Claudia Ruggeri: un ricordo a vent’anni dalla morte

Vent’anni senza Claudia

di Rossano Astremo

 

Era un sabato pomeriggio di fine ottobre del 1996 quando una giovane ragazza dal corpo esile, dai capelli neri come la pece e dagli occhi profondi come il mare nelle giornate che dicono burrasca, si confessò nella chiesetta di San Lazzaro ad Alessano, paesino del sud Salento, per poi ritornare nella sua casa  leccese e decidere, dopo poche ore, di lanciarsi nel vuoto dal balcone della sua abitazione. Il suo nome era Claudia Ruggeri. All’epoca del tragico epilogo aveva 29 anni. Oggi ne avrebbe avuti poco meno di 50. E forse, se avesse continuato a scrivere con la stessa rapsodia e magia dei suoi anni acerbi e lieti, sarebbe tra i poeti italiani più celebrati del nostro tempo. Assieme a Valerio Magrelli. Assieme a Mariangela Gaultieri. Assieme a Milo De Angelis, Patrizia Cavalli, Maurizio Cucchi o Patrizia Valduga. Il suo debutto letterario avvenne in una festa dell’Unità del 1985, quando per un reading si presentò vestita di nero, con una gonna lunga fino alle caviglie, un cappello rosso a nascondere il suo taglio androgino di capelli. La sua lettura fu magica e la folla restò  meravigliata e catturata.

Fu l’inizio di un percorso poetico che la portò  nel corso di poco più di un decennio a pubblicare un corpus minimo di liriche, tutte facenti parte del poema sul quale la Ruggeri lavorò per anni, l’Inferno minore, uscite su L’Incantiere, giornale nato all’interno del laboratorio di poesia presente nell’Università di Lecce. Il resto dei suoi versi, raccolte in un altro poema, Pagine del travaso, scritto nell’ultimo periodo della sua vita, ed altre poesie sparse, ebbe la sua prima pubblicazione, assieme al poema apparso sul giornale universitario, nel 2007, undici anni dopo la sua morte, da peQuod, con il titolo Inferno minore, grazie all’interessamento e alla curatela di Mario Desiati, all’epoca caporedattore della rivista letteraria fondata da Moravia e Carocci, “Nuovi Argomenti”, lettore appassionato dei versi della Ruggeri, il quale, nel passaggio seguente, ha sintetizzato bene l’originalità della sua scrittura: “Claudia Ruggeri è un caso unico e irripetibile di questi anni. Ha creato un suo universo poetico originale e molto coerente. Ha inventato una nuova lingua letteraria come pochi sono riusciti nella sua generazione. Questa lingua è fatta di arrovellamenti lessicali, parole trobadoriche, riferimenti colti e popolari, tradizione italiana, orfismo, un simbolismo esasperato. Poi è riuscita a imbastire una scena di personaggi all’interno della sua poesia, quasi una vocazione al teatro. Proprio quella teatralità che ha sempre spinto Claudia Ruggeri a scelte estreme nella composizione della sua scrittura e della sua poetica, quella teatralità che sprigionava nelle sue letture pubbliche. Era teatrale sino alla sua stessa esistenza”.

In vita la Ruggeri cercò, partendo dalla bodiniana “perifieria infinita” nella quale viveva, di far conoscere a “chi di dovere” i suoi  versi, spedendoli ad influenti intellettuali del tempo. Importante fu il contatto con Franco Fortini, con il quale intrattenne una corposa comunicazione epistolare.  In una di queste lettere Fortini diede un consiglio alla Ruggeri: abbandonare i suoi versi ingioiellati, la sua poesia barocca, complessa, indecifrabile per un ritorno alla “leggerezza” della scrittura. Dietro questo consiglio da critico, se ne celò un altro che aveva poco da spartire con la letteratura. Fortini individuò la forte instabilità della Ruggeri (“il punto non è di scrittura ma di esistenza”) e le disse che un allentamento di questa tensione psichica era la prima meta da raggiungere. Il consiglio di Fortini cadde nel vuoto. La sua poesia si fece sempre più complessa ed enigmatica, seguendo le onde smerigliate della sua mente luminosa e contorta.

Dopo la pubblicazione dell’opera a cura di Desiati, si sono succeduti molti interventi volti a celebrare il lavoro della giovane poetessa salentina: saggi critici, raccolte postume, documentari. Nell’ultimo decennio il verbo della Ruggeri, grazie anche al passaparola “internettiano”, ha superato i confini provinciali per estendersi, sia pure nella nicchia dei cultori del genere poetico, in tutta Italia. Non sufficiente per rendere la sua opera canone, ma attestazione innegabile dell’epidemica funzione dei suoi versi che ibridano corpo e mente e sono rispecchiamento fragile del nostro sempre complesso essere scagliati al mondo.

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