può essere risolto?

Ignorerò il rovescio, perché questo suo colpo, pur contribuendo notevolmente al fascino visivo del gioco di Federer, non presenta nessun tipo di problema interpretrativo. Il rovescio di Federer appare venir fuori dal passato perché colpire la palla con una mano è considerato un colpo tecnicamente datato; e quando giocato bene, sembra indubbiamente buono. Questo colpo è dal punto di vista strategico il punto di forza del gioco di Federer – con la possibile eccezione del servizio, è il colpo con il quale vince gran parte dei suoi punti – ed è di grande aiuto nello spiegare la forza del suo tennis.

Il dritto di Federer è sotto molti punti di vista un colpo moderno. Paragonatelo al dritto di Djokovic o Nadal, e troverete gli stessi elementi basilari. Eppure non si può negare che, in un modo sottile, difficile da definire, presenta delle differenze. È un colpo che appartiene al gioco moderno ma non del tutto. A questo punto, è necessario essere più specifici. La diversità del dritto di Federer inizia dalla impugnatura della racchetta. Egli usa quella che alcuni analisti hanno definito un’impugnatura “eastern modificata” – o, uno potrebbe dire, un’impugnatura eastern con caratteristiche semi-western. Non vorrei addentrarmi in tecnicismi, ma l’aspetto principale è che, in una maniera incredibilmente precisa, Federer posiziona la sua mano sul perfetto confine tra tradizione e modernità (o almeno fino al punto in cui queste qualità possono essere rilevabili nei dettagli del manico di una racchetta). Federer la sensazione per cui la sua impugnatura può essere antica o moderna, una cosa e l’altra.

Questo aspetto riveste una grande importanza. L’impugnatura fa una grande differenza in ciò che i giocatori possono fare con la palla, e nel modo in cui i loro colpi prendono corpo. Una modesta rotazione della mano attorno al manico – solo di pochi millimetri – altererà fortemente l’aspetto di un colpo. È opinione comune

ritenere che, in relazione al modo con cui s’impugna una racchetta, i giocatori otterranno alcuni vantaggi e alcuni svantaggi. Ad esempio, un’impugnatura più estrema, o avvolgente, rende più semplice accarezzare la palla e colpirla all’altezza del petto ma rende più difficile prenderla quando è bassa o in anticipo. Nonostante ciò Federer è riuscito ad evitare simili limitazioni, e ciò ha a che fare con la sua mutevole impugnatura. Grazie al suo essere ibrida, Federer può, a tutti gli effetti, dare vita a colpi che rientrano nella tradizione di questo sport e a colpi che fanno parte del gioco moderno; questo grandioso tennista è in grado di combinare il passato e il presente. Questo dà vita ad un flessibilità senza precedenti. Può colpire la palla quando è in alto o in basso, si trova a suo agio nel prenderla in ritardo e in anticipo, e riesce altrettanto a produrre differenti variazioni di spin.

La straordinarietà dell’impugnatura di Federer consente al suo dritto di manifestarsi in differenti modi. In questo senso, un aspetto importante è rappresentato dalla posizione del braccio. Nel 2006, lo scrittore e allenatore di tennis John Yandell sottopose il dritto di Federer ad un’intensiva analisi compiuta attraverso la visione di numerosi video, e notò che la posizione del suo braccio varia molto di più rispetto a quella di altri tennisti. Se il tuo braccio è disteso o no quando colpisci la palla di dritto dipende in gran parte dal modo con cui impugni la tua racchetta. Più la mano avvolge il manico più la curvatura del gomito (e anche del polso) incidono nel colpo. Un’impugnatura più verticale e tradizionale, al contrario, naturalmente conduce ad avere un braccio disteso – che era il modo con cui il colpo veniva giocato negli anni delle racchette in legno.

Molti tennisti oggi giocano il loro dritto con gomiti assai piegati gran parte del tempo, e non mutano in maniera significativa la posizione dei loro polsi. Ma Federer, fece notare Yandell, si muove costantemente tra differenti posizioni di gomito e polso, e inoltre li varia in relazione al grado di rotazione del suo busto (Yandell contò almeno venti differenti distinte variazioni del dritto di Federer; la maggioranza dei giocatori non ne possiede più di tre o quattro). Gran parte del tempo gioca questo suo colpo con in braccio disteso – ma non sempre. E siccome l’angolo del suo polso varia in maniera assai significativa, così come la posizione del suo corpo, la flessibilità del colpo è enormemente potenziata in termini di posizione da cui colpire la palla, di angolatura della rotazione, della quantità di forza, e della

direzione da impartire allo stesso. Federer, dalla sua parte del dritto, è in grado di colpire la palla in maniera ottimale da ogni parte del campo, con ogni immaginabile variazione di altezza, rotazione e potenza; e può farlo da ogni posizione. Per Yandell, il colpo è il “migliore del mondo”, offrendo i “vantaggi sia dello stile di gioco tradizionale sia di quello moderno senza limitazioni d’alcun tipo”.

Qualcos’altro di che contraddistingue il gioco di Federer dal punto di vista tecnico è la posizione della testa. Come è stato spesso osservato, egli ruota la testa in direzione della palla molto di più rispetto ad altri giocatori, e al momento dell’impatto i suoi occhi fissano la stessa (gran parte dei giocatori fissano un punto poca avanti alla racchetta). Anche dopo l’impatto, la sua testa resta un attimo ancora a fissare quel punto, come se stesse congelando il colpo nella sua mente. Yandell non è certo dei benefici che questo elemento può apportare al tennis dello svizzero. Al di là dell’efficacia sul suo tennis, però, di certo ciò contribuisce alla sua eleganza. Quando negli anni Ottanta e Novanta i colpi da fondocampo divennero più dinamici ed esplosivi, un certo senso di compostezza ed eleganza , conseguenza delle vecchie tecniche, fu perduto. Il dritto di Federer è assai dinamico, ma, nel modo in cui muove la testa e guarda attentamente e quasi teneramente la palla, c’è una persistente traccia di un’epoca precedente dominata da un’idea di gioco fatto di grazia ed equilibrio.

(traduzione Rossano Astremo)

Su “Smash” e “Girl in a band”

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Leggere per riappropriarti del tuo passato

Rossano Astremo

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Ripenso alla mia adolescenza, ai miei anni vissuti in un piccolo paese in provincia di Taranto, alla mia casa in campagna, a mia madre, a mio padre, ai miei fratelli, ripenso ai pomeriggi estivi passati davanti alla tv a guardare i tornei del Grande Slam, al 5 giugno 1989, ottavi di finale del Roland Garros, Chang contro Lendl, il cino-americano che stende al quinto set il numero uno al mondo, smontando il suo gioco robotico a suon di lob, drop-shot e banane, ripenso alle ore di video musicali visti su Video Music, al video di 100% dei Sonic Youth,  a Kim Gordon algida, che saltella eterea con i suoi occhiali neri e la sua fake t-shirt degli Stones al ritmo del suo basso  e con mia cugina Maria Grazia pensavamo da dove cazzo sbucano fuori questi, ripenso a questi anni meravigliosi e tristi, come meraviglioso e triste è tutto ciò che ti marchia a fuoco, e ripenso a questa linea d’ombra della mia esistenza mentre sfoglio le pagine di due libri che ho letto di recente, “Smash. 15 racconti di tennis” (La nave di Teseo), che raccoglie le storie di un gruppo ben assortito di narratori italiani contemporanei, e “Girl in a band. L’autobiografia” (minimum fax) di Kim Gordon. Non hanno davvero nulla in comune i due libri, eppure hanno condotto il sottoscritto a ripensare a ciò che è stato, un amante del tennis e della musica distorta e rumorosa, alla mia racchetta Head che trasformavo alternativamente in attrezzo sportivo col quale prendere a pallate una delle facciate della casa della mia vicina fingendomi Goran Ivanisevic o in una Fender Jazzmaster di Thurston Moore dei Sonic Youth, mentre spacca lo spazio sonoro sussurrando docile versi come “Now I come near you / And it’s not clear why you fade away”. Grottaglie, anni ‘90, Liceo, audiocassette, noise, periferia, tennis, Circolo Monticello, tag del mio piccolo mondo antico, venuti alla luce grazie all’immersione tra le pagine dell’esistenza irripetibile di Kim, della sua adolescenza hippy, della sua giovinezza punk e della sua maturita’ da icona rock immarcescibile, del suo amore per Thurston, della sua vita mai doma, della sua passione smisurata per l’arte, del suo essere mamma, della fine del grande amore, e poi ancora i miei anni meravigliosi e tristi riaffiorati tra le pagine delle storie raccontante da Sandro Veronesi, con il suo sogno di divenire tennista imbattibile durante i suoi anni giovanili in Toscana, da Marco Missiroli, Giorgio Falco, Mauro Covacich, Elena Stancanelli, autori dei racconti migliori, secondo me, in un libro pieno di racconti poco riusciti. Due libri che per il tutto il tempo mi bisbigliavano alle orecchie, hey, Rossano, se sei l’uomo di oggi lo devi anche al tennis e ai Sonic Youth e noi siamo qui a ricordartelo, siamo qui a ricordarti da dove provieni, a non dimenticarti che uno tra i momenti più emozionanti della tua vita c’è stata la vittoria di Paolo Canè contro Mats Wilander, in Coppa Davis, a Cagliari nel 1990, con la telecronaca sciamanica di GIampero Galeazzo e che il primo bacio a una ragazza lo hai dato mentre ascoltavate la traccia numero 9 di “Evol”, Expressway to YR. Skull.

 

Richard Williams, “Black and White: the way i see it”: esce negli Stati Uniti il 6 maggio: un estratto

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“Black and White: the way i see it”
di Richard Williams

Oggi il mondo mi vede come un uomo famoso che ha pieno controllo del suo destino, ma nessuno sa quanto la mia giovinezza mi abbia definito prima come bambino, poi come marito e come padre. Da quando posseggo la coscienza, odio il mio nome perchè non è stato accompagnato dall’amore di mio padre. Mi ricorderà sempre l’uomo che mi ha lasciato da solo e ha abusato di mia madre. Quando ero bambino, ho faticato a capire perchè mio padre mi ripudiasse e non mi volesse. Ancora oggi, queste domande continuano a non avere risposta e mi sento a disagio con gli altri e con me stesso, senza tenere in considerazione il rispetto che ho conquistato. A Shreveport, la mia famiglia e io vivevamo in una baracca con tre stanze, accanto ai binari delle ferrovie. La casa era talmente messa male che un semplice vento avrebbe potuto raderla al suolo. Visto che mio padre non mi ha dato nulla, ho deciso che avrei dato alla mia famiglia tutto quello che avevo. Più avrei lavorato, più avrei aiutato mia mamma e i miei fratelli. In questo modo, mi sentivo orgoglioso di me. I soldi che portavo a casa servivano a malapena a sbarcare il lunario, ma siamo sopravvissuti. Di solito andavo nel bosco e cacciavo le rane per poter mangiare. Sparavo ai conigli e rubavo i polli. Un giorno ho comprato un po’ di carne al mercato e ci ho trovato i vermi. Era inverno e avevamo così tanta fame che non potevo permettermi di buttarla via. L’ho cucinata, vermi compresi. Non era la prima volta che mangiavamo cibo contaminato. Non potevamo buttare via nulla, neanche la carne cattiva.
Quando avevo otto anni, sono rimasto affascinato dall’idea di rubare. Non so perchè: forse l’idea di farla franca dopo aver commesso un crimine, o il fatto che il reato fosse contro i bianchi. Qualunque fosse la ragione, era l’inizio di una carriera prosperosa. A dodici anni, ho creato un giardino nel nostro cortile. C’era talmente tanta roba da riempire una fattoria. Tutto quello che non riuscivo a crescere, lo rubavo ai bianchi: angurie, pesche, fragole, more, pomodoci, noci di ogni tipo. Le noci Pecan erano il mio più grande business durante il periodo natalizio. Avevo 13 anni, e le mie iniziative imprenditoriali erano abbastanza efficaci per spostarci in una casa un po’ migliore, al numero 514 di East Seventy-Seven. Il mio nuovo migliore amico era un ragazzo chiamato “Lil Man” (piccolo uomo, ndr), che gestiva la Cedar Grove Gang. Aveva uno sguardo sempre malizioso e non aveva paura di niente e di nessuno. Di lui si diceva che avesse rubato in pieno giorno. “Ehi, io posso rubare qualsiasi cosa. Una volta ho strisciato sotto il recinto del Vecchio Thomas e ho rubato un maiale. Lo rifarò di nuovo, Richard”. Il Vecchio Thomas era un agricoltore bianco che viveva in periferia. Era un membo del Ku Klux Klan e aveva già ucciso un paio di neri che avevano cercato di imitare Lil Man. L’ultima volta che ho visto Lil Man aveva il cappello all’indietro e sorrideva. Tre giorni dopo, alcuni cacciatori hanno trovato il suo corpo senza vita, appeso a un albero. Gli avevano tagliato entrambe le mani. Pare che Mr. Thomas fosse nel corso di una riunione del Ku Klux Klan quando Lil Man ha provato a rubare un altro dei suoi maiali. Il Klan lo ha catturato e ha deciso di utilizzarlo come esempio. Era un avvertimento per gli altri neri che avevano intenzione di rubare. Non ci fu alcuna indagine formale. Nessuno è mai stato interrogato. Nessuno ha potuto provare chi ha ucciso Lil Man, perchè nessuno ci ha provato. Il Klan ha imperversato per tutto il sud, convinto di poter violare impunemente i neri. Solo una volta si sono avvicinati a me. Ancora oggi, non ricordo il motivo della lotta, del perchè sono arrivato a combattere con tre uomini bianchi in mezzo alla strada, coperti da sangue, sporco e polvere mentre la gente ci guardava. Alzai gli occhi e vidi che tra la folla c’era mio padre. Assisteva alla scena senza muovere un dito per aiutarmi. Diede un’occhiata a quello che succedeva, e appena la folla si è voltata verso di lui in cerca di un altro nero da colpire, come bersaglio per la loro rabbia e il loro odio, è scappato via lasciandomi solo. E’ terribile non essere amato, sapere che tuo padre ti avrebbe lasciato morire piuttosto che alzare un dito per aiutarti. E’ stato un rifiuto così freddo che brucia ancora nella mia memoria: ha fatto qualcosa che i bianchi non avrebbero mai potuto fare. Ha creato un dolore così profondo nella mia anima che non ho mai dimenticato o perdonato. La rabbia era la mia vita. Ho trovato la forza sfidando il Ku Klux Klan per vedere fino a dove sarei arrivato. Prima di lasciare Shreveport per Chicago, ho pensato di restituire un pezzo di quello che era stato dato a me. Stavo per infiltrarmi nel Ku Klux Klan. I miei amici Big Mo e Louis avevano rapporti con la figlia di un agricoltore bianco, di nome Lucy Clavens. Lei era come un cucciolo obbediente, e sapevo che avrebbe detto a Louis dove il padre teneva il suo vestito del Klan. Big Mo lo trovò proprio dove indicato, appeso a un chiodo nella capanna degli attrezzi. La mia preoccupazione era nascondere il colore della mia pelle. La maschera aveva solo dei piccoli buchi per gli occhi, così non mostrava alcun segno della pelle, e l’abito era lungo fino al pavimento. Le mie sorelle avevano acquistato del trucco in farmacia per dipingere di bianco le mie mani in modo credibile. Dopo il tramonto, con la mia bicicletta blu scuro ho pedalato in un quartiere bianco con il vestito del KKK ben piegato dentro la mia giacca. Ho nascosto la la bicicletta tra i cespugli, ho attraversato tre isolati, mi sono infilato in un vicolo, ho indossato la veste e mi sono messo il trucco sulle mani. Ho camminato per due isolati prima di scegliere le mie vittime: un agricoltore e il figlio adolescente, seduti sulla panchina di un parco. Bevevano e fumavano. Entrambi indossavano stivaletti da lavoro, t-shirt e tute. Ho annusato il loro fumo, ho sentito il suono graffiante quando si strofinavano sulle loro facce ruvide. Il mio odio è aumentato, e così il desiderio di restituire tutto quello che era successo a me. Ho sentito la potenza dell’anonimato. Ho preso un bastone, mi sono avvicinato alle loro spalle nel buio, li ho colpiti in testa, hanno gridato e sono caduti per terra. Sono scappato il più veloce possibile. Ho pedalato lentamente lungo la strada fino a uscire dalla zona bianca, poi ho pedalato come se fossi inseguito dal diavolo in persona. Quando sono entrato nel mio giardino, il mio cuore batteva ancora dalla scarica di adrenalina.

Il tennis, da “Tutto questo silenzio” (Besa, 2010)

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da “Tutto questo silezio” (Besa, 2010)
di Rossano Astremo & Elisabetta Liguori

Tennis, il riscatto, sabato 31 gennaio 2009

Il gioco è sottomesso al volo della palla che schizza via come pietra sullo stagno. Il gioco asseconda rotazioni, volteggi e sbuffi di vento. Ci sono gorghi trascinanti. Ci sono fattori che determinano la frenata. Ci sono linee da non varcare, reti da oltrepassare, corpi da assalire.
Ci sono momenti che incidono in maniera irripetibile: memoria muscolare, scarica di adrenalina e frammenti di polvere.
Carlo è sceso in campo con una voglia smaniosa di vincere. L’umiliazione subita la scorsa settimana è ancora intatta nella sua mente. Un 6-1 6-0 che lascia l’amaro in bocca. Fuori dal campo nessun rancore, ma una volta nel perimetro di gioco la voglia di vendetta si fa totalizzante. Mirko invece sembra scarico. Le gambe non mulinano a dovere e il suo gioco fatto di forza e rapidità gira a vuoto. L’irregolare comparire di flebili raggi solari non attutisce un freddo lancinante e dunque le loro divise, che fanno molto torneo Atp, sono tenute nascoste da ben più coprenti tute felpate.
Dopo aver subito un 6-3 iniziale, Mirko reagisce mettendo in difficoltà il fratello, soprattutto con accelerazioni di dritto e con continue palle corte. Vince il tie-break del secondo set grazie a una battuta davvero incontenibile. Carlo ha il solito problema nel rispondere di rovescio sulle battute centrali e potenti del fratello.
Eppure oggi il match sembra essere equilibrato.
Sì, è vero, il gioco è sottomesso al volo della palla che schizza impazzita, furente, imprevedibile, ma è la mente a fare la differenza, a determinare angolature vibratili, a produrre direzioni schizoidi, a creare dinamiche impreviste. Nel terzo e decisivo set è proprio la mente a giocare un cattivo scherzo a Mirko. La sua solita concentrazione sembra svanire. In un attimo, come macchia su superficie tersa, che distrugge l’immacolato splendore.
Sul campo solo la sua ombra. Carlo gli strappa subito il servizio.
Poi la stanchezza inizia a farsi sentire. Carlo non corre più. Si sposta con lentezza. Si fa riprendere sul 3 pari, ma con le ultime energie in suo possesso arriva a giocarsi due match point sul 5-3 con il fratello al servizio. Qui Mirko va a rete per annullare la prima palla match e chiude con il dritto incrociato sulla seconda. Ma nel game successivo Carlo chiude la partita tenendo a zero il servizio.
Punteggio finale 6-3 6-7 6-4.
Carlo torna a vincere dopo un lungo calvario, scandito solo da umilianti sconfitte.
– La moglie dice al marito: “Voglio farmi un intervento di chirurgia plastica!” Il marito, continuando a leggere il giornale, ribatte serenamente: “Amore… fare la chirurgia plastica è come cambiare le piastrelle in bagno: cambi le piastrelle ma il cesso rimane comunque!!!”
– …
– Non mi dire che questa non ti è piaciuta!
– …
– Beh, allora devi sentire questa…
– Ma quante ne conosci?
– Questa è proprio forte! Il marito ritorna a casa alle ore piccole, naturalmente sbronzo. La moglie lo aspetta con la scopa in mano. Nonostante i fumi dell’alcol, il marito dice alla donna: “Ti sei alzata presto per pulire la casa oppure stai per prendere il volo con la scopa?”
Mirko accenna un sorriso. Sorseggia un prosecco, seduto a un tavolino del bar del Circolo Tennis Monteverdi.
Carlo ha ordinato un cioccolato caldo.
Il cioccolato è lì intatto, che si fredda, mentre Carlo, un fiume in piena galvanizzato dalla vittoria, sciorina le sue battutacce da osteria.
– Finalmente una briciola di sorriso! Te ne stai lì, con in mano quel cazzo di bicchiere, senza spiccicare una parola, senza inveire come al solito contro di me, per averti soffiato indegnamente la vittoria da sotto il naso, senza implorarmi di smettere con queste mie barzellette da sfigato.
– …
– Mirko, cosa c’è che non va?
– Sono solo un po’ stanco.
– Il lavoro?
– Il lavoro.
Mirko ordina un altro prosecco. Carlo beve il suo cioccolato ormai gelato. Fuori un tiepido sole lascia spazio al sopraggiungere di una serata illune.
– Come mai stasera Federica non viene a cena?
– Aveva già preso un impegno.
– Non mi dire che è il solito incontro mensile con le sue ex compagne di liceo!
– Pare proprio di sì.
– E le ragazze?
– Non lo so. Andranno fuori con i loro amici. Il sabato non restano mai in casa.
– Certo che sono proprio cresciute, non trovi?
– …
– Ricordi il giorno in cui nacque Paola?
– Che fatica!
– Mamma e papà tempestarono di telefonate tutti per diffondere la notizia.
– Avvertirono addirittura gli zii dell’Australia.
– E lì era piena notte!
– E il caldo che c’era quando nacque Luce?
– Pieno luglio. Una delle estati più calde del secolo. Il mio matrimonio stava andando a rotoli.
– Ma Stefania venne in ospedale a vedere la piccola, o sbaglio?
– Sì, è stata l’ultima estate che abbiamo passato sotto lo stesso tetto.
– Sembrano passati pochi anni e, invece, eccole lì che son diventate già donne. Mi fa venire i brividi.
– Cosa?
– Questo discorso del cazzo.
– Se vuoi possiamo cambiare discorso.
Mirko ordina un terzo prosecco. Carlo ha lasciato tutto il cioccolato nella tazza. Si fa portare un whisky.
– Irina ha tanta voglia di passare del tempo tutti assieme.
– Stasera dovrà accontentarsi di me. A proposito, a che ora si cena?
– Noi in genere cominciamo verso le nove.
– Ok. Allora alle nove sarò da voi.
– Sì, ma quando potremmo passare un po’ di tempo assieme?
– …
– …
– Spero presto.

Gianni Clerici, Già malati al primo Slam (15 gennaio 1989 su “La Repubblica)

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Gianni Clerici
Già malati al primo Slam

I CAMPIONATI Internazionali d’ Australia, che iniziano domani al Flinders Park di Melbourne, sono la prima prova del Grande Slam, che comprende Roland Garros, Wimbledon, Flushing Meadows. Iniziato nel 1905, il torneo aveva dovuto attendere 23 anni per applaudire un vincitore straniero, Jean Borotra. Alla testa dello squadrone parigino del Racing, l’ ora novantenne Borotra aveva affrontato la circumnavigazione di ben quattro settimane, per scoprire gli ottimi campi in erba australiani, ma soprattutto per propagandare pompe di benzina delle quali era rappresentante. I giocatori di quei tempi erano, beninteso, purissimi dilettanti. La visita di Borotra lasciò tracce nel libro dei record, e nel cuore di un paio di ragazze, ma si dovette attendere il 1933 perché il torneo acquistasse un maggior rilievo. Furono paradossalmente i giornalisti americani John Kieran e Allison Danzig ad offrire una patente di nobiltà agli Australian Championship. Prima della finale dei campionati d’ America del ‘ 33, i due scrissero che se l’ australiano Crawford li avesse vinti, avrebbe realizzato su un campo da tennis un Grande Slam, in zona e contrato, come dicono i bridgisti. Craword non ci riuscì, ma l’ idea era tanto buona che restò nell’ aria finché Donald Budge riuscì a darle corpo, col suo quadruplice successo nel 1938. La collocazione in gennaio aiutò molto il torneo, sino al 1977, quando per ragioni di calendario diventò il quarto dell’ anno. Questo demotivò i grandi, declassò la prova. E’ infatti ovvio che in gennaio una decina di puri folli può pensare di vincere i quattro grandi campionati, ma è altrettanto ovvio che, a dicembre, a sperare ce n’ è rimasto soltanto uno, o neppure quello. I Campionati d’ Australia subirono anche la crescente concorrenza del tennis indoor, e sarebbero insomma finiti come gli Internazionali romani o anche peggio, se i dirigenti di laggiù non avessero avuto il coraggio di abbandonare i vecchi campi in erba dello stadio Kooyong per un complesso nuovo di zecca, alle soglie della città, Flinders Park. E’ questo l’ unico stadio al mondo dotato di un tetto apribile, e nonostante certe contestazioni dei tennisti, non si può negare che simile opera di grande ingegneria ben rappresenti la sfavillante griffe del torneo. Le discussioni per il nuovo fondo hanno preso non meno di tre anni, e hanno addirittura condotto ad accusare il presidente australiano Tobyn di interessi privati in atto pubblico. Non ho ancora provato quel campo, sul quale il sottofondo in cemento è ammorbidito da uno strato elastico. E’ comunque certo che la sua base rigida non è certo ideale per il gran numero di ex-malati e di convalescenti, che non possono comunque permettersi di saltare una prova tanto importante. Tra questi il più incerto sembra Mats Wilander, il cui misterioso male alle tibie necessiterebbe sì l’ estate australe, ma anche gli abbandoni di una spiaggia. Intervistato dal decano degli scribi vichinghi, Torsten Tegner, Mats ha trovato modo di ingannarlo, inducendolo a tracciare un sorridente profilo in cui si racconta che quando c’ è la salute c’ è tutto. L’ anno passato, Wilander iniziò la trionfale annata che doveva condurlo a tre quarti di Slam proprio sotto la volta del neonato Flinders Park. Ora sento dire al campione del mondo che il torneo è un test. Dolessero ancora le tibie, l’ infaticabile maratoneta prenderebbe in considerazione un riposo pigrissimo, magari sei mesi. Con i ritmi di oggi, sono distacchi quasi proibitivi, anche per un equilibratissimo giovanotto di 24 anni. Pure Borg abbandonò per un semestre, ed eccolo qui, coniugato Bertè. Dopo l’ alt, McEnroe sta ancora lottando per ritornare primo ma, con tutta l’ ammirazione, non lo vedo nemmeno secondo. Insieme a Wilander ritornano vari convalescenti di lusso, da Becker (piede) a Cash (tendine), da Mecir (vertebra) a Leconte (caviglia). E’ lapalissiano che la loro guarigione, completa o meno, influirà moltissimo sui risultati. Tre infortuni, l’ anno passato, furono un tale handicap, per il campione del mondo Lendl, da non fargli vincere niente di grosso. Si capisce quindi che il tennis sia sempre più uno sport per asini vivi, se mi si passa la rozza citazione. Ho davanti a me soltanto i primi turni dei sedici favoriti, e non posso quindi fare un’ analisi attenta delle mine vaganti, tipo quel Woodford che potrebbe rimandare a Parigi Noah sin dalla prima giornata. L’ impressione è che il quarto di tabellone migliore sia quello di Becker e cioè il secondo quarto dall’ alto. Maggiori trappole nella metà bassa, che potrebbe addirittura offrire Edberg-Cash, la finale di due anni fa, negli ottavi! E’ certo un buon torneo, l’ Australian Open, ma non vale gli altri tre grandi, nonostante la data sia ritornata quella di una volta. Infatti, la sedicesima testa di serie maschile, Mansdorf è il numero 26 del mondo, e quella femminile, l’ australiana Provis, il numero 33. Il torneo maschile è comunque più duro e incerto di quello femminile, che ha una favorita come Steffi Graff. Soltanto due ragazzi e quattro nostre ragazze si sono avventurati laggiù. Mentre ci sono 23 tedeschi, 20 svedesi, 16 francesi, 12 cecoslovacchi, e addirittura 10 olandesi. Nell’ inviare auguri al povero Panatta, che viaggia in stampelle, non posso sottolineare un simbolo tanto evidente del nostro sfascio. Incurante di ciò, il Presidente Galgani batte i sentieri dei circoli italiani, e si prepara ad essere rieletto.
L’ ITALIA CON LA REGGI
QUESTI i match degli italiani. Nel primo turno qualche possibilità sia per Nargiso che per Pozzi. Nargiso numero 90 contro Reneberg (Usa) 128, il vincitore incontrerà Cash. Pozzi 165 contro Graab (Usa) 91. In campo femminile, Raffaella Reggi testa di serie numero 13 contro Stacey. Golarsa 79 contro Bowes (Usa) 59. Bonsignori 99 contro Meier (Germania Ovest) 98. Caverzasio, 108, contro Simpson (Canada) 132.

15 gennaio 1989, La Repubblica