Stefano Liberti, A sud di Lampedusa: intervista

Tutta l’infinita umanità
di Rossano Astremo

Stefano Liberti, giornalista del Manifesto, da anni segue gli aspetti meno conosciuti dei movimenti migratori dall’Africa verso l’Europa. “A sud di Lampedusa”, il reportage narrativo da poco pubblicato da minimum fax, è il resoconto di un lavoro giornalistico durati cinque anni, un lasso di tempo in cui ha incontrato “migranti che preferiscono chiamarsi avventurieri, politici africani sudditi dei diktat europei, indiani bloccati in mezzo al deserto e piccole città sorte dal nulla”.
Stefano, come è nata questa “ossessione”, come da te definita in apertura del libro, che ti ha spinto a compiere cinque anni di viaggi sulle rotte dei migranti?
L’ossessione è nata dall’esigenza di capire le regioni che muovevano e muovono i giovani africani a sobbarcarsi viaggi spesso sfiancanti e lunghissimi per arrivare in Europa. Nel corso dei miei viaggi ho avuto modo di rivedere molte delle certezze che avevo e molti delle proiezioni che mi ero fatto. In particolare, sono entrato in contatto con un’umanità particolare, combattiva, tenace e per niente ingenua. I migranti africani sono il ceto medio del continente. Non sono gli ultimi o i dannati della terra, come si crede da noi. Sono per lo più giovani istruiti, che partono perché non trovano nei propri paesi di origine sbocchi professionali adeguati alla propria formazione.
Da Tangeri a Lampedusa, passando per Senegal, Niger, Mauritania, Algeria e Turchia. In questi anni hai incontrato centinaia di persone, ciascuna con la sua storia da raccontare. Qual è quella che ricordi con maggiore forza?
Non parlerei di un’unica storia. Nel corso dei viaggi, ho incontrato centinaia di persone, ognuna con il proprio bagaglio di esperienze, con la propria vitalità, con i propri sogni nel cassetto. Molte persone le ho incontrate più di una volta, anche in posti molto distanti. Con alcuni ho stabilito un rapporto di amicizia. Ho mantenuto i contatti. Di molti altri ho perso le tracce. Certo è che nei vari snodi migratori dove sono stato sono entrato in contatto con un’umanità per così dire in transito, che ha sviluppato un proprio linguaggio, un proprio codice comportamentale. In un certo modo, possiamo dire che si è venuta a creare una meta-comunità di viaggiatori, con regole precise e ben definite.
Più volte nel corso del libro ti interroghi sulla liceità del tuo lavoro di giornalista (“Riflettei su quanto la linfa del mio mestiere fosse trovare gente disperata, il più disperata possibile; su quanto per me sarebbe stato disastroso se gli immigrati avessero ricevuto degna accoglienza, perché il mio racconto sarebbe stato più debole”). Ci puoi spiegare meglio questo tuo punto di vista?
Il giornalista è sempre a caccia di notizie. Vive delle disgrazie e delle miserie altrui. Il problema è che quando entri in contatto con una realtà e ti avvicina ad essa in modo eccessivo, sviluppi un’empatia che ti porta a interrogarti sul senso del tuo lavoro. Questo è quanto mi accaduto in varie fasi di questi miei viaggi. Io non credo che il giornalista debba essere freddo e cinico; deve vivere le cose che osserva; entrare in contatto con le persone e le vicende che racconta. Ma al contempo deve riuscire a mantenere una “giusta distanza”. Quando si avvicina troppo, rischia di rimanere immobilizzato. Questo è il rischio che ho corso. Io alla fine ho continuato il mio viaggio – e il mio racconto – solo perché ho creduto che il raccontare le storie di quelle persone potesse aiutarle. Potesse restituire loro una dignità, un’umanità. Ma non so se sono riuscito nell’intento, o se invece mi sono cullato in un’illusione.
Durante la prima presentazione romana del libro hai insistito sull’importanza che, nella realizzazione di “A sud di Lampedusa” ha avuto il tuo editor Christian Raimo. Puoi dirci come si è svolto il lavoro e come Christian è intervenuto?
Christian ha seguito passo passo la stesura del libro. Ha letto e riletto ogni capitolo, invitandomi ad approfondire alcuni argomenti, ma soprattutto a mostrare una maggiore partecipazione al racconto. Per chi, come me, è abituato a scrivere in un giornale, non è facile usare l’io e partecipare in modo attivo alla propria narrazione. Il giornalista, per definizione, deve essere un osservatore, deve rimanere dietro le quinte. Ma nel momento in cui il giornalista si confronta con la dimensione libro, deve ovviamente smettere questi panni ed essere più presente a se stesso. Non è un caso che in questo libro, come si diceva anche prima, io mi interroghi a più riprese sul ruolo del giornalista.
Come giudichi le prime misure prese dal nuovo Governo sul fenomeno immigrazione. Quali potranno essere gli scenari futuri in Italia e quali, a tuo modo di vedere, le necessarie modifiche al presente sistema legislativo?
Le prime misure prese o annunciate dal governo mi sembrano molto demagogiche. Il nuovo esecutivo mira a creare un sistema di deterrenza per l’immigrazione irregolare attraverso il rafforzamento degli strumenti repressivi e coercitivi. Credo che queste misure non siano né economicamente né socialmente sostenibili. Poco ci si interroga a mio avviso su una realtà evidente e correlata a quella che viene definita “immigrazione clandestina”: in Italia esiste immigrazione irregolare perché c’è un vasto settore di lavoro informale in cui chi non è in regola può immettersi. Interi settori dell’economia italiana sono basati su questo assunto. A mio avviso, bisognerebbe combattere il lavoro nero più che l’immigrazione irregolare.

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