Paolo Canè, “il più grande talento che il tennis italiano abbia mai avuto”

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Paolo Canè, “il più grande talento che il tennis italiano abbia mai avuto”

di Rossano Astremo

Ha scelto come immagine di copertina del suo profilo Facebook una foto che lo ritrae assieme ad alcuni tra i più grandi campioni della sua generazione, Ivan Lendl, John McEnroe, Stefan Edberg, Andre Agassi, Yannick Noha e Pat Cash  L’immagine cattura un attimo di un torneo di esibizione tenutosi a Milano nel 1990, il “Muratti Time Shootout”. Il suo nome è Paolo Canè, oggi impegnato ad insegnare tennis a giovani promesse , a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, invece, considerato uno dei tennisti più talentuosi del circuito internazionale, dotato di un grande rovescio ad una mano, di un dritto imprevedibile e pungente, di un solido gioco a rete, e di un servizio molto lavorato ma non sempre all’altezza. Numero 26 al mondo come best ranking, vincitore di 3 tornei ATP (Bordeaux nel 1986, Bastad nel 1989 e Bologna nel 1991) e unico italiano a vincere una medaglia in una competizione olimpica ( bronzo a Los Angeles 1984), Canè ha fatto sognare milioni di tifosi, grazie alle sue imprese in Coppa Davis. In questo colloquio con lui, abbiamo parlato del suo passato, della sua altalenante carriera, del presente del tennis e del suo attuale lavoro.

Paolo, cosa ti è mancato per raggiungere gli stessi risultati dei grandi tennisti della tua generazione?

Devo dire che giocando contro questi campioni spesso e volentieri ero alla pari di colpi e nei punti importanti. Mi sentivo tranquillo, non sentivo la differenza. Penso che la continuità di concentrazione nell’arco di un match e il fisico abbiano fatto la differenza”.

C’è Gianni Clerici, considerato a ragione, tra i più grandi giornalisti sportivi di ogni tempo, che ti ha chiamato nei suoi articoli, in più di un’occasione Neuro-Canè, soffermandosi sulla tua fragilità psicologica che spesso ti portava a perdere match che avevi in pugno e a perdere il controllo in campo. Io ritengo questo definizione non totalmente calzante, perché guardando la tua storia sportiva, penso che il problema più che psicologico sia stato fisico. Penso che senza i vari problemi fisici, alla schiena in primis, con maggiore continuità di gioco, negli anni centrali delle tua vita sportiva, avresti potuto ottenere risultati più consoni alle tue qualità. C’è anche da dire che lo stesso Clerici in un suo articolo ti ha definito “il più grande talento che il tennis italiano abbia mai avuto” e in questo concordo con lui…

“Sono stato uno che non si è mai tirato indietro e soprattutto non mi sono mai pianto addosso. Spesso entravo in campo che non riuscivo neanche a sedermi dai vari dolori fisici che avevo ma non ho mai trovato scuse dopo i match.  Di sicuro il mio carattere dipendeva molto dal mio stato fisico,  di sicuro a livello di gioco in quegli anni se fossi stato capace di dare un po’ più di continuità, avrei raggiunto altre classifiche e risultati, come dici tu”.

Qual è la vittoria in un match che ricordi con maggiore gioia e perché?

“Sicuramente il match contro Mats Wilander a Cagliari in Coppa Davis.  Però mi piace citare altri due incontri di Coppa Davis. Come livello di gioco espresso, anche se ho perso, ricordo il match, sempre nel 1990, contro Thomas Muster a Vienna, e poi quello contro Woodforde nel 1993 a Firenze, di sicuro molto sofferto perché ero riserva e quando mi ha detto Adriano Panatta se me la sentivo di giocare non ho esitato un secondo nel dire sì. Ero molto felice e non potevo perdere! Peccato che poi Pescosolido ho perso sul 2 pari il match decisivo”.

A proposito di Coppa Davis. È notizia di questi giorni dei cambiamenti nella struttura della più importante competizione tennistica a squadre. Qual è il tuo punto di vista sui cambiamenti futuri? Perché si è arrivati a questa scelta?

“Sì, ho letto qualcosa delle nuove regole della Coppa Davis. Non mi piace che la fase finale si giochi in sede unica e non si sa dove e tutto in una settimana. Immagina una semifinale Italia – Spagna con Fognini contro Nadal giocata a Dubai. Mah, vedremo. Penso che principalmente lo abbiano fatto per far sì che possano partecipare tutti i giocatori delle varie Nazioni”.

A partire dalla fine degli anni Novanta, il tennis maschile professionistico è sempre più diventato terreno per atleti di grande forza fisica e meno per giocatori talentuosi ed estrosi…

“Questo fa parte delle tecniche di preparazione e dei fisici degli atleti. Purtroppo, a questi livelli, giocando così veloce e servendo così forte sarà sempre più difficile vedere giocate di talento e di fino”.

Da qualche anno, ti dedichi esclusivamente all’insegnamento di tennis ai ragazzi, con la tua scuola di tennis di Gorle e il progetto Sport Camp Events che segui assieme a Claudio Panatta.  Quali sono gli insegnamenti che è giusto che un giovane ragazzo apprenda nel caso in cui volesse dedicare, così come tu hai fatto, la sua vita al tennis?

“Io non metto pressione al ragazzo. Rispetto il livello, il fisico e l’età dell’atleta. Il programma va a pari passo con lo sviluppo del ragazzo, rispettando i tempi di crescita mentale e fisica. Chi si allena con me deve avere massima fiducia e rispetto, deve fidarsi. I genitori sono una pedina importante per l’aiuto e la crescita del proprio figlio, spesso arrivano dei ragazzi con genitori che pensano di avere in casa un campione e di sapere tutto e allora questo diventa un problema, ma non è il caso mio ti ripeto, quando alleno i ragazzi, i genitori possono venire ad assistere un giorno al mese, questa è la regola del mio programma che uno sceglie prima di iscriversi.”

È un buon periodo per il tennis maschile italiano. Alle spalle di Fognini, nuovi giocatori stanno crescendo e si stanno imponendo nel circuito grazie a risultati apprezzabili.  Se dovessi puntare su un nome per il futuro, quale faresti e perché?

“Con Fognini metterei Cecchinato e Berrettini che stanno facendo bene e sono convinto che nei prossimi tre o quattro anni avremo otto/dieci  italiani nei primi 100 al mondo”.

Un’ultima domanda: Juan Carlos Ferrero una volta ha detto: “Il gioco è mentale per il 50%, fisico per il 45% e tennistico per il 5%”. Sei d’accordo con questa sua affermazione?

“Sicuramente il tennis di oggi è costruito sulla fisicità e sulla tenuta mentale. Il fatto di saper fare qualche cosa in più nei momenti importanti, fa la differenza a qualsiasi livello”.

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