Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax, 2016)

Il cantore d’amori, morti e digressioni
Rossano Astremo

Il primo incontro (settembre 2005)

Il mio primo incontro con Giordano Meacci risale al settembre del 2005. Sono andato a prelevarlo dalla stazione di Lecce, con una Marbella rossa scassata e molta voglia di conoscerlo di persona. Era ospite di una manifestazione letteraria, il “Gran Bazar”, che si svolgeva presso l’ex Convento dei Teatini. Io all’epoca ero uno degli organizzatori dell’evento – nato da quella mente meravigliosa che risponde al nome di Mauro Marino – e Giordano aveva da poco pubblicato la sua raccolta di racconti “Tutto quello che posso” (minimum fax), il suo primo libro di “fiction”, dopo un atipico reportage sugli anni di Pasolini, professore a Ciampino, e una guida sui personaggi minori nella storia della letteratura. Avevo molto amato quel libro ed in particolar modo “Gli stati indecisi della materia”, un racconto che ha come protagonista un certo Leone Madruzzi, un monaco del Seicento – l’ultima persona su cui è finito lo sguardo consapevole di Giordano Bruno prima di essere bruciato vivo – incastrato nel videoregistratore di Alfredo Marconi, un dipendente comunale romano in piena crisi esistenziale, combattuto tra l’amore sfumato per Eleonora, sua fidanzata da nove anni, e le insistenze di suo suocero, un certo Ugo Bernardelli, che, prima della sua morte, vuol vedere accasata e sistemata la sua adorata figliola. Ma quel libro era molte cose assieme: massimalismo narrativo, ipertrofia dell’immaginazione, sintassi picaresca e conoscenza lessicale sconfinata. Tutti elementi che sono una felice costante della sua prosa. Prima di “Tutto quello che posso”, i miei occhi si erano posati un altro paio di volte su testi di Giordano. Ricordo un numero di “Nuovi Argomenti” del 2004 dal titolo “Questo non è un romanzo” dove c’era anche un estratto di un suo romanzo all’epoca incompleto e inedito dal titolo “Jazzrusalem” dal titolo “Tra Stirner e lo svanire dell’immaginazione” (“Jazzrusalem”, a dirla tutta, è un romanzo che Giordano non ha ancora completato, nel quale tra paragrafi, monologhi, digressioni e piccoli romanzi di formazione, si snoda una struttura di tre macro capitoli composti da una folla di personaggi secondari. Il tutto scandito dagli assi cartesiani x (il 1999) e y (l’anno 0)). Sempre nel 2004 avevo letto un suo racconto all’interno dell’antologia “La qualità dell’aria”, curata da Nicola Lagioia e Christian Raimo, dal titolo “Più bella del reame”. Quando io e Mauro ci siamo a tavolino per decidere di invitare qualche “gggiovane” scrittore italiano per dare lustro alla nostra manifestazione, non ho avuto molte difficoltà nel pensare a Giordano. La giornata passata con Giordano è stata assai piacevole. Siamo andati a casa, abbiamo mangiato qualcosa assieme e poi siamo stati in giro tra le viuzze del centro storico di Lecce, in attesa che giungesse l’orario del suo incontro con il pubblico. Quel giorno ho compreso subito che mi trovavo dinanzi ad un amabile conversatore, uno scrittore dalla cultura enciclopedica (citazione di film, libri, dischi a dismisura) e dalla memoria prodigiosa, un amante delle divagazioni, una persona umile e assai generosa. Dopo l’incontro, ricordo che Giordano è dovuto partire immediatamente perché la mattina seguente avrebbe dovuto svolgere la prova scritta di un Dottorato. Quel Dottorato poi lo ha vinto e tema della sua tesi fu proprio il Giordano Bruno di cui parlava il racconto che mi convinse più di tutti a portarlo a Lecce.

Gli anni che seguirono (2005-2015)

Negli anni seguenti, i miei contatti con Giordano sono stati sporadici ma continuativi. Un suo racconto dal titolo “The ®Heaven” è apparso nel numero di settembre 2005 della rivista cartacea “Vertigine”, che ho diretto per alcuni anni. Tema del racconto un reality show dove a contendersi la vittoria a colpi di metafisiche contrapposte sono alcune tra le più importanti figure religiose di quel tempo poco remoto (Benedetto XVI in primis) – “(in) Australia sudorientale, ai margini del Gran Deserto Vittoria: un immenso studio televisivo a cielo aperto in grado di accogliere e “bonariamente isolare” le anime più sante del globo”. Poi nell’agosto del 2006 abbiamo passato un paio di giorni assieme tra Lecce e Melpignano. E quello che ricordo di quelle due giornate sono la sua Ford Fiesta messa male, l’aspro sapore di Campari Gin a stomaco vuoto e poc’altro. Dopo il mio trasferimento a Roma, molti sono stati gli incontri d’occasione o casuali, in cui mi aggiornava sulla sua scrittura. Il lavoro su “Jazzrusalem” continuava, ma il suo maniacale lavoro d’accumulo di mondi possibili all’interno di uno stesso libro e il suo perfezionismo rendevano la pubblicazione complicata, o comunque non immediata. A questo s’aggiungeva il fatto che aveva iniziato a scrivere un altro romanzo, e poi stava lavorando su altri progetti, tra cui la stesura di una sceneggiatura per il cinema. Ecco, mi sembrava un cantiere in pieno fermento. Nel 2012 l’ho coinvolto in un progetto antologico curato assieme a Mauro Maraschi dal titolo “Esc. Quando tutto finisce”. Obiettivo dell’antologia era quello di affidare a 11 scrittori italiani il tema della profezia Maya sulla fine del mondo e declinarlo a loro piacimento. Giordino ci ha consegnato un racconto dal titolo “Tredici improbabili ipotesi di fine, appena prima dell’epilogo”, dedicato alla vita di Clyde Tombaugh, l’astronomo che scoprì Plutone.
Poi ricordo una sera al “Circolo degli Artisti”, durante un incontro per “Piccoli Maestri” nel 2013 in cui siamo restati a giocare a biliardino e a bere birre fino a notte fonda (in effetti non mi pare fosse un buon periodo per entrambi). E in quell’occasione mi ha parlato per la prima volta del suo terzo progetto narrativo su cui stava lavorando, che era questa storia avente come protagonista un cinghiale che avrebbe dovuto far parte della collana “Zoo. Scritture animali” curata da Giorgio Vasta e Dario Voltolini per :duepunti. Questa storia del cinghiale sembrava sfuggirgli di mano, le cartelle stavano aumentando a dismisura, mentre i precedenti lavori della collana superavano di poco le 60 pagine. Giordano è pur sempre l’autore che ha pubblicato un libro di 5 racconti per un numero complessivo di 300 pagine. La forma breve non sembra essere il suo forte. Poi, è stato ospite, nel luglio 2014 in un “Citofonare Interno 7”- l’evento letterario che si svolge in case private e che organizzo a Roma e non solo dal 2008 –  svoltosi al Pigneto, assieme ad Edoardo Albinati e Gaia Manzini, serata in cui ha letto alcune pagine inedite del suo “Jazzrusalem”. Infine, nell’ottobre del 2015, è tornato a “Citofonare Interno 7”, questa volta in una casa speciale, Casa Bellonci, assieme a Diego De Silva, Giorgio Vasta e Valeria Parrella per leggere un estratto di quello che da lì a pochi mesi sarebbe diventato il suo tanto atteso – non solo dal sottoscritto, dopo dieci anni di silenzio editoriale – primo romanzo, “Il cinghiale che uccise Liberty Valance”.

Finalmente “Il cinghiale” (2016)

A Casa Bellonci Giordano ha letto pagine tratte dal capitolo 19, quello avente come protagoniste le sorelle Arletta e Marzia Traversari. La storia delle due sorelle prostitute chiuse in una Panda a fare sesso con un loro affezionato cliente, interrotte dalla carica furiosa di un cinghiale, conteneva già molti elementi che ho poi riscontrato nella lettura completa del libro .
Gli elementi di cui parlo sono:1) lo smodato amore per le digressioni (l’apertura di frasi incidentali che con forza centrifruga allontanano il lettore dal piano focale della scena per condurlo per mano in altri anfratti narrativi che poi riportano al punto di partenza); 2) un montaggio che frantuma la fabula (la storia si svolge tra il 1999 e il 2000. I 52 capitoli però non seguono per nulla lo sviluppo della fabula, ma sono un continuo andirivieni temporale a cavallo del nuovo millennio); 3) la mescolanza dei toni (nel capitolo letto a Casa Bellonci si ride e si piange nello stretto giro di poche pagine. Comico e tragico coesistono nella costruzione di mondi possibili di Giordano); 4) l’ossessiva varietà lessicale (Giordano è un allievo di Luca Serianni, professore di Storia della Lingua Italiana e questa sua passione per lo studio della nostra lingua è atavico. Nel suo romanzo assistiamo alla presenza di regionalismi, volgarismi, aulicismi, forestierismi, neologismi, tutti tenuti assieme con estrema perizia – senza dimenticare l’invenzione di sana pianta della lingua dei cinghiali, con in appendice un prontuario con appunti di grammatica e fonomorfosintassi cinghialese); 5) le citazioni che minano il testo (a partire dal titolo che richiama in maniera poco velata “L’uomo che uccise Liberty Valance” di John Ford, il romanzo è costellato di citazioni cinematografiche (come se il mondo del cinema potesse essere una sorta di lente ermeneutica d’ingrandimento per entrare nel mondo molosso di Corsignano)); 6) l’amore per i personaggi secondari ( questo amore è evidente fin dalla pubblicazione del sopraccitato saggio del 2002 “Fuori i secondi. Guida ai personaggi minori”). In particolar modo, nelle vicende che vedono protagonisti gli uomini e le donne di Corsignano, paesino immaginario situato tra la Toscana e l’Umbria in un recente passato, assediati da un gruppo di cinghiali atipici, sembra quasi che il paese e i cinghiali siano le Colonne d’Ercole da non oltrepassare per contenere la sua voglia di raccontare la vita della gente comune.
Amedeo, Agnese, Antonia, Andrea, Walter, Fabrizio, Durante, e i tanti altri personaggi che costellano il romanzo, sono i protagonisti di una costruzione narrativa polifonica che avrebbe potuto non avere fine.
Giordano mostra sempre la sensazione di non volersi liberare dei suoi personaggi. Il suo massimalismo è così esasperato che pare voler titanicamente scrivere un libro che contenga tutto il mondo e la consapevolezza del fallimento di questa idea che lo attanaglia gli impone di porsi dei limiti.
A questo s’aggiunge che il suo sperimentalismo non è mai gelida performance formale; le montagne russe della sua sintassi hanno a bordo personaggi che vivono, amano, soffrono e, sì, a volte muoiono.
Come ogni grande romanzo che si rispetti.
E “Il cinghiale” è un grande romanzo.

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