Gregory Corso, Gasoline (minimum fax, 2015): recensione

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I giocattoli pazzi di Gregory Corso nuovamente in libreria
di Rossano Astremo

Se Ginsberg è il poeta che scopre, nel caos dell’America degli anni ’50, la possibilità di illuminare di una luce metafisica lo squallore della condizione umana, Gregory Corso è il poeta che non investe quella stessa realtà di un’ansia religiosa, ultraterrena, ma la colora di una luce di favola, magica e surreale.
La casa editrice minimum fax riporta in libreria le prime due raccolte poetiche di Corso, The Vestal Lady on Brattle e Gasoline, con il titolo della sua raccolta più nota, Gasoline, nella nuova e impeccabile traduzione di Damiano Abeni.
Vestal Lady ha una vicenda editoriale bizzarra. Venne pubblicata da Corso nel 1955 con il contributo di alcuni studenti di Radcliffe e Harvard. Era da pochi anni uscito da carcere. Qui tanto aveva letto e s’innamorò di Chatterton, Marlowe e Shelley. Aveva da poco conosciuto Allen Ginsberg al Greenwich Village. Le sue prime composizioni finirono tutte in questo primo libretto. Ne fece una tiratura di 500 copie, ma metà tiratura venne smarrita e l’altra metà rischiò di andare anch’essa persa, poiché le copie s’infradiciarono in un viaggio quindi avevano tutte una macchia di umidità sul lato destro. Però fu una di queste copie sgangherate che giunse tra le mani di Ferlinghetti, l’editore della City Lights, il quale decise di pubblicare le nuove poesie di Corso. Gasoline uscì nel 1958 e fu il libro che, assieme al poema Bomb!, anch’esso uscito nello stesso anno, sempre edito da City Lights, determinò l’immediato successo del poeta.
Corso è considerato la voce più calda, immediata e umana della Beat Generation. Ha scritto l’americanista Vito Amoruso sulla poesia di Corso: “La poesia in lui sembra nascere da un istintivo, quasi teneramente infantile stupore d’essere vivi, è, per così dire, un atto d’affermazione biologica di sé: come un cantastorie popolare, Corso sa animare la sua triste, spesso terribile biografia d’un suo ilare grottesco, riesce da una cronaca ostile e angolosa, buia e disumana, a trarre una luce, una grazia gentile, a tracciare la parabola lieve, la gioia assurda, la primitiva eleganza, il paradosso lirico d’essere poeti in un mondo che, della poesia ha perso quel fresco, agrodolce guardare alle cose”.
E in Gasoline l’evidenza di questo stupore esistenziale che si muove sempre tra angoscia e giullaresca follia è presente in ogni verso.
In Corso la poesia non è illustrazione della realtà, ma fuga da essa, un modo di dimenticarla nella favola irreale, nell’invenzione di un mondo fatto d’oggetti quotidiani, di problemi privatissimi eppure sempre immersi nell’incanto di un sogno. La poesia in Corso, senza gli accenti angosciosamente religiosi di Ginsberg, serve a rendere eterna la specola fantastica dell’adolescente che guarda il mondo con la nostalgia di chi crede nelle favole.
La capacità di Corso di rifugiarsi nel mondo delle favole, di colorare di un gusto surreale la sua triste e ironica odissea di uomo e di ragazzo che vuole ad ogni costo essere poeta nell’America dei supermarket, dei grattacieli, delle bombe atomiche, rende possibile la sua volontà di vita, il suo inno ad essa tanto più alto quanto più possibile e disperato.
Il dipingere la realtà con toni magici e fantastici non sarà una facile acquisizione per Corso, la sua poesia sarà un’oscillazione continua tra esaltazione e prostrazione, tra angoscia e gioia, fra lirica dominante e ricadute nella prosa, nella melanconica discorsività della realtà quotidiana, restia a farsi piegare dall’incanto magico tanto desiderato dal poeta.
Da questa condizione irrisolta deriva il modulo stilistico tipico della voce di Corso, miscuglio di agrodolce e ironia, già evidente dalle sue prime liriche, come dimostra “Salve”: “Disastroso essere un cervo ferito. /Io sono il più ferito, braccato dai lupi,/e anch’io ho i miei difetti. / La mia carne è presa all’Amo Ineludibile! / Da bambino ho visto tante cose che non volevo diventare. / Sono la persona che non volevo diventare? / La persona che parla da sola? / La persona che i vicini prendono in giro? / Sono io quello che, sulla scalinata del museo, dorme sul fianco? / Indosso i panni di un fallito? / Sono io lo scemo del villaggio? / Nell’immensa serenata delle cose, / sono io il passaggio più soppresso?”.
In questi versi si mostra l’aporia del poeta con il mondo, la percezione malinconica di una nota disarmonica connaturata all’atto del vivere, l’accordo dimenticato nell’universale armonia delle cose.
Al dolore del poeta, però, viene in soccorso il dolce lirismo dei suoi versi, che smussa ogni asprezza, lasciando alla sua presenza solo una connotazione musicale e nostalgica.
In “La Primavera del Botticelli” la familiarità con una tradizione artistica illustre e lontana è intesa a definire nostalgicamente un’area elettiva e aristocratica della memoria, a connotare il profilo di un paesaggio interiore fuori dal tempo e perciò antitetico, a recuperarla come alternativa poetica contro l’aridità del presente : “Nessun segno di Primavera! / Le vedette fiorentine / da campanili ghiacciati / scrutano in cerca di un segno – / Lorenzo sogna di svegliare pettirossi azzurri / Ariosto si succhia il pollice. / Michelangelo si mette a sedere sul letto / …svegliato da nessun nuovo mutamento. / Dante si tira sulle spalle il cappuccio di velluto, / ha gli occhi fondi e tristi. / Il suo alano piange”.
Sì agli stravaganti vagabondaggi con i suoi amici di sempre, Ginsberg, Kerouac, Burroughs, ma in Corso è sempre centrale il guardarsi indietro, il non perdere mai il contatto con ciò che la storia è stata, con chi ha dato battito e luce al tempo che fu. Non è un caso che, una volta morto, abbia voluto essere sepolto nel cimitero acattolico di Roma, ai piedi della tomba che accoglie il suo amato Shelley.
Operazioni editoriali come queste consentono anche alle nuove generazioni di continuare a incontrare e scontrarsi con la poesia dei grandi del Novecento. Ai giovani rivolgo lo stesso invito che più di mezzo secolo fa rivolse Allen Ginsberg ai lettori di Gasoline, nella prima edizione: ““Aprite questo libro come aprireste una scatola di giocattoli pazzi, prendete in mano una perfezione di bellezza da un’atmosfera distruttiva. Queste combinazioni sono immaginarie e pure, in accordo con l’individuale (e perciò universale) DESIDERIO di Corso”.

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